Archive for febbraio 2006

L’antiGattopardo
Giovanni Corrao nella Sicilia garibaldina
Certi scrittori sembrano essere rincorsi dalle trame da narrare, in un inevitabile inseguimento che non offre loro scampo. Questa è l’immediata sensazione che proviamo leggendo il nuovo romanzo di Matteo Collura Qualcuno ha ucciso il generale (Longanesi, pp156, euro 13), in libreria dal prossimo 3 marzo. Ci sembra che l’autore – giornalista culturale del Corriere della Sera – di cui abbiamo da tempo apprezzato la folta produzione di romanzi e saggi, tra i quali: Associazione indigenti, Il Maestro di Regalpetra, Eventi, In Sicilia e Alfabeto eretico, non abbia potuto sottrarsi all’invito di quanti  lo sollecitavano a mettere nero su bianco l’insabbiata vicenda dell’ affascinante e controversa figura di Giovanni Corrao, il generale, caro la cuore di Garibaldi,  “precursore dei Mille”, un eroe avvolto in vita e in morte, dentro aloni di irrisolto mistero. L’ispiratrice più forte di questa sua biografia romanzata – che finisce piuttosto con l’essere un affresco di Sicilia garibaldina come in nessun testo accreditato avremmo mai potuto leggere – è stata certamente un’ agghiacciante fotografia. Per cui leggiamo: “Una fotografia lo ritrae, cadavere mummificato, novantasette anni dopo la morte. Il generale è tra due uomini, impettiti e seri, consapevoli, nell’espressione grave, di essere immortalati in compagnia di un eroe cui la Storia finalmente si è degnata di riconoscere la legittima gloria. Ho sotto gli occhi la foto e continuo a ripetermi che non ho mai visto nulla di più assurdo, di più macabro; nulla di più grottesco e nello stesso tempo di più ingenua e caricaturale messa in scena”. Va da sé che la mummia del generale, ritratta tra due parenti, dopo il ritrovamento nelle catacombe dei Cappuccini di Palermo, abbia tanto impressionato lo scrittore da indurlo a minuziose ricerche e ricostruzioni di misconosciuti avvenimenti, contagiando anche noi lettori di una curiosità sempre più viva, man mano che si procede nella lettura di pagine abitate da sospetti, congiure, folklore popolare; l’udito scosso dal fragore di cruente battaglie, l’olfatto carezzato dal profumo dei giardini d’arance, lo sguardo ammaliato dal fascino voluttuoso di un Meridione di allora e di adesso, espresso dall’autore con grazia musicale.
Il profilo di questo “Generale dei picciotti”, in gioventù saldatore di scafi, abile calafatato che “aveva buttato via quel mestiere d’oro per correre dietro all’ingannevole sirena della rivoluzione”, sbarcando a Messina per organizzare la rivolta dei Siciliani, ottenendo il sostegno dei potentati locali alla spedizione dei Mille,  esce a tutto tondo, possente nella figura fisica di tenebroso gigante innamorato del rischio e dell’avventura, calunniato ingiustamente dell’assassinio – per invidia – dell’amico Rosolino Pilo, “cagliostresco” in alcune sue consuetudini di vita esoteriche, sprezzante del pericolo, assai stimato e amato dall’eroe dei due mondi. Per alcuni versi anche contraddittorio questo garibaldino sui generis che – quando l’esercito governativo gli propose di arruolarsi col grado di colonnello, accettò la nomina diminuita, rispetto a quella rimasta integra di Bixio ed altri che entrarono nell’Arma col titolo di generale – dimostrando una certa confusione d’idee, poca coerenza con la sua statura naturale di spirito libero, non irreggimentato. Ma la divisa regolare andava stretta al nostro indisciplinato condottiero che non tardò a spogliarsene con rinuncia dei vantaggi annessi.
Fin dalle prime righe della narrazione colluriana, dentro cui trovano posto suggestivi cammei di Crispi, Bixio, Garibaldi, Mazzini e Rosolino Pilo, rivisitati in chiave umana, lontana dalla visione dei testi scolastici, sentiamo vibrare l’interrogativo rimasto irrisolto sulla morte dell’ “antiGattopardo siciliano”.
Chi era veramente quel Giovanni Corrao? Si era proprio rassegnato alla vita di placido agricoltore, succeduta a quella di condottiero o covava ancora propositi di rivolta contro l’ingratitudine istituzionale di promesse non mantenute nei confronti della Sicilia? Sarebbe stato un riconosciuto eroe risorgimentale questo “indomabile garibaldino cui le sconfitte non avevano scalfito i battaglieri propositi” se un pretestuoso silenzio non l’avesse cancellato dai libri della Storia? Chi gli ha tolto la vita con due colpi di lupara, proprio in prossimità dell’anniversario della battaglia abortita in Aspromonte? Collura ci induce ad uniformarci alla sua persuasione di un delitto di mafia, su commissione dello Stato. Perché Corrao era diventato scomodo. Perché Corrao era un capopopolo pericoloso a cui furono tributati funerali esageratamente solenni e poi l’imbalsamazione nel convento dei Cappuccini, murato in una nicchia, “affinché riposasse al riparo da possibili profanazioni”.
A ricordarlo ai posteri ora c’è il monumento di Villa Garibaldi a Palermo, ma soprattutto c’è la riabilitazione nelle appassionate pagine dello scrittore suo conterraneo che qui ha saputo rinverdire la curiosità, restituendogli  l’usurpata fama.
Grazia Giordani
Nella foto: Matteo Collura
Pubblicato stamani nelle pagine culturali de  L’Arena
 

