Archive for giugno 2011

Parto per le mie consuete vacanze marinare, portandovi tutti nel cuore. Abbraccio.
grazia
 

 

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«L'esatta melodia dell'aria», storia di voci e armonie ROMANZO. Avventure di un evirato cantore
«Il profumo» fu il libro dell'olfatto questo di Harvell lo è dell'udito

10/06/2011

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Chi ha apprezzato Il Profumo di Patrik Süskind del 1985, bestseller tradotto in più di 20 lingue, farà un parallelo con L'esatta melodia dell'aria (Editrice Nord, 407 pagine, 18,60 euro, tradotto da Alessandro Storti) dell'americano Richard Harvell. L'inevitabile analogia si basa sulla constatazione che mentre Il Profumo privilegia l'olfatto, il romanzo dell'esordiente Harvell è un inno all'udito e al potere ammaliante dei suoni. Per il protagonista — siamo nella Svizzera dove oggi vive l'autore, ma nel XVIII secolo — il mondo è fatto di voci e suoni. Continue sinestesie permettono fin dall'infanzia al piccolo Moses, nato dentro un campanile da una madre sordomuta, di percepire il mondo che lo attornia in maniera surreale e lontana dalla consuetudine. «Afferra il soffio del vento, e vi sente ciò che noi vediamo nelle onde di un lago: una moltitudine di correnti, caotiche eppure ordinate secondo la legge di Dio. Ama ascoltare gli spifferi tra le fessure del tetto sopra di lui, o le raffiche che frustano gli spigoli della torre, o i refoli che sfarfallano tra i lunghi fili d'erba del prato». Il prete del villaggio cerca di annegare il bambino per cancellare la prova vivente del suo peccato mortale. Moses, nome omen, viene però salvato dalle acque e altre avventure lo attenderanno nell'abbazia di San Gallo, dove saranno sempre i suoni a guidarlo, prima verso il coro della chiesa, di cui entrerà a far parte, poi nella casa di Amalia, ragazza nobile, convinta del potere taumaturgico della splendida voce di Moses. A causa della melodica voce subirà l'evirazione: nel Settecento era consuetudine, pur se stigmatizzata dal Parini. In postfazione al romanzo, l'autore sottolinea, in proposito, come «intorno al 1750, il conte Carlo Eugenio chiamò due medici italiani a Stoccarda, allo scopo di far castrare i ragazzini; la sua corte era l'unico luogo a Nord delle Alpi in cui questa pratica avvenisse in modo sistematico. In Italia l'uso dell'evirazione allo scopo di creare cantanti per i grandi teatri d'Europa proseguì per tutto il XIX secolo, benché l'età dell'oro dei castrati fosse tramontata di pari passo con la crescente preferenza della musica operistica per la voce tenorile. L'ultimo castrato, Alessandro Moreschi, cantò nel coro pontificio sino al 1913».
Se Moses non avesse mantenuto una voce angelica, non avrebbe potuto sostituirsi in maniera fortunosa all'evirato Guadagni, personaggio realmente esistito nella Vienna settecentesca, cantando nell'Orfeo di Gluck. E non avrebbe poi potuto cogliere tanti meritati allori a Venezia, correndo incontro al destino riservato a coloro che possiedono una voce incorruttibile.
Ricche di colpi di scena, alla Dumas, le oltre 400 pagine non annoiano. Scritto in bella prosa d'impianto classico, sostenuto da puntigliose ricerche storiche, il libro è stato subito accolto anche da grandi case editrici di Paesi stranieri; già ci sono contatti con case cinematografiche per tradurre il romanzo in film.

