Archive for maggio 2008

L’amore adolescente

Ci sono storie d’amore adolescente tanto coinvolgenti da esser lette volentieri anche da chi pensava di aver dimenticato quella lontana età. Ecco qui un esempio…

L’amore

Ci sono storie d’amore che ci prendono nel profondo, costringendoci a sognare, come quella segreta di…

  
    Dietro le pagine di un libro
Penso sia divertente sbirciare dietro le pagine di un libro. Per quanto riguarda il mio Signora a una piazza, pubblicato nel 1995 – per i tipi della rodigina Turismo & Cultura, la stranezza ha avuto origine già dal titolo – che in origine era Donna a una piazza. La “donna” ha qui dovuto prontamente mutarsi in “Signora”, poiché una saggista milanese stava dando alle stampe un suo lavoro nello stesso modo intitolato.
Nel corso degli anni, ne ho vendute talmente tante copie che ora me ne restano meno di pochissime. Le recensioni sono state molto lusinghiere. Le presentazioni persino troppo generose. Ricordo in particolare quella nel più importante caffè letterario europeo, le mitiche “Giubbe Rosse” fiorentine. Conserverò per sempre una lettera dell’amico fraterno Fulvio Tomizza che lo ha apprezzato, esaminandolo in maniera colta e capillare, da par suo, impreziosendolo con il suo generoso esame estetico.
Il libro non è più in commercio.
Non intendo fare ristampe, per questo motivo, per regalargli un ultimo soffio di vita, mantenendo il doppio finale, l’ho postato nel mio blog, in maniera veramente scompigliata, costringendovi a saltabeccare da un capitolo all’altro, troppo frettolosa per togliere tutti i refusi di trascrizione, sperando di non avervi annoiato, fiduciosa nella vostra amichevole pazienza.
Grazia* 
In copertina: "Sogno americano", opera di Franco Romano Lazzari        

CAPITOLO VENTIDUESIMO
 
Ginevra si meravigliò nel vedere uno sconosciuto alla sua porta – anche se sconosciuto del tutto, non era – visto che non tardò ad identificarlo, con l’uomo scuro, quello che compariva e scompariva, ormai da mesi, come un’ossessiva visione.
Contrariamente a Giuseppe, che si era comportato con una "souplesse" britannica, lei lo urlò, invece quel "Guido!", che le uscì dalla bocca, con la forza e l’asprezza di un gioioso singhiozzo.
IL pittore, alla ricerca del suo passato, mormorò frasi , a voce bassa, quasi incomprensibili. Ci fu anche l’abbraccio, come da copione.
Annette e la cameriera, guardavano allibite, non credendo trattarsi di una scena possibile e reale.
 
***
 
Il figlio ritrovato sperava di ricevere in redazione o a casa, una telefonata del padre, con qualche notizia, sul viaggio "alla ricerca di affetti perduti", che anche lui gli aveva consigliato, ma ancora niente: il telefono, a questo proposito, restava muto.
La vita, al giornale, scorreva nel solito tran-tran, a cui si era ormai assuefatto. Non era più un "nerista", ormai gli affidavano pezzi di politica interna, che scriveva senza acrimonia, né faziosità, forse avrebbe potuto essere più incisivo, stigmatizzante, ma, allora non sarebbe stato  l’equilibrato e ragionevole Giuseppe: questa era l’opinione del suo caporedattore.
 
***
 
Entrarono tutti in salotto. Sembrava di vivere in un film, o meglio in una commedia borghese. La trama avrebbe potuto incontrare i gusti di Ugo Betti, insomma di un Pirandello minore, in cui anche il paradosso avesse toni più spenti e dimessi.
Annette salì, discretamente in camera, seguita da Elvira, per disfare il bagaglio. La cameriera cercò di parlarle con i verbi all’infinito; pensava – in questo modo – di rendere  comprensibile, agli orecchi della ragazza, il suo veneto-polesano-quasi italiano, ma era il "quasi" che, decisamente, rovinava l’effetto.
La bella parigina masticava un po’ di italiano, ma poca cosa; il loro dialogo si svolse a gesti, denso di equivoci, come in una farsa senza spettatori, o meglio, in cui gli attori, erano il pubblico di se stessi. Alla fine, le due donne scoppiarono a ridere e rinunciarono a comunicarsi le reciproche congetture sull’uomo enigmatico, che apriva loro nuove luci, sul passato della riservata "signora Ginevra" o della materna e candida "tante Ginny", come rispettivamente pensavano lei fosse.
 
