Archive for novembre 2012

La sinfonia di Parigi

Irène e il Cinema
Che Irène Némirovsky abbia scritto capolavori con forte allure biografica, o si sia cimentata nella saggistica o nella sceneggiatura cinematografica, è sempre e comunque una fuori classe. Prova ne abbiamo, riguardo a quest’ultimo genere – leggendo La sinfonia di Parigi e altri racconti (Elliot, pp.91, euro 9, traduzione di Ilaria Piperno).
Infatti, l’autrice non ha mai negato l’influenza che il cinema ha esercitato sulla sua opera, anche quando questa influenza, evidente in romanzi come Suite francese e David Golder – con le dissolvenze incrociate e le sovrapposizioni d’immagine in linea col cinema d’avanguardia – le valse, nei primi tempi, la reazione ironica della critica. Si sa che gli innovatori, coloro che tentano nuove vie, sconcertano da sempre i cosiddetti benpensanti, coloro che restano ancorati al déjà vu, in quanto più rassicurante. ‹‹Il cinema – usava dire – è l’arte più vicina alla vita, la più apparentata alla verità››. Quindi, la settima arte può essere una straordinaria risorsa per la scrittura, una fonte di suggerimenti e spunti persino tecnici in grado di regalare maggior rilievo alle possibilità espressive. Coerente con le sue convinzioni, nel 1931, Irène scrisse lo schematico trittico compreso in Sinfonia di Parigi, tre racconti elaborati in un’ottica decisamente cinematografica con tanto di flashback, piani di sequenza e indicazioni sonore (musiche, colpi di clacson, suoni ambientali).
Natale, il racconto che sta al centro della triade, offre pungenti spunti sociali: la festività religiosa è occasione per stigmatizzare l’ipocrisia degli adulti. Papà e mamma non perdono l’abitudine di frequentare i rispettivi amanti, mentre i bambini, sinceramente gioiosi, rappresentano l’innocenza dell’infanzia. Non manca nemmeno una figlia minorenne, sedotta e abbandonata che ripiegherà sul fidanzato della sorella. Le adorabili perfidie della Némirovsky che guarda al mondo borghese con occhio spietato, punteggiano anche la sua scrittura cinematografica, ove i suoni e i rumori e le musiche sono così ben descritti da creare un vero effetto Dolby, per noi lettori che la stiamo leggendo, ammirati per il suo modo moderno e anticipatorio di concepire la scrittura.
Certo, non sono allegri i suoi racconti. L’occhio dell’autrice è troppo acuto per non vedere le brutture della vita che le sta attorno.
I suoni, naturalmente, e lo si evince anche dal titolo, sono particolarmente vivi in Sinfonia di Parigi, il racconto d’apertura, protagonista un musicista che abdica al talento, preferendogli un facile successo.
Il racconto che conclude la raccolta, Il carnevale di Nizza è particolarmente amaro. Incontriamo il classico triangolo, con tradimento all’interno della stessa famiglia.
Possiamo brevemente riassumere la trama, ma questi racconti vanno letti per goderne l’innovativa musicalità e per vederli in un ipotetico schermo perché sembrano vere proiezioni cinematografiche. E non è nemmeno escluso che un giorno possano veramente godere di questa fortunata sorte.
Grazia Giordani