Il bacio
 Ben conosciamo tutti il pensiero di Cyrano a proposito del bacio, ma mi sembra un’idea “pizzicosa” quella di spiare dentro le parole di altri poeti e scrittori.
«Mentre il vento triste galoppa/uccidendo farfalle/io ti amo/e la mia gioia morde/la tua bocca di susina»
 (Pablo Neruda)
«Bacio non dato è bacio sprecato; /l’amore dev’essere assaggiato» (E.V.Cooke)
«I suoi baci! La bocca di lui ne portava il ricordo, la bocca piccoletta di lei si apriva e mordeva dolcemente.Era peccato?O non era alimento?La bocca di lui era piena di baci di lei, come della polpa di un frutto maturo» (Alfredo Panzini)
«E poi, i suoi capelli dolci contro il mio viso; e il suo collo sotto le mie labbra; il piccolo collo amato che è cosa fine e puro a guardare, un po’ duretto nella curva perfetta, un po’ bruno e dorato, ricco di ambra liscia e di ombra scura; ma vivo nella bocca parlante e tremante fra le labbra, con un sapore sempre nuovo e sempre quello.»
(Michele Serra)
Potremmo andare avanti per chilometri di baci, non trascurando quello dantesco di Paolo e Francesca (ricordate il “disiato riso”?).
Pedro Salinas esorta l’amata: «Fra la tua verità più fonda/e me/metti sempre i tuoi baci/».
W.Shakespeare grida: «Questi piaceri violenti/hanno fine violenta/muoiono nel trionfo,/come fuoco e polvere, arsi in un bacio.»
A. Tennyson non sa nasconderci: «O amore, o fuoco! Una volta lui con un lungo bacio/m’aspirò l’anima attraverso le labbra/come i raggio del sole bevono rugiada. »
Baci timidi, baci ardenti, che aspirano l’anima, che sconvolgono il cuore, baci d’addio («Addio, addio, mille baci sulle tue labbra/ sul tuo corpo, sul tuo cuore…» A.De Musset).
E voi? Che ricordi avete? In quali baci vi riconoscete? E quali vorreste ancora avere?
Intanto, un bacio da Gardenia.
 
