Archive for the ‘arte’ Category

Dal mio sito letterario è possibile leggere qui il pezzo sul Simbolismo in Italia che mi è stato commissionato il mese scorso ed è uscito stamani sui consueti tre quotidiani.

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venerdì 29.04.2011
Cultura & Spettacoli

ANGELO DI DIO CHE BELLO
ARTE. La «mostra impossibile» riporta a Padova i capolavori dell'artista di corte nell'epoca Carrarese, con le opere di Altichiero e altri maestri
Le Gerarchie celesti di Guariento, il pittore dei serafini, ricreano lo splendore alato del gotico internazionale 
29/04/2011
 

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Guariento, dieci serafini con flabello gigliato e globo, particolare della tavola nella serie di Gerarchie angeliche per la Cappella della Reggia Carrarese. Qui sotto, a destra, la tavola intera, ora in mostra a Padova
 
L'Italia è talmente graziata dalle bellezze artistiche, per cui vi sono opere di raro valore a cui il nostro occhio si è ormai così assuefatto, da ignorarne la paternità. Uno degli intenti dell'esposizione patavina, aperta fino al 21 luglio, «Guariento e la Padova Carrarese», è anche ridare luce a un artista di grande talento, ricreando nel contempo il clima in cui operò, potendo così non solo rinverdire l'opera del raffinato maestro degli angeli, ma anche la filosofia dei Carraresi che, pur nella loro breve dominazione, dimostrarono quale formidabile manifesto politico potesse essere l'arte nel loro ambizioso progetto di trasformare la città in capitale. Guariento rispose perfettamente ai loro desiderata e, primo artista di corte, decorò la loro cappella privata, le loro sepolture, esaltando i valori delle gesta della loro signoria. Purtroppo, molte opere, anche veneziane, a causa di incendi, sono andate perdute.
Visitando la complessa esposizione, difficile anche perché dislocata in vari settori della città, cominciando dalla sezione centrale in Palazzo del Monte, si ha la sensazione di addentrarsi in un'atmosfera iperurania, dentro l'eterno volo di elegantissimi angeli sfavillanti d'oro, raffigurati in tutti i loro aspetti e mansioni, ora ieratici e celestiali, ora armati e pesatori di anime, costituendo il fil rouge di tutta la ricca esposizione. I contenuti assumono significanze laiche, proprio perché siamo di fronte a un artista di corte. Potremo così riassaporare il viaggio dell'artista dalla giovanile Ascensione o dalla mitica incredulità di San Tommaso, fino allo squisito Trittico di Düsseldorf, dove Guariento non è più giottesco, ma acquisisce suoi personali stilemi.
Splendida la Croce stazionale, prestata dal museo di Bassano, nell'impossibilità di trasportare a causa della fragilità un'opera analoga di maggior pregio. La mostra è in buona parte frutto di prestiti provenienti da molte parti del mondo, cone per il polittico dell'Incoronazione della Vergine, proveniente dalla Norton Simon Art Foundation, per citare uno fra tutti gli stupefacenti capolavori del Guariento.
«È la prima mostra monografica di tale portata sul pittore noto per i sui angeli, ma la cui ampiezza figurativa, l'orchestrazione delle scene e la cultura prospettica che sembra anticipare soluzioni illusionistiche saranno per molti anni sorpresa», dice Davide Banzato, curatore dell'evento, insieme a Francesca Flores d'Arcais e ad Anna Maria Spiazzi.
Fanno corona alle pitture e agli affreschi staccati del Guariento, opere di altri grandi pressoché contemporanei, fra cui Paolo Veneziano di cui ammiriamo un essenziale crocifisso, autore anche di una fulgente Madonna in trono col Bambino. Di notevole pregio l'Incoronazione della Vergine di Vitale da Bologna. Restano impresse le toccanti tavole di Nicoletto Semitecolo e i Busti di imperatori di Altichiero da Zevio, affresco staccato, proveniente dalla loggia del Palazzo Scaligero di Verona, ora Palazzo della Provincia, appartenente alla serie dei sottarchi dipinti nel settimo decennio del Trecento su commissione di Cansignorio della Scala per ornare le arcate della loggia al primo piano della residenza signorile. Così, anche opere altrimenti dimenticate, ritrovano luce. Promossa dal Comune di Padova e Civici Musei e dalla Fondazione cassa di risparmio di Padova  e Rovigo, l'esposizione fa godere anche un sinuoso itinerario dentro gli spazi di una città che riassapora il suo passato più glorioso.