 
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"Erano mesi che avevo la sensazione di vederti: la prima volta è stato in Vangadizza, sulle prime non ti avevo riconosciuto, ho avuto grandi incertezze. Nuovamente ho avuto la sensazione che fossi tu, addirittura che mi spiassi attraverso la vetrata del solarium, mentre scriv…."
Guido non la lasciò finire il discorso, e cadendo letteralmente dalle nuvole, rispose: "Com’è possibile, se sono arrivato a Badia da pochi giorni? Alloggio in un agriturismo, a poca distanza da casa tua, puoi controllare, e mio figlio Giuseppe è testimone  del fatto che sono in Italia da due settimane soltanto".
"Testimone? – Non siamo mica in tribunale; credo alla tua parola, anche se in passato, mi hai raccontato tante bugie, ma lasciami dire che sono veramente trasecolata. Avrei giurato che fossi tu, mi apparivi vestito come sei adesso, avevi lo stesso sguardo, lo stesso modo di muoverti, e, una volta sei sceso dalla stessa automobile. Mi sono messa addirittura a scrivere un romanzo, rivedendoti. Ho scritto una storia piena di livore, di amore rancoroso, dove tu sei il protagonista maschile, anche se Luigi-Chiodo e Pietro hanno una loro parte importante.
"Come si può spiegare un simile fenomeno? Come può essere un’anticipazione paraspicologica di un fatto che è poi veramente avvenuto?"
"A me non importa dare una spiegazione logica e razionale a tutto questo, può darsi che, nel tuo subconscio tu desiderassi rivedermi e che ti sia liberata dall’odio d’amore, scrivendo di noi. Può essere che io abbia un sosia, oppure che il mio senso di colpa nei tuoi confronti, si sia materializzato in un mio ‘doppio’ ".
"Ma che importa? Quello che conta è che adesso io sono qui con te, con la speranza di essere perdonato e di poterti presentare il mio Giuseppe, un ragazzo meraviglioso, anche perché non mi somiglia. Sai che ha vinto un premio intitolato al povero Luigi Furlan? Vorrrei proprio sapere com’è morto, quel bravo giornalista. Tu conosci la sua storia?"
Ginevra negò di conoscerla, scuotendo vagamente la testa. Non voleva profanare la memoria di Luigi, Guido non avrebbe capito – temette – e, peggio ancora, avrebbe potuto cogliere un lato boccaccesco, in un fatto tanto doloroso.
Prima che Guido le facesse altre domande, le eluse parlandogli di Pietro, della loro spirituale amicizia e della deliziosa Annette.
 
 
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Giuseppe era preoccupato, perché suo padre – contravvenendo alla formale promessa – non aveva dato ancora notizie di sé. Decise di approfittare della giornata di "corta" in redazione, per fare una capatina a Badia. Conosceva nome e cognome della donna tanto decantata dal padre, se era ancora in vita, non gli sarebbe stato dunque difficile rintracciarla.
"Magari sarà sposata, vedova e nonna – pensò – mio padre ha uno strano concetto del tempo e delle opportunità. Abbandona madre e figlio, ritorna, chiede scusa, trova un figlio un po’ ‘maccherone’, come il sottoscritto che non gli serba rancore, ma non sono mica tutte così le persone, a questo mondo. Può darsi che la sua Ginevra, se esiste ancora e se abita sempre a Badia, non abbia nessuna intenzione di ‘assolverlo’ dalle sue colpe".
Mentre faceva queste congetture, Giuseppe guidava con prudenza, attento alla segnaletica stradale. Il Polesine, addormentato sotto la neve, gli piacque: si respirava serenità, in questa terra.
Parcheggiò l’auto in una piazza alberata, trovò la casa dei Valmarana, nel punto in cui via degli Estensi confluisce in via S.Rocco, e – passando – fu colpito dall’abside della Vangadizza, con le sporgenze orlate di neve: sembrava entrata dentro un libro di favole.
Fu Annette in persona ad aprirgli la porta.
 