 

 Marjorie e la bottiglia
 Marjorie guardò fissamente la bottiglia e ripensò al fuoco del whisky che era corso, incandescente, dentro la sua gola. Le restava vivo il ricordo di quella fiammata, del resto la sua vita era fatta solo di frammenti: scampoli di un esistere scomposto e disarmonico, anzi “atonale”, le venne da pensare, con un sussulto ritrovato dentro il suo passato di pianista. Perché aveva riempito quella bottiglia d’acqua, posandola sul davanzale? Semplicemente perché odiava il vuoto, il nulla che ormai portava dentro. Che ci fosse un liquido magico per colmare anche le sue voragini interiori? La domanda restò senza risposta. Rivide quel mare d’inverno, mare della sua giovinezza. Avrebbe voluto tuffare il volto fra quelle onde nevose di spuma, ma il whisky era finito e non poteva continuare a sognare, no non poteva. In quel prato avrebbe voluto essere sepolta, sì, fra quei fiori selvatici avrebbe trovato pace e dimenticato i suoi affanni, per sempre tappati dentro le trasparenze di quella magica bottiglia.
 

Il gorgo
Sorge all’improvviso, tuffato nel verde di rive sinistre, non si capisce quale vena d’acqua lo alimenti. Qualche ninfea ne ingentilisce la superficie, rotta dai balzi di nutrie che qui la fan da padrone. È il Gorgo della Sposa. Nella zona dove vivo tutti lo conoscono e parlano ancora di quel triste fatto che ruota tra verità e leggenda.
Sembra che una giovane dalle splendide fattezze, innamorata di un contadinello del posto, obbligata dai genitori a sposare un nobilotto ricco e attempato, proprio il giorno del matrimonio, presa dalla disperazione, abbia sepolto le sue diciotto primavere dentro le acque misteriose del grande stagno. Nelle notti di plenilunio, qualcuno ha visto ancora il vibrare trepido del velo nuziale che torna a galleggiare in rapidi sussulti. E i compaesani ripensano alla tragedia della sposa. Qualcuno sostiene di aver persino sentito voce di lamenti, come se la suicida chiamasse dal fondo dei flutti.
Mah! Chissà?
Non dobbiamo però dimenticare che da queste parti gli astemi non son certo di casa….

