Archive for marzo 2006

un punto più scuro

– Quella mattonella mi vuole solo aiutare, è così, non la devo odiare, no, non devo resistere, devo mantenere il controllo, ecco cosa devo fare. Ora, mentre cammino nella stanza, non devo agitarmi, dimenarsi è peggio, fa crescere la paura. Il rimedio è la calma, è la calma. Lo sento.

C’è stato un tempo – neppure troppo lontano, a giudicare dalla chiara memoria che ne conservo- in cui mi voltavo a guardare le onde, per esempio. Andando via dalla spiaggia o sul treno che superava l’ultima curva della collina, mi giravo per vedere il mare. Per l’ultima volta. Perché Sandro Penna aveva ragione, mi sorprendeva quella grandezza tutta azzurra.

O la meraviglia per gli storni, quando disegnavano palle volanti sopra la mia testa e me ne stavo dietro la finestra a osservarli per ore, chiedendomi cosa volessero dirmi tutti quegli uccelli venuti da lontano.

C’erano pomeriggi, allora, che passavano lenti e mi lasciavano tutto il tempo di sognare una ragazza. E io me la prendevo comoda, sognavo e sognavo. Non solo gli occhi, anche le parole da dire e i corpi già abbronzati nel biancore del paese, mi pare di ricordare.

E quando finivo di leggere un romanzo c’era ancora la luce del sole, potevo fare un sacco di cose. Andare al cinema o fare due tiri a biliardo, per esempio. Chiamare il mio amico Marco e dirgli che avevo comprato un nuovo disco di Thelonious Monk. Misterioso, per esempio.  Oppure che avevo scoperto un altro luogo dove andare a pescare le spigole di notte.

Sapevo a memoria le poesie dei futuristi russi e mi gettavo sulla strada “trascinando il mio enorme amore”.  Lei rideva, la strada, rideva a più non posso e più lei rideva più io la desideravo. Il tempo dei sogni e delle cose, insomma.

Ora non è più così. Ora c’è la mattonella.

E’ la quinta, a partire dalla parete di destra, sul pavimento del mio studio. La quinta e mezza, veramente, che la prima è tagliata a metà.

– Si può sapere che cavolo vuoi? Perché non mi lasci in pace, perché mi vuoi trascinare dentro quelle stupide storie? Voglio uscire, voglio andare a bere una birra con gli amici.

Cerco di non guardarla, naturalmente. Tanto lo so che se mi soffermo per dieci secondi sulla ceramica, sono fottuto. In quel punto dove il disegno si fa più scuro, dove le macchie virano al marrone, proprio al centro di quel quadrato trenta per trenta. E’ lì, in quel punto preciso, che mi attira.

Non ricordo come sia successo la prima volta. Ricordo solo che ero seduto davanti al computer e stavo cercando di scrivere una lettera. Non trovavo le parole giuste e allora avevo reclinato la testa a sinistra, con lo sguardo basso, le palpebre che non volevano saperne di chiudersi. Pensavo, ecco, come capita a tutti.

Lentamente, la mattonella aveva cominciato a muoversi, come uno di quei disegni da illusione ottica. E, piano piano, il campo visivo aveva cominciato a restringersi. Prima era sparita la scrivania, poi le gambe della sedia, poi le altre mattonelle. E infine era sparito tutto. Ero precipitato nel buio.

C’era un tizio che mi parlava. Mi raccontava una vicenda di guerra, quando lui era partito dal suo paese e non era più tornato e tutti pensavano che l’avessero ucciso i tedeschi, invece si era suicidato perché non ce la faceva più a vivere con la nostalgia di sua moglie.

Diglielo tu, diglielo tu – mi diceva – raccontalo tu ai miei nipoti che io sono morto per amore-

Ma che ne sapevo io di chi mi stesse parlando! Non sapevo neppure quale fosse il suo paese, figuriamoci. E intanto mi tratteneva per la giacca, e parlava, parlava, come se avesse davanti un registratore cui affidare le proprie memorie. Invece c’ero io, che non vedevo l’ora di andarmene. C’era voluto un bel po’ di tempo, prima di risalire dal pozzo della mattonella.

