Archive for maggio 2015

ELZEVIRO Una provinciale tra gli imbalsamati dell’ Île Maurice

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Una provinciale tra gli imbalsamati dall’Île Maurice

A Londra dai parenti creoli: vudù, spocchia francofona e strabismo

Il ricordo è di Londra, anno 1967. Ero ospite di parenti acquisiti mauriziani, creoli dell’Oceano Indiano: un cugino bolognese aveva sposato la bella Odette, figlia dei Vaulbert de Chantilly, imparentati con i Sevigny de La Rose. Perfezionavo in casa loro in Plilbeach Gardens la lingua. Il francese, senza imparare una sillaba d’inglese — ahimè — essendo quelli schifiltosi nei confronti dell’Inghilterra, dove vivevano forzatamente. La loro adorata Île Maurice era passata dal dominio francese a quello inglese (nel 1810) e a Londra non si sentivano tributari di quegli onori che avrebbero incontrato a Parigi, piena di parenti e affini. Vivevano nel rimpianto per quanto si erano lasciati alle spalle: piantagioni di canne da zucchero, una casa a Cure Pipe (così si chiamava perché i vetturini vi si fermavano ad acquistar tabacco) e una a Port Louis per l’estate, servi che li sventolavano con i flabelli, suppellettili d’argento e un autista con la Bentley grigia sempre pronta fuori dalla porta che li conduceva ovunque, nell’incanto dell’isola. E il colorato cuoco Albert che però, quando si arrabbiava, definiva «sporchi negri» i suoi nobilissimi padroni.
Queste erano alcune delle cose che avevano lasciato nell’isola. In compenso, avevano portato con sé una spocchia da barzelletta e credenze da far accapponare la pelle a una provinciale. Aprivo un cassetto e sentivo Madame urlare: «Il y a de la magie, il y a du magnétisme, c’est un milieu magique!» Terrorizzata, mi affrettavo a chiudere quel magico cassetto, per me contenente solo cose inutili. Appena giunta fra loro, non avevo il coraggio di chiedere dove fosse la stanza da bagno. Previdente, Madame mi ha sussurrato: «Tu veux passer quelque part?» Più che andare in un luogo qualsiasi, avrei voluto proprio andare in quel luogo che i nobili non potevano nominare. La tavola, deserta di buoni alimenti, era ornata dagli appuy-couteaux, gli appoggiacoltelli: deliziosi ramarri di pietre preziose dove era d’obbligo adagiare le posate da taglio, altrimenti mi sarei rivelata plebea.
Per me avevano preparato la stanza da letto dove aveva «dormito» per un mese la salma imbalsamata del pauvre Maxim, il marito conte, così sistemato in attesa che giungessero a onorarlo di una visita i parenti rimasti nell’Île Maurice. La stanza accanto aveva ospitato, per soli quindici giorni, la salma del vieux oncle, un prozio di cui mi raccontavano che — avendo perso la dentiera — non era riuscito a dire di patire troppo il freddo, per cui si era beccato una letale polmonite. Maxim era assurto alle vette di santo nell’ottica della vedova Madame, da quando, smarrita una borsetta piena di danaro, il provvidenziale conte — apparsole in visione — aveva sussurrato: «Mado, je sais où tu as oublié ton sac!» E visto che trattavasi veramente di un sac di soldi, fu buona cosa. Da qui si evince che credevano ai revenants, ai fantasmi, per cui quando con Odette andammo a vedere la reggia di Hampton Court, in un nebbioso novembre, senza altri visitatori, la mia acquisita cugina credette di essere inseguita dall’ombra di Maria la Sanguinaria, mentre era solo un innocuo vecchietto che zampettava con il bastone dietro di noi.
Congedandomi da Madame Madeleine Vaulbert de Chantilly, dopo due mesi di permanenza in quella aristocratica casa, apostrofata severamente — «Dans ton regard il y a du magnétisme!» — non ho potuto trattenermi dal risponderle: «Non, Madame, il y a seulement du strabisme».