                                  *********
 
Guido accolse il figlio con quell’abbraccio che non aveva saputo dargli al primo incontro e, pieno di orgoglio, lo presentò a GInevra e Annette.
Elvira origliava, sempre più incredula: dopo decenni di monotonia, in quella casa non era mai successo niente di nuovo, e adesso si sgranavano sotto i suoi occhi, avvenimenti più interessanti di una telenovela, di quelle che lei seguiva assiduamente, ingorda di puntate, in TV 
 
                                 ***
 
Guido volle notizie più dettagliate sul romanzo e, con una ricaduta nel suo proverbiale protagonismo, chiese di leggerlo, soprattutto per sapere cosa si diceva di lui; Ginevra acconsentì, a malincuore.
L’indomani, il suo ex amore tornò da lei, tutto contrito.
"Davvero vorrai pubblicarlo post mortem? Non pensi a quelli che verranno dopo di noi? Non pensi all’opinione di Giuseppe e di Annette? Mi sembra che i due ragazzi stiano legando, stiano diventando amici, ci sia un forte feeling, tra di loro".
Ginevra non rispose. Si alzò rapidamente dalla poltrona, estrasse il dischetto del suo romanzo, dallo stipo in cui lo aveva riposto, e, unendolo ai fogli che aveva dati in lettura a Guido, glielo consegnò.
"Fanne l’uso che vuoi – gli disse – ormai non mi interessa più. Scusa se mi congedo cosý bruscamente da te, ma sono troppo stanca. Adesso ho soltanto un desiderio urgente di coricarmi nel mio letto, fortunatamente ‘a una piazza’ ".
 
 
                           SECONDO FINALE
 
Guido chiese a Ginevra di leggere il suo romanzo, era molto curioso di sapere com’era stato trattato dalla sua ex fiamma. La nostra scrittrice gli promise di darglielo in visione, il giorno seguente.
L’indomani seppellì nel parco, sotto la neve, dischetto e manoscritto e a Guido che insisteva per leggerlo, disse ridendo: "Ma è tutto uno scherzo, io non ho scritto nulla, e se lo avessi fatto certamente l’avrebbe portato con sé il fantasma che ti somiglia".
 
                                            FINE
GRAZIA GIORDANI                                            
                                  

CAPITOLO VENTUNESIMO

 

Annette era in grande effervescenza per il viaggio che si preparava a fare, in Italia, dove non si sarebbe limitata a godere della compagnia di "tante Ginny", ma avrebbe anche approfittato, per coronare il suo sogno di visitare la capitale dell’arte, secondo l’opinione che si era formata dai discorsi del padre e dalle letture fatte.

Pietro sapeva di essere ingiusto, e troppo oppressivo ed incombente con la figlia, ma non riusciva a vincersi. Madeleine gorgheggiava raccomandazioni e riempiva fino all’inverosimile i bagagli di Annette, di vestiti che non avrebbe mai indossato, a meno che non avesse deciso di cambiare toilette tre volte al giorno.

                                      *******

Guido non ricordava quasi niente di Badia, e se ne rese conto, scendendo dalla piccola e maneggevole Y10, che aveva noleggiato a Bologna.

Nella piccola città di provincia, si respirava un’atmosfera di pace operosa. Ritrovò l’emblematica Abbazia della Vangadizza, che Ginevra gli aveva fatto visitare, e gli parve che il "fascino romantico dei ruderi" fosse aumentato, con il procedere dell’insulto del tempo. Ancora non voleva prendere notizie precise, temeva le delusioni; era tempo adesso di "respirare" il luogo, preparare la cornice, per quello che avrebbe potuto essere il suo quadro di vita migliore.