 Grazia Giordani

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venerdì 29.04.2011
Cultura & Spettacoli

 

  1. Cultura & Spettacoli

Il Codice di Omar Galliani omaggio al maestro antico
CONTEMPORANEO. Mostra parallela dell'autore emiliano: imperdibile
29/04/2011

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Un angelo di Omar Galliani
 
Imperdibile, nella visita padovana, la mostra di arte moderna «Il codice degli angeli» di Omar Galliani, in armoniosa sintonia col complesso organico dell'esposizione dedicata a Guariento. Omar Galliani, emiliano, due volte espositore in sala personale alla Biennale di Venezia, presenta nel monumentale salone del Museo Diocesano (dirimpetto al Monte di Pietà), un surreale dialogo tra i vescovi dipinti sulle pareti e i suoi angeli realizzati con punta di grafite su abbrunate tavole di pioppo.
Angeli i suoi — ora maschi, ora femmine, spesso androgini — che sembrano personificare la gioventù odierna. Attorniati da allitterazioni, quasi criptiche litanie, regalano al visitatore una nota inquietante che trionfa, in un ambiente contiguo, nell'omaggio offerto da Galliani a Guariento, composto da un dittico double face di espressiva eleganza. Nel catalogo Antiga edizioni, dialogano con le opere le riflessioni sugli angeli nella Bibbia di Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, e versi sul tema di Eugenio Montale e di Alda Merini. Scrisse quest'ultima sugli angeli: «Del tutto ignari della nostra esistenza / voi navigate nei cieli aperti dei nostri limiti, / e delle nostre squallide ferite / voi fate un balsamo per le labbra di Dio. / Non vi è da parte nostra conoscenza degli angeli, / né gli angeli conosceranno mai il nostro martirio, / ma c'è una linea di infelicità come di un uragano / che separa noi dalla vostra siepe. / Voi entrate nell'uragano dell'universo / come coloro che si gettano nell'inferno / e trovano il tremolo sospiro / di chi sta per morire / e di chi sta per nascere.» G.G. 

E' stata per me una soddisfazione immensa vedere oggi – 29 aprile 2011 – questo mio servizio d'arte a tutta pagina in Arena, Giornale di Vicenza e Bresciaoggi

ARTE. Sabato si aprirà un'eccezionale esposizione di capolavori

GLI ANGELI

Grazia Giordani

A PADOVA
TORNANO

Giovedì 14 Aprile 2011 CULTURA, pagina 49

Si è creata molta attesa per lo straordinario appuntamento patavino con la grande arte e la storia che ruota attorno alla mostra «Guariento e la Padova Carrarese» che aprirà i battenti al Palazzo del Monte, sabato 16 aprile, restando aperta fino al 31 luglio 2011. Considerata una «mostra impossibile», sta diventando realtà, promossa e organizzata dal Comune di Padova, assessorato alla Cultura e Civici Musei e dalla Fondazione cassa di risparmio di Padova e Rovigo. Curata da Davide Banzato, Francesca Flores d'Arcais e Anna Maria Spiazzi, l'esposizione tende soprattutto, e non solo, a far conoscere Guariento, il primo artista di corte a Padova, di cui sono ignoti l'anno e il luogo di nascita, pur essendo documentata la sua attività tra il 1338 e il 1367.
Tutte le principali opere del grande Maestro degli Angeli, considerato, dopo Giotto, il più grande interprete della pittura del Trecento a Padova, saranno riunite nella composita esposizione. Decine di preziosissime tavole e affreschi staccati documenteranno l'assoluto talento di un artista che ha saputo precorrere l'eleganza del gotico internazionale. Il Guariento è celebre per i suoi meravigliosi angeli, arcangeli e cherubini. L'artista li dipinge secondo le gerarchie e le mansioni che loro attribuiscono la dottrina cattolica (custodire i battezzati) e le credenze medievali («pesare» le anime dei defunti, per esempio. Per chi avesse curiosità sull'argomento, il testo di riferimento è il tomo a cura di Agamben, edito da Neri Pozza, con tutti i testi sugli angeli nella Bibbia, Antico e Nuovo testamenti, e nel Corano). Ai capolavori angelici saranno accostate altre splendide opere a tema sacro e profano del Guariento e, accanto, altre di Giotto, Pietro e Giuliano da Rimini, Vitale da Bologna, Paolo e Lorenzo Veneziano, Giusto Menabuoi, Altichiero da Zevio, Vivarini, Nicolò di Pietro e Giambono.
La complessità dell'esposizione comporrà un ideale affresco che prima d'ora non era mai stato possibile proporre al pubblico, tanto che per rarità e preziosa qualità delle opere esposte, non potrà avere una seconda edizione.
La grande monografia sul Guariento allestita a Palazzo del Monte è il fulcro di una più ampia esposizione che contempla per la prima volta la Padova Carrarese, dipanandosi in diverse sedi espositive: i Civici Musei agli Eremitani, Palazzo Zuckermann, il Museo Diocesano e la casa del Petrarca ad Arquà, ove è, inoltre, allestito un approfondimento sul poeta e i suoi anni padovani.
Sono, quindi, ben dieci le sezioni della mostra, a indagare le figure dei Signori trecenteschi di Padova, oltre ai diversi aspetti della vita di corte e cittadina nel secolo d'oro di Padova, in cui la città brillò non solo nel campo letterario, ma anche in quello musicale, scientifico ed artistico in senso lato, senza trascurare quello delle arti applicate (oreficeria, ceramiche, avori, mobili), monetazione e persino nella moda.
Altri angeli dei giorni nostri attendono il visitatore nel Museo Diocesano. Sono quelli di Omar Galliani, proposti nella mostra «Il Codice degli Angeli», allestita nel salone dei Vescovi, pronti a creare un dialogo tra le «presenze» contemporanee di Galliani e la sequenza di figure affrescate sulle pareti dell'immensa sala, ove lo stesso Guariento viene evocato con una citazione a punta di grafite.


