Archive for novembre 2016

Finché notte non sia più

downloadIL LIBRO. L’editrice Neri Pozza propone la seconda opera della 38enne scrittrice parmense, «Finché notte non sia più»
Amadei, il romanzo esplode solo alla fine

Grazia Giordani
La storia di Caterina si accende solo nelle ultime righe: un racconto che è volutamente a ritmo lento
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martedì 22 novembre 2016 CULTURA, pagina 47
Oggi in ARENA

Dopo aver affrontato un romanzo labirintico e sconvolgente come «Vita e morte di Émile Ajar», si resta alquanto perplessi e un po’ spiazzati, addentrandosi nelle pagine della 38enne scrittrice parmense Novita Amadei, con il suo secondo romanzo «Finché notte non sia più» (pp. 236, 16,50 euro). Ma, del resto, chi l’ha detto che Neri Pozza, editore di entrambi gli autori, debba seguire lo stesso filone letterario?Superata l’iniziale perplessità, ci si abbandona al fluire delicato della prosa della Amadei, lieti della calma che sa suscitare, con i suoi personaggi del vivere consueto, quasi apatici, come spesso è la vita reale.Da una Roma di periferia ad un piccolo villaggio francese, dove Caterina, la protagonista, si rifugia da sua zia Liliana, sfuggendo alle soffocanti intromissioni della madre, e nel contempo cercando di dare un senso alla sua vita, viaggiamo anche noi lettori, lasciandoci alle spalle la capitale decadente e chiassosa, incantati dallo statico paesaggio francese del borgo antico, dove tutto sembra ubbidire ad un placido avvicendarsi delle stagioni. Parrebbe quasi una storia senza storia, ma è proprio nella quotidianità che vive la trama.La bionda Caterina alla prospettiva di lavorare in un poliambulatorio, unisce quella di aiutare la zia Liliane nel «Liliane coiffure». Nel paesino dove tutti si conoscono e sanno tutto di tutti, tra una lezione privata di francese e l’altra, con un appassionato ex professore, Caterina incontra Delio. Un anziano signore che malamente nasconde un intenso passato e il progredire di una inesorabile malattia. Caterina promette a se stessa di prendersi cura dell’uomo tanto provato e del suo cane malridotto. Un invisibile «fil rouge» del destino sembra unirli. La sera stessa la ragazza riempie una valigia e si stabilisce nel casolare accanto alla casa di Delio. Il vecchio vive duri momenti di vita. Paesaggi dell’animo pieno di rimpianti e paesaggi esterni di viottoli intrigati da sterpaglie, cavalcano la stessa metafora dell’abbandono.La sensibile protagonista del romanzo si avvede anche di un’altra angoscia del vecchio, già colpito dalla morte della moglie Teresa. Gli manca da oltre quattro anni la presenza del figlio Daniele, un bel giovane dall’aspetto prestante, rimpianto forse anche da qualche ragazza del luogo. Perché questa sua lontananza? Un insanabile dissidio col padre? Quando la riconciliazione parrebbe perduta, proprio allora, Daniele compare sull’uscio di casa. E Caterina, tormentandosi una ciocca dei suoi capelli biondo ruggine, con un film al rallentatore, lo accoglie con un sorriso di imbarazzo, il cuore che batte a mille.Un romanzo volutamente a ritmo lento, abbiamo detto. Senza colpi di scena eclatanti, con personaggi che si lasciano vivere come in una trama di James Joyce.Se il lettore cercasse l’ardore della passione, la forza dei sentimenti, resterebbe deluso, pensavamo procedendo nella lettura di queste poetiche pagine. Ma la sorpresa sta nell’epilogo quando l’autrice regala l’esplodere di una infocata passione fra Caterina e Daniele, quasi la Amadei avesse voluto prendersi gioco dei lettori, infiammando di eros la pagina, proprio nelle ultime righe.

