Archive for febbraio 2007

 
Probabilmente genetica e ambiente giocano in sinergia dentro il cervello e l’animo umano
Cattivi si nasce o si diventa?
Scienziati e psicologi si arrovellano sul problema del male
Nelle sale dei cinema e nelle librerie fa discutere la figura di Hannibal Lecter, diventato un cannibale colto e sanguinario 
  
 Dicono che cattivi si nasce. Dicono che cattivi si diventa. Dove sta la verità? Probabilmente queste due teorie, intersecandosi, sono valide entrambe, come a dire che genetica e ambiente giocano in sinergia dentro il cervello e l’animo umano. Scienziati e psicologi da anni si arrovellano e propongono teorie intorno al problema del male. Argomento – questo – che ha fatto spandere fiumi d’inchiostro in letteratura e impegnato i migliori registi cinematografici. Nelle sale cinematografiche e nelle librerie ora si parla molto di Hannibal Lecter, le origini del male, perché l’argomento non perde certo di spessore e di interesse agli occhi del pubblico.
Secondo gli uomini di scienza – quelli che non si perdono dentro le fantasie letterarie e dentro i dostoevskijani "doppi" -, ma che osservano dati ai loro occhi incontrovertibili, tre sembrano essere le radici del male: genetiche, cerebrali e alimentari. Genetiche a causa di un enzima, la «monoamina oxidase» colpevole di agire sul livello di aggressività delle persone. Ne sono maggiormente forniti gli uomini che – stando alle statistiche – rappresentano il 90 per cento dei responsabili di omicidi; cerebrali perché è stato riscontrato che alcuni criminali hanno in comune tra loro delle evidenti lesioni al cervello. Considerevole, in proposito, un deficit del lobo frontale, quello che avrebbe l’incarico di controllare gli impulsi; alimentari poiché sembra esservi uno stretto legame tra cibo e violenza. Gli Omega 3 acidi grassi essenziali, contenuti soprattutto nel pesce e i complessi multivitaminici possono ridurre l’aggressività degli esseri umani. In Inghilterra e in Belgio si stanno eseguendo test a questo proposito nelle prigioni.
Viene fatto di chiedersi, anche, se sia bene somministrare un’alimentazione carnea così precocemente ai nostri figli, a pochi mesi d’età, sotto forma di omogeneizzati. Non potrebbe essere questa una delle cause dell’aggressività così prorompente nei nostri anni? Anni in cui pullulano le madri assassine in numero preoccupante.
 
 
 E pensare che Cesare Lombroso usava sostenere che "una mamma che uccide il figlio è un errore di natura". Troppi errori del genere, in questo nostro difficile momento storico in cui i delitti di famiglia non si contano nemmeno più.
Tornando all’Hannibal cinematografico e letterario, ora riproposto in veste di ragazzo, sembra che sia diventato un cannibale colto e sanguinario, vero genio del male, non privo di un suo fascino perverso – del resto nessuno potrebbe negare lo charme intellettuale di Raskol’nikov che, pur omicida in Delitto e castigo, sembra aver ispirato Nietzsche per il suo Superuomo – divenuto mostruosamente crudele, dopo aver assistito al barbaro omicidio della sorella.
Ecco, stiamo palleggiandoci tra letteratura e realtà, poiché se nel romanzesco basta assistere a uno straziante omicidio per divenire degli Hannibal, o avere un iper concetto di sé , un ipertrofico io, tanto da autogiustificare il proprio crimine, come nel caso dell’eroe dostoevskijano, nella vita reale, sembra non basti un singolo evento traumatico a trasformare una persona normale in un criminale.
Le ombre e i traumi profondi devono essere certamente plurimi e di varia natura. La violenza ha dunque molte cause, annidata in nuce dentro le caratteristiche psicologiche e genetiche del soggetto, stimolate dall’ambiente familiare e dal mondo esterno.
Sembra addirittura che – stando alle statistiche – vi siano fattori di rischio atti a predire se da adulto un bambino potrà diventare un criminale. Gli scienziati ci esortano a tenere d’occhio i bambini iperattivi, troppo impulsivi, tendenti alla violenza nei confronti dei compagni, con difficoltà di concentrazione e di apprendimento. Corre pericolo anche il bambino che non riceve sufficienti attenzioni familiari, esposto o oggetto di violenza domestica , testimone di indigenza economica persistente per cui in età adolescenziale potrà cadere preda di alcol e droghe.
Queste caratteristiche assommate, potrebbero essere la malefica porta che apre al giovane la via del crimine. Potrebbe, ma non vi sono regole inderogabili: l’animo umano non ha le caratteristiche di un’operazione matematica.
Grazia Giordani
Nella foto, l’attore Gaspard Ullied, protagonista del film «Hannibal Lecter»   
 
 
 

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Fiori d’inverno

Se siete interessati, potrete coglierne un ideale "mazzolino" qui

Mamme assassine

"Una madre che uccide il figlio è un errore della natura" (Lombroso)