Da quel giorno non ho avuto più scampo. Ogni volta che mi giro a pensare sono in trappola, ci cado sempre, inesorabilmente.

Tutti i giorni, quel punto della casa mi chiama, come una sirena di Ulisse. E io sono un cardellino che va a bere sempre allo stesso ruscello, mi faccio acchiappare da un rametto pieno di vischio. Sbatto le ali, per liberarmi, ma mi riempio ancora di più di quella colla cattiva. Per questo devo mantenere il controllo. Tanto non c’è niente da fare.

Il tempo delle cose vere è finito da tempo.

Se sto calmo, forse la mattonella mi porterà a fare una passeggiata al mare di Bosa.

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Enigmi ed amore intorno a un quadro
Certo, l’espediente del “metaromanzo” non è un fatto nuovo nel mondo letterario, basterebbe pensare ai pirandelliani “Sei personaggi in cerca d’autore” o a Calvino col suo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, solo per portare due esempi in merito,  ma Luigi Guarnieri col suo nuovo romanzo “La sposa ebrea” (Rizzoli, pp.224, euro 17) sa dare una svolta suggestiva a questo già frequentato genere letterario, colorandolo di un’inquietudine, sapientemente espressa, che vibra nella pagina dall’inizio alla fine, evidenziando inoltre la capacità di regalare cultura e finezza a un filone – quello del thriller d’arte, se così lo possiamo definire – che in questi anni abbiamo visto avere successo di facile cassetta.
Dopo “La doppia vita di Vermeer”- che l’ha fatto entrare in cinquina al Campiello – Guarnirei torna a coniugare letteratura e arte con la sua nuova opera intitolata al celebre dipinto di Rembrandt, solleticato dal mistero che aleggia attorno all’identità dei due amanti ritratti ne “La sposa ebrea”. La critica d’arte, attraverso i secoli, ha fatto congetture mai del tutto risolte sul profilo storico dei due enigmatici personaggi che il maestro olandese ha saputo congiungere nel gesto di tenera audacia erotica dell’uomo che posa delicatamente la mano sul seno della giovane amata che gli contraccambia la carezza. I critici più accreditati hanno pensato trattarsi dell’episodio di Isacco e Rebecca, all’epoca in cui – fingendosi fratelli e sorella – furono scoperti amanti dal re Abimelech. La fantasia dello scrittore ha invece volato alto, filtrando i dati storici, secondo il suo estro, pronto a creare due vicende, sfasate nel tempo, ma collegate nella sostanza. Secondo il suo narrare,  siamo a Parigi al cadere degli anni Novanta e ad Amsterdam a metà Seicento.
Nel 1987 una Parigi, descritta per essenziali  fotogrammi non privi di scabra poesia, è teatro dell’incontro di uno scrittore – Leo Gualtieri, nullafacente e depresso, oseremmo dire un Bukowsky dei poveri, soprattutto per il suo amore alla bottiglia -, con un’ebrea olandese Rebecca Lopes da Costa, una giovane dotata di uno charme tenebroso, una bellezza “letale”, secondo la visione dell’autore. “Era di una bellezza insolita, obliqua, tenebrosa. Alta, magrissima. Il volto era fine ed elegante, ma di un pallore cimiteriale. Non portava collane né anelli, solo un nastrino – sempre di velluto rosso – alla gola. Aveva un naso importante (…).Capelli lunghissimi, lisci e corvini…”.
Insomma, questa maliosa Rebecca, singolare studiosa d’arte, più simile a “Mortisia” che a un’eroina attuale dello schermo, s’innamora follemente dello spiantato scrittore italiano che si piazza in casa sua, incapace di contraccambiare un sentimento così totalizzante. Le pagine in cui viene descritta l’inadeguatezza affettiva di Leo sono venate di un’ironia esistenziale e di un senso critico persino divertente, tanto l’autore – analizzandole – sembra conoscere simili sentimenti.
La capacità di approfittarsi della situazione, da parte dello scrittore fallito, che finalmente potrà scrivere un nobile romanzo – quello che noi stiamo leggendo – arriverà al punto di appropriarsi del “quaderno giallo” dove Rebecca sta esprimendo la sua ipotesi sull’identità dei due amanti raffigurati nel quadro di Rembrandt.
Veniamo quindi trasportati ad Amsterdam (secondo teatro della narrazione). Siamo nel 1665. Qui, nell’accurata ambientazione ebraica, riviviamo le pagine della sofferta vicenda amorosa di Abigail Lopez da Costa – affetta da una misteriosa malattia – col suo medico, più avanti negli anni di lei, Ephraim Paradises, fatto scomunicare dal padre della ragazza, con la scusa dell’eresia, ma in realtà per vendicarsi del disapprovato e ritenuto disdicevole legame amoroso con la giovane.
Guarnirei, attraverso la penna di Rebecca, sostiene quindi la letteraria tesi per cui Abigail ed Ephraim sarebbero i protagonisti del citato famoso ritratto di Rembrandt.
Mosso da rimorsi per il furto dell’ispirazione sottratta alla sfortunata studiosa che tanto lo aveva amato, al punto da tentare il suicidio per la delusione amorosa,  Leo, ormai imborghesito e più stabile che in passato – siamo nel 2003 – torna a Parigi per chiedere perdono a una Rebecca ormai diventata folle, tanto finzione e realtà le hanno obnubilata la mente.
Un romanzo così costruito su quinte temporali scorrevoli, legate dal fil rouge di intriganti rimandi tra vero, verosimile, reale e metafisico, possiede anche la suggestione del tema drammatico dell’amore che sopravvive alla morte, sottolineato dalla marca semantica dell’autore, capace di farci letterariamente immedesimare nelle sue tenebrose, coinvolgenti atmosfere.
Grazia Giordani
Pubblicato stamani nelle pagine culturali de L’Arena