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Grazia Giordani
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Il peccatore eletto

Il peccatore eletto:

quando il «doppio»

diventa romanzo

«Le Confessioni risalgono al 1824

e sono un classico della letteratura»

Grazia Giordani

A conferma del fatto che i classici siano degli evergreen, per nulla scalfiti dal tempo, anzi arricchiti dalle nuove interpretazioni, man mano che gli anni passano, la casa editrice Superbeat ci propone la nuova edizione di «Confessioni di un peccatore eletto» (pp.201, euro15) di James Hogg (1770-1835), considerato il capolavoro dello scrittore scozzese. Difficile, se non impossibile, definire il genere dell’opera, tanto è composita la materia. Sul clima «gotico» del noir, (in un certo senso «Cime tempestose della ë Brontë docet, con la figura evanescente del fantasma), qui aggiungiamo un protagonista macerato dallo strazio dell’introspezione.

Spesso il romanzo, datato 1824, viene citato quale precursore di «Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hide» diRobert Louis Stevenson. E l’affinità la vediamo tutta, non per la trama in sé, ma per il clima dello sdoppiamento che vibra all’interno dell’opera.

Il romanzo, conosciuto anche come «Confessioni di un peccatore impeccabile», passò quasi sotto silenzio, se non fosse stato André Gide, scopritore anche di altri talenti, a capirne il tortuoso valore.

Ci troviamo al cadere del XVII secolo nella tenuta   scozzese di Dalcastle. Personaggio principale è Robert Wringhim, ultimogenito di una famiglia di proprietari terrieri, tali Colwan. Rifiutato dal padre, il giovane viene cresciuto da una madre bigotta e fanatica religiosa. Ripudiato quindi dal «laid»- così in Scozia era definito il proprietario terriero – viene riconosciuto dal pastore calvinista Mr Whinghim, il reverendo, assai presente nella vita della madre  che decide, quindi, di dare al ragazzo il suo cognome.

Nasce da questa circostanza la pericolosa tematica della «predestinazione» da cui ci si può ritenere degli «eletti da Dio», quindi autorizzati a compiere anche gravi colpe, senza mai perdere la grazia. Non riteniamo che Raskol’nikov di dostoevskiana memora (vedi «Delitto e castigo) si ponesse il problema della grazia, eppure tutti questi Superuomini – in un modo o nell’altro – vivono la persuasione che sia loro tutto concesso. L’idolatria del padre putativo viene assorbita anche dal figlio la cui vita resta sconvolta dall’incontro con un misterioso personaggio Gil-Martin, in cui è possibile leggere uno sdoppiamento della personalità dello stesso Robert – e qui, di nuovo propendiamo a Dostoievskij –  o addirittura alla personificazione del male.

«Ricordo più che altro una gran confusione riguardo ai miei peccati e ai miei pentimenti, non sapendo nemmeno da che parte cominciare e avevo spesso una gran paura di non essere in Cristo e che Dio sarebbe stato per me un fuoco divoratore. Non potevo impedirmi di commettere sempre nuovi peccati, ma in famiglia non mancavano mai di trattarmi con clemenza, infliggendomi ogni qualvolta le mie malefatte venivano scoperte, una punizione corporale che mi faceva pentire con tutto il cuore».

L’odio per il fratello George, preferito dal padre naturale, mentre gode tranquillità e favori nella tenuta di Dalcastle, scatena nell’animo di Robert un vero delirio, per cui compie azioni punitive nei confronti di chi ritiene esser peccatori, portandolo ad azioni estreme, tra cui il gesto di Caino, di uccisione dell’invidiato fratello, cui seguiranno pentimento e suicidio finale.

Leggiamo quindi un romanzo nel romanzo, diviso in tre parti, con elementi discordanti che offre al nostro immaginario una labirintica altalena. Satira dei paradossi della fede, ironia a spese dei bigotti e molto altro possiamo ricavare da questa avvitata lettura inquietante, che scava nel profondo, cavalcando l’ossimoro della crime novel che sa diventare fantasy

Vita e morte di Émile Ajar» (

Vita e morte di Ajar

Ecco l’ultima beffa

di Romain Gary

 

Lo scrittore francese concluse

 il romanzo prima di suicidarsi

Grazia Giordani

Se vi picesse immaginare uno scrittore sui generis, fuori dagli schemi, imprevedibile, indescrivibile, siete serviti. Lo avete trovato in Romain Gary, cui Neri Pozza sta dedicando particolare cura e già nel centenario della sua nascita (Vilnius 1914-Parigi, 1980), aveva pubblicato una nuova edizione del toccante romanzo «La vita davanti a sé», un libro storico perché conferì all’autore un primato difficilmente ripetibile: vincere due volte il Prix Goncourt, massimo riconoscimento letterario francese, ma con due nomi diversi. Come Romain Gary lo aveva già vinto con «Le radici nel cielo», nel 1956. Nel 1975, il trionfo con «La vita davanti a sé» (che diventò film da Oscar, Simone Signoret protagonista), ma con il nome di Émile Ajar, sulla copertina.