Grazia Giordani
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Il caso Bellwether

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Un giallo di lusso ma Donna Tart rimane l’originale

Benjamin Wood porta a Cambridge una storia alla «Dio di illusioni»

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  •  Uno stupendo esercizio di manipolazione. In epoca di prequel letterari in cui gli antefatti intesi in largo senso vanno alla grande, non stupisce il successo che va mietendo Il caso Bellwether, il labirintico romanzo di Benjamin Wood (Ponte alle Grazie, 424 pagine, 16,80 euro, traduzione di Maurizio Bartocci e Valerio Palmieri).Al termine di una giornata di lavoro come tante, il giovane Oscar, mentre sta recandosi a casa, passando accanto alla cappella del King’s College, è ammaliato dal suono dell’organo e decide di entrare. Estasiato dall’ascolto, incrocia lo sguardo di Iris Bellwether, studentessa di medicina, violoncellista, appartenente alla ricca e sofisticata borghesia di Cambridge. Nell’insieme, una ragazza sopra le righe. Per Oscar è irrinunciabile amore a prima vista. A poco a poco viene accolto, lui di umili origini, tra gli altolocati amici di Iris. Vi spicca il fratello della ragazza, Eden, personaggio enigmatico, dallo charme ambiguo a mezza via tra il taumaturgo e il seduttore, posizione mediana che non ci risparmia sorprese pagina dopo pagina: convinto di poter curare le malattie attraverso la musica e l’ipnosi, crea un ventaglio di situazioni sinistre, apparendoci come un manipolatore, novello Cagliostro che tiene in scacco le persone del suo entourage piegandole al proprio contorto volere.

L’autore dà abilissima prova di saper giocare tra genio e follia, fede e ragione, creando una tensione psicologica quasi dolorosa, irretendo il lettore in una trappola dalle maglie sempre più sottili. Chi ha amato Dio di illusioni di Donna Tartt, ritroverà qui qualche traccia dell’ipnotica malia di quell’insuperabile romanzo. Anche in quello, teatro dell’azione è un elitario college. Ma là siamo nel Vermont, qui a Cambridge. Là il protagonista è un parvenu, lo squattrinato e irrequieto Richard Papen che cerca di nascondere il suo reale status; qui c’è Oscar che non fa nulla per nascondere di essere un infermiere in una casa di riposo, candidamente se stesso, senza sotterfugi. Sicuramente Benjamin Wood, di cui non si discute la maestria narrativa, non deve aver ignorato il capolavoro di Donna Tartt. Per dirla con il Daily Mail, lo scrittore inglese «si concede più di un accenno a Dio di illusioni di Donna Tartt, con Cambrige in luogo del Vermont».
Mentre leggiamo queste pagine elettrizzanti, che un po’ fanno paura, siamo accompagnati e scossi dalla melodia soffocata di quell’organo a canne, suonato in modo ossessivo, nota distintiva del romanzo che gli fa cavalcare l’ossimoro di essere un prequel sì, ma originale. Ci sono critici che proclamano di amare questo romanzo alla follia, termine più che appropriato alle pagine di Wood. Una giornalista del Times dice di essersi rintanata sotto le coperte con tè e biscotti finché non le si sono svelati i misteri fondamentali. Condivisibile l’entusiastica critica, senza dimenticare però che Donna Tartt è stata la prima ad avere l’idea.

Grazia Giordani

A proposito di Cecov

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BIOGRAFIA DA NOBEL

Folgoranti memorie su Cechov dell’allievo Ivan Bunin che vinse il Nobel per la letteratura nel 1933 ed è a torto ignorato. Demolisce i cliché e rivela verità

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Cechov e Gor'kij a Jalta: il grande scrittore si confidò con Ivan Bunin