"Sono un vecchio arricchito, ormai più piantatore che pittore, ho perso radici, ritrovato un figlio, chissà se in questo angolo di mondo, potrò recuperare affetti, sanare ferite, ritrovare persino la mia lingua, visto che ho – in parte – scordato l’italiano; certo, per quest’ultima aspettativa, sarebbe più indicata Firenze…."

Trovò sistemazione alle "Clementine", in un simpatico agriturismo, a pochi chilometri dal centro; lo alloggiarono in una stanza, arredata con mobili dell’ottocento, collocata al piano superiore di una villa liberty, ristrutturata con molto buon gusto.

Mangiò piatti polesani, che aveva dimenticato, con gli occhi rivolti all’ardente lingua di fiamma, che lambiva, avida, la legna nel camino.

 

***

 

Badia, sotto la neve, dormiva un sonno candido: sembrava di essere dentro una letterina di Natale, di quelle con le illustrazioni, che le amiche di Ginevra scrivevano ai genitori, con promesse da marinaio. Da lei non era mai stato preteso niente di simile, i suoi erano avulsi da ogni forma di retorica e di sentimentalismo; a suo tempo lei li aveva ritenuti privi anche di sentimenti, ma abbiamo visto che aveva poi avuto un tardivo ripensamento.

Tra qualche minuto, sarebbe andata a Rovigo, in taxi, a ricevere Annette. Aveva controllato più volte che tutto fosse in ordine; nella camera che dava sul parco, fece aggiungere una poltroncina e un tavolino, per reggere un televisore portatile e un apparecchio telefonico, mise e tolse e rimise un vaso di fiori. Stava uscendo dal suo torpore di vecchia signora, era elettrizzata e non vedeva l’ora di riabbracciare la bella "figlioccia."

 

***

Guido suonò alla porta di casa Valmarana, talmente commosso e insicuro, che credeva di morire; aveva la vista annebbiata e il cuore che batteva a martello. Era molto più emozionato di quando si era fatto riconoscere da Giuseppe, poiché – già nel corso della telefonata – aveva sentito nel figlio una grande calma e, stranamente,  buona disposizione nei suoi confronti. Certo, l’incontro non era avvenuto con l’abbraccio classico e il "padre mio, figlio mio", urlato con enfasi filodrammatica, che ci si potrebbe aspettare, in casi simili, eppure Guido aveva avvertito subito che Giuseppe non gli era ostile.

In paese, nel bar centrale, gli avevano detto che i genitori Valmarana erano morti e che la "signora", la nominavano cosý – senza aggiungere il nome di battesimo – ormai viveva molto ritirata, sola, con il personale di servizio, senza dare confidenza alla gente del posto e che ormai non si dedicava più ai grandi viaggi; qualcuno diceva che avesse scritto o stesse scrivendo qualcosa, che poteva essere un romanzo. La cameriera l’aveva vista seduta, per ore davanti alla tastiera del computer, ma tutto restava dentro la macchina, non si era visto mai niente di stampato.

"Non si è mai sposata?"

"Certamente non le sono mai piaciuti gli uomini" – fu la saccente e disinformata risposta, del padrone del bar.

 

***

 

La cameriera si meravigliò molto nel vedere l’anziano signore, al cancello. Lo squadrò con grande curiosità, visto che le visite, in casa Valmarana, erano un  fatto più unico che raro.

Sotto la tesa del cappello, spiccava un volto molto abbronzato, segnato dal tempo, ma piacevole, lo sguardo era ironico, il sorriso accattivante.

"La signora non c’è, è andata a Rovigo"

"Tornerà tardi?"

Nel pronunciare quest’ultima frase, si voltò, distratto dal rumore di uno sportello sbattuto, con forza.                            