                                 

         Beh, adesso mi metto alla tastiera e scrivo.

         Hai un’idea?

         No, ma qualcosa mi verrà. Qualcosa mi viene sempre. Mi sembra che non ho niente e poi invece, se me la prendo con comodo, scopro che nella testa c’è sempre qualcosa. A volte qualcosa di bello a volte qualcosa di brutto. Devo solo aspettare.

         Intanto lo vuoi un caffè?

         Sì, un caffè in questi momenti è quello che ci vuole.

         Allora lo preparo. Ora vado e lo preparo.

         Apri la confezione nuova che quello in offerta speciale faceva cagare.

         Hai ragione, però non mi ricordo dove l’ho messo. Forse nel pensile a sinistra, quello dove c’è la pasta e il riso, vicino alla marmellata.

         Ah, prendi i fiammiferi, l’accensione elettrica non funziona. I fornelli sono pieni d’umidità.

 

 

Sto parlando da solo. Quando mi succede così vuol dire che devo scrivere qualcosa. Probabilmente una storia stupida. E mentre carico la caffettiera mi viene la solita indecisione se usare l’acqua del rubinetto o quella minerale. Che tanto mi hanno detto che l’acqua che compro al supermercato la imbottigliano di nascosto nelle sorgenti del monte, quelle che alimentano la rete. Praticamente è la stessa, Polanca ha fatto la prova con due gocce. Altro che uccelli parlanti e nazionale, qui fra un po’ privatizzano tutto, vedrai. Alla fine opto per l’acquedotto.  Non ho pensato “opto”, una parola così ti viene in testa solo se stai scrivendo, al massimo avrò pensato “vado” o “macchisenefrega”. Però, opto per l’acquedotto me la segno, potrebbe tornare utile.

         Utile per che cosa?

         Boh, che ne so, magari per un gioco di parole.

         Giochi sull’acqua?

         No, giochi. In generale. Sull’acqua è difficile, quel cq è molto limitante.

         Veramente ci fanno anche i giochi olimpici sull’acqua. Anche il curling.

         L’acqua dura.

         Sì.

         E i pattini sono lame nell’acqua. Correnti nell’acqua. Ferma.

         Anche i pattìni. Però nel mare. O nel lago.

         Anche. Ma con questi penso più ai remi del quattro senza in acquaquattro.