VOGLIA DI VERITÀ SUL “MOSTRO”
Dall’ancora oscura morte
 di Pacciani agli “uomini ombra”
Se anni addietro ci aveva colpito l’agghiacciante vicenda americana riportata da Truman Capote nel suo celebre romanzo-indagine “A sangue freddo”, oggi ci fa ancora più impressione leggere le pagine di Michele Giuttari, autore de “Il mostro” (Rizzoli, pp.355, euro 18). L’impatto, per noi lettori italiani è più forte perché i delitti sono avvenuti in luoghi a noi vicini e più conosciuti – tra il 1974 e il 1985 – nei dintorni di Firenze e inoltre va da sé che questi “thriller verità”, proprio perché specchio di fatti realmente accaduti e non frutto della fantasia di un giallista, creano un interesse più acceso, addirittura morboso.
“Ho scritto l’incontrovertibile verità investigativa su un’indagine di polizia per molti versi unica al mondo: i delitti del mostro di Firenze” – afferma l’autore di questa anatomia di un’indagine tanto lunga quanto tormentata, piena di sorprese, di buchi neri  e di aggrovigliati misteri, motivata da una storia di lucida follia, dove il killer sembra materializzarsi dal nulla,sempre prima della mezzanotte estiva, prediligendo i viottoli appartati, i luoghi oscuri in cui si rifugiano le coppiette.
Cinquantenne, messinese, Giuttari ha ricoperto incarichi alla Squadra Mobile di Reggio Calabria per poi dirigere quella di Cosenza. Dal 1995 al 2003 è stato il capo della Squadra Mobile di Firenze, dove ha dimostrato che i delitti attribuiti al “mostro” sono stati opera di un gruppo di assassini e in seguito ha proseguitole indagini organizzando e dirigendo il Gruppo Investigativo Delitti Seriali. Sul caso trattato in questo nuovo libro aveva già pubblicato “Compagni di sangue” in collaborazione con Carlo Lucarelli (Rizzoli, 1999).
Leggendo le pagine di questa capillare inchiesta, scritte in una prosa sobria e forse per questo ancora più coinvolgente, “rivediamo”, come in un film dell’orrore, le sette coppiette di innamorati massacrate nei luoghi isolati dove si erano appartate. Due turisti tedeschi, uno dei quali scambiato per una donna, a causa delle lunghe chiome, incontrano lo stesso terribile destino. Spesso macabri trofei di parti anatomiche intime vengono asportati dalle vittime. L’11 settembre 1985 un anonimo scrive ai carabinieri: per la prima volta emerge il nome di Pietro Pacciani, un contadino già in carcere per abusi sessuali sulle figlie. Ne segue la sua condanna all’ergastolo nel 1994, lasciando insoddisfatto il procuratore Pier Luigi Vigna che si dimostra perplesso riguardo alla possibilità che un uomo “primitivo”e non certo esperto di chirurgia come il contadino di Mercatale, abbia potuto agire senza complici. Con la riapertura delle inchieste nel 1996, l’indagine è affidata a Michele Giuttari che con l’intelligente ostinazione di un superpoliziotto, esamina i verbali anche nelle pieghe più nascoste, interroga, mai credendo alle apparenze e alle facili conclusioni di comodo. E le indagini sapientemente ricostruite e riportate nelle pagine di questo suo nuovo libro, porteranno alla scoperta e alla condanna dei “compagni di merende” con cui Pacciani eseguiva le sue nefandezze.. E l’intuizione più sottile – da parte di Giuttari – è quella degli “uomini ombra”, degli insospettabili che dirigevano la macabra orchestra dei delitti su commissione al fine di impossessarsi degli umani “feticci”.
Pacciani muore in circostanze rimaste oscure. Giuttari non demorde, disubbidendo alle esortazioni di interrompere le indagini. E questo non ci fa meraviglia, avendo notato dall’inizio alla fine la sua coraggiosa voglia di verità. Però, non possiamo passare sotto silenzio la sua amarezza conclusiva, quando afferma: “Il mio tempo è scaduto. Raccolgo in un dossier tutta l’inchiesta, che contiene l’incontrovertibile verità investigativa. Il tempo dirà se coinciderà con quella giudiziaria o, come è già mlauguratamente accaduto una volta in questa vicenda, le due finiranno per divergere”.
Come a dire che per il nostro intrepido investigatore la verità non è ancora tutta tornata a galla. L’autore di questa spinosissima indagine parrebbe non accontentarsi delle mezze verità. Pacciani è realmente morto d’infarto o è stato ucciso da chi temeva sue  compromettenti rivelazioni? La verità giudiziaria potrebbe ancora essere contraddetta da quella investigativa? Gli interrogativi restano a mezz’aria e solo al tempo è concessa facoltà di maggior luce sui fatti.
Grazia Giordani
Pubblicato stamani nelle pagine culturali de L’ARENA

Mario "Carnera"



Ti poteva capitare di vederlo alle sei del mattino, in pieno inverno, con i lampioni ancora accesi e il chiarore della brina sulle tegole e l’asfalto quasi bianco. E ti chiedevi come potesse resistere a quel freddo di galera, coperto da una misera giacchetta di flanella, appoggiato al muro, ad aspettare l’apertura dell’edicola.

Lo trovavi per caso alle due del pomeriggio, nel fuoco di luglio, in un disordine di gesti e di parole rivolte alla panchina vuota, di fronte alla chiesa: grondava di sudore e neanche ti guardava, preso com’era dal furore dialettico contro l’invisibile.

Qualche volta lo potevi osservare da lontano, andare velocissimo avanti e indietro, da una parte all’altra della strada, come un gigantesco Amleto tormentato dal dubbio, un leone prigioniero in un serraglio.

Ma se proprio lo volevi incontrare, dovevi andare al bar del centro. Lì, nel tardo pomeriggio, eri sicuro di trovarlo. Dal lunedì al sabato, dopo le cinque e fino alla chiusura, lui c’era sempre. Tutti i santi giorni.

