Archive for dicembre 2008

 

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Amicizia

"Chi è amico di tutti non è amico di nessuno"

(Arthur Schopenhauer)

Damasco

Nei pomeriggi di questa settimana – alle 18 – la radio terzo canale, nel corso della trasmissione Damasco ci offre la voce di Matteo Collura,  scrittore e giornalista culturale del Corriere della Sera, nonché allievo prediletto di Leonardo Sciascia, che ci parla dei romanzi su cui si è formato. L’incipit è avvenuto ieri con un romanzo singolare che anch’io avevo letto da ragazza. Si tratta di Kon Tiki di T.Heyerdhal, (Martello). Un volume veramente singolare che Collura aveva ricevuto in dono da uno zio, nei suoi anni infantili. Mi ha fatto molto piacere questa bella coincidenza, anche perché Matteo è un caro amico di famiglia di cui ho recensito l’opera omnia. Nella foto (In occasione di una delle mie tante presentazioni del suo saggio Eventi), vediamo da sinistra: l’Autore, mio marito, il presidente dell’ente culturale che ci ha ospitato e la sottoscritta che mostra al pubblico il volume di cui ha parlato. M’incuriosisce sapere di quale romanzo o saggio ci parlerà oggi pomeriggio alle 18.

Le streghe di Eastwick

Molti di voi avranno visto negli anni Ottanta il piacevole film tratto dall’omonimo romanzo di John Updike di cui ora Guanda ci ripropone la prima tranche, in attesa che anche in Italia si possa leggere la seconda parte che in America ed Inghilterra è in vetta alle classifiche. Se siete interessati, leggete qui

Il Teatro

Ho sempre amato il teatro. Quando collaboravo al "Carlino" di Rovigo avevo la chance di intervistare gli attori,  vivendo qualche bel momento al loro fianco. Ieri sera, in una trasmissione delle ore piccole – quando la notte comincia ad avere nostalgia del mattino -, ho rivisto Giorgio Albertazzi con una  ventina di autunni addosso in più, rispetto all’epoca in cui ci hanno fotografati insieme. Eppure, il suo fascino è rimasto immutato, anzi direi, se è possibile, che l’ho sentito più charmant di allora. Brillante, spiritoso, colto nelle citazioni, irresistibile, dotato di quella voce che ti trafigge i desideri, g*

La coppia
Avevano viaggiato sullo stesso aereo senza vedersi. Si erano appena sfiorati, prendendo posto in file parallele. Il dorso della mano di lei aveva toccato, senza avvedersene, la manica del cappotto di lui, lasciando un’orma appena accennata in quella lana di cammello, morbida, senza false pieghe. Con la coda dell’occhio a lui era parso di vedere il lampo rapido di una ciocca di capelli chiari che fremevano per una frazione di secondo nell’aria, come se fossero indipendenti, non appartenendo al capo di nessuna donna.
Scesero ancora senza vedersi. A lei cadde la minuscola valigetta dalla mano guantata di scuro. Lui la raccolse e gliela porse, senza guardarla in volto. Sembrava di essere dentro uno di quei film esistenzialisti francesi dove tutto si svolge al ralenti, innervosendo gli spettatori sinceri e costringendo i falsamente intellettuali a criptici commenti.
Presero taxi separati. Solo nell’androne dell’hotel si guardarono negli occhi. Sedettero istintivamente al tavolo più in ombra, ordinarono un unico drink. Bevve prima lei, poi lui sulla traccia di rossetto lasciata dalla signora nel bordo del bicchiere: bocche sovrapposte per interposto vetro. Vite che promettevano di non sciogliersi mai più.
Che ne sarà stato di loro?
Avranno vissuto il tran tran rassicurante dei loro giorni in un’ordinata villetta a schiera? Lui, giardiniere della domenica. Lei, rossa per il vapore delle pentole in cucina. Genitori di figli ubbidienti. Oppure, genitori adottivi di una bambina di colore.
Chissà?
Il finale stasera è vostro. Resta aperto alla vostra fantasia, quindi è illimitato e flessibile a vostro piacimento di lettori.
Così – in maniera estremamente romantica e dolcemente sensuale lo continuerebbe Isabel49:

S’incamminarono silenziosamente alle loro camere prenotate, non un cenno, non un richiamo. Entrarono in ascensore e giunsero così al piano, mentre muti sguardi trapassavano entrambi. Infilarono le chiavi nella toppa e con grande stupore, si accorsero di avere le stanze adiacenti. Le varcarono, ognuno per proprio conto, mentre il profumo di lei ancora aleggiava nell’aria. Lui stava per chiudere la porta, ma quella fragranza al gelsomino lo inebriava. Si fece coraggio e andò a bussare timidamente alla porta della sua vicina che, come in attesa, gli aprì prontamente. Si guardarono e in un attimo… furono avvinghiati in uno struggente abbraccio.
Alfred 58 ci offre una lettura più ironica e sopra le righe (visitate il  suo blog da cui straripa cultura intelligente):
Non so più dove, forse è saggezza ebraica, ho letto che i cammelli sono gli animali più stupidi perché fanno l’amore con le schiene voltate, mentre i leoni stanno appena più su perché la leonessa volge lo sguardo al leone. Vedo il cammello non il cappotto, e la coda dell’occhio, ciocca di capelli al vento senza volto. Lui non guarda in volto per molto tempo. Poi le labbra si saldano metaforicamente nel bere dallo stesso bicchiere. Non vedo alcun futuro, non vedo figli, non vedo piante tagliate da mano di giardiniere inesperto, non vedo pentole scoperchiate da mani inguantate. Forse è meglio così, avrebbero procreato e adottato degli orfani a vita.
Spiritosa e sintetica l’amica Sara (Grizabella) che speriamo guarita, prevede un epilogo trasgressivo e un po’ birichino:
Che bella questa cosa, Gard…Spero che restino così, come amanti clandestini o spie in incognito… almeno finchè le coliche renali glielo permettono ;))
Dalloways 66 procede sulla linea della difficoltà a "raggiungersi", con la consueta acuta scrittura che già conosciamo dal suo blog:
Gli sguardi che s’incontrano sono rivelatori. Lei scorse negli occhi di lui un dolore che non aveva mai conosciuto prima, lui vide in lei la purezza del cristallo incorruttibile. Il tempo si può fermare in uno sguardo muto, che pure racconta in eterno la vita, i sogni interrotti, le speranze che riaffiorano, l’intenso piacere di due piani che si allineano pur senza raggiungersi, mai…
Argeta, pur apprezzando questo tipo di scrittura multipla, si rammarica per l’esito incompleto di suoi passati esperimenti:
belle le storie a più mani!anch’io le facevo tempo fa, ma nessuno riusciva mai a finirle, uffa!:P
Più birbantello e spregiudicato che mai, Piergiuseppe prevede una conclusione da non far leggere alle Orsoline …
Consumarono un acrobatico doppio coito oro-genitale nei cessi dell’assessorato ai Lavori Pubblici.
Scoperti da Brunetta: i licenziosi furono licenziati.
Visto che la fantasia degli amici si va un po’ raffreddando, immagino che i due personaggi si siano finalmente guardati negli occhi e non si siano piaciuti per niente. Lui era vedovo e avrebbe preferito "carne fresca" (e quale uomo non la vorrebbe?). Lei cominciava a inzitellire e parlava sempre di acciacchi e malattie.
Oppure, un giorno noleggiarono un motoscafo.
Terribile tempesta.
Mare da tregenda.
Travolti dai marosi, finirono tra gli abissi.
Mi rimetto a voi per qualche nuova idea originale, altrimenti, lasciamoli al loro destino.
Però, mi resta una gran curiosità.
A  questo punto la bella Daphnee ci regala addirittura la minitrama di un romanzo, trapunta da colpi di scena:
Lei aprì la sua borsetta nera e nel prendere una piccola agenda fece cadere il suo rosario di madreperla.Lui attirato dal rumore lo raccolse dal pavimento di marmo nero lucido e glielo porse. Gli sguardi si incontrarono..Erano anni che non si vedevano.Tremavano. Era stata una passione sconvolgente che li aveva turbati nell’anima e nel corpo. L’aveva interrotta il destino. Lui l’aveva lasciata dicendole che non l’avrebbe mai dimenticata. Lui, che per lei avrebbe abbandonato la sua vita incasinata ,inquieta ed incosciente, piena di belle donne, denaro e viaggi in tutto il mondo.Lui per salvare suo figlio aveva fatto un voto: se fosse guarito da quel maledetto male avrebbe rinunciato all’unico suo vero Amore. La lasciò così, dicendole della malattia di suo figlio e della sua maledizione:tutto ciò che lui amava, lui distruggeva e non voleva distruggere anche lei. Lei per mesi tenne quel rosario tra le mani…Dopo un anno esatto lui le scrisse della guarigione miracolosa di suo figlio e che era ritornato dalla ex moglie. Non si videro mai più.Ora il destino li aveva riuniti, quel rosario li aveva fatti riconoscere. Lei pianse e lui baciandole le lacrime sulle guance gentili le disse:" Mio fiore di zagara perdonami.."
Orsarossa ci fa viaggiare e battere il cuore,  inebriati,  sull’ala palpitante della sua torrida poesia:

“… lui si avvicinò silenzioso.
(negli occhi il ricordo di un caffè bevuto a Syntagma in un’estate perduta.) lei vide il sangue sul palmo della sua mano, colava da una ferita del polso. i gemelli della camicia slacciati come due ninnoli per addormentare bambini.
come Manto, figlia di Tiresia aveva il dono di predire il futuro ed ebbe la visione della sua Solitudine di sorelle amorevoli che carezzavano la sua fronte poi si persero nell’assenzio.
la testa della medusa volteggiava tra nubi chimiche di piombo… una sanguinante cometa che tracciava un arco perfetto.
la laguna era affamata, come un lungo snodarsi di viscere in movimento. firenze lontana concupiva venezia in un sirtaki ubriaco di pioggia.
rimasero immobili per un tempo lunghissimo
poi s’incamminarono insieme
muovendo identici passi.”
 