Annunci

A Ferrara nei luoghi del mistero

  1. Foto

Nella nuova silloge di Maria Teresa Mistri  A Ferrara nei luoghi del mistero ( Edizioni Cartografica, pp.105, euro 12), troviamo ancora una volta conferma dell’amore che l’autrice nutre per la sua città. Questa volta,  con un’attenzione ancora più particolareggiata, sottesa da una limpida prosa fluente, ricca di evocativa poesia. Ci sembra che la saggista con grazia gentile sappia penetrare più che mai il cuore segreto della sua Ferrara, oscillando tra storia e leggenda, facendo riaffiorare dimenticati misteri che le offrono l’estro per dipingere piccoli ritratti anche del patrimonio monumentale, parlandoci, fra l’altro, delle “delizie” estensi, vedasi quelle di Belriguardo o del Verginese.o di preziose chiese  come quella di San Romano, San Francesco o  San Domenico. Luoghi – questi – dove la proustiana air du temps si è coagulata, evocando voci di donne tradite, di bambini abbandonati o di mariti accecati dalla gelosia. Eppure, la scrittura della Nostra non assume mai note terrificanti, navigando con levitas nel mare della favola, tanto che questo suo testo potrebbe essere piacevole lettura per adulti e bambini.Indimenticabili figure femminili come quella di Orsina (che incontriamo a “Villa Braschi”) eroina settecentesca “promessa sposa ad un nobile bolognese al quale era legata da un profondo sentimento d’amore”, stroncata dal dolore alla notizia della morte del fidanzato durante una battuta di caccia, emblema di un sentimento che travalica la morte, capace di uscire dal suo stesso ritratto, come un’apparizione, in perfetta sintonia con un’eroina di E.A. Poe.E che dire di Violante, rimasta incinta del sedicenne Alfonsino, il minore dei due figli che “il Duca Alfonso I ebbe da Laura Dianti, la bella popolana da lui amata dopo la morte della moglie Lucrezia Borgia”? Il fatto che la giovane, “promettente sonatrice di liuto” avesse addirittura tentato il suicidio, offre l’estro all’autrice per sottolineare una nota sociale, legata agli usi morali del tempo, dove il senso dell’onore era vissuto in maniera bigotta anche fra i nobili e la gente di ceto elevato.Certo, né Orsina né Violante – anche se per differenti ragioni –  ebbero un lieto destino, tramutate in luminescenti epifanie, addolorati fantasmi, entrati a buon diritto nella leggenda.Di pagina in pagina, incontriamo morti per veneficio, Templari che riappaiono, donne dal cuore trafitto, uomini imbufaliti dalla gelosia, ma non respiriamo un vero dramma, il sapore della leggenda addolcisce la tragedia e la prosa  si fa polifonia di voci, odori ed apparizioni, cullando le nostre fantasie, desiderosi sempre più di tornare nella superba città estense, perché l’autrice sa incuriosirci con abile penna.

Grazia Giordani

Cielo nero

Cielo nero di Arnaldur Indridason, Guanda

Intrighi e delitti sotto il cielo d’Islanda
Teatro d’azione è l’Islanda coi suoi cieli d’ardesia e le sue atmosfere fosche, nel nuovo giallo di Arnaldur Indridason che da qualche anno appassiona sempre più i lettori italiani del genere. In Cielo nero (Guanda, pp.341, euro 18, traduzione di Silvia Cosimini) il caso affidato al detective Sigurdur Oli, parrebbe un fatto di routine, non degno di troppo rilievo. Si tratta di un’aggressione finita in omicidio ai danni di Lina, impiegata scambista e ricattatrice alle prime armi. La sua morte sembrerebbe essere causata dalla reazione di uno dei ricatti a sfondo sessuale della donna che, apparentemente, conduceva un’esistenza come tante.
Sigurdur sta attraversando un momento difficile: non ha ancora elaborato il dolore causato dalla separazione coniugale; è oberato dai guai in cui si vanno cacciando i suoi amici; inoltre, è perseguitato dai problemi di Andrés, un alcolista sradicato che cerca di risalire la china, cancellando – si fa per dire – le ferite profonde inflittegli da un padrigno pedofilo. Un groviglio di guai che stringono alla gola il detective, sullo sfondo di un’Islanda tenebrosa non solo per ragioni atmosferiche, ma anche perché imperversa la crisi economica del 2008, con la bancarotta del paese. “Cielo nero”, infatti, non è solo il cielo cupo nazionale, ma anche è il termine con cui veniva provocatoriamente indicata la Banca d’Islanda. La ricattatrice Lina si era andata a cacciare in un gioco più grande di lei. Aveva scoperto un giro di bancari infedeli che si arricchivano speculando sulla differenza dei tassi d’interesse. Sigurdur riesce a sbrogliare l’intricata matassa – sempre attraversato dalle sue fobie e dai suoi disagi personali (a cui si aggiungono la separazione dei genitori e il cancro del padre) e risolve anche un altro problema collegato alla scomparsa di un bancario durante un’escursione su un periglioso ghiacciaio.
La nota stuzzicante dei segreti d’alcova fa bene il paio con le truffe economiche. Se a far da sfondo alla torbida azione sono i paesaggi islandesi fatti di ghiacci e lava a cui si aggiunge lo squallore sinistro di luoghi metropolitani su cui si snodano sofferte storie individuali, non ultima quella dello stesso detective, il gioco è fatto. E il giallo – letterariamente ben scritto – attanaglia la nostra attenzione dalla prima pagina all’ultima.
Sembrerebbe quasi che l’autore dell’avvincente romanzo volesse sottolineare gli antefatti della crisi economica che, attualmente, stiamo vivendo, visto che l’Islanda ne è stata colpita prima di noi.
Un giallo ad alta tensione, dunque, che si muove tra il centro metropolitano di Reykjavìk e i paesaggi di orrida bellezza dei ghiacciai , un ammonimento anche a frenare la colpevole corsa al denaro, verso il precipizio di una crisi senza salvezza.
Grazia Giordani

