Archive for marzo 2013

L’impronta dell’editore

 

Si centellina come un prezioso liquore la silloge di saggi L’impronta dell’editore (pp.164, euro 12) che Roberto Calasso ci propone, corredato di acclaranti note ai testi, in occasione del cinquantesimo compleanno dell’Adelphi. Una bibliofila – non bibliomane – come chi sta qui scrivendo, si sente invitata a nozze mentre naviga dentro il pensiero originalissimo del saggista che in modo anomalo sa parlarci di editoria, partendo da Roberto Bazlen, il triestino d’epoca asburgica che in vita non pubblicò nulla, ma che tutto sapeva sui capolavori del suo tempo, tanto da poter consigliare letture a persone speciali che cercavano libri speciali.

Il ventunesimo compleanno di Calasso fu in un certo senso fatale, in quanto creò l’incipit dell’editoria Adelphi, formata, nell’ottica bazleniana da ‹‹libri unici››. Già il luogo in cui avviene questo travaso d’idee tra il “consigliori” e il ventunenne rischia di riempirci d’invidia perché siamo nella villa di Ernst Bernhard, sul lago di Bracciano. Il clima intellettuale si sta già facendo goloso per chi apprezza queste situazioni e sta apprendendo che i libri unici dovevano essere scritti da chi, per una ragione o per l’altra, avevano attraversato un’esperienza unica che si era depositata in un libro. Subito si parlò dell’edizione critica di Nietzsche e della futura collana di Classici. Ma l’eccezionale critico letterario insisteva soprattutto sul tasto dei libri che non era mai riuscito a far passare nelle case editrici già note da Bompiani ad Einaudi. E potevano andare da un classico tibetano (Milarepa) o di un ignoto autore inglese che aveva scritto un solo libro (Cristopher Burney), tanto per citare qualche esempio delle scelte del coltissimo triestino.

‹‹Che cos’è un libro unico? – sembra chiedere a se stesso il Saggista –  l’esempio più eloquente, ancora una volta,  è il numero I  della Biblioteca: L’altra parte di Alfred Kubin. Unico romanzo di non- romanziere. Libro che si legge come entrando e permanendo in una allucinazione possente. Libro che fu scritto all’interno di un  delirio durato tre mesi. Nulla di simile nella vita di Kubin, prima di quel momento; nulla di simile dopo. Il romanzo coincide perfettamente con  qualcosa che è accaduto un’unica volta, all’autore. Ci sono solo due romanzi che precedono quelli di Kafka e dove già si respirava l’aria di Kafka. L’altra parte di Kubin e Jakob von Gunter  di Robert Walser›. Entrambi avrebbero trovato il loro posto nella Biblioteca. Anche perché se, in parallelo all’idea del libro unico, si dovesse parlare di un autore unico per il Novecento, un nome s’imporrebbe subito. Quello di Kafka›.

Quando ci si abitua alla bellezza, si è inclini a dimenticare da dove essa provenga. E così ci pare scontato, perché ormai li leggiamo da anni, che Adelphi abbia sdoganato autori austriaci di cui in Italia solo i raffinatissimi conoscevano, forse, qualcosa. Chi conosceva il boemo Karl Kraus? Persino Musil non faceva parte degli autori più noti, per non parlare di Hofmannsthal e Roth (non l’americano Philip, ma l’austriaco Josef).

‹‹In nessun altro luogo si erano poste così lucidamente come a Vienna le domande ultime sul linguaggio (che poteva essere la lingua di ogni giorno e dei giornali per Kraus, o i sistemi formali per Godel o il sistema totale per Schonemberg; o i rebus onirici per Freud››.

Di pagina in pagina, il lettore raffinato diventa sempre più ghiotto di notizie letterarie e condivide il rammarico dell’autore per fenomeni consumistici che fano sparire pregevoli testi dalle librerie. Per cui a un diciottenne resteranno ignoti testi imperdibili.

Questo florilegio di saggi diventerà un vostro livre de chevet. Perché in ogni pagina troverete motivo di riflessione, apprendimento e rispettosa condivisione, rallegrandovi che il grande Simenon, anche lui, abiti qui in buona compagnia.

Grazia Giordani

Hena va a Ferrara

Venerdì 22 Marzo 2013 ore 17.30

Ferrara
Piazza Trento Trieste – Palazzo S.Crispino

Grazia Giordani presenta
Hena
Il Cerchio Editore
Interviene Luisa Carrà, Presidente della Società Dante Alighieri

Liberà sognata

Con questo raccontino ho partecipato una ventina d’anni fa al concorso Il sogno di Natale, promosso dal settimanale AMICA. Avrebbe vinto chi, in poche righe, fosse stato in grado di esprimere il sogno più originale. Così, ho guadagnato un piccolo collier d’oro con brillantino.