Mario “Carnera” non saltava mai un appuntamento con le carte del tavolino all’angolo, quello dei campioni. Non giocava, che giusto a briscola poteva sfidare qualcuno, ma non si perdeva una mano di quel campionato senza fine fra i fuoriclasse del tressette. Ogni tanto gli facevano tagliare il mazzo, ed era contento così. Se ne stava in piedi, dietro uno dei giocatori della sua coppia preferita, piantava per terra il suo metro e novanta e seguiva in silenzio, fermo, senza lasciarsi sfuggire la benché minima mossa. Solo alla fine della partita, quando si rompeva la tensione e si dava sfogo ai commenti e ai quartini di vino, solo allora, cambiava espressione al suo volto e cominciava a muovere rapidamente le dita. Sembrava voler ripassare una sequenza di gioco per fissarsela bene nella mente: tre, nove, asso.

Gli altri ridevano. A me sembrava che ne sapesse più di tutti.

Ma io non andavo per vedere “Carnera” che contava. Andavo con la speranza di sentire Mario che diceva la Divina Commedia. E non per il gusto della canzonatura e dello scherno, ma perché quell’uomo, in quei momenti, mi sembrava un miracolo. La sapeva tutta a memoria e quasi ogni giorno ne declamava un pezzo, nel zilleri di Giovanni Colobra.

 

  Dai Mario facci sentire quello di Ugolino.

  Canto trentesimoterzo la bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator forbendola a’ capelli del capo ch’egli avea diretro guasto…  

Finché qualcuno non lo interrompeva, con un grido da balente o una risata stronza. Allora diventava serissimo, faceva spallucce e se andava, senza neanche un saluto.  

– Dove vai, Mario? Di nuovo la testa ti fa male?

 

Non rispondeva. Usciva fuori, arrivava dietro l’angolo del tabacchino, e sperando che nessuno lo vedesse si tirava certi pugni sul cranio, come un pugile impazzito.

E il fisico da boxeur, Mario, ce l’aveva davvero. Pesava più di cento chili, aveva muscoli da vendere e assomigliava non poco a Primo Carnera. Per la stazza, per la riga perfettamente disegnata in mezzo ai capelli, per quella mania dei versi danteschi. A Sunis i soprannomi non venivano mai dati a caso.

Era stato un incidente in Germania, venti anni prima, a ridurlo così. Nel cinquantasei, quando era emigrato con altri giovani compaesani, era arrivato a Dusseldorf e aveva trovato lavoro in un’impresa di costruzioni edili. L’ideale, per lui, che di certo non si faceva spaventare dai blocchetti di cemento e i pesanti sacchi di calce. Subito era diventato un operaio modello, il fenomeno portato ad esempio, quello che di giorno lavorava come uno schiavo e la notte, nella solitudine tedesca, leggeva e rileggeva sempre lo stesso libro, il più bello, che se vuoi imparare bene l’italiano non puoi farne a meno e devi resistere al sonno e impararlo a memoria e fargliela vedere a questi crucchi.

Poi un giorno, mentre demolivano una casa, gli era crollato addosso un intero soffitto. Si era salvato per miracolo ma era rimasto un po’ strano. Si diceva che fortissime emicranie avessero continuato a tormentarlo, senza tregua, da quando si era risvegliato dal coma. E ogni volta erano pugni. Forti mazzate sulla testa, uppercut potenti sulle tempie che avrebbero steso chiunque.

L’avevano licenziato e rispedito in Italia.

 

Ecco, Marieddu “Carnera” era così: aveva una forza che avrebbe potuto spaccare il mondo e la usava solo contro se stesso. Come a volersi punire per quel ritorno da perdente. Per quella sfortuna che l’aveva costretto a una vita piccola, in compagnia della madre anziana e con quella misera pensione d’invalidità. Non avrebbe mai fatto male a una mosca e verso gli altri dimostrava invece una generosità fuori dal comune. Spesso la esternava in modo stravagante, questa sua bontà, ma il tratto nobile del suo carattere veniva sempre fuori, anche negli episodi più strambi. Mi raccontarono che una volta, mentre tornava a casa, aveva visto un ragazzino che faceva autostop sulla strada principale di Sunis.  – Dove vai- gli chiese. – A Sagama, ma non si ferma nessuno. – Vieni con me, ti accompagno io.

