Archive for marzo 2009

Isola con fantasmi

Si spera che meglio prima che poi si decidano a conferire il Nobel a John Banville, autore irlandese  di finissima penna. Se siete interessati, potete leggere qui notizie sul suo ultimo romanzo, g*

Virgilio Guidi

Giorgio Giordani

Il ritratto
(Riporto qui l’episodio inerente l’autenticazione di un quadro che Virgilio Guidi aveva regalato allo scultore Giorgio Giordani, mio padre, in cambio di una statuetta.)
Trafitta dai remi, riluceva di oro pallido l’acqua del canale, nell’ora di vivido sole pomeridiano. Restammo subito affascinati dal raffinato splendore di quella casa d’artista. Il Maestro – ormai prossimo alla fine dei sui giorni – ci accolse sdraiato nel letto. Accompagnati dalla moglie, eravamo passati prima in un delizioso salotto; dove, con gesto ottocentesco da dama d’altri tempi, la signora aveva tuffato il volto nel fascio di violette che le avevamo portato, pronta a riporle in un’ampia coppa di murano. Sembrava di vivere in una scena da film, di quelle che avrebbero impegnato Luchino Visconti a cercare costumi, mobili e suppellettili con la consueta cura.
Portavamo un quadro del 1929, ritrovato nello studio bolognese di mio padre, che Guidi avrebbe dovuto autenticare, poiché non portava firma. Allora papà scambiava una sua statuetta, con dipinti di amici del suo tempo.
Sopraffatto dai ricordi, il Maestro volle fosse tolta la cornice a quel prezioso dipinto che parve levigare col pollice, cercandovi la voce del passato. Lo annusò, lo coccolò e poi, sul retro, scrisse l’ ” autentica”.
«Ricordo – mi disse – il preciso momento in cui l’ho dipinto. Era un primo pomeriggio d’aprile. Me ne stavo su una barca. Vedi che la prospettiva non è la stessa delle mie solite chiese di S.Giorgio? Ho usato compensato, perché all’epoca non avevo soldi per le tele…»
Nella stanza, oltre a lui c’era la moglie, il suo gallerista, mio marito, nostro figlio dodicenne, preoccupato di rompere il fragile calice da cui cercava di bere («temevo che se mi fosse caduto, avremmo dovuto restar lì per sempre per ripagarglielo» – mi ha confidato in seguito, tornando a casa), il micio Ninì che batteva la zampa esigente sulla scatola dei biscotti, ma la presenza più inquietante era quella del ritratto alla parete. Quella grande tela raffigurava lei, la signora ventenne, vestita di un leve abito candido come l’ampio cappello che le ombreggiava il bel viso.
Col passare delle ore (il Maestro non la smetteva più di ricordare e di abbracciarci, abbandonandosi a una travolgente malinconica gioia!) il volto della dama cambiava colore, lo sguardo si faceva allusivo, l’accennato sorriso si apriva in pienezza.
Il candore della veste si tingeva di un avorio caldo, facendosi dense le trasparenze del tessuto.
Pensavo alla suggestione di un passato che non mi era appartenuto e che ora mi veniva offerto sull’onda del tempo ritrovato, quando fui scossa dalla voce sussurrata all’orecchio da mio figlio: «mamma, pensi che la signora del ritratto ci parlerà, oltre a guardarci in quel modo?»

Adorabili gatti

Un amico gentile mi ha inviato la traduzione di una deliziosa poesia di T.S.Eliot che parla degli animali che più amo al mondo:  gli adorabili gatti.

IL NOME DEI GATTI

Mettere un nome ai gatti è un’impresa difficile,
Non un gioco dei tanti che fate nei giorni di festa;
Potreste dapprima anche pensare che io sia matto da legare
Quando vi dico che un gatto deve avere TRE NOMI DIVERSI.
Prima di tutto, c’è il nome che la famiglia usa ogni giorno,
Come Pietro, Augusto, Alonzo o Giacomo,
Come Vittorio o Gionata, Giorgio o Bill Baley –
Tutti nomi sensati da usare ogni giorno.
Ma se pensate che vi suonino meglio ci sono nomi più fantasiosi,
Alcuni per i signori, altri per le dame:
Come Platone, Admeto, Elettra o Demetrio –
Sempre nomi sensati da usare ogni giorno.
Ma io vi dico che un gatto ha bisogno di un nome che sia particolare,
Caratteristico, insomma, e molto più dignitoso,
Come potrebbe altrimenti tenere la coda diritta,
O mettere in mostra i baffi, o sentirsi orgoglioso?
Nomi di questo tipo posso inventarne mille,
Come Munkustrap, Quaxo o Coricopat,
Come Bombalurina o Jellylorum –
Nomi che non appartengono mai a più di un gatto alla volta.
Ma oltre a questi c’è ancora un nome che manca,
Nome che non potrete mai indovinare;
Nome che nessuna ricerca umana potrà mai scovare –
Ma il GATTO LO SA, anche se mai vorrà confidarlo.
Quando vedete un gatto in profonda meditazione,
La ragione, io vi dico, è sempre la stessa:
La sua mente è perduta in estatica contemplazione
Del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:
Del suo ineffabile effabile
Effineffabile
Profondo e inscrutabile unico Nome.
 