LIBERTA’ SOGNATA

Vent’anni di carcere non sono riusciti a togliermi la voglia e la capacità di sognare, unico antidoto alla mia disperazione di reclusa: quasi una magia onirica che mi porta all’aperto, fuori da queste mura. Ho spesso la sensazione che il tempo entri dentro la mia piccola stanza e che resti, a sua volta, imprigionato, stagnante, senza via d’uscita. E’ per esorcizzare questi scuri pensieri che rivedo – come in una moviola – il volto sorridente di mia madre e il suo ditale d’argento che brilla sulla tela, mentre cuce e risento la voce di mio padre che parla, sereno, con le mie sorelle. Il quadrato di luce sbarrata della finestrella in alto, è sostituito dall’ampio balcone di casa mia, soffocato dai geranei in piena fioritura. Rivedo i campi da sci brillanti di neve dove andavo a gareggiare nei mesi invernali; sono assalita da profumi di passato: odori di cucina, di fiori, di corpi amati, di case amiche. Sogno di correre in prati infiniti, bagnati dalla luna, di rivedere l’uomo di cui sono ancora innamorata, fuori dalle sbarre, e di sedermi – accolta dal calore degli amici – ad una tavola imbandita con tovaglia di fiandra e brillio di porcellane e argenti. Dopo tanti pasti da carcerata, ho voglia di opulenza, di lusso, di cose che un tempo non mi interessavano, quando sarei stata in potere di averle. La cella comincia ad essere invasa dalle ombre della sera. Presto accenderanno la luce artificiale, devo sbrigarmi a sognare. Concentro il mio pensiero sullo sguardo intelligente del mio uomo, sul calore delle sue mani, sulle note profonde della sua voce che ha dentro il riverbero dell’organo di chiesa; rivedo il suo piccolo tic all’angolo della bocca, la cicatrice sul petto, il vello leggero sul dorso delle sue mani. Ascoltiamo insieme musica sacra: “La petite messe solemnelle” di Rossini ci riempie di tenerezza, di gioia quasi mistica. Parliamo a ruota libera della nostra vita passata, delle letture fatte a quattro occhi e un solo cuore, dei viaggi in Medio Oriente, di quella volta che a Parigi ci siamo persi, di quella volta che a Roma siamo rimasti chiusi in ascensore…. Ce la metto tutta perché il sogno non finisca, mentre fiori d’ombra si imprimono sulle pareti, malinconico giardino della mia carcerazione. Mi sforzo di non vederli, di sostituirli con i prati ricamati di brina della mia infanzia. La luce, accesa all’improvviso, mi ferisce la vista. Chiudo gli occhi e mentre sogno disperatamente mi sembra di sentire profumo di libertà. (g.g.)

 

 

Epilogo

L’eco della montagna

Epilogo

La vita di Helga riprese a scorrere nel suo solito tran-tran.
Lezioni ai suoi allievi; passeggiate in città, qualche concerto o spettacolo teatrale, molte letture; fine settimana sereni nel cottage in montagna con piacevole frequentazione dei suoi vicini che le divennero, nel tempo, sempre più amici.
Aveva rinunciato a un’esistenza in technicolor, ora si contentava di vivere in bianco-nero. Aveva i suoi ricordi. Ripensava, talvolta, alla sua infanzia protetta dall’ affetto dei suoi; agli anni di studio proficui; alle soddisfazioni nel lavoro, ma non le era mai accaduto nulla di veramente forte. Anche l’abbandono di Sandro e le deluse aspettative nei confronti di Carlo non le avevano poi cambiato l’esistenza. La vita le era scivolata addosso, senza scalfirla, incapace di scrivere sulla sua pelle disegni indelebili, decisi.
Niente di veramente determinante l’aveva scossa nel profondo.
Per lei non c’erano mai stati uragani, ma solo piogge, anche forti, che lavano magari, ma non distruggono.
Certo, non avrebbe voluto soffrire la sorte di Fatma, sfigurata, per infedeltà e cacciata dal marito e dai suoi, dopo aver perso la sua bellezza, ripudiata da tutta la sua gente e ancora così piena di nostalgia per quella casa lambita dal Tigri, immersa in profumati giardini. Eppure, quella giovane irachena, anche se così ferita nel corpo e nei sentimenti, aveva avuto una vita più piena della sua ed era riuscita, anche se così massacrata dal vetriolo, a conquistare Carlo.
«Può essere più seducente una donna deforme, ma con un cuore vivo, un sangue capace di passione, di una dona come me, tutta intera, ma incolore, sempre uguale a se stessa, monotona agli occhi del mondo, destinata all’anonimato.»
Distratta da questi pensieri, non vide un auto che sbucava a tutta velocità dal lato opposto della strada.
Fu uno schianto improvviso e definitivo.
L’unico fatto eclatante che le era accaduto, non le fu mai dato saperlo.