Grazia Giordani

La vita di Čechov

  1. Anton Čechov  

Umanissima biografia romanzata
La vita di Čechov (Castelvecchi, pp188, euro17,50, traduzione di Monica Capuani) non poteva trovare penna migliore di quella di Irène Nèmirovsky per esserci descritta con la grazia ariosa e leggera, propria ad un animo femminile. Infatti, se Tolstoj ha rappresentato la fiammata delle passioni che travolgono e divorano – spesso qui chiamato in causa dall’autrice, proprio a sottolinearne il raffronto – Anton Čechov è l’umorismo sottile, l’animo delicato che sa, con dolcezza, trarre personaggi dalle persone. Non ci racconta l’eccezionale, la sua pagina non è dostoevskijanamente bagnata dal sangue del delitto e schiacciata dal rimorso, ma è vaporosa anche nel dramma, mai eccessiva, pur toccando le umane corde del dolore.
L’‹‹infanzia senza infanzia›› di Anton bambino, spesso percosso da un padre grossolano e bigotto (‹‹Mio padre cominciò a educarmi, o più semplicemente a picchiarmi quando non avevo ancora cinque anni. Ogni mattina, al risveglio, il mio primo pensiero era: oggi sarò picchiato?››) ci commuove, anche perché il futuro uomo di lettere non è rancoroso e cerca di trarre piccoli frammenti di felicità anche in quella vita di stenti e percosse ‹‹come una pianta che attiri a sé dal terreno più ingrato il nutrimento che le consente di sopravvivere››.
E così in questa splendida biografia-romanzo incontriamo Anton nei suoi anni ginnasiali, corteggiato dalle sue coetanee, incline a giocherellare con l’amore che non l’ha ancora preso nella sua rete; lo vediamo studente di medicina contentarsi di compensi da fame (otto copechi a riga), per i racconti che invia ai giornali – visto che il morbo della scrittura lo ha ormai preso senza possibilità di guarigione. E lo vediamo soffrire per l’ironia che gl’indirizza Tolstoj e per il flop in teatro di Ivanov e del Gabbiano. E lo incontriamo rallegrato e ripreso dal ravvedimento di pubblico e critici che hanno cambiato idea nei suoi confronti (Destino simile non era toccato anche al nostro Pirandello?). Si sa che l’opinione umana è balzana e mutevole. Questa non è certo una novità. Lo incontriamo medico amorevole curare la povera gente, gli umili contadini. Seguito dai suoi amatissimi cani Bromuro e Chinino. Le attrici delle sue pièce s’innamorano di lui. Sposerà Olga Knipper, la ‹‹sua tedeschina››.
Morirà, quarantacinquenne, con stoico coraggio – divorato dalla tisi – tra le braccia della moglie che troppo spesso l’aveva lasciato solo, ammalata di teatro, incapace di abbandonare le scene.
Non ebbe, nel complesso, una vita fortunata, nonostante la gloria letteraria, finalmente raggiunta, nonostante i bei viaggi in molte parti del mondo, con soste anche nelle principali città d’arte italiane (ma i musei sembravano annoiarlo . . .).
‹‹Una farfalla notturna – scrive con estrema poesia, Irène, descrivendo la sua fine – enorme e nera entrò in camera nello stesso istante. Volava da una parete all’altra, si lanciava sulle lampade accese, ricadeva dolorosamente con le ali bruciate, e riprendeva il suo volo cieco e fatale. Poi ritrovò la finestra aperta sulla dolce notte buia e scomparve. Čechov però aveva cessato di parlare, di respirare, di vivere››.
E noi abbiamo la sensazione di aver fatto un viaggio nella letteratura russa, attraverso la vita privata di uno dei più grandi scrittori dell’Ottocento e nel contempo dentro la testimonianza dell’incontro di due sensibilità tanto prodigiose ed affini.