Cechov e Gor’kij a Jalta: il grande scrittore si confidò con Ivan Bunin

In tempi passati, quando la letteratura era un fatto serio e i lettori avevano un palato fino, avrebbe avuto grande successo un saggio singolare come quello di Ivan Bunin, A proposito di Cechov, che Adelphi ora propone (223 pagine, 14 euro, traduzione di Laura Zonghetti), impreziosito dall’acuta prefazione di Claire Hauchard. E ci auguriamo che vi siano ancora lettori in grado di gustare simili finezze, perché, seppur frammentario, in quanto scritto dal saggista in un momento di grave malattia, questo testo è una rara perla, piena di stuzzicanti novità.
«Che cosa scriverete sul mio conto nelle vostre memorie?» chiese un giorno Cechov a Bunin. «Vi prego, evitate di scrivere che ero “un simpatico talentuoso e un uomo di specchiata onestà”». La curatrice non nasconde le difficoltà incontrate nel catalogare l’opera che Bunin scrisse nel 1952, dedicata a colui che era stato il suo referente assoluto in ambito letterario oltre che l’amico più caro negli anni compresi tra il 1895 e il 1904. Dentro questo saggio/non saggio, fra le pagine di queste memorie, che proprio perché non sono state troppo ritoccate ci appaiono ancora più genuine, troviamo spicchi di vita inediti, ora commossi, ora divertiti, del grande Cechov che pagina dopo pagina ci appare sempre diverso, statico e dinamico insieme. Lo scopriamo nella dimensione quotidiana, alle prese con la malattia, i suoi familiari, l’amore e un ideale artistico rigoroso.
Che cosa pensava della morte? Sostenne diverse volte, categorico e convinto, che l’immortalità, la vita oltre la morte in qualunque forma era un’emerita sciocchezza. «È pura superstizione. E la superstizione è da temersi in ogni sua ipostasi. Il pensiero deve essere lucido e ardito. Prima o poi dovremo parlarne seriamente, sapete? E, quant’è vero che due più due fa quattro, vi dimostrerò che l’immortalità è una sciocchezza». In altre occasioni, contraddittorio come sanno esserlo soltanto gli artisti, gli scrittori, gli uomini che vivono in un altro pianeta, avrebbe sostenuto l’esatto contrario, in maniera ancora più determinata. «Una volta morti non scompariamo, non è possibile. L’immortalità è un fatto. Concedetemi un istante e ve lo dimostrerò».
Bunin ci fa compiere un viaggio ondivago dentro il cuore e i sentimenti del grande russo, soffermandosi su ricordi privati, partendo dall’infanzia di un bambino che era sopravvissuto a un padre manesco e a una miseria sempre incombente, sicché poi l’uomo si dimostrò abbastanza forte a sostenere molto presto la famiglia e più tardi il peso di una tubercolosi senza scampo che non gli impedì di sottoporsi a una dura disciplina: lavoro, lavoro e ancora lavoro. «Se si ha qualche talento, allora lo si coltivi, sacrificandogli ogni altra cosa». Insomma, nella sua ottica, lo scrittore non deve mai abbandonare la penna. Dello stesso parere sembra essere Bunin che assemblò questi lacerti di vita del grande amico, quasi alle soglie dell’aldilà, facendosi aiutare dalla moglie. Com’è strana e ricorrente la vita, Cechov era morto da quasi cinquant’anni quando uscì il quasi saggio di Bunin, pure postumo.
Nonostante l’amicizia e la confidenza che legava Bunin e Cechov, il capitolo del grande amore impossibile per la scrittrice Lidija Avilova nasce dalle memorie della donna. Il rispetto per la verità spinge l’allievo a parlare anche di questo, regalando ai lettori una storia che sarebbe rimasta segreta, tanto vagheggiata, quanto impensabile nella sua clandestinità.
Anton Cechov (1860-1904), chiunque ami la letteratura lo conosce, almeno per le sue opere principali: Il giardino dei ciliegi, Il gabbiano, Tre sorelle, Zio Vania, Ivanov, L’orso, solo per citarne alcune. Grande anche nei racconti. Ma cosa avremmo conosciuto sulla sua vita se l’amico allievo Ivan Bunin, (1870-1953) dimenticatissimo premio Nobel per la letteratura (conferitogli nel 1933, mentre era rifugiato a Parigi) non ci avesse regalato l’imperdibile saggio? Per la proprietà transitiva delle curiosità, ora è naturale che ci venga voglia di saperne di più anche di un Nobel snobbato. E così apprendiamo che era ammiratore anche di Tolstoj e che su di lui molto ha scritto. Che dopo aver lavorato come giornalista e bibliotecario, si dedicò alla poesia e a pubblicazione di racconti, fra cui vanno ricordati Valsecca, Il signore di San Francisco, L’amore di Mijtia, Viali oscuri.
In seguito alla rivoluzione del 1917, lasciò la Russia e si stabilì a Parigi. A spingerlo scrivere fu la lettura dell’epistolario di Cechov che si andava allora pubblicando in Urss. Fu per lui come una scossa improvvisa, per rivivere i momenti di una intensa amicizia. Incanta la circolarità di questi avvenimenti. Ce ne fossero ancora uomini così dotati

