Archive for ottobre 2014

I fratelli Neshov

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La saga famigliare in riva al fiordo umanizza i maiali

Anche un sentimentale con i suini tra i tipi narrati da Anne B. Ragde

Romanzo di mezzo tra il notevole La casa delle bugie e il terzo volume di cui attendiamo con molta curiosità l’uscita, I fratelli Neshov (Neri Pozza, 301 pagine, 18 euro, traduzione di Eva Kampmann) della norvegese Anne B. Ragde, ci porta nella terra natale dell’autrice, nella fattoria Neshov, subito attratti dallo scarno, prosciugato lessico della scrittrice assai prolifica, ormai impostasi all’attenzione internazionale, pronto a invogliarci all’insolita lettura. Qui incontriamo Torunn Breiseth, come ha sempre creduto di chiamarsi la protagonista femminile, prima di venire a conoscenza di essere una Neshov, figlia di Tor e di Cissi, concepita in un giorno di libertà del padre, durante il servizio militare.
La suocera mancata non dimostrò certo umanità nei confronti della sventurata ragazza madre. Ma poiché nessuno di noi, generoso o egoista, è eterno, l’ingenerosa passò a miglior vita, proprio quando la figlia tardivamente riconosciuta, era giunta alla fattoria, a incontrare un padre sconosciuto e gli altrettanto ignoti zii, quasi suoi coetanei, Margido ed Erlend. L’ironia della scrittrice è irresistibile quando ci racconta dei sensi di colpa di Margido, incappato in un’involontaria storia erotica, bigotto impresario di pompe funebri, arricchitosi sul dolore altrui.
Erlend vive, in Danimarca, innamoratissimo, una storia omosessuale che turba tutta la conservatrice famiglia, piuttosto omofoba, a eccezione di Torunn, molto più evoluta ed al passo coi tempi.
Cuore del romanzo è la fattoria, così caratteristica, a picco sul fiordo, con le pareti tinteggiate di verde chiaro e le finestre ricoperte di fiori di gelo che disegnano cerchi e delicati motivi di un bianco abbagliante, contro i mattini invernali, visibili all’esterno. Sì, la fattoria, col suo allevamento di suini, capace di rendere felice Tor, solo quando entra nella porcilaia a dialogo stretto coi suoi animali, di cui conosce forza e debolezze, gusti e preferenze. Quando parla delle varie stranezze dei maiali, delle marachelle che combinano i porcellini, di figliate numerose e di tabelle di crescita, la sua voce cambia intonazione e il suo sguardo sembra che rimiri un’innamorata. E ancora proprio dalla fattoria sembra sgorgare il dramma delle origini, quella voce del sangue, tra fratelli così spaiati e diversi. che offre l’estro ad Anne B. Ragde di riflettere sulle loro incomprensioni, i loro silenzi, sottolineando la complessità dei caratteri, mettendo a nudo gli umani timori dei fratelli. Tutte le loro sofferenze, dagli assilli di Tor alla gravità di Margido con quel suo appuntamento galante, alle prospettive di Erlend di paternità eterologa, fino alle «responsabilità autoimposte» di Torunn, la nipote prediletta, tutti i momenti dolorosi e difficili, non escono all’improvviso, come il coniglio dal cilindro del prestigiatore, ma hanno un iter lento e tortuoso, un procedere strisciante e molto coinvolgente, tale da acuire la nostra curiosità nei confronti del nuovo volume che completerà l’interessante triade.

Grazia Giordani
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I diabolici

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Noir perfettissimo Solo difetto: il film non è di Hitchcock

«I diabolici»: la tensione alle stelle in un poliziesco senza poliziotti

Il romanzo, pubblicato in Francia nel 1952, continua ad avere fama di capolavoro. Meritato destino per I diabolici, scritto dal duo Pierre Boileau (1906-1989) e Thomas Narcejac (1908-1998), che ora Adelphi ripropone, in procinto di pubblicare altre opere significative dei due autori. In copertina di questa edizione (173 pagine, 16 euro, traduzione di Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco), la tradizionale gabbia grafica dell’Adelphi stavolta esplicita che di un noir si tratta e sul fondo nero spicca l’immagine di una casa spettrale.
Una sorta di interminabile attacco al cuore questo romanzo poliziesco che non ha bisogno di poliziotti per tenere l’occhio del lettore attaccato alla pagina, fino all’imprevedibile epilogo. I protagonisti: lui, lei, l’altra. Fernand Ravinel è un uomo incolore, facilmente subornabile, privo di personalità. Ha sposato Mireille che, dopo qualche anno di matrimonio, ucciderà in combutta con la viriloide amante Lucienne, per fini di lucro. C’è di mezzo un’assicurazione sulla vita. Quello che affascina subito è il clima di suspense che non si esaurisce mai, anzi di pagina in pagina, cresce vorticosamente. Fernand ama veramente la diabolica Lucienne o ne è soltanto soggiogato? Niente è esplicito in questa trama dove tutto viene lasciato intendere, in una inquietante nebbia di dubbiose situazioni in cui sembrano navigare i protagonisti, senza soluzione di continuità. I personaggi stessi sono volutamente nebulosi; ritratti abbozzati da cui è nostro compito cercare di estrarre i nascosti pensieri. Fernand, così ansioso e insicuro; Lucienne con la sua spietata crudeltà e Mireille, morta. O forse no?
Il lettore, sempre più avvolto dal filo dell’ipnotica trama, giungerà coinvolto all’epilogo, dopo essere stato travolto con i personaggi in vagabondaggi per le nebbiose e malinconiche vie di una Francia anni Cinquanta, tra case piccolo borghesi, locali periferici e popolari. La tensione narrativa si fa quasi insopportabile fino alla conclusione di questo noir che vede la morte legata inesorabilmente alla passione (anche se di amore folle qui non si tratta), dove gridano forte le voci dell’interesse economico, della posizione sociale. Un turbine di ripensamenti e di rimorsi avvolgerà Fernand che è in fondo la vera vittima di questa bieca, imperdibile storia.
I diritti cinematografici del romanzo vennero acquistati da Henri Clouzot, battendo Alfred Hitchcock che lo voleva a tutti i costi; il film del 1955 ha per protagonisti Simone Signoret, Véra Clouzot, Paul Meurisse e Charles Vanel. Molti altri registi si sono ispirati e continuano a farlo, alle storie di Boileau – Narcejac che sono stati per oltre quarant’anni campioni del genere e lo hanno rinnovato «innestando sul giallo», dichiararono, «i temi della letteratura fantastica». Con fantastico esito.