Grazia Giordani

Il gioco delle parti

Matteo Collura

Se pensavamo di conoscere ormai tutto del più grande protagonista del teatro del Novecento – premio Nobel nel 1934 -, ancora non avevamo letto Il gioco delle parti. Vita straordinaria di Luigi Pirandello (Longanesi, pp.354, euro 18,60), l’appassionato e appassionante viaggio che Matteo Collura compie dentro la vita e le opere del suo geniale conterraneo. Sarebbe restrittivo parlare di una nuova biografia, poiché lo scrittore agrigentino, già noto ai cultori della letteratura siciliana, per i molti scritti su Sciascia e sulla  sua terra, qui  si confronta con l’Autore della sua stessa città nativa, drammatizzandone la vita anche attraverso brani delle sue opere, mettendo in scena le maschere della sua labirintica fantasia, quali i Sei Personaggi, l’ Enrico IV,l’uomo dal fiore in bocca, il fu Mattia Pascal, tanto per citare pochi fra i molti protagonisti della letteratura pirandelliana, finemente intercalati con brani della corrispondenza epistolare, a cui Collura ha saputo donare umanissimo risalto. Cuore dell’opera ci appare essere, comunque, il sofferto e tortuoso rapporto tra il vecchio Maestro e la giovane attrice Marta Aba.  Rapporto che si colorerà di gioioso tormento per un uomo afflitto dallo spettro della moglie impazzita e rinchiusa in manicomio e dal disagio di esser padre discutibile di figli mai riusciti a crearsi una propria indipendenza economica, quindi sentiti, sotto questo aspetto,  come pesanti palle al piede cui dover per sempre provvedere. Fatale, dunque, l’incontro con Marta, per cui al Maestro sembra di aver atteso da sempre quel momento, come se fosse predestinato ad avvicinarsi a quella che «non era un’avventuriera che veniva a turbare i sensi di un anziano seduttore. Era il destino che aveva preso l’aspetto di una castigata ragazza dai capelli rossi e dallo sguardo magnetico. Viveva per il teatro, quella creatura; si avvertiva, si vedeva, lei riusciva a comunicarlo con l’intero suo corpo, con ogni gesto e soprattutto con lo sguardo. Viveva per il teatro come  il magro e nervoso capocomico che le stava davanti, il sorriso impacciato e sorpreso».

