Archive for agosto 2014

Giorni di spasimato amore

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Lucia, il fantasma al quale Antonio è rimasto fedele

«Giorni di spasimato amore» fa vagare tra realtà e onirico

Finalmente un bel libro che leggiamo senza concederci interruzioni, perché in Giorni di spasimato amore (Longanesi, 205 pagine, 14,90 euro), nuovo romanzo di Romana Petri, incontriamo un tema insolito, originale, che ci fa vagare tra realtà e onirico, con dentro quella vena di magia, che a-vrebbe incantato Elsa Morante, non solo noi. Protagonista è Antonio che, affacciato al suo balconcino sul golfo di Napoli, guarda il mare pieno di guizzi luminosi e ascolta alla radio le canzoni di Sanremo. Parrebbe un quadretto normale, quasi oleografico da cartolina col Vesuvio sullo sfondo, ma l’autrice con sapienti flash back non tarda a farci intendere che l’uomo precocemente invecchiato, ancora dotato di notevole bellezza bionda, è ritenuto un pazzo da tutto il suo rione. In un certo senso, pazzo lo è veramente, per la morte della sua Lucia, lunga treccia nera, occhi venati d’oro, che ha conosciuto e visto uccidere da un proiettile vagante, in un giorno del lontano 1943.
Nelle pagine della Petri, vincitrice di ambiti premi letterari, tra cui il Grinzane-Cavour, il tempo si sfilaccia, cambia prospettiva, facendosi irresistibilmente obliquo, capace di condurci per mano nel mondo dell’utopia, ovvero nella tragedia di un adolescente che vive il dramma di un amore appena agli albori, tragicamente troncato. Antonio continua, dunque, ad amare con passione violenta la sua Lucia e nemmeno gli elettroshock lo convinceranno della sua morte casuale prodotta dal fuoco incrociato tra tedeschi e partigiani. Antonio non demorde, incapace fino all’ultimo di accettare la realtà, e continua a vivere, se di vita possiamo parlare, nella nostalgia, una specie di saudade partenopea, di un a-more soprattutto vagheggiato. «Volevo raccontare la nostalgia di un amore mai cominciato», chiarisce la scrittrice, «eppure di una fedeltà assoluta. La follia può sostituire una felicità mancata. Le follie nascono dalla nostalgia, dal frastornamento dell’anima».
Dunque, sempre nell’ottica della Petri, non c’è psichiatra che potrebbe guarire i suoi pazienti da «nostalgie scarnificanti» che corrodono l’anima in maniera irrimediabile ed irrisolta. Questo è un tema portante del romanzo che si incrocia e congiunge con temi, apparentemente minori, come un fiume dai molti affluenti.
Antonio lavorerà, nonostante le sue molteplici stranezze, nell’ufficio postale dove prima aveva lavorato il padre, si sposerà persino, con una malcapitata procace Teresa – su insistenza della stessa e di Silvana, la madre, preoccupatissima delle sorti del figlio – non riuscendo, però a consumare le nozze, tanto il fantasma di Lucia continuava ad abitare il suo cuore.
Le potenti cesure temporali di questo suggestivo romanzo, contrastano volutamente con le continuità spaziali. La casa sarà sempre la stessa, come in una pièce teatrale di statico scenario, così dicasi dell’ufficio postale, del ristorante dello sventurato matrimonio, dell’albergo da luna di miele non consumata. Impossibile riassumere una trama fatta di addolorati sentimenti, un mosaico di dolori e incomprensioni, in un romanzo popolato di morti viventi e di vivi che vorrebbero morire, dove l’amore è più forte della contingenza, dove il coraggio di amare e di pensare al futuro travalica e sconfigge lo scoraggiamento generale. Faremmo grave sgarbo alla brava autrice anticipando un finale di grande sorpresa che sfocia nel mondo della favola con un garbo quasi musicale.

Grazia Giordani

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L’uomo che dipingeva il silenzio

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08.08.2014

Esilio dalla lingua e per sentire orecchio interiore

Lui sordomuto ed emarginato, lei ricca ex amica d’infanzia: che idillio

Georgina Harding, dopo La solitudine di Thomas Cave e Il gioco delle spie, non delude con L’uomo che dipingeva il silenzio (Einaudi, 276 pagine, 20 euro,traduzione di Federica Oddera). Già la sinestesia implicita nel titolo intriga: la figura retorica associa parole relative a due sfere sensoriali diverse per introdurre, spiega l’autrice, a «un esilio dalla lingua».
Siamo in Romania. La narrazione si muove tra due mondi, quello poetico e pastorale di Poiana, luogo idilliaco, bagnato da una fervida luce, e quello cupo del dopoguerra, quando il Paese è sotto il regime comunista. In questa terra incupita avviene l’incontro di due esseri umani: un uomo sordo dalla nascita, quasi uno zombie senza passato, e una giovane infermiera. Nel sordomuto la donna riconosce un amico del passato che frequentava la sua ricca e generosa famiglia. Quel ragazzo che lei aveva conosciuto come Augustin ora è un uomo capace di comunicare solo attraverso il disegno, chiuso dentro l’isolamento della sua totale sordità. Era stato allevato insieme ai figli di ricchi terrieri, nella Romania poi depauperata dalla guerra, e si era legato spontaneamente con Safra, la più giovane delle figlie, in maniera istintiva e silenziosa. Inevitabile il raffronto con Caty e Heathcliff, protagonisti di Cime tempestose, capolavoro di Emily Bronte.
Augustin è chiuso dentro il suo mondo afasico, ma percepisce persone, luoghi, persino i cruenti fatti storici che hanno dilaniato la sua terra, quasi possedesse un terzo orecchio interiore. Nell’incipit, siamo a Iasi, nella Romania degli anni Cinquanta. La città ci appare opaca, come una vecchia foto al bromuro. Un uomo giunto alla stazione ferroviaria si trascina a stento fino all’ospedale e sarà proprio Safra a riconoscerlo, pur non rivelandone l’identità. La ragazza subito capisce che è Augustin, detto Tinu, come lo chiamavano affettuosamente a Poiana, nella bella casa di campagna dei Valeanu, dove entrambi sono cresciuti come fratelli, nonostante la differenza di ceto: lei figlia di ricchi, lui illegittimo di Paraschiva, la cuoca.
La parte più ricca di nostalgica poesia si snoda proprio quando la ragazza comincia a far riemergere dalla memoria episodi che credeva rimossi, una vera cascata del fluire di una coscienza che è la parte più originale e lirica del romanzo. Inutile rilevare che Augustin, sordo al linguaggio comune, è l’ascoltatore ideale di questa memoria introflessa. E sarà proprio lui a tradurla in disegni, percependo l’intensità, le emozioni di Safra, in un sottile ping pong tra Iasi e Poliana, regalando anche a noi lettori un passato rivissuto attraverso la magica lente della nostalgia.
Una narrazione che sa commuovere, questa di Georgina Harding, non solo per l’originalità del tema, ma anche per l’intensità di scrittura, venata di sobria poesia, tra passato e presente, con un ritmo che prende nel profondo.

Grazia Giordani