Archive for dicembre 2014

La lanterna magica di Molotov

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Biblioteca Molotov Lanterna magica che rivela la Russia

Fu inquilina nella casa del gerarca Dai suoi libri rimasti apre universi

Prodigiosa matrioska, La lanterna magica di Molotov (434 pagine, 28 euro), il libro di Rachel Polonsky che Adelphi propone nella traduzione di Valentina Parisi, ci porta dentro la storia della Russia, un colto viaggio letterario-politico con le stigmate di un memoir antitotalitario. L’autrice esplora la «fantasmagoria rivoluzionaria» degli ultimi due secoli russi, attraverso i resti della biblioteca di Vjaceslav Michajlovic Molotov, braccio destro del Padre dei popoli, quello Stalin che per i suoi meriti di burocrate lo definì «culo di piombo». Era affetto, ma per vedere com’era ricambiato, Stalin non esitò a far torturare e deportare la moglie di Molotov, Polina Zemcuiina. Espulso dal Pcus nel 1959, Molotov trascorse il resto dei suoi giorni nell’appartamento moscovita di cui Rachel Polonsky prende in custodia le chiavi agli albori degli anni Novanta. Per noi lettori questa è la fortuna. L’autrice infatti ci immerge nella mole di informazioni, curiosità e aneddoti. Un prezioso mosaico che ricostruisce mondi, con personaggi noti o sconosciuti, da Mosca alla Siberia, dall’era presovietica a quella postsovietica. Un gomitolo di microstorie che si dipana sotto il nostro sguardo e si ritesse nella macrostoria, regalando completezza a quanto già ritenessimo di conoscere.
Le immagini sfocate dalla lanterna magica di Molotov, a lungo il compagno più fidato di Stalin, sono il pretesto, nell’immaginazione della scrittrice, per riportare alla luce luoghi, personaggi, momenti storici dell’Urss. Ecco Nikolai Fedorov, custode della biblioteca Lenin, il Socrate russo che si dice conoscesse il contenuto di tutti i libri di Dostoevskij a memoria. Ecco Alexander Herzen, «il più sorprendente e affascinante tra gli scrittori politici russi dell’ Ottocento» (Isaiah Berlin),, arrestato ed esiliato dal regime zarista come libero pensatore
Il libro fa viaggiare dentro la grande letteratura russa, fa incontrare non solo gli scrittori vissuti negli anni della rivoluzione d’Ottobre, ma anche molti loro padri nobili da Puskin a Dostoevskij, senza trascurare gli eroi della generazione più feroce con i suoi poeti, dalla Cvetaeva alla Achmatova per giungere a Pasternak e a Mandel’stam.
Le immagini proiettate dalla magica lanterna di Molotov sono tappe di un viaggio spazio/temporale che dal passato ci conduce fino all’era Putin con i giornalisti uccisi, i processi agli oppositori, il revival del tradizionalismo ortodosso, con la pretesa di contrapporre una nuova Russia al tramonto dell’Occidente. Man mano che procediamo nella lettura, abbiamo l’impressione di sfogliare dal vivo un volume citato nel testo, di sbirciare una lettera, di entrare dentro storie sentimentali, avvertiamo persino lo sfarfallio della polvere tra i vecchi volumi che l’autrice maneggia, perché siamo con lei, sempre più incuriositi dalle vicende minori e maggiori di queste pagine, sempre più persuasi della fortuna di aver potuto gustare un’opera così insolita e coraggiosa.

Grazia Giordani

Troppo tardi per la verità

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Delitti in editoria Quanti se ne fanno ma questi bene