Grazia Giordani

Considerazioni. Mi sono accorta – e forse ne sono stata consapevole fin dalle prime righe de L’eco della montagna –  di aver creato, artatamente, una figura femminile che è il mio diametrale opposto: Helga è misurata, composta, svuotata dalle passioni, quasi abulica. Ai miei occhi, una mediocre. Detesto il suo abbigliamento sciatto, la sua rassegnazione, la sua assenza di civetteria, la sua femminilità surgelata, il suo cedere il posto nella vita, la sua generosità spenta, da vecchia zia rassegnata. Ricordate Simenon, che si rispecchia nel suo alter ego all’inverso, creando l’impeccabile, simpatica figura umanissima del commissario Maigret? Con le debite, abissali differenze, perché la mia penna dista mille miglia da quella del grande belga, ho provato un jeux litteraire pareil, una prova d’autore volutamente schematica  e, spero, non del tutto fallita. (g.g.)

 

Dolore

L’eco della montagna

Dolore

Riprese l’abitudine delle lunghe passeggiate nei boschi, per Helga e Carlo.
Venne la stagione delle dalie. Ne raccolsero fasci, attenti a non sciupare le piantine, rispettosi di quel lussureggiante patrimonio naturale, così come non coglievano mai funghi più di quanti ne avrebbero consumati nei loro appetitosi pranzetti.
Fatma non li accompagnava mai, si spingeva solo fino ai bordi del prato, timorosa sempre di essere vista; in presenza dell’amica non si era mai tolta la maschera. Finora, della giovane irachena Helga conosceva soltanto quel poco che le aveva raccontato l’amico.
Fu proprio in un tepido pomeriggio di settembre, uno di quelli in cui una foschia dolce vela il lago lontano, e si comincia a sentire una premonizione autunnale, che Fatma sentì il bisogno di rivelarle il suo passato, parlando a sussurri, con voce rotta, un po’ come se si rivelasse a se stessa.
«Bagdad, prima della guerra, soprattutto nella sua parte antica, era una città magica, piena d’incanto. Abitavamo in una bella casa lungo il Tigri, non lontana da quella della mia famiglia d’origine. Avevo un giardino folto di piante; il profumo dei miei gelsomini era così inebriante, che lo avverto ancora in sogno.
Avevo sposato – giovanissima – con nozze combinate come usa da noi, un amico di mio padre, un ricco commerciante. Non mi mancava nulla di materiale. E non sapevo che mi mancasse l’amore, perché questo sentimento non l’avevo mai provato.
All’alba, vedevo grandi imbarcazioni, cariche di merci, solcare il fiume e sognavo paesi lontani; pensavo a Roma, Parigi, Mosca, New York, di cui avevo letto nei libri. Le mie sorelle ed io avevamo studiato con un precettore, in casa, un vecchio parente che, il mattino, insegnava in scuole pubbliche. Eravamo state tenute lontane dal mondo. Solo nostro fratello era andato a Oxford a completare i suoi studi.
E questo mi fu fatale.
Fu la mia rovina.
La mia esistenza proseguiva lenta, senza scossoni, piatta, ma serena.
In assenza di mio marito, tornato dall’Inghilterra, mio fratello portò a casa nostra un suo amico inglese. Ci innamorammo.
Persi la testa.
Abdul ci scoprì.
Il resto lo sai già, conosci il seguito di questa storia di dolore.»
E, nel dire questo, Fatma si tolse la maschera, scoprendo un volto talmente sfigurato da impressionare persino l’autocontrollo di Helga, che non seppe trattenere un gemito, guardandola piena di inorridita compassione.
«Eppure, Carlo, che mi ha raccolta disperata, lungo la via, scacciata da tutti i miei di casa, come se fossi una cagna rognosa, ha avuto pena di me, mi ha raccolta, fatta curare e ora mi tiene con sé, con un affetto così tenero che è miele per le mie ferite.»
Helga non riuscì a trattenere le lacrime.
«E l’inglese?»
«Misteriosamente scomparso. Temo i miei l’abbiano fatto uccidere.»
I suoi dolori passati e presenti le apparvero quisquilie, piccinerie senza importanza.
In uno slancio improvviso e incontenibile, abbracciò l’amica.
La maschera tornò rapidamente su quel viso martoriato, e non fu mai più toccato l’argomento.