Mario non aveva l’auto. Allora se l’aveva caricato sulle spalle e aveva cominciato a correre in direzione del paese vicino, con il malcapitato che per tutti quei chilometri era diventato muto dal terrore.

Io gli volevo bene anche per queste cose a quella specie di Garrone adulto. E quando riuscivo a mettere da parte qualche spicciolo mi infilavo nel bar di Colobra e gli offrivo una birra. Lui, in cambio, mi recitava Dante.

 “La molta gente e le diverse piaghe avean le luci mie si inebriate che dello stare a piangere eran vaghe…”

Nel marzo del settantasette era sparito dalla circolazione. Da qualche settimana nessuno l’aveva più visto. Era strano, era come se fosse sparito il bancone del bar, ma nessuno si chiese il perché di quella prolungata assenza. Solo io me ne preoccupai e pensai  a una complicazione del suo male oscuro. Tornai a cercarlo per tutto il mese, ma niente: intorno al tavolo del tressette il più alto degli spettatori misurava un metro e sessantacinque. 

Dopo qualche tempo smisi di andare da Colobra. Senza il gigante, le carte mi sembravano il gioco più noioso del mondo e l’odore delle nazionali senza filtro una nauseabonda tortura.

A malincuore mi rassegnai all’idea di non incontrarlo più.

Poi, un giorno, in una delle mie solitarie passeggiate in campagna, vicino alla strada che portava al fiume, lo vidi da lontano. Era intento a scrivere su piccoli fogli di carta e a nascondere quelle composizioni sotto i sassi di un viottolo più a valle. Ogni tanto sollevava lo sguardo al cielo e si martellava la testa di pugni.  Non mi avvicinai, rimasi nascosto dietro una quercia e, quando lo vidi andar via, aspettai per un buon quarto d’ora prima di raggiungere il suo percorso segreto.

Ne aveva scritto a decine di quei biglietti: erano tutti messaggi d’amore.

Aveva preso piccole parti del quinto canto dell’Inferno e con una grafia elementare le aveva dedicate a Michela Pintore.

 “Farò come colui che piange e dice” c’era scritto nell’ultimo che lessi. E  sotto, a stampatello, A MICHELA.

Dunque Mario era innamorato e chissà per quanto tempo aveva coltivato in segreto la sua passione per la donna più bella di Sunis, la più corteggiata, la più sfuggente.

Me lo chiedevo, mentre rimettevo a posto i pezzetti di carta. E mi domandavo come mai Mario avesse deciso di abbandonare al caso quella sua confessione, come un naufrago che lascia alle onde un messaggio nella bottiglia. Che significato aveva quella dichiarazione d’amore affidata alla terra e alle pietre?

Lo capii qualche giorno più tardi, quando mi arrivò la notizia che Michela Pintore aveva ceduto alle lusinghe di Sebastiano Salaris, il ricco proprietario terriero che aveva passato la vita ad accumulare ricchezza e che improvvisamente  aveva deciso di sposarsi.

Lo compresi ancora meglio una settimana dopo, quando in un baleno si diffuse per tutta Sunis la voce della tragedia.

 

L’aveva trovato la madre, dentro la stanzetta dove dormiva. Con le mani insanguinate, con il cranio spaccato, con un ciuffo di capelli ancora attaccato ad uno spigolo del letto.

Tutti dissero che la pazzia prima o poi lo avrebbe ucciso.

Io pensai che “Carnera” aveva finalmente liberato quella rabbia che per troppi anni gli aveva offeso il cervello, quel tormento doloroso nella testa.

Quella bufera infernal che mai non resta.