( T. S. Eliot, "Old Possum’s Book of Practical Cats" )

La moglie
Le chiavi le caddero di mano, andandosi a conficcare – maledizione! – proprio nella grata di un tombino. Fu così, chinandosi, che Carla rivide, con un balzo al cuore, quella inconfondibile caviglia di donna, un tempo molto avvenente, con l’età troppo rinsecchita, ma che portava traccia di una bellezza «passata ma non del tutto guasta».
Poteva permettersi una calza grossa, Elodia, e scarpe a tacco tozzo, mantenendo comunque, nel tempo, un’aria inconfondibile di donna che era stata desiderabile.
Indossava un tailleur scuro, niente di speciale, non aveva quasi maquillage, eppure non passava inosservata.
Per Carla era uno strazio ogni volta vederla.
Sensi di colpa e compassione (per lei e per se stessa) le foravano il cuore.
Per lunghi anni era stata l’amante di suo marito, ma adesso che Ermanno era morto, non avrebbero potuto avvicinarsi, parlarne, consolarsi a vicenda come due vedove?
«Hai un bel coraggio!» – le aveva detto un’amica severa di quelle inesorabili che il tradimento lo ammettono solo virtuale, senza abbandonarsi a una passione fisica, senza cedimenti veri della carne vera.
Sì, lei il coraggio, lei, lo avrebbe avuto, di abbracciarla, chiedendole perdono.
«Non sognarti – sempre l’amica – abbi rispetto per il suo umiliato dolore».
Quel giorno, dopo l’episodio delle chiavi, la seguì a distanza.
La vide perdersi tra i banchi del mercato.
Toccare appena una cesta di frutta.
Scegliere un melone.
Aveva ancora nelle narici il profumo del melone consumato con lui, quel giorno in collina, seduti in un piccolo locale all’aperto, sotto una pergola di vite americana. Rivedeva le sue mani aristocratiche separare il grasso del prosciutto, con forchetta e coltello, e risentiva l’ironia distratta della sua voce.
Ecco, ora Elodia entrava dal macellaio con cui parlava sottovoce, acquistando una sola bistecca.
Che tristezza mangiare sola!
La seguì fino al parco, sedendosi lontana.
Due solitudini separate, le loro.
Il mio è il pianto del coccodrillo – pensò Carla – non mi sono mai trattenuta dal recare dolore alle altre donne, bisognosa di conferme, di mettermi sempre a confronto, di prevalere.
Passarono i giorni e Carla si accorse di pedinare quasi quella moglie da lei tradita.
Le parve di rivivere, attraverso lei, il suo amore finito sottoterra.
Ammirava la sua eleganza naturale, senza ostentazioni, il suo dolore composto, rassegnato.
L’aspettava all’angolo anche per delle ore e, a ragionevole distanza, cercava di starle dietro, indovinando le sue mosse.
Una mattina, la vide uscire con passo più rapido del solito, e fare quasi circospetto.
Indossava un abito nuovo e un cappello a larga tesa che ombreggiava lo sguardo grigio perso dentro la raggiera di segni del tempo.
Si diresse verso un caffè del centro.
Sedette a un tavolo esterno.
Un uomo alto, prestante, visibilmente più giovane, la fece accomodare, scostandole la seggiola. Si guardarono teneramente negli occhi. Lui prese la mano di lei fra le sue, ne girò il palmo e vi impresse al centro un bacio lungo, incurante dei passanti.
Carla provò una mortale stretta al cuore.
Ora era lei a sentirsi tradita.(g.g.)

Un racconto grottesco

L’uomo della gru

qui

Ripropongo

Le amiche

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Le spoglie d’Ignazia

qui

E’ un racconto verità che riguarda il ramo materno ragusano delle mia famiglia. Siamo al cadere dell’Ottocento. Ragusa è una cittadina barocca di originale bellezza e anche i suoi abitanti erano piuttosto barocchi, all’epoca, come potrete notare,  se avrete la pazienza di leggermi, g*