Roma 1980. Statua in cera a grandezza naturale. E’ stata appena tolta dalla cassa, dove riposava accuratamente imballata fin dal 1940. La singolare vicenda è accaduta, come si racconta nel testo ("DUE VITE PARALLELE" edizioni del Sagittario – BO), al Ministero dell’Industria e Commercio.  Ritenuta una scultura di Manzù, si è poi appurato essere opera di Giorgio Giordani. Attualmente, la statua, a cura della fiorentina SMI (Società Metallurgica Italiana) è stata fusa in bronzo ed è esposta al Ministero dell’Industria e Commercio a Roma.
Giordani (1905-1940),  sebbene sia morto appena trentacinquenne, aveva vinto i più prestigiosi premi nazionali a Roma e Venezia, ritenuto da Luciano Minguzzi "uno dei più grandi scultori del Novecento italiano" (g.g.) 

 

ALBERTO SPAINI "Il resto del carlino" 16 giugno 1934 XIX Biennale di Venezia

(…) Giorgio Giordani con il suo gruppo "Danzatrici" costituisce la rivelazione, in fatto di scultura, della Biennale di quest’anno. Il giovane artista bolognese è ugualmente lontano dal verismo che deprime i nostri scultori, e dalle tendenze architettoniche che minacciano di falsare la loro arte. Le figure di giovanette, del suo gruppo, sono lavorate con un invidiabile senso plastico; e se nella falsa ingenuità dei nessi fra massa e massa traspaiono i mezzi preferiti da Arturo Martini, questo non vuol dire nulla, poichè su di un giovane che possiede veramente il dono dell’arte, Arturo Martini non può mancare oggi di esercitare una certa influenza; che nel caso del Giordani, però, non va oltre le semplici formule. Il nostro bolognese ha una tranquillità di spirito, che al nervoso, sensibile Martini è sempre mancata…

La statua

Con grande naturalezza, come se gli portasse in dono un accendino, un cd, un libro – che ne so? – una cosa normalissima, entrando nel suo studio, i capelli fradici di pioggia e un sorriso obliquo, appena posato all’angolo della bocca: “questo bozzetto era stufo di starsene sul piedistallo del mio salotto – aveva detto a mezza voce, come se parlasse fra sé – quindi ha deciso di traslocare in casa tua”.
Al momento, restai senza parole, stordito, mi pareva uno scherzo.
“Ma…” – tentai di dire – e a quel punto, un imperioso drin-drin telefonico, mi trasse dal momentaneo imbarazzo.
“Non ci sono ma che tengano! Non si può non esaudire un desiderio di marmo, uno dei materiali meno malleabili che io conosca … E poi, quando abbiamo visto insieme l’originale, a grandezza naturale, della statua, avevi detto che ti piaceva molto e che – avendo posato mia madre – non ti meravigliavi della somiglianza con la mia figura, e che è proprio questo che ti intriga: un transfert madre-figlia che regala piacevole ambiguità alla situazione.”
“Ma come sei contorta!”
“Veramente, non faccio che riferire le tue parole. Dette da te, erano normali, ripetute da me si tingono di colore torbido?”
“Grondi acqua ovunque. Va in bagno, asciugati. Ti preparo qualcosa di caldo?”
“Abbracciami. Tu sei la cosa più calda che io possa immaginare in questo momento.”
”Come sempre accadeva, quando si precipitava, inaspettata a casa mia, finimmo a letto. Era delizioso, quanto inevitabile. E ogni volta mi sarebbe piaciuto trattenerla per sempre. E ogni volta non dubitavo che ci sarebbero state altre volte ancora, come se l’eco di perla della sua risata avesse continuato ad abitare gli spazi intimi dei miei pensieri e della mia stanza. Nemmeno spalancando le finestre, si sarebbe persa quell’eco argentina, quello squillare di note gioiose, capaci di accendermi anche a distanza.
Se ne andò com’era venuta, lasciandomi la statua sul mobiletto di fronte al computer.
Le fattezze della madre sembravano un clone delle sue. Veramente, sarebbe meglio dire viceversa. Ero felice di quel dono. Accarezzai le curve del seno di marmo, che sotto il contatto delle mie dita, parvero riscaldarsi, eccitandomi come se lei fosse nuovamente al mio fianco. Le labbra scolpite, sotto le mie, parvero farsi di carne.
Stavo amando la madre o la figlia?
Che idee malsane!
Sarà questa giornata di interminabile pioggia, il cielo d’antracite, la primavera che resta incapsulata nell’autunno, la vita che non si ferma, corre avanti, sarà che vorrei averla ancora qui, sarà che ho paura di amarla troppo, facendola soffrire, soffrendo.
Eppure, la statua sembra sorridermi con ironia. Lei sa, lei sola ha penetrato l’enigma delle cose.