 

Se qualche amico – sabato prossimo, 19 febbraio, ore 17,30 – si trovasse nei paraggi di Rovigo, sarebbe bello l'incontro alla presentazione del pittore Loris Rossi in Sala Brigo- "Ex Pescheria Nuova" Corso del Popolo, 140 .
 

                                   Cromatiche magie                                 

L’animus di un artista è più che mai un paese straniero. Se ci si propone di viaggiare dentro la sua produzione cromatica, limitandosi a uno sguardo ai suoi manufatti, si può avere una visione incompleta, perché chi porta sulla tela l’incanto dirompente delle proprie emozioni, va conosciuto nel  suo habitat naturale, quello in cui si coagula la realtà del suo vissuto.
L’atelier che ci accoglie trova posto nella parte bassa di una grande casa bianca, rassicurante come un ventre materno.
Qui Rossi si è ritagliato un suo rifugio. Ed è gratificante vedere,  con quanto buon gusto ha saputo crearsi un angolo caratteristico, soltanto suo.  Pennelli, spatole, tele affastellate o appese alle pareti parlano di un lungo viaggio che parte da un lessico accademico di deliziosi ritratti in punta di matita – frutto di seri studi di chi sa veramente disegnare  -, con soste in figure carnascialesche, per giungere ai primi tentativi di pittura astratta, maturati nella sicurezza di una personalissima stazione nel metafisico, approdando ad una maniera astratta pura che ha saputo del tutto spogliarsi  della rassicurazione figurativa.
Raggiunto questo traguardo, Rossi  sa creare un’interessante empatia tra realtà esterna e il suo mondo interiore, ricercando la forma tramite la forza del colore, nel tripudio di un cromatismo squillante. Non alieno da una vis espressionistica sa offrirci l’immagine di oggetti interiorizzati, rimandando a noi l’emozione che hanno saputo suscitare nel  suo cuore.
Ogni artista di valore ha un suo intimo topos.
E quello di Rossi è il paesaggio, non certo fotografico, ma che da esteriore che si fa luogo dell’anima e fiorisce e compare e ricompare,  facendosi – in materici colori sfatti -, ora laguna in cui si specchiano barche e case d’inverno, ora tralci dell’immaginario, pronti ad ornare anche la bellissima figura femminile, icona della mostra.
Dolcezza di colline che si rincorrono in esiti corposi, di rara suggestione; nudi femminili di sensuale carnalità, sempre accolti dall’abbraccio paesistico, filtrato  dal fascino insistito di luci che sanno rabbuiarsi in ombre per tornare a brillare un istante dopo, secondo la volubile grazia dell’ispirazione.
Pittura gioiosa, consolatoria – soprattutto se pensiamo al difficile momento sociale che il mondo sta vivendo -, ma non certo superficiale. Pittura di estati roventi, di inverni ghiacciati,  che sa giocare, soprattutto nell’ultima produzione, sull’ossimoro coinvolgente della variazione continua tra note ardenti e note fredde, atte a sottolineare l’estro visionario di un artista che non dipinge en plein air,  ma sa regalarci una sua interiorizzata visione della realtà che lo circonda, facendola sua e quindi un poco nostra, da quando ci ha aperto la porta del suo mondo.
Grazia Giordani

 

Dopo gli accenni scherzosi sul padrigno – per par condicio – mi sembra giusto parlare ancora una volta anche del mio mitico padre artista che, trentacinquenne, ha chiuso i suoi giorni quando io avevo un solo anno d'età.
A prestarmene l'estro è stato un commovente articolo scritto nell'ottobre del 2009 dall'allora mio caporedattore dell'Arena, Donatello Bellomo (che ha appena dato alle stampe il suo nuovo, coinvolgente romanzo
Undici lettere per l'Ammiraglio, per i tipi di Mursia)