Con questo, chiudiamo la scrittura.
Mia madre diceva che "le cose lunghe diventano serpi" e – forse – aveva ragione.
Grazie a tutti voi e buonanotte da
Grazia*
Mi accorgo ora di un precedente contributo di Lefty che usiamo come chiosa finale. Ci sentiamo in compagnia di Thomas Mann e ci riteniamo più che soddisfatti
Le mimose si stavano arruffando, trasudavano polvere gialla, odore di miele e lacrime. Arrivava odore di pesce ovunque che impregnava tutta la chiesa . Acrò Polis brulicante di vita, sommerso da quel fetore di salmastro. Il suo corpo tremava sotto le coperte dopo , aveva sussulti come di malaria, si contorceva con un ritmo che batteva i minuti secondi, come in una danza intorno al fuoco " disegna qualcosa per me ora piccola Garbo ".

Se in questo momento avesse una rosa , e se dovesse masticare le sue carni, sarebbe in grado di sentire il suo rossore. Glielo aveva sempre detto di non andarsene in giro con la testa fra le nuvole, di non sognare di angeli sporchi e caduti, di angeli azzurri avvolti in una nuvola di fumo nero con un cancro tra i capelli di grano spento che corrode il cervello. L’aveva vista infilare le dita magre e bluastre in un sacchetto per l’immondizia, forse cercava ricordi svuotati della sua giovinezza perduta e disperata.

Stormi di uccelli neri volteggiavano sopra Piazza San Marco, in bocca avevano pezzi di carne macinata senza sangue, ultimo lurido pasto prima che il fantasma del colera virtuale si impossessasse di lui, un Von Aschenbach impazzito per i capelli biondi e il viso pallido di un Tadzio lontano, ma vicino nel fluido mentale. Tadzio dai lineamenti efebici, ai suoi occhi incarnava quell’ideale di bellezza eterea cui aveva tentato faticosamente di dare espressione nelle sue creazioni artistiche, le sue ceramiche spezzate, le sue tele squarciate, le sue pagine strappate Come se dal libro aperto scaturisse una dama nera con la lama scintillante e l’afferrasse per portarlo sotto le acque salmastre e putride del Canal Grande.

Death & Venice . Sentiva scendere il sangue… La vide seduta al bar, ne aveva fotografato i gesti… l’angelo azzurro dalle labbra viola. Cerchi di anelli di fumo rompevano l’atmosfera piatta del locale come note vibranti della Terza e della Quinta Sinfonia di Mahler.

Le offrì da bere. Assenzio verde scura come i colori del mare in tempesta, che si estendeva al di là del suo sguardo.La lasciò lì, sola e senza risposte. Non si erano detti niente, parlavano con la mente.

" Cosa ci fai qui? "

Sono l’ombra oscura dei tuoi pensieri. Il grido inascoltato che rompe il tuo silenzio .

"No, non ti voglio ascoltare…..hai scavato dentro di me… mi vuoi rubare l’orgoglio, mi vuoi rubare il dolore, mi vuoi rubare i sapori, mi hai già rubato le parole . "
Adesso, veramente buonanotte, g*

     

     

Inquietudine
Entrarono silenziosamente nella stanza i suoi piedi snelli, calzati da mocassini. Riverberi guizzanti di luce, filtrata dalle imposte mal chiuse della finestra, levigarono il pallore del suo viso. La sua mano, abituata a quella camera, cercò nervosamente l’interruttore. La chiavetta fece clic.
Carte sparse per terra e sul divano d’angolo la meravigliarono subito. Edgardo era ordinato fino alla paranoia e non si sarebbe mai allontanato, lasciando un simile scompiglio alle sue spalle.
Giaceva riverso, quasi nascosto dall’alta spalliera della poltrona, l’uomo con cui era vissuta per troppi anni. Dal ventre della cassaforte spalancata, uscivano altri documenti scomposti.
Questo fu quello che vide, in un susseguirsi di piani cinematografici, e non provò emozione, solo stupore rivolto anche alla sua assenza assoluta di sentimenti.
Aveva patito troppo in passato perché pietà e sofferenza la toccassero oggi.
Si avvicinò.
Sangue rappreso gli lordava la tempia e un rivolo vischioso aveva inzuppato il colletto della camicia. Si specchiò, senza volerlo, nel vassoio d’argento dove il morto, quando era vivo, raccoglieva le sue lussuose Mont Blanc di cui era gelosissimo («la moglie e la stilografica – usava dire – non si prestano mai»; ma lei era certa che avrebbe prestato con meno strazio la prima piuttosto che la seconda) e non si compiacque del suo stesso aspetto: era più morta del morto. Occhi spenti la guardavano indifferenti a se stessa.
E adesso, che fare?
Mentre sollevava la cornetta del telefono, forse per chiamare la polizia, uno sparo improvviso la freddò, secco e inaspettato, lasciandoci impotenti, e in preda a una fredda inquietudine,  ad osservare i due cadaveri.
E mai sapremo i motivi del duplice omicidio.
Ci allontanammo, in un gelida dissolvenza, attenti a non pestare la chiazza rubino scuro sul pavimento.(g.g.)