         In sardo sarebbe più facile: abba.

         Già

         Quel giochino, per esempio, guarda babbo c’è dell’acqua. Abbà ba, abba bat.

         E sembra indicazione di una quartina in rima, è la parola prima, parola d’eccezione.

         Primordiale, si vede subito.

         E un rovescio d’acqua è sempre acqua.

         Abba.

 

 

Mentre rifletto sull’acqua, il caffè comincia a venire su. Smetto di parlare. Non so mai se bisogna aprire il coperchio oppure no. Subito dopo mi perdo in una tazzina. Nel senso che guardo il fondo e c’è tutta una storia. Brutta storia, vedo il fondo. Ve la racconto un’altra volta. Adesso mi faccio una pennichella, altro che scrivere. Tanto avrei scritto solo cazzate, tipo bruchi nell’acqua e non far falle. Non è una gran perdita.

 

Evasione

Sono entrata in una fase della vita in cui sento particolare bisogno di rompere col tran-tran fatto di: faccende domestiche, libri letti non per mio piacere, ma per scriverne recensioni, atti ripetuti sempre uguali. Ieri mi lamentavo di questa routinetarietà della mia eistenza con Eugenio, mio figlio. Avevo avuta l’impressione che le mie parole lo lasciassero indifferente, invece, pochi momenti dopo mi ha detto: "Mamma, stamattina ho una causa breve a Verona. Finché mi trattengo in tribunale tu potresti fare un salto in Piazza Brà o in via Mazzini, poi ti porto a mangiare in un’osteria tipica del Lungadige". E’ stata una mattinata indimenticabile, anche per i sessanta chilomentri del tragitto in auto ritmati da Bach, Mozart e Vivaldi in cd, commentati dalla cultura musicale del mio estroso ragazzo. E poi non  conoscevo quella parte più intima e "tortuosa" della città scaligera lambita dal fiume, fatta di viuzze antiche. E’ stato nuovo per me anche mangiare su un tavolo rustico, senza tovaglia, ascoltando voci, suoni, linguaggi di un’umanità così mista ed eterogenea raccolta attorno a noi.