                         

 

CAPITOLO VENTESIMO

Guido era riuscito a vendere la grande fattoria e le due residenze, acquistate negli anni, con rapidità inversamente proporzionale a quella della loro costruzione. Lasciò la Florida , senza rimpianti e senza salutare nessuno, in perfetta sintonia con il suo passato credo di vita. Ripensava spesso, in quegli ultimi giorni, al figlio illegittimo che non aveva potuto riconoscere, dopo il matrimonio della modella con il vecchio e – dopo aver visto le locandine del film con la Garbo – anche l’immagine di Ginevra era tornata insistente, nel suo animo; aveva dei flash improvvisi, delle nostalgie che non sarebbero state "da lui", in sintonia con il suo naturale egoismo e che – quindi – gli procuravano meraviglia.

Il viaggio in aereo gli sembrò eterno, anche se, per buona parte lo affrontò dormendo e assentandosi da tutto.

Si fermò due giorni a Roma, senza fare giri particolari: avrebbe potuto essere a Gallarate, Londra o Timbuctù, e sarebbe stata circa la stessa cosa, perché restò quasi sempre chiuso nella sua stanza, come se dovesse smaltire una sbornia.

Il treno sfrecciava rapido, sotto le gallerie, creando sbalzi di luce-ombra che lo sconcertavano, procurandogli una sensazione di "spiazzamento", come se stesse per perdere l’equilibrio, in bilico nel vuoto.

                                    ***

Ginevra era scesa a Venezia, dall’aereo. La nebbia aveva reso difficoltoso l’atterraggio, era una brutta mattina d’inverno, di quelle in cui cielo e laguna diventano un molle corpo unico, quasi indistinto e fumoso.

"Mangio un boccone e riparto per Badia – decise – ho voglia di solitudine e comfort casalinghi: non mi ero mai sentita così vecchia e abbarbicata alle abitudini".

Dopo Parigi, anche Venezia aveva perso fascino ai suoi occhi, provava la sensazione di non aver più niente da scoprire, come se fosse arrivata al capolinea di una lunga corsa in autobus, una corsa che l’aveva lasciata spossata.

Pensava già al Natale, alla visita di Annette a casa sua, ed era divisa tra la gioia di vivere un po’ accanto all’amata "figlioccia", e il timore dello  scombussolamento che avrebbe potuto portare un’ospite – seppur gradita – alle sue incallite abitudini.

 

                                    *********

 

Da qualche giorno Giuseppe era entrato, come praticante al "Carlino"della sua città.

La vita di redazione, all’inizio, lo aveva intimidito: gli scherzi dei colleghi erano spesso sciocchi e, qualche volta, spietati, Vigeva un arrivismo senza esclusione di colpi.

Gli affidarono la "nera", come spesso si fa con i pivelli, raccontandogli aneddoti esilaranti sulle vicende di un suo predecessore che avrebbe fatto quei servizi in "frack", o meglio interrogando carabinieri e polizia, come se fosse un discendente di Monsignor della Casa, incaricato di diffondere il "bon ton", e le regole del saper vivere.

Il giovane ascoltava, prudente, cercava di non lasciarsi coinvolgere negli schieramenti interni, era cortese, senza essere servile, e – soprattutto – lavorava con impegno, assiduo, senza spocchia. Forse gli mancava un po’ di allegria, dello spirito scanzonato del padre, non brillava per senso del comico, ma era un ragazzo affidabile e leale, dotato di un aspetto atletico e di un’espressione aperta, che faceva nascere sentimenti di fiducia, in chi lo avvicinava.

Vinse il premio intitolato a Luigi Furlan, proprio mentre era "praticante", e furono gli eredi indiretti del giornalista, morto tra le braccia di Ginevra, a consegnargli il danaro e la targa d’argento. 

                                   *********

 

Guido ebbe la sensazione di non riconoscere quasi la sua Bologna. La casa in cui aveva abitato da ragazzo, in via Mezzofanti, conservava la stessa tinteggiatura, tono su tono, nocciola e marrone, ma i negozi intorno, avevano cambiato volto e proprietari: non c’era più nessuno che lo potesse riconoscere e con cui potesse scambiare due chiacchiere.

Si sentì straniero a casa sua. Lo studio in via Lame era diventato un magazzino di pellami, maleodorante e disordinato.