Ottavo giallo dell’ex giudice Simoni Anche stavolta, risolto al meglio

Con Troppo tardi per la verità (Tea, 264 pagine, 12 euro), Gianni Simoni propone un giallo di piacevolissima lettura. Da anni, ci siamo abituati all’ironica penna dell’ex magistrato, divenuto giallista a tempo pieno. Ci porta, questa volta, nell’avventura che coinvolge l’ex giudice Petri, in un certo senso alter ego dello scrittore, e il commissario Miceli, da poco reintegrato alla Omicidi.
LA TRAMA prende avvio da un incidente mortale sulla strada di una Brescia cupa e piovosa. Sembrerebbe un fatto come tanti, ma non lo è. Verrebbe da pensare a un omicidio colposo, con omissione di soccorso, ma troppi particolari sconcertano il sovrintendente palermitano Salvatore Armiento, dotato di bruno bell’aspetto, figura nuova, quasi un attor giovane pieno di intuito che entrando in scena rinfresca il cast dei personaggi consueti in Simoni.
TANTI PARTICOLARI non quadrano. Il morto, d’aspetto signorile, sotto i cinquant’anni, abiti eleganti, mani curatissime, è privo di documenti. I due testimoni dell’accaduto, ingegner Cancelli e consorte, spariscono subito dalla città per andare a sciare. L’investitore che si era dato alla fuga, come un pirata della strada, pentito, ricompare, munito di avvocato difensore, ma la sua deposizione è contraddittoria rispetto a quella rilasciata dai testimoni e soprattutto nei confronti di quanto sostiene il proprietario di un chiosco, atta a rovesciare completamente i fatti.
Che si tratti di un omicidio premeditato?
Fra contraddittori rovesciamenti di scena e nuovi personaggi che sopraggiungono, le indagini si fanno sempre più aggrovigliate. Indispensabile, come nei romanzi precedenti, l’esperienza di Petri, dotato di un fiuto poliziesco veramente eccezionale a cui Miceli e la commissaria capo Grazia Bruni attingeranno a piene mani.
Ci sarà un secondo incidente d’auto mortale. Altro delitto? Indispensabile scoprire l’identità della prima vittima. Ingegnosa la trovata di effettuare ricerche tra le estetiste bresciane, vista la minuziosa cura delle mani del morto. Simpatiche figure femminili descritte con i loro piccoli tic e le manie. L’autore è grande conoscitore dell’animo umano con le sue cadute e debolezze.
La matassa pare già inestricabile quando spunta un ulteriore, posibile movente: debiti di gioco e sospetti di bancarotta collegati a fatti di adulterio e di gelosia che esige vendetta.
Certo, non possiamo dire di più e in nessun modo anticipare l’epilogo. Altrimenti, che noir sarebbe? Il ritmo incalzante tiene sempre viva la curiosità del lettore. Molto valida la caratterizzazione dei personaggi, sia fisica che interiore, persino delle figure minori. In tutta la sua vasta produzione giallistica Simoni non ha deluso mai. Questo è l’ottavo caso dell’ex giudice Petri e del commissario Miceli, pubblicati dalla Tea, insieme alla serie dedicata alle indagini del commissario Lucchesi.
In queste pagine si fumano un po’ troppe sigarette, ma ben sappiamo che nessuno è perfetto.

Grazia Giordani

Hotel del ritorno alla natura

Georges Simenon a tinte forti nelle Galapagos

Spesso abbiamo constatato come piaccia anche a Georges Simenon, al pari di Somerset Maugham, il clima delle torbide atmosfere esotiche (cfr Cargo, Colpo di luna) e la stessa atmosfera ritroviamo nell’ Hotel del ritorno (pp.163, euro 10) che Adelphi – intento a curarne l’opera omnia, ci propone ora nella bella traduzione di Giandonato Crico.

Scritto a Papeete nel 1935, ma apparso a stampa solo nel 1938, il romanzo è la fantasiosa rielaborazione di una vicenda che aveva fatto enorme scalpore, tanto che Simenon stesso, durante il suo soggiorno nelle Galàpagos, si era divertito a redigere per “Paris soir” una serie di articoli a tinte forti in cui parlava delle avventure di un gruppo di europei capeggiati da un certa baronessa de Wagner, che avevano deciso di ‹‹tagliare i ponti con la civiltà››, morti, in seguito, in circostanze misteriose.

I personaggi, rielaborati dall’inventiva dell’autore, sono piuttosto singolari, In primis il professor Muller che decide di ritirarsi dal mondo civile, riavvicinandosi alla natura, al fine di estraniarsi da tutto per scrivere il suo libro. Quale luogo più adatto della piccola isoletta di Floreana nelle Galàpagos, accompagnato da Rita sua assistente ed allieva ? La pace dei due è ben presto interrotta dall’arrivo della famiglia Herrmann che il professore tollera a malapena sempre più trincerandosi nel suo culto della privacy spinta ad un ridicolo eccesso anche nei confronti di Rita a cui non è concessa nessuna intimità, sebbene vivano e dormano fianco a fianco, divisi da un ridicolo tramezzo.

A scombussolare il tran tran dell’isola, arriva la vulcanica contessa von Kleber, accompagnata da due inclassificabili amanti, di cui uno quasi schiavizzato dai suoi folli capricci. La contessa pone in atto l’isterico progetto di creare un albergo da cui trae origine il titolo del romanzo, in cui ospitare gli sfrenati amici che verranno a farle visita. La presenza della bizzosa contessa sarà un deflagrante perturbatore della quiete, tale da sconvolgere l’ascetico professor Muller e la fedele Rita che si accorge di avere ancora sopiti desideri. Lentamente gli eccessi della contessa diventano l’unico solleticante argomento di conversazione tra Hermann e il professore che sembra attenderne i “pettegolezzi” con un insperato interesse. Giustiziera dell’ambigua situazione sarà la siccità, talmente insopportabile da indurre la stravagante avventuriera e uno dei suoi compagni al suicidio. Dopo di loro, altre morti e altre partenze – ad esempio quella di Rita – faranno sì che solo gli Hermann resteranno unici custodi della selvaggia isola.

Difficile riassumere un romanzo così gremito di sensazioni, stati d’animo, pensieri appena lasciati alla sensibilità del lettore, scritto con uno stile prosciugato e nel contempo lirico, in alcuni passi magico come una struggente pittura.

Giulio Nascimbeni ha acutamente scritto, in proposito,  che ‹‹L’eccezionale capacità visionaria di Georges Simenon ha un’ulteriore conferma. Da più di due secoli viviamo nel mito della natura allo stato puro, “bonaria e rosea” e oggi più che mai crediamo che l’uomo potrebbe difendersi dall’ammorbamento e dagli spettri dell’estinzione se sapesse adeguarsi appunto alla natura. Non è così, ammonisce Simenon ›› .

Grazia Giordani