Grazia Giordani

La cena

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I FIGLI CHE SBAGLIANO

«La cena» di Herman Koch è un romanzo che tocca la sensibilità: dove possono arrivare l’amore e la protezione dei genitori di fronte a un crimine?

Sembrerebbe una noiosa cena convenzionale, cui non possono sottrarsi i due fratelli Lohman con le reciproche consorti. Teatro dell’azione: un ristorante extralusso in un’Olanda graziata dal benessere. Se quel che sembra rispondesse a verità, ci troveremmo a leggere uno scipito romanzo, invece La cena di Herman Koch (Neri Pozza, 286 pagine, 16 euro, traduzione di Giorgio Testa) è uno dei libri più interessanti che ci è capitato di leggere in questi ultimi tempi. Dentro «le chiacchiere da ascensore», le vuote parole di Serge e Babette – lui politico tutto d’un pezzo a un passo dall’elezione a premier olandese con un programma di estremo rigore, lei dedita a un volontariato di facciata – non tardiamo a sentire in sottofondo aleggiare un fremito sempre più intenso d’inquietudine, man mano che le voci si incrociano con quelle di Paul e Claire, protagonisti principali dell’azione.
Dall’aperitivo alla mancia, sui piatti di portata proposti da un indisponente maÎtre dagli atteggiamenti troppo confidenziali, sembra venirci servito lentamente, molto lentamente, in maniera subliminale, il vero scopo dell’incontro. I figli quindicenni delle due coppie hanno commesso qualcosa di imperdonabile: Michael e Rick hanno picchiato e ucciso una barbona mentre ritiravano i soldi da un bancomat. L’esecrando gesto è finito in rete e i quattro genitori hanno paura per il futuro dei figli e per il loro. Paul si sente responsabile, vede crescere nel figlio il germe della sua stessa violenza. E qui l’autore è veramente maestro nel gioco di continui flashback che inframmezzano la cena. Claire è disposta a proteggere il figlio a ogni costo, nello stesso modo in cui ha protetto Paul, nel corso di tutta la loro vita, con animo materno, quasi anche lui le fosse figlio.
Il romanzo, di pagina in pagina, si tinge dei colori di un raffinato e crudelissimo thriller. E, anche se potrebbe apparire un discorso assurdo, è proprio questa crudeltà a incantarci, perché condotta da Kock con la stessa subdola sapienza che avevamo rilevato, a suo tempo, in un film come Arancia meccanica (e da La cena è stato tratto a sua volta I nostri ragazzi diretto da Ivano De Matteo e presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia con un cast di tutto rispetto: Alessandro Gassman, Giovanna Mezzogiorno, Luigi Lo Cascio, Barbora Bobulova),
UN VENTAGLIO di interrogativi si apre davanti ai nostri occhi. Inevitabile chiedere a noi stessi di che cosa saremmo capaci per proteggere i nostri figli e le persone che ci stanno a cuore. Fin dove può arrivare l’amore e la protezione dei parenti quando un figlio ha commesso un atto criminale, un gesto che potrebbe rovinare per sempre il suo destino?
Koch non esprime giudizi, non condanna, non assolve, sembra un convitato di pietra a quella tragica cena, seduto al fianco dei suoi personaggi, lasciando a noi, in un romanzo con finale a sorpresa, l’amara considerazione che ai giovani basti dimenticare, non parlare delle loro male azioni, come se i fatti non fossero accaduti-
Autore televisivo, giornalista e romanziere, il sessantunenne scrittore olandese, con questo romanzo, silenzioso dramma contemporaneo che sfocia nel raffinato noir, in pochi mesi ha venduto in patria 250 mila copie. E non dubitiamo che riceverà alti consensi anche in Italia, da parte di lettori dal sottile palato.

Grazia Giordani