 

Grandezza di Giordani
ARTE. BOLOGNA «RITROVA» UN MAESTRO
L'omaggio allo scultore maestro di Luciano Minguzzi

 

19/10/2009

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Particolare del fregio di Giordani

Proprio quando si cominciava a temere che il ricordo dello scultore bolognese Giorgio Giordani (1905-1940) fosse perduto per quella damnatio memoriae ovvero quell'ingiusto male che associa l'Arte alla politica, la Direzione Regionale dei Beni Culturali Emilia Romagna ha restituito la giusta luce ad un artista che – celebre in vita, vincitore di una Biennale veneziana e di due Quadriennali romane, con opere allora esposte nei principali musei italiani e stranieri – vulnerato poi dalla perdita di suoi importanti manufatti a causa della guerra (bombardamenti subiti dal suo atélier in via Lame) e dall'iconoclastia, sembrava essere del tutto dimenticato dalla critica.
La riscoperta di Giordani è nata dall'interesse suscitato dal fregio che attraversa l'ex Palazzo del Gas, sito in via Marconi a Bologna, commissionato all'artista nel 1936, dalla vincita di un concorso a cui avevano partecipato i più famosi scultori italiani dell'epoca. Quest'opera scultorea era stata talmente valutata dall'amico fraterno Luciano Minguzzi, da indurlo a prendersi cura, in anni recenti, della copertura del manufatto con lamine di rame, affinché il tempo non lo corrodesse. In occasione dell'ultima mostra postuma – negli anni Ottanta – dello scultore scomparso a soli 35 anni, presentandola al pubblico, Minguzzi (che già gli aveva dedicato una commossa pagina nella sua biografia «Uovo di gallo», edita da Rizzoli) aveva, fra l'altro, sottolineato come "Giordani abbia rappresentato l'esempio di uno dei più importanti scultori del Novecento italiano".
La Direzione Regionale dei Beni Culturali, scrive testualmente come "il bassorilievo si inserisce alla perfezione nel disegno della facciata, frutto di un'elaborazione unitaria che integra architettura e decorazione (..) Nelle scene dedicate al ciclo della produzione del gas (la miniera, il caduto, la navigazione, lo scarico, il lavoro ai forni, il catrame ecc.) si celebrano le fatiche dei lavoratori rappresentati come eroi dalle forme massicce, in gruppi disposti secondo un'armonica alternanza di movimenti. Giordani, pur trattando tematiche tipiche della propaganda fascista, mantiene una grande sobrietà formale che poco concede all'enfasi celebrativa di regime, anche quando si sofferma sull'opera del caduto (..). Il materiale utilizzato dallo scultore è una pietra artificiale, il marmiglio, composta utilizzando un impasto ideato da Giordani stesso per imitare il marmo rosso di Verona…"
Nel 1980 già era accaduto un fatto prodigioso che avrebbe potuto riaccendere l'interesse della critica, poiché nei sotterranei del Ministero dell'Industria a Roma era stata ritrovata, ancora chiusa nell'imballo la scultura in cera "la Bagnante". Erroneamente creduta opera di Manzù, appurato trattarsi opera di Giordani, fu ritenuta di valore talmente rilevante da indurre la SMI fiorentina a farla fondere in bronzo, esponendola poi nell'atrio di un ministero romano. Donatello Bellomo

 
    
 
 

Hena
(1906-1990)

 

Non ho il culto delle feste imposte dal consumismo, ma oggi non posso trattenermi dal ricordare la figura di mia madre, eternata nel bronzo da mio padre, lo scultore Giorgio Giordani, che con l'opera che qui potete vedere si distinse in una prestigiosa  Biennale veneziana e tutti i giornali dell'epoca parlarono di lui.
Mia madre è stata una donna speciale, fuori dai canoni per bellezza, intelligente ironia e cultura. Ho avuto genitori di rara grandezza.

In più occasioni ne ho parlato, ma ancora una volta sento di doverla ricordare.
Adorava le gardenie.
Ora, le coltivo per lei.

g

 
(Photo Alfredo Matacotta Cordella)

Albero maremmano
Ci sono immagini della natura che parlano al nostro cuore più di un lungo discorso. Da tempo ammiro le suggestive foto dell’ambasciatore Alfredo Matacotta Cordella, nipote d’arte in quanto a sensibilità iconica, capace con un clic di regalalarci sensazioni e ricordi. Mi è venuta voglia di sfogliare il suo sito professionale per vedere altre sue belle fotografie di vario argomento. Intanto, mi soffermo a guardare il cielo di un azzurro pacato su cui le fronde autunnali scrivono una delicata storia, aperta a mille interpretazioni.