Grazia Giordani

Riflessioni

L’eco della montagna

Riflessioni

Helga restò a lungo silenziosa, dopo le stupefacenti rivelazioni di Carlo.
Le ombre della sera tingevano di violetto il cielo; alberi e case si stagliavano scuri all’orizzonte, sotto il suo sguardo reso triste, anzi avvilito.
«Vorrei che diventaste amiche.»
«Sì.» – si limitò a rispondergli, sempre più consapevole del fatto che nella vita ci sono vincitori e vinti. Ora avrebbe dovuto reprimere quel suo interesse per Carlo, l’emozione, anzi l’eccitazione che lui riusciva a suscitare in lei; i progetti che aveva fatto. Due cottage vicini avrebbero favorito gli incontri; parlare con lui di letteratura l’affascinava, anche se trovava troppo complessa e tortuosa la sua cifra letteraria.
Oddio, lo ammirava tanto e non aveva capito che lui aveva già una compagna!
«Domani – se vuoi – verrò a conoscerla.»
Fu una notte dura, quella, per Helga.
Normalmente, i dolori si associano, hanno il potere di richiamarsi l’un l’altro all’appello, così la nuova delusione subita, inevitabilmente, le fece rivivere l’abbandono di Sandro. Nella sua sofferenza non vi era nulla di tragico, di disperato (non apparteneva certo alla razza di quelle donne che si sarebbero gettate giù dal Ponte del Diavolo, com’era accaduto ad alcune, lì in zona, per una delusione simile), il suo era un patimento sordo, un rovello interiore che lavorava sotto, come un male sottile.
Nella tarda mattinata dell’indomani, si avviò verso la casa di Carlo per conoscere Fatma.
Il sole non badava a spese, quel giorno, irrorando la vita intorno di una luce talmente violenta, da essere quasi offensiva. Almeno così a lei parve, ulcerata nel cuore com’era in quel momento. Eppure non perdeva il suo autocontrollo, quella calma apparente che la faceva sembrare molto “inglese” agli occhi del prossimo.
Carlo l’accolse con un abbraccio, più espansivo del solito, come se volesse farsi perdonare (ma cosa poi, visto che mai l’aveva corteggiata o illusa in qualche modo?), oppure desiderasse nascondere il suo momentaneo imbarazzo, sotto la maschera di un’eccessiva disinvoltura.
«Così sono entrambi mascherati – pensò amaramente – lei per la crudeltà del marito; lui per la situazione del momento…»
E ogni volta che Helga era attraversata da una considerazione acida, si meravigliava di se stessa.
La casa non presentava una stanza d’ingresso. Si entrava subito nel cuore dell’abitazione. Una camera vasta, arredata con mobili bassi di legno grezzo; pareti bianche; la nota di colore era data dai tappeti bellissimi.
«Vengono da Bagdad.»
Fatma comparve quasi subito.
Snella, dotata di un’eleganza naturale, indossava ancora un abito lungo, con un copricapo dello stesso colore.
Parlava piano, quasi sussurrando dietro lo schermo della maschera.
Si sedettero vicine.
Helga non osava quasi guardarla.
Provava un misto di pena e tenerezza per lei.
Accettò volentieri l’invito a pranzo.
Nel primo pomeriggio tornò a casa meno triste, in fondo contenta di averla conosciuta.