Grazia Giordani 
Pubblicato stamani nei tre quotidiani cui collaboro

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IL GENIO DANNATO 
CLASSICI. Una discesa nel ventre dell'umanità, tra i nuovi Miserabili
Corbaccio pubblica in una nuova traduzione «Viaggio al termine della notte». Gli anni non attenuano la forza innovativa di un libro che cambiò la scrittura 

07/06/2011

 


Zoom Foto Louis-Ferdinand Céline, pseudonimo di Louis-Ferdinand Auguste Destouches (1894 – 1961)
 
Ci sono romanzi la cui fama dura lo spazio di un mattino, altri che continuano ad essere inimitabili evergreen, perché geniali, innovativi, capaci di dare una svolta alla letteratura mondiale. È tra questi Viaggio al temine della notte di Louis-Ferdinand Céline che ora Corbaccio ripropone (575 pagine, 18,60 euro) nell'accurata traduzione di Ernesto Ferrero, attenta al colore gergale e alla sintassi ellittica, volutamente ricca di effetti strabilianti.
Sono passati parecchi decenni dalla prima uscita di questo sconvolgente romanzo, ormai divenuto un classico che non finisce di stupire per la sua modernità.
Il primo editore, il parigino Robert Denoel, ritrovandosi nell'aprile 1932 sul tavolo il manoscritto anonimo di 900 pagine, prese a leggerlo con uno sbalordimento che confinava con l'esaltazione. Identico sentimento si provamo ancora oggi, divisi tra lo sgomento e l'ammirazione per la penna di un uomo che ha il coraggio di immergersi nelle fogne dell'umanità, di sguazzare tra i nuovi Miserabili. Un navigare dentro le anse intestinali dell'umanità, in cui l'autore non cerca solo di comprendere la caduta morale, ma anche di esorcizzarla, quasi con un gesto scaramantico.
IL LIBRO è un affresco delirante dell'umanità, raffigurata nel profondo dai temi più importanti del XX secolo: la guerra, l'industrializzazione (anche Nietzsche aveva stigmatizzato i rischi del tecnicismo), l'impoverimento e l'aridità delle coscienze.
Protagonista è un medico — Bardamu, alter ego dell'autore — che dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale s'imbarca per le colonie francesi, di qui negli Stati Uniti («Figuratevi che era in piedi la loro città assolutamente diritta. New York è una città in piedi. Ma da noi, si sa, sono sdraiate le città, in riva al mare o sui fiumi, si allungano sul paesaggio») e poi nuovamente in Francia, dopo essersi lasciato alle spalle l'amore per la prostituta Molly. Anche in Delitto e castigo di dostoevskijana memoria si incontrano dolcezza e bontà salvifica in una prostituta. Diventa medico dei poveri, il dottore randagio, sempre in viaggio, metaforico e reale. Ed è proprio da questo tratto del romanzo che sgorgano gli episodi più strazianti (la morte del piccolo Bébert) e nel contempo esilaranti, con i grotteschi casi della famiglia Henroille.
La trama autobiografica è un pretesto per le riflessioni sulla vita. Infatti la narrazione è pienamente costellata di aforismi, spesso cinici e nichilisti sul significato contraddittorio del vivere. ‹‹Quando l'odio degli uomini non comporta alcun rischio, la loro stupidità si convince presto, i rischi non arrivano mai da soli»; «Forse è anche l'età che ci sopraggiunge, traditora, e ci annuncia il peggio. Non si ha più molta musica in sé per far ballare la vita, ecco. Tutta la gioventù è già andata a morire in capo al mondo nel silenzio della verità. E dove andar fuori, ve lo chiedo, quando uno non ha più dentro una quantità sufficiente di delirio? La verità è un'agonia che non finisce mai. La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere, morire o mentire. Non ho mai potuto uccidermi, io».
Bardamu-Céline è un grande osservatore, un sognatore e nel contempo un folle e si muove sicuro e strafottente, navigando dentro un destino che lo conduce in un viaggio che bordeggia, insinuante, i limiti della notte, descritto in un lessico parlato del tutto nuovo e inimitabile, sorretto da volute deformazioni e sovrapposizioni gergali in un mix di marca semantica che in nessun altro autore si è più saputo gustare.

Grazia Giordani
pubblicato stamani martedì 7 giugno 2011 in Arena, Bresciaoggi e nel Giornale di Vicenza