Piena di unilaterale passione la corrispondenza che intercorre tra Pirandello e la sua musa, tanto sbilanciata nell’amore assoluto, quasi delirante del Maestro ( «Ajutami. Ajutami, per carità. Marta mia, non mi lasciare, non mi abbandonare … ho tutta la mia vita in Te, la mia arte sei Tu; senza il tuo respiro muore».) e le risposte frettolose e quasi distratte dell’attrice egocentrica, presa dalla sua corsa al  successo e, a dire il vero, quasi asfissiata da un corteggiamento così insistito e intriso di ansie malate. L’arrivo di Marta nella vita dello scrittore – precocemente invecchiato («la forzata castità ne ha fatto un uomo infelice, un moralista ossessivo, tutto dedito all’Arte, all’edificazione del proprio monumento …») – è come un sorso di nuova vita, un modo di dimenticare l’avvilente solitudine della sua casa vuota, oltre ad essere motivo di continua ispirazione per le sue trame teatrali, in parallelo con l’ispirazione che gli scaturisce dalla follia della moglie, poiché questo Grande la vita non la vive, ma la scrive. Le pagine colluriane sanno creare un vibrante mosaico fatto di molteplici e comunicanti tessere in cui brillano genio, passione e nel contempo ingenuità dell’Artista per cui sappiamo finalmente la verità anche sul suo discusso fascismo tutt’altro  che episodico ed ambiguo, fatto di incontri a Palazzo Venezia  dove il Duce lo illude e lo lascia sperare  riguardo la realizzazione di un Teatro Nazionale di prosa ( «Ho avuto l’impressione che la cosa sia fatta» – scriverà, in proposito a Marta). Ma il «poeta della politica», non manterrà la promessa, avendo ben altri rovelli per la testa. Giunto alla fine dei suoi giorni, Pirandello vorrebbe scomparire nel nulla, annientarsi completamente. «Ma sa che nessuno può a tal punto essere padrone di se stesso da far sparire assieme al proprio corpo, alla carne e alle ossa, tutto quanto ha scritto, se ciò che ha scritto appartiene alla letteratura». E, per fortuna, pensiamo noi che – nelle pagine di Collura – abbiamo rivissuto un percorso di addolorato fascino umano e letterario.

Grazia Giordani

La preda

Crudele dolcezza Irène ricorda Balzac e Stendhal

IL LIBRO. «La preda» della grande Némirovsky
Un finanziere corrotto si innamora Lo narra chi conosceva quei tipi

11/11/2012

Zoom Foto

Irène Némirovsky

Parigi anni Trenta vulnerata dalla Grande Crisi è il fondale su cui scorrono gli avvenimenti narrati da Irène Némirovsky ne La preda (Adelphi, 212 pagine, 18 euro, traduzione di Laura Frausin Guarino). Protagonista è un giovane, Jean-Luc Daguerne, disposto a ogni compromesso pur di elevarsi dalla miseria a cui lo destina la nascita. Non è affamato di danaro, ma delle agevolazioni che la ricchezza può procurargli. Ha fame di successo, di potere e di rivalsa sociale. Raggiunge lo scopo attraverso un matrimonio estorto a una famiglia dell’alta finanza, politicamente compromessa. La penna prodigiosa di Irène, che per questo romanzo fu paragonata a Stendhal e a Balzac, non si limita a descrizioni fisiche del personaggio che l’ambizione disumanizza. Infatti, Jean-Luc cambia aspetto e tono di voce e a punirlo per la sua indifferenza al prossimo, nella smodata sete di successo, sarà un elemento da cui si credeva del tutto estraneo e lontano: l’amore. Così da predatore spietato diverrà egli stesso preda, senza scampo. Quando «la sua anima, come una nave nella burrasca è trascinata verso ignoti abissi», quando Jean-Luc scoprirà nel suo cuore «quel desiderio di tenerezza, quel disperato bisogno d’amore di cui pensava di non conoscere nemmeno l’esistenza, proprio lui che sempre aveva sognato, senza scrupoli, di afferrare il mondo a piene mani», proprio lui, dopo le male azioni compiute si troverà di fronte all’impossibilità di farsi amare dall’unica donna nelle cui braccia abbia avvertito pace e redenzione. A questo punto, non gli importerà più nulla del successo e si chiederà che senso abbia avuto una vita così amorale, pur di raggiungere i suoi scopi. Il patto faustiano si rivelerà una presa in giro e il successo perderà tutta la sua luce ingannatrice. Lo splendido romanzo appartiene al filone francese della narrativa némirovskyana, ambientato nel Paese che l’accolse esule negli anni Venti, fuggita con la famiglia dalla Russia della rivoluzione. Parigi sembrava aver accolto con simpatia la sua famiglia di ricchi banchieri. Conoscendo dall’interno il mondo corrotto della finanza (vedasi il David Golder che, giovanissima, le fruttò strepitoso successo anche cinematografico e teatrale) sa tradurlo in trame smaliziate di romanzi attraversati dalle dinamiche più perverse che, proprio nel clima di famiglia dell’alta finanza, ha potuto toccare con mano. Scritto nel 1938, quando già nubi di guerra si addensavano all’orizzonte, la Némirovsky, accolta dalla Francia, ma pur sempre russa ed ebrea, dovette accettare per necessità di pubblicarlo su Gringoire (rivista poi riconosciuta come apertamente antisemita). Com’è ormai storia nota, nel 1942 sarebbe poi stata proprio la Francia, che mai le aveva concesso la cittadinanza, a consegnarla ad Auschwitz. Uno dei romanzi più forti e commoventi, con drammatico finale a sorpresa, condotto addirittura con allure di apologo, questo della grande russa-francese, una scrittrice che non finiremo mai di rimpiangere e che non finirà mai di stupirci anche per l’ossimoro della sua crudele dolcezza.