Ed ora, possiamo leggere, sempre per Neri Pozza, «Vita e morte di Émile Ajar» ( pp. 124 , euro 12, traduzione e preziosa postfazione di Riccardo Fedriga).

È la storia di una beffa, visto che Romain Gary era stato bollato, dalla più autorevole critica francese, come uno scrittore finito, «a fine carriera». Un autore, passato, che non ha più nulla da dire. Invece, Gary ha compiuto il suo miracolo, ovvero essere personaggio di se stesso, l’unica forma di autenticità che gli riesce di tollerare.

Con «Vie et mort d’Émile Ajar», adesso abbiamo dunque sotto gli occhi un piccolo capolavoro, una di quelle gemme che i francesi chiamano «cabochon». Un vero testamento letterario (le prime pagine forniscono istruzioni per la lettura del testo) di un uomo Roman Kacew, in arte Gary,che è finalmente riuscito ad essere l’unico autore capace di vivere nei quattro romanzi firmati come Ajar. Il personaggio più noto è appunto Ajar, scrittore di finzione che non esiste nella realtà. Il plot narrativo, quasi impossibile da raccontare, se non ci si prende la briga di leggere il contorto libro, ci induce a credere che Ajar sia un giovane scrittore, esule in Brasile, impossibilitato a tornare in Francia, quindi, identificato con un lontano cugino, Paul Pavolwitch.

Siamo di fronte alla più grande mistificazione letteraria della storia, in cui il cerebrale autore, sdoppiandosi, crea la vera «poetica del fare pseudo», ovvero inventare un personaggio altro a se stesso e da se stesso,

Quindi, Émile Ajar, vivrà fino a quando Pavlowitch, uomo reale, si assumerà la paternità dello pseudonimo. La commedia, meglio sarebbe dire tragedia finirà e moriranno tutti, Gary, suicida, e Ajar imprigionato nella finzione che l’aveva creato.

Con la consacrazione del Goncourt ad Ajar, Gary aveva coronato il suo sogno di essere un personaggio letterario, entrando in terza persona nei suoi stessi romanzi.

«Mi sono davvero divertito. Arrivederci e grazie»; il 21 marzo1979 Romain Gary terminò con queste lapidarie parole la stesura della breve opera di cui stiamo parlando. Due giorni prima di togliersi la vita, con un colpo di pistola nel suo appartamento di rue du Bac a Parigi,; il 30 novembre 1980, provvide ad inviarla al suo editore, Robert Gallimard, con la raccomandazione di renderla pubblica, previa intesa col figlio Diego.

Pubblicate allora e rilette oggi, quelle pagine singolari che avevano sconvolto il mondo letterario parigino, non appaiono solo come la confessione divertita di una delle più grandi mistificazioni letterarie, ma anche come un autentico testamento che illumina e chiarisce l’idea di letteratura che ha guidato l’intera opera di Romain Gary.

 

 

Daphne

daphneIL LIBRO. La biografia romanzata della Maurier

«Daphne», vita
di una scrittrice
controcorrente

Grazia Giordani

La proposta di Neri Pozza firmata dalla francese Tatiana de Rosnay

Neri Pozza ci propone ora una biografia più avvincente di un romanzo: «Daphne» (Titolo originale «Manderley for ever, pp.427, euro18), scritta da Tatiana de Rosnay che sa regalarci l’affascinante illusione di aver camminato a fianco della celebre Autrice, tanta è l’immedesimazione che riesce a creare col reale personaggio. Eppure, parecchi decenni temporali le separano: Daphne du Maurier è nata il 13 maggio 1907 a Mayfair, in un’imponente dimora dal frontespizio neoclassico, figlia degli attori di teatro Gerald e Muriel Beaumont.