"Dove sarà mai finito il sofà degli amori?"

Non poteva rivolgere la domanda ad altri che a se stesso, poiché non era rimasto nessuno dei suoi tempi, e, anche il bar all’angolo aveva chiuso.

Cercò in una guida telefonica il nome del figlio, nel voltare le pagine si accorse che gli tremavano le mani.

Giuseppe accettò di incontrarlo, apparentemente senza emozione.

Presero posto al tavolo di un piccolo ristorante del centro, con grande imbarazzo da ambo le parti.

La conversazione, sulle prime, fu stentata, partì come un motore ingolfato, che non riesce ad avviarsi, ma fu la semplicità di Giuseppe a sciogliere i nodi di pietra dentro l’animo del padre naturale. Guido si sentì all’ improvviso orgoglioso di essere padre di quel figlio, che gli rassomigliava cosý poco, nel carattere e nel credo di vita.

Non aveva il coraggio di domandargli ospitalità, ma fu il giovane stesso a offrirgliela, come se il rancore –  qualora ne avesse mai provato – si fosse vanificato del tutto.

Dopo qualche giorno, Guido sentì la necessità di raccontare, a quel figlio cosý maturo e sereno, anche di Ginevra, di come l’aveva umiliata, di come era stato ingiusto con lei. "

"Con tua madre non posso più riparare, ma con quella donna della mia guovinezza, vorrei almeno scusarmi, se vive ancora, e se è sempre in Italia, nel suo Polesine".

"Perché non lo fai?" – fu la laconica risposta del ragazzo.                              .