Cargo

Avventura di mare per Simenon
Poco più che trentenne – nel 1936 – Georges Simenon pubblica in Francia, per i prestigiosi tipi di Gallimard,  Long cours, dimostrando di essere perfettamente a suo agio anche nella scrittura di mare, mettendo a frutto le sensazioni forti derivategli dal lungo viaggio che gli ha permesso di conoscere suggestive terre lontane, toccando tutti i continenti.  Il romanzo ha avuto una lunga “navigazione” anche da noi in Italia, entrando per la prima volta nei capolavori della “Medusa” (Mondadori) nel 1952, cui fecero seguito altre due edizioni nel 1970 e 1979.
Ora è la volta di Adelphi che – in corso di attuazione del lodevole progetto di pubblicare l’opera omnia di uno degli scrittori più originali del Novecento mondiale,  tanto amato dal grande pubblico anche per la sua lunga serie dedicata al commissario Maigret – ci propone fresco di stampa “Cargo” (Titolo originale Long cours, traduzione di Marco Bevilacqua, pp.350, euro 18). L’azione si svolge più in terra che per mare, anche se la nostalgia del cargo su cui hanno viaggiato i protagonisti, abiterà spesso le fantasie di Joseph Mittel , come se su quell’imbarcazione – il Croix de vie – il giovane avesse lasciato la consapevolezza di sapersi destreggiare in un’attività virile, nonostante la sua fragilità. Si era imbarcato a Dieppe in piena notte, fuggendo da Parigi, per solidarietà nei confronti di Charlotte, la sua compagna che aveva ucciso a sangue freddo un vecchio commerciante di cui era la mantenuta, irritata dal rifiuto di concederle il denaro che avrebbe dovuto sostenere la fazione anarchica per cui si batteva. Il cargo trasporta mitragliatrici destinate a un gruppo rivoluzionario ecuadoriano. Il comandante è l’ambiguo Mopps , che non avrà ritegno nel fare di Charlotte la sua amante sotto gli occhi umiliati di Mittel. Fin dalle prime pagine Simenon ci propone le marche semantiche di un’umanità di basso livello, gente comune la cui mediocrità non è solo materiale e sociale, ma anche psichica e sessuale: Charlotte è una piccola sgualdrina egoista che non ha esitato ad uccidere un po’ per fanatismo e un po’ per vendetta personale; Joseph è un debole, malaticcio, certamente più intelligente della ragazza, frustrato negli affetti, con un padre “martire” anarchico che si è suicidato in carcere quando lui aveva due anni, e una madre superficiale, infantile (non a caso chiamata Bébé) che non gli ha mai dato conforto o tenerezza; Mopps è un uomo senza scrupoli, un furbo che sa trarre vantaggio da tutte le situazioni, persino dalle più disperate. Infatti,  saprà ricorrere a un ingegnoso escamotage, quando la rivoluzione fallita parrebbe aver reso del tutto inutilizzabili le sue mitragliatrici imbarcate sul cargo. Nonostante il tradimento di Charlotte e la violenza del nostromo che lo picchia a sangue, qui Joseph ha qualche momento di serenità, provando a se stesso di essere in grado di svolgere le mansioni di fuochista e legando con alcuni dei marinai che lo hanno preso a benvolere. Per come lo sa descrivere, si capisce che Simenon ha amato il mare, le sue voci,  il suo profumo, la vita che gli alita intorno, incorniciandovi dentro i profili dei suoi personaggi con quella naturalezza che gli è propria in ogni sua espressione.
Sì, Mopps è un uomo scaltro, un vincente, eppure anche lui prende lucida consapevolezza del suo tallone d’Achille,  accorgendosi di non poter più fare a meno di Charlotte, ammaliato dal potere sessuale che quella ragazzetta da poco sembra esercitare su di lui che di donne ne aveva avute tante e certamente più avvenenti. Consapevole del pericolo, visto che a Panama la ragazza corre forti rischi, in quanto colpita da un mandato di cattura internazionale per l’omicidio commesso, cerca di liberarsene. A Tahiti, dopo una sofferta parentesi colombiana, i tre si ricongiungeranno con l’aggiunta del piccolo Charles dalla dubbia paternità. Figlio di Joseph o di Mopps? Lasciamo l’epilogo dell’avvincente, avventuroso romanzo, popolato da freudiani personaggi, completamente alla curiosità dei lettori.
Grazia Giordani
Pubblicato ieri nelle pagine culturali de L’Arena

Scusandomi con gli amici tutti per la mia scarsa presenza nel blog, offro violette primaverili. Ne sentite il profumo? Un abbraccio, g***

adesso è così

La luce è diminuita all’improvviso. Uno schermo di nuvole si è gonfiato davanti al sole e sembra pronto a scoppiare. Da qualche minuto una densa foschia avvolge la campagna in uno spettro e le tanche che scivolano ai lati dei finestrini sono incerte visioni chiuse da filo spinato. Tutto è fermo. Lontano. 

Antonio deve rallentare per riuscire a leggere il cartello marrone. Deve svoltare a sinistra.

Dopo le vigne, c’è una stradina pietrosa che s’inerpica fin su, oltre il santuario. Due chilometri di curve strette che penetrano nella boscaglia, fino alla cima del monte.  E’ l’unica via che porta al villaggio nuragico de S’Iscultone. Non la ricordava così sconnessa e così lunga. Sono passati solo sei mesi dall’ultima volta che c’è stato ma allora era la fine dell’estate e c’era una luce bellissima.

L’auto ondeggia paurosamente fra le buche profonde scavate dal maltempo.

Deve frenare, deve fermarsi. Quando accosta sulla cunetta, pensa che al ritorno, in discesa, sarà più faticoso. E’ stanco, di una stanchezza inconsolabile. Si chiede se le ombre scure che si porta dentro non stiano influenzando anche il tempo. “ Umore cosmico” sussurra. E sbuffa dal naso, in un sorriso privo d’espressione. Col solito gioco di consonanti gli viene da ripetere “umore cosmico, rumore cosmico, rumore comico”.