Grazia Giordani

 

Ippolito si sveglia

 

Un lembo del lenzuolo, ricadutogli sulla guancia, gli fece l’effetto di una carezza. Aprì gli occhi piano, per avere un impatto lieve con la realtà. La sua stanza era sempre la stessa, immersa nella trasparente penombra del mattino. Ripensò all’omicidio appena commesso. Si svegliò del tutto. Sperò che fosse stato un incubo. Scese dal letto. I suoi calzoni pendevano molli dalla seggiola. Erano senza bretella rossa.
Nell’uscire dalla camera, fu accolto dal gatto che inarcò, con gesto insinuante, la schiena. I muscoli si tesero sotto il mantello color grano maturo. Sembrava un micio (o una micia? Non si era mai dato pena di appurarne il sesso) senza pensieri, morbidone e languido già di primo mattino.
Scendendo in cucina, Ippolito notò in Armida, la fedelissima colf, qualcosa di nuovo: calze di maglia velate sostituivano quelle a trama grossa. Si accorse così che anche Armida aveva le gambe. Il caffèlatte gli parve più ristoratore del solito. Si sentì vivo. Forse non era così vecchio e in panchina, come ormai da anni si credeva. Si guardò nello specchio dell’entrata: gli abiti erano logori, non certo all’ultima moda, ma la sua figura possente conservava il fascino della forza, l’immagine di quel vigore virile che la donna si aspetta dall’uomo.
Fece il numero di telefono di Giovanna. Segnava occupato. Questo fatto gli aprì una speranza. Dunque, era stato un incubo. Se stava telefonando, era viva. La realtà slittava. Gli elementi onirici si intrecciavano all’accaduto in nodi maligni, creando prospettive allucinanti, presenze deformate. Lo prese un’inquietudine febbrile, un malessere che contrastava col senso di vita piena, di giovinezza ritrovata, che gli pulsava dentro. Riprovò a fare il numero telefonico: le mani gli tremavano. Sempre occupato. Chiamò l’addetto agli apparecchi guasti: quello di Giovanna Guardi aveva dei problemi. Quindi, il dubbio restava tale.
Uscì, acquistò il quotidiano e lo scorse senza leggerlo. Sostò un po’ ai giardini pubblici. Bambini vocianti rincorrevano – senza convinzione – una palla scolorita. Pensò che anche lui, da giovane, avrebbe potuto sposarsi. Respinse l’idea col gesto di quando si scaccia un insetto molesto.
Ripensò a una sua compagna di studi, rimasta nubile, ora isterica, esagitata insegnante. No, no – si disse – grazie no. Sorrise fra sé.
E quella ragazza bionda che abitava poco distante dalla fattoria dei Fiamma, sottile nella figura, lo sguardo chiaro, di poche parole?
Avrebbe potuto essere una buona moglie-serva; d’altra parte non era del tutto certo di gradirla in altra veste; da sempre considerava la dona priva del peso del pensiero, un gingillo con cui era meglio non giocare troppo, per non annoiarsi in fretta.
La donna di carne era una gran “rottura”; meglio certamente crearsene una su misura, fantastica, iperurania (come gli piaceva questo aggettivo mutuato da Dante!), senza le miserie della donna vera.