Le meraviglie dell’arte di Cavaglieri
alcune opere qui

Rovigo, dove è nato, gli rende omaggio con una retrospettiva ampia e completa
Esposte 150 opere, tra cui un nucleo proveniente dalla Francia. Sgarbi, il curatore: «15 anni di assoluta grandezza dal ’15 al ’30»
Pittore per vocazione che ha vissuto per dipingere e non ha dipinto per vivere. Splendidi i ritratti di Giulietta, musa ispiratrice
 
 
 Mario Cavaglieri (1887- 1969) è finalmente tornato a casa, nella sua città natale. E Rovigo ha onorato il suo genio artistico con una retrospettiva ampia e finalmente completa (con catalogo edito da Allemandi) che resterà aperta fino al primo luglio, ospitata negli spazi recentemente recuperati di Palazzo Roverella, voluta dalla sinergia del Comune, della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, dall’Accademia dei Concordi e dalla Provincia di Rovigo
Sebbene a critici d’arte del valore di Roberto Longhi, non fosse sfuggita l’originalità artistica del pittore rodigino di cui sottolineava la pregnanza dei suoi "colori primordiali", ancora mancava una monografica esaustiva e veramente organica come quella curata ora da Vittorio Sgarbi e coordinata da Alessia Vedova, che ci offre l’opportunità di ammirare centocinquanta opere dell’artista, consentendo inoltre all’Italia il recupero di un nucleo di tele da decenni ancora trattenute in Francia.
Il visitatore attento può godere di un incantevole viaggio dentro il percorso artistico di Cavaglieri, soffermandosi sui deliziosi ritratti giovanili della sorella Gilda, – che sembra uscita da una poesia gozzaniana – proseguendo dentro lo sfavillio degli "anni brillanti", clou della rassegna, dove la pregnanza materica delle immagini raggiunge l’acme di edonistica carnalità e dove l’eleganza degli interni di salotti abitati da dame ultrachic, avrebbe sedotto registi cinematografici come Luchino Visconti.
Il gusto per i particolari, le suppellettili, i velluti, i tappeti, le ceramiche, gli orologi di pregio, sembrerebbero attendere la didascalia di brani dannunziani. E questo non fa meraviglia perché D’Annunzio era tra gli autori di culto dell’artista che, dopo gli studi classici, aveva studiato giurisprudenza nell’ateneo patavino.
"Epigono sui generis del post impressionismo in maniera espressionista – come ha acutamente osservato Vittorio Sgarbi presentando la mostra nella vernice per la stampa -, questo artista ha regalato quindici anni di assoluta grandezza all’umanità". E l’ "assoluta grandezza" dell’artista, secondo il critico, ha toccato il momento più alto dagli anni Quindici fino agli anni Trenta, con ritorni di splendore anche negli anni a seguire, come lampi, come flash, dopo il precedente compatto fulgore.
Pittore per vocazione che " ha vissuto per dipingere e non ha dipinto per vivere" – ha sottolineato Viviane Vareilles, critica d’arte particolarmente attenta al talento del rodigino, mettendo in luce l’autonomia dell’artista da correnti à la page , volto a conciliare tradizione veneta e modernità, atte a creare un personalissimo gusto, una finezza d’ambienti resa però con cromatismo aggressivo. Sembrerebbe un’aporia, ma Cavaglieri è riuscito a conciliare i due opposti.
Nato da una famiglia dell’alta borghesia ebraica, ha mantenuto fino alla fine un suo atteggiamento che potremmo definire blasé, avulso dai problemi sociali del suo tempo, propenso a darci immagine della società elitaria e colta che gli era affine, privilegiando la figura femminile raffinatamente voluttuosa.
Tra il 1921 e il 1925 splendidi i ritratti femminili di Giulietta, sua musa ispiratrice che sposerà nel 1921, coronando un grande sogno d’amore. Con la serenità coniugale, finalmente raggiunta, anche il suo cromatismo si placa e i ritratti della moglie acquisiscono leggerezza e spiritualità.
Nel 1925 l’artista lascia l’Italia e i suoi salotti per ritirarsi nella pace della sua tenuta francese (ed è del 1926 La Venere di Peyloubère), a Pavie presso Auch, nel sud della Francia. La vita mondana e gli oggetti lussuosi del suo passato sono ormai un ricordo. Alla preziosità dei suoi elaborati interni, fa ora seguito l’amore per la natura. L’artista si estroflette, guarda fuori e le scene rustiche della Guascogna con i suoi pittoreschi paesaggi prendono il sopravvento.
In sintesi: dal periodo intimista giovanile, quello della quotidianità ancora legato ai canoni classici, per giungere alle grandi stagioni di Ca’ Pesaro e delle biennali veneziane, che documentano la sua personalissima vis creativa, fino alla produzione francese, l’artista ha dato prova sempre di indipendenza creativa, infischiandosene delle correnti alla moda, per nulla suggestionato da astrattisti e cubisti, fedele all’eleganza della sua naturale ispirazione.
Grazia Giordani
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«Mario Cavaglieri», Rovigo, Palazzo Roverella, fino all’1 luglio; orari: feriali e festivi 9-19; sabato 9-23; chiuso i lunedì non festivi.