CAPITOLO DICIANNOVESIMO
 
Scese dall’aereo, abbagliata da un fulgente sole invernale, di quelli che tramontano presto, ma illuminano il mondo di una luce disarmante, perché insolita, in quella stagione. La vecchia scrittrice da anni non si recava a Parigi, un po’ perché la scrittura del suo romanzo l’aveva profondamente coinvolta e riempita di ripensamenti, – tanto che il dischetto dormiva ancora, chiuso a chiave dentro uno stipo – molto perché si era impigrita: il mattino dormiva fino a tardi, contravvenendo alle sue abitudini, per recuperare le notti insonni, e moltissimo a causa del suo tardivo maggior attaccamento alla casa, fatto – questo – veramente insolito, per lei.
Ad attenderla c’era Pietro, molto ingrigito ed ingrassato per la vita sedentaria, visto che non amava troppo allontanarsi dai comfort parigini, attaccatissimo come era al suo lavoro, geloso della bellissima figlia, e vezzeggiato da pochi, ma affezionati amici, grandi giocatori di scacchi, ed estimatori della buona cucina. Unico neo forse, a voler essere proprio difficili, la leggera noia che gli procurava Madeleine, cosý fatua ed inconsistente, ma buona ragazza, in fondo.
Ginevra si accomodò a fianco del suo premuroso amico, sul sedile di un’utilitaria molto scattante. Raggiungere la bella casa degli Argenti, fu quasi un piccolo viaggio, intervallato da semafori, curve, sensi vietati improvvisi e da squillanti "merde", di qualche francese che dava segno di non approvare la guida dell’anziano pilota.
Madeleine accolse l’ospite con una cordialità un po’ affettata e sorrisetti d’occasione, contrariamente ad Annette, che aveva un forte attaccamento per la "tante Ginny", come chiamava la quasi parente.
L’ appetito dell’ospite, ormai toccato dagli anni, fu stuzzicato da antipasti di pesce, serviti in deliziosi piattini di Limoges, in tinta con la preziosa tovaglia di lino rosa tenue. La "soupe" eccellente, ebbe come seguito, crêpes salate e dolci, che Ginevra non riuscì a mangiare, poiché ormai la sua alimentazione era diventata più che ridotta, anche questo, per effetto dell’età.
La cameriera serviva in maniera impeccabile, raffreddando la conversazione dei commensali, con il suo "presenzialismo" un po’ troppo assiduo e perfetto. Ginevra faceva un raffronto mentale con l’Elvira di casa sua, a Badia, che parlava costantemente in dialetto, non sapeva niente delle "soupe", ma piuttosto chiamava da sempre "grassini" i grissini, certa di essere nel giusto.
"In fondo è più simpatica lei, di questa spocchiosetta parigina, in sintonia con madame," – fu la poco generosa considerazione della badiese a Parigi. Qualche giorno di permanenza, le mise addosso una gran voglia di ritornare nel verde silenzio del suo parco, al soffice abbraccio della sua poltrona in salotto, proprio vicino alla finestra, ai suoi libri da leggere, alla sua musica da ascoltare, al suo tran-tran di donna sola, che apparteneva molto a stessa.
Con grande fatica, riuscì a persuadere Pietro a mandarle in Italia Annette, per le feste di Natale; in questo modo avrebbe fatto felice la ragazza, offrendole l’opportunità di conoscere luoghi tanto vagheggiati e avrebbe concesso a se stessa la compagnia di una giovane, che amava pi¨ di una parente e che riteneva di nominare sua erede universale; anche di questo avrebbe dovuto parlare con il notaio, ed era una visita che rinviava da tempo.
Dato l’inverno mite e il perdurare delle giornate piene di sole, Pietro propose di condurre, la domenica successiva, l’ospite a Neully-sur-Seine, per gustare il paesaggio dolce e un pranzetto appetitoso, anche se il dentista si diceva deluso, nel constatare che l’amica fosse diventata così spartana e sobria, nelle sue nuove abitudini alimentari.
Da parte sua, Ginevra era invece delusa nel vedere tanto imborghesito, un uomo intelligente e di talento.
"Effetto del matrimonio" – era la sua laconica sentenza, di donna non gelosa dell’uomo, ma del fatto che le aveva preferito una donna meno dotata di lei in tutti i sensi, e che poteva vantare – per unica maggiore attrattiva – quella della minore età.
Madeleine, nel tavolo del piccolo ristorante in riva alla Senna, le era proprio seduta di fronte e la nostra severa scrittrice poteva studiarla, in tutti i particolari, notando la grazia parigina del suo bel visetto: occhi grandi e ammiccanti, nasino retroussé, come da manuale, pelle ancora abbastanza liscia, capelli bene acconciati, eppure mancava qualcosa, oppure c’era qualcosa di troppo; per esempio quel "quatte", pronunciato al posto di "quatre" , denunciava l’origine popolana e il mignolo alzato, nel sorbire la tazzina di caffè, completava l’opera, agli occhi ipercritici di Ginevra che, in Annette, non trovava niente di tutto questo.
La giovane vestiva infatti con tranquilla eleganza – uno stile sobrio e asciutto che poteva assomigliare a quello della scrittrice – usava una colonia secca, contrapposta allo sfarzoso "Mille" di Madeleine, che dicono Patou avesse creato per Jackie Kennedy, non aveva mossette studiate, parlava con naturalezza e si muoveva con levità piacevole, derivatale dai suoi studi di danza.
Prima di fare ritorno in Italia, Ginevra volle fare un giro turistico per la città, fingendo di visitarla per la prima volta, per rigustare la gioia del "già visto". Entrando in "Notre-Dame", ebbe l’illusione di essere colpita da un bagno di luce, diffusa dai tre magici rosoni: questo incanto le diede ebbrezza, ed ebbe la sensazione che Annette provasse lo stesso "sentimento", all’unisono, con lei.
Place de la Concorde e Place Vendome le apparvero più grandi che in passato, o era lei che stava rimpicciolendo? La Torre Saint-Jacques le procurò il solito brivido, causato dal fatto che la associava a pensieri di mistero; si soffermò a lungo nella Sainte Chappelle. All’uscita, il vento forte fece volare i suoi capelli, ormai completamente bianchi.
"Qualche volta sarebbe bene imitare Madeleine e avere una cura minuziosamente attenta al proprio look, rise fra sé".
Si sentiva affaticata, era tempo di salutare Parigi.