Tatiana de Rosnay è nata nel 1961 a Neully-sur Seine, nei sobborghi di Parigi.

Innegabile, anche se il tempo reale le separa, una sottile affinità tra le due scrittrici, entrambe con un’ascendenza in parte francese, entrambe con una famiglia importante (scienziati, attori, pittori in quella della Rosnay, mentre il padre di Daphne fu il più famoso attore di teatro del suo tempo, e le sorelle di Dapne furono a loro volta scrittrici e pittrici). Probabilmente, queste affinità di nascita hanno contribuito a rendere tanto vibrante il personaggio, già ricco di charme.

Quasi ci dispiace chiudere l’ultima pagina di una biografia che ci ha fatto ritrovare un’autrice amatissima . E qui la vediamo nell’incipit vivere nel prestigioso quartiere residenziale di Mayfair, una bella bambina di quattro anni, bionda, dagli occhi azzurri e al suo fianco vediamo la sorella maggiore Angela e la piccola Jeanne, appena rientrate a casa dal parco insieme alla loro balia. Nella bella abitazione vivevano l ‘estroso padre Gerald, celebre attore che «ogni sera recita a essere qualcun altro», con la moglie Muriel che ha voluto lasciare tutte le glorie teatrali all’egocentrico e seduttore marito.

Nella primavera del 1916, la famiglia du Maurier si era trasferita ad Hampstead, nella parte nord di Londra, in una grande casa, Cannon Hall. Le tre sorelle si divertivano ad allestire rappresentazioni teatrali dove Dapne voleva sempre rappresentare personaggi maschili. L’istrionico Gerald raccontava spesso alle sue bambine del loro nonno George du Maurier, pittore e romanziere, nato a Parigi, i cui libri avevano aperto all’acuta bambina il vasto mondo della lettura: Dickens, le sorelle Bronte, Scott, Stevenson, Wilde. Fin dall’adolescenza, Daphne aveva capito cosa voleva fare da grande: «scrivere libri in cui il suo lettore non resti mai indifferente».

Daphne non si negò nulla nella sua giovinezza, nemmeno relazioni saffiche, quando iniziò una storia con l’insegnante del collegio in cui studiava, ed era già sposata quando ebbe un vero e proprio colpo di fulmine per la moglie del suo editore americano, da cui fu respinta con eleganza. E tuttavia, quando la Nostra conobbe «Boy Browning», bello, baciato dalla gloria, dopo il ritorno dalla Grande Guerra, appassionato di vela e di mare alla sua stessa stregua, capì di aver trovato l’uomo conforme alle sue aspettative. Nel 1932 si sposarono. La nostra eroina era venticinquenne, ed aveva già pubblicato «Spirito d’amore».

La duplice natura sessuale dell’Autrice non si smentì mai, gravata da un sentimento, solo sentimento, incestuoso nei confronti del padre.

Sfortunatamente, il matrimonio così brillante, entrò in crisi per le lunghe assenze del marito per questa donna sui generis, legata da affetto speciale per il figlio maschio Kit, a detrimento delle due figlie Tessa e Flavia. Chi di noi ha letto quasi l’opera omnia di Daphne du Maurier, certamente resta legata alla figura indimenticabile di «Rebecca», il romanzo del 1938, a cui il nome dell’Autrice sarebbe rimasto collegato, più che a qualunque altro libro avesse scritto in seguito, quello che la maggior parte delle persone che bussavano alle porte del maniero Menabilly (la vera Manderley, fra le cui oscure mura si dipana il tenebroso, avvincente romanzo), recavano in mano, golosi di una firma dell’Autrice.

Tatiana de Rosnay ricrea ambienti, personaggi, clima interiore, sentimenti. Ci fa sentire il dolore per la morte del marito dell’Autrice, avvenuta nel 1965 e ci fa capire la scelta di Daphne di vivere in solitudine, fino al 1989, data della sua morte a Fowey. Eppure, resterà nei nostri cuori.

Grazia Giordani

 

 

 

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