Anche Giovanna, la sua ex allieva ritrovata, non avrebbe sostenuto la “candidatura”: troppo aggressiva e adorante, insomma, una rompipalle.
«Mi ami, e sei sicuro, e quanto e per sempre?»
Ripensò alle mani piccole e carezzevoli di lei, sempre cariche di anelli, morbide come il tocco del lenzuolo, al suo risveglio, quel mattino.
Rivide, confusamente, la scena del garage del giorno precedente.
Vera o sognata?
Indugiava nell’appurarlo, non voleva del tutto saperlo.
Il sole brillava offensivo, fuori dalla finestra, aumentandogli la sensazione di vivere nel prolungamento di un inganno. Sentiva dissolvenze di voci all’esterno, come se anche le voci avessero potere di proiettare un’ombra, un riflesso di enigmi sottili, un mistero senza soluzione, malinconico come un giorno di pioggia, inquietante come un sogno cruento.
Sostò un attimo al bar.
Gli avventori – sempre gli stessi – lo guardavano impassibili.
Il caffè gli scese in gola viscoso, senza aroma. Eppure, nonostante il clima di irrealtà dentro cui stava piombando, si sentiva più vivo di un tempo.
Si diresse, con passo pesante, verso il garage (non si legge nei migliori gialli che l’assassino torna sempre sul luogo del delitto?); l’auto era al suo solito posto; la sedia impagliata lievemente spostata. Non v’erano tracce di sangue, né scritte sul muro, ma nell’aria gli parve di sentire tracce del profumo di Giovanna. Era come se – su quelle note speziate e sensuali – persistesse la presenza di lei, come se gli oggetti e l’aria stessa fossero lei, permeati dalla sua insinuante femminilità.
Uscì stordito.
Non si liberava. Continuò a portarsela dentro, a sentire un languore malsano. Ripensò al tremolio di malizia del suo sguardo asimmetrico, alla dolcezza dei seni, all’originalità della sua eleganza.
La maledì con rimpianto.
Si diresse, con passo concitato, alla libreria: adesso voleva sapere.
La giovane commessa fu elusiva. Seppe solo dire che da due giorni non vedeva Giovanna. I parenti, chiamati al telefono, non furono certo più esaurienti.
«Ogni tanto Giovanna sente il bisogno di isolarsi» – dissero.
Fece ritorno a casa.
Se mi addormento – pensò lo stravagante professore – forse apprenderò la verità dal sogno. La cosa, persino a lui balzano da sempre, apparve assurda.
Ingoiò più tranquillanti che minestra.
Porse orecchio alla musica alla radio, senza veramente ascoltarla.
Suonò il telefono.
Era un’interurbana.
Una voce contraffatta di donna gli chiese: «E’ con lei Giovanna?»
Cadde la comunicazione.
Ippolito si guardò allo specchio: i lineamenti erano tirati, la carica vitale del mattino era svanita. Voleva solo dormire, dormire, forse sognare. Sognare che Giovanna era viva, lontana da lui in un mondo irraggiungibile, senza indirizzo e senza telefono, incapace di suscitargli rimorsi o pietà.
Si accorse che un cambiamento era avvenuto in lui. Usciva in parte dal suo solipsistico io; il suo grande cervello di umanista lasciava un piccolo spazio a un cuore di uomo.
Decise di acquistare una nova bretella rossa, non si sa mai, poteva ancora servire…(g.g. )

Grazia Giordani