Il cervello di Alberto Sordi

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Se amate il cinema e il suo retropalco, se nei vostri gusti rientra un volume matrioska che dentro i suoi settori ne contenga altri, degradanti in misura, ma non in interesse, proprio in questi giorni Tatti Sanguineti vi ha servito, col suo Il cervello di Alberto Sordi- Rodolfo Sonego e il suo cinema (Adelphi, 588 pagine, 26 euro).
L’acuto critico cinematografico — che, senza onomastica economia, si chiamerebbe Gaetano — giornalista, attore, autore televisivo, documentarista, sceneggiatore e regista, si aggira dentro spazi dove è di casa, rendendo coinquilini anche noi della sua verve effervescente e scanzonata. Così ci è dato leggere un librone sul cinema, nato da lunghe conversazioni fra l’autore e uno dei personaggi, meno noti al grande pubblico, ma più singolari e influenti del cinema italiano del periodo d’oro: Rodolfo Sonego, sceneggiatore di tutti i film più importanti di Alberto Sordi, dal Vedovo a Una vita difficile, allo Scopone scientifico, solo per citarne tre tra i moltissimi.
Questo è il pretesto per regalarci attraverso la voce abrasiva del bellunese Sonego e di altri autori — che intercalano, come affluenti degli affluenti, il flusso principale — uno spaccato della vita in cui hanno vissuto attrici della statura della Mangano, della Lollo o di Laura Antonelli, mentre regnava il produttore Carlo Ponti, spilorcio come riescono a esserlo solo i ricchi, e imperavano registi della grandezza di Fellini, Visconti, Rossellini, De Sica, Antonioni, solo per citarne alcuni fra i molti fotografati dalla penna implacabile del bellunese che ci fa ridere e sorridere. Come quando descrive il censore del cinema italiano Giulio Andreotti, disinvoltamente in grado di scrivere una lettera persino a se stesso. Una scena da film di Fellini: Sonego e Sordi stanno preparando la richiesta per una sovvenzione, da presentare al sottosegratariato allo Spettacolo, dipendente direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, quando entra Andreotti, allora sottosegretario di De Gasperi con la delega, appunto, allo Spettacolo. Non può non ascoltare e interviene: «No, troppo ampollosa. Scrivete piuttosto così…» e detta lui la lettera che gli sarà indirizzata.
Le trame dei film e gli spicchi di vita dal mondo del cinema sono solo pretesti per proporci ritratti di personaggi, ma anche il ricordo di sogni e speranze di gente che sapeva e poteva sperare ancora. Tutta la narrazione è permeata dal genio di Alberto Sordi. Indiscutibile la sua grandezza di attore, ma il racconto lo rivela molto meno dotato quale «uomo di cultura», come si sarebbe detto allora: non si atteggiava a pensatore, anche perché c’era Sonego, perfettamente calato nel ruolo, mentre Sordi si preoccupava piuttosto della cultura popolare, di non perdere il contatto con la sensibilità del suo pubblico”.
Ma chi è Sonego? «Ecco, io — come uomo — sono l’esatto contrario del personaggio che continuo a raccontare e al quale presto le battute che Sordi pronuncia da vent’anni sullo schermo», rispondeva il veneto testardo che ha creato i personaggi indimenticabili interpretati dallo scettico romano . Montanaro dalle umili origini («Ho messo le prime scarpe a nove anni»), partigiano combattente, scoperto come formidabile narratore nel 1947 a Venezia da un collaboratore di Roberto Rossellini, che individua il talento e lo fa chiamare subito a Roma. A Cinecittà Sonego aggiunge alle sue capacità l’aiuto di una collaboratrice formidabile. Infatti, proprio a Roma nel 1950, conosce Allegra Rossignotti, che dopo poco diverrà sua moglie. «Batteva a macchina come un fulmine, capace al punto che molti altri sceneggiatori le chiedevano di lavorare per loro». Senza di lei, ammette spassionatamente, certi copioni forse non avrebbero visto la luce, e non solo per la trascrizione materiale: una penna preziosa, questa femminile, sensibile come sanno esserlo solo le donne, quando sono sensibili.
Un volume imperdibile questo collage sapiente di Sanguineti, una storia dentro le storie, con Federico Fellini che viaggia in macchina a cercare ispirazioni, Ennio Flaiano dalla leggendaria intelligenza e Grace Kelly nostalgica del mondo abbandonato, ma severa protagonista del suo ruolo da principessa. Non mancano, in queste folte pagine, flash fulminei del caustico Sonego, crudeli come punture d’insetto: «Enrica Bonaccorti. Come convincerla che non ha niente di divino?» Lo spirito concreto di Sordi sembra aleggiare persino quando l’autore non ne parla direttamente.
C’ è una data di «nozze» precisa: il 1954 in cui artisticamente s’incontrano Alberto Sordi e Rodolfo Sonego, classe 1921. L’unione è finita alla morte di Sonego nel 2000, Sordi lo seguì tre anni dopo, quando ormai si era ritirato dalla vita attiva di attore. Ma ci sono unioni artistiche che durano oltre la morte, oltre le penose questioni ereditarie che hanno riportato alle cronache Alberto Sordi, lui che della sua vita privata non era geloso: gelosissimo.

Grazia Giordani Il genio che fornì le ide