Grazia Giordani

Fatma

L’eco della montagna

Fatma

Arrivare in auto, inerpicandosi su per la ripida salita, e incontrare subito Carlo che pareva magicamente sbucar fuori dal nulla, divenne una piacevole consuetudine per Helga. Spesso si recavano insieme a passeggiare nei boschi, dove raccoglievano erbe e frutta selvatica. Camminavano accostati, senza sfiorarsi nemmeno, appagati dalla piacevolezza dello stare insieme. Finalmente, in tutta spontaneità, la rottura con Sandro, la delusione e la solitudine del dopo, erano venute a galla, nei discorsi di Helga, in maniera naturale, senza forzature. Carlo sapeva ascoltare e comprendere, ma non sollecitava, non incalzava con domande. Il racconto fluiva come un’acqua troppo lungamente soffocata da massi rocciosi, come un corso sotterraneo che si liberava venendo alla luce.
A sua volta, la discretissima Helga non gli rivolgeva domande personali. Parlavano molto del romanzo che Carlo stava scrivendo, una trama complessa, dostoevskijana, dentro cui vivevano personaggi problematici, pieni di rovelli interiori.
«Strano – pensò Helga, man mano che si dipanava il racconto – che un uomo tanto sereno, all’apparenza, crei situazioni e figure talmente contorte.»
Ma non disse nulla, non fece notare la cosa, non era da lei invadere la privacy del suo prossimo e questo suo grande riserbo, purtroppo talvolta poteva esser preso per freddezza.
Tra loro, dunque, solo un’amicizia serena. Eppure Helga si era messa a pensarlo più di quanto non volesse ammettere nemmeno con se stessa. Quando si salutavano, stringendosi la mano, sperava che quelle dita intrecciate restassero più a lungo congiunte, e una volta che la mano di Carlo le aveva tolto una foglia caduta sul suo volto, aveva trattenuto il fiato per una frazione di secondo, turbata dal tocco di quelle dita virili.
I fine settimana si avvicendavano sempre molto simili; era solo il mondo esterno a mutare. Si arrivò così alle vacanze estive. Helga portò con sé in montagna un bagaglio più consistente e una speranza più viva di un legame maggiormente intenso con quell’amico che andava occupando porzioni ormai vaste dei suoi pensieri.
Sì, lo pensava, ormai non riusciva più a nasconderlo a se stessa.
Per la strada, a volte, si illudeva di vederlo in uomini che gli somigliavano appena.
In una libreria del centro, quando vide in vetrina un suo romanzo ristampato, corse ad acquistarlo e lo lesse con un’ansia che non le era propria, sperando di rubare – fra le righe – qualche frammento della sua interiorità, qualche spicchio del suo animo.
Era sempre lui ad andare a casa sua.
Stranamente, non le aveva mai contraccambiato un invito.
Solo una volta, l’aveva fatta entrare nel suo giardino, per offrirle la talea di un rosaio rampicante che lei aveva dato segno di ammirare.
La lettura del romanzo l’aiutò ben poco nell’intento che si era prefissa, e – a dire il vero – una scrittura così introflessa e una cifra letteraria tanto contorta, le procurava, se non noia, un po’ di sofferenza, perché amava libri più chiari e meno filosofeggianti.
Non avevano mai cenato insieme, ma una sera, tornati ormai all’imbrunire, da una delle loro passeggiate, timidamente, gli chiese se voleva dividere il pasto con le; «un risotto con i funghi che abbiamo appena raccolto» – precisò, quasi a mezza voce, in un sussurro – perché era molto imbarazzata.
Carlo l’aiutò a preparare la cena.
Aveva un modo tutto suo di disporre piatti e posate.
Mentre lei rimestava nel tegame, uscì fuori un attimo a raccogliere un mazzolino di fiori selvatici nel prato che poi dispose in un bicchiere; perfettamente in tinta con la tovaglia, diffusero nella stanza un aroma delicato, subito sopraffatto dall’odore dei funghi in cottura.
Fu una cena piacevole, anche se Carlo si dimostrò più silenzioso del solito.
Nel salutarla, ringraziandola, si chino a sfiorarle con un bacio la guancia e questo primo gesto di intimità, procurò ad Helga quasi un mancamento.

***

Il mattino dopo non lo vide, né sentì.
Era inquieta, ora si affacciava alla finestra, ora si sporgeva sull’uscio di casa.
Finalmente si decise ad uscire, sperando di incontrarlo.
Era una mattinata dal chiarore abbagliante.
Non ricordava di aver mai visto prima un sole tanto fulgido.
Il lago mandava lampi tra gli alberi, taglienti come lame acuminate.
La casa di Carlo le venne incontro; sembrava vuota, inanimata.
Le finestre erano socchiuse.
Attraverso la vetrata della veranda vide muoversi lentamente una figura femminile. Indossava un lungo abito fiorato, sormontato da un corsetto severo, senza scollatura; le mani erano scure; il volto coperto da una maschera.
Provò un brivido strano che assomigliava alla paura.
Fino a sera restò sola in casa, ripromettendosi di uscire dal suo riserbo, chiedendo notizie al suo amico, il più presto possibile, su quella strana visitatrice.
L’occasione si presentò l’indomani stesso.
«Ti ho vista ieri, nei pressi di casa mia e ho immaginato il tuo meravigliato imbarazzo; non ti avevo mai parlato di Fatma, perché è una storia dolorosa e difficile. L’ho conosciuta un anno fa ad Algeri. Porta una maschera in volto perché il marito, ritenendosi tradito, l’ha sfregiata col vetriolo Ho avuto pena della sua sorte.»

Grazia Giordani