Spegne il motore. La portiera che si richiude è un effetto soffice. Non capisce perché ma quel suono lo rassicura. E’ come una carezza, pensa.

Guarda l’orologio, sono le undici e trenta, mezz’ora d’anticipo. Per un attimo considera che c’è tutto il tempo per andare a piedi fino alla grande roccia, arrampicarsi e puntare la voce a sud/est per urlare due parole: per sentirne il rimbombo, per avere la sensazione che quella verità venga dal basso della terra. Poi ci ripensa, accende una sigaretta, scavalca la muriccia e comincia a contare. Deve contare milleottocento passi, uno al secondo. Calcola con precisione il percorso, costeggia le domus de janas, passa a destra della vecchia quercia, si lascia a sinistra il dolmen.

A mezzogiorno in punto è lì, davanti alla lucertola di pietra.

Come le altre volte, sente l’ansia che sale dallo stomaco. Lo stesso disagio che ha provato nelle chiese vuote, nel silenzio che amplifica i passi. L’attesa nel confessionale, prima delle domande del prete, quella sospensione del tempo e la confusione che da ragazzino gli faceva scordare le parole in latino. Dominus tecum, diceva don Giacomo. Vuoto.

Un lungo respiro, un passo, un altro respiro. Con l’indice tocca lievemente il muso della lucertola e con una rotazione precisa le volta le spalle. Ora è indifeso. Ora può chiudere gli occhi. Sente sulla nuca una sguardo fatto di tenerezza e di comprensione. E dopo pochi secondi la vita gli scorre sotto le palpebre. Tutta la vita.

Vede una mattina d’Aprile di trent’anni prima, la nonna che si dondola al sole. Vede se stesso che esce di corsa in cortile per guardare un aereo che passa, una striscia bianca nel cielo, il suo vecchio cane, un libro di geografia, la copertina di un disco di Coltrane. Vede le prime righe di un racconto di Borges, una campana di bronzo a San Giorgio, suo padre dietro l’aratro, la mossa sbagliata del cavallo nella partita a scacchi persa con Roberto. Vede la spiaggia di Tresnuraghes battuta dal vento, un bacio sulle labbra di Marta, il professore di fisica. E una mela nel cestino dell’asilo.

Poi vede un suo movimento sbagliato sul palcoscenico di Nughes, una sera di Ottobre, al debutto. Un movimento rallentato e ripetuto, sempre lo stesso, come una slow action che interrompe la sequenza. Sempre più lenta, sempre più lenta. Fino a fermarsi.

In quel momento si sente smarrito. Allora apre gli occhi, si mette le mani sul viso e comincia a piangere, in silenzio. Bisbiglia mezze frasi, parole incontrollate che gli arrivano alla bocca senza preavviso, un flusso di pensiero che lo coglie di sorpresa. Parla delle prove di un mediocre spettacolo, di una stupida battuta finale. “ E adesso… adesso?  Col busto proteso in avanti, le mani imploranti. E adesso è così, di spalle, guardando nel vuoto. Le risate dietro le quinte”

Parla di un giorno, un pomeriggio, da soli, a ripassare la parte. Una carezza dietro i capelli, la linea del collo, un turbamento. Sì, tutto è cominciato lì, dal finale.

Un varco nella solitudine, dice, a un certo punto. Un ornamento del cuore. Ma è stata la finzione, a guidarci. Ecco, la finzione, la rivincita delle parole.

Ora la sua voce gli arriva calma, senza più lacrime. “Il resto della storia lo conosci già, lei è andata via, sei mesi fa".

Una lunga pausa, come se avesse dimenticato tutto quello che c’è da dire. Dopo.

Adesso è così.

Non dice altro. Lascia cadere le braccia lungo i fianchi e posa lo sguardo sull’erba bagnata. Sente un fremito di vento che passa fra i rami spogli degli alberi.

Quando si volta, vede che s’Iscultone altro non è che un informe masso di granito coperto di muschio. Ha freddo. Con passo deciso si dirige verso l’auto.

Le prime gocce di pioggia risuonano sulla cappotta. Ma chi ti credi di essere per sfidare le pietre è l’ultimo pensiero.