Archive for settembre 2003

Senza saliva 4

(quarta e ultima puntata)

Che strazio dover dare sempre di più al “vecchio” che non è un cattivo diavolaccio, ma che mi attrae come un calcio negli stinchi.

Adesso vuole regalarmi l’appartamento, e capisco che lo fa per avere “tutto” da me.

Non si contenta più delle “coccole”, così ha il coraggio di chiamare quei suoi leccamenti bavosi. Parla persino di co-intestarmi nel suo conto corrente, «comprese le azioni di borsa», aggiunge quasi lacrimando. Ogni volta che mi fa un regalo, annota scrupolosamente l’importo in un suo libricino nero e a fianco mette una sigla, corrispettiva ai progressi ottenuti da me. E’ un maniaco. Perché non si contenta della Rita che gli muore dietro, sculettando come una trottola e che gliela darebbe anche gratis? Però, se così fosse, non avrei le belle cosine e ormai cosone che mi regala a piene mani. A volte si eccita talmente, che ho quasi paura che mi resti lì, un cadavere eccellente da non poter più spennare.

Ieri l’ho portata con me in banca a firmare. Ora può disporre degli assegni a suo piacimento. Quello che è mio è suo. Spero accetti di sposarmi. Senza di lei la mia vita è inutile. Anche Rita, scoperta la mia eccessiva generosità («e pensare che io non ti ho mai chiesto nulla e ho accettato solo l’utilitaria su tua insistenza e stavo con te perché mi piacevi e ti amavo e quell’avida sarà la tua rovina e bla bla bla»), trovato il famoso libretto nero fra le mie carte, ora mi ha lasciato.

Sposarlo? Oddio, piuttosto rinuncio a tutto. Tanto, ormai, più di quello che mi ha dato, cosa potrebbe ancora offrirmi? Di suo gli resta solo lo studio, quella maledetta garçonnière, dove mi obbliga a subirlo.

Invece di essere più affettuosa e carina, dopo che le avevo elargito ogni mio avere – su mia insistenza devo ammettere – la vedevo raffreddata, elusiva, distante, meno propensa a tirare le tende dello studio, antipasto delle “coccole”. Smanettava nervosamente col telefonino, si agitava per nulla, non si faceva trovare.

Decisi di piazzarmi sotto casa sua, stando in vedetta.

Uno sportivo, un calciatore importante che anni prima io stesso le avevo presentato, in quanto mio cliente, scese dalla scala di casa sua, un po’ spettinato, a dire il vero.

«Avvocato – interloquì il barman che mi conosceva da sempre – da tempo avrei voluto dirglielo, ma la Patrizia vede quel signore del pallone ormai da tre anni».

Mi si annebbiò la vista.

Non ricordo nemmeno come feci a salire quella rampa di scale fino al suo appartamento. L’aggredii con un’ira omicida.

In un ultimo gesto di schifo l’«efebica» mi rese tutti gli incartamenti, i contratti, gli accordi venali. Non le importava più di nulla. Mi lanciò dietro i sui tailleurini, cappotti, profumi, bracialettini e ninnoli vari. Certo le tette e i denti rifatti non poteva restituirmeli, quelli no! Urlava come un’ossessa, gli occhi fuori dalle orbite, le vene del collo grosse come serpenti.

E in un ultimo rantolo pieno d’odio, farfugliava: «senza saliva – dovevi farlo – senza saliva, maledetto!»

E ora sono solo. Rita mi ha lasciato. Patrizia ha cambiato casa e vive col calciatore in un’altra città.

«Come fa a continuare a rimpiangerla? Non riesce a fare appello alla sua dignità?»

«Signora, ma lei si è mai innamorata?»

E nel dire questo, scese dal pullman, strascicando i passi e tirandosi appresso la sua valigetta, piena soltanto di ricordi, di tanta solitudine e di umiliato dolore, non prima però di avere estratto un ampio fazzoletto per asciugare agli angoli del labbro un lucido flusso di saliva.

Senza saliva 3

(terza puntata)

Una mano perentoria bussò alla porta del mio studio.

«Avanti!» – dissi con voce seccata. Detesto gli arroganti, perché io sono un mite.

Entrò una ragazza sotto la trentina, alta, snella, addirittura filiforme, insomma l’esatto contrario del mio ideale femminile, per di più con i capelli cortissimi, mentre io adoro le chiome lunghe e bionde, ma questo lo sapete già e lo vado ora ripetendo alla scrittrice che sta prendendo appunti e che non mi è affatto simpatica, con quella sua aria sussiegosa e con quel ridacchiare col marito.

Provinciali, che non credono alle telefonate del principe Colonna che mi sta chiamando sul cellulare per un defilè in casa sua e sono dubbiosi sul fatto che io abbia ispirato Bevilacqua e la Maraini.

Gli occhi – solo quelli – mi colpirono della ragazza efebica e sorridente sulla soglia del mio studio. Quello sguardo caffè forte mi procurò un turbamento nuovo.

«Avvocato, ho appena ottenuto il titolo, non ho danaro né amicizie per aprirmi uno studio. Mi aiuta?»

«Posso darti due milioni al mese e aiutarti a trovare un alloggio».

Offrivo basso, perché, strette dalla necessità, so bene che le donne diventano più – ehm ehm – più donative.

Provai a metterle la mano su una spalla, ma lei si scostò con uno scatto poco lusinghiero.

Arrivò Rita, ancheggiando al suo solito modo, anzi più che mai. Accostate, le due ragazze, creavano uno stuzzicante contrasto.

Col passare dei giorni, Patrizia cominciò lievemente ad ammorbidirsi.

Però, sentite in che modo.

«Ho visto un tailleur delizioso, ieri in galleria. Ma non potrò mai permettermelo».

«Andiamo a vederlo insieme».

Addosso alla sua figurina era uno spettacolo. Stavo cambiando gusti e la sua magrezza stava diventando più eccitante delle grazie sinuose della bionda maggiorata.

«E le ha “frequentate” tutte e due in contemporanea?» – la scrittrice provincialotta che non sa capire le gioie di un viveur.

Altroché se le ho frequentate, godendo appieno le gioie complete e un po’ appiccicose di Rita e spasimando per Patrizia che mi si dava col contagocce.

Non voleva che io salissi nell’alloggio che le stavo pagando in un centralissimo appartamento; non voleva salire a casa mia (perché lì ricevi già Rita e sentirei la sua presenza). Quel poco che mi dava avveniva solo nello studio. Dopo una mia “dazione” (cappottini, tailleurini, tette ingrandite dal chirurgo, abbonamenti a teatro, per cui tenevo minuziosamente segnate le spese, sono un uomo estremamente ordinato nei conti), quando chiudeva le finestre e abbassava le tende, lasciandomi intendere che qualcosa sarebbe avvenuto, il mio cuore batteva all’impazzata e l’eccitazione era così forte…

«No, non tema signora!» – lo dico alla giornalista che paventa particolari troppo piccanti.

E qualcosa avveniva, ma sempre parziale, con un progredire al passo di tartaruga.

Non voleva essere baciata in bocca. Temeva la mia lingua più di un orrido serpente. Se tentavo di umettare le parti più intime del suo corpo, urlava, indignata.: «Mi raccomando, senza saliva

«Ma lei, non arguiva da questo l’assenza non dico d’amore, ma almeno di interesse, di affetto, non sentiva il ribrezzo di Patrizia?»

«Signora è mai stata innamorata? Ha mai perso la testa, lei?»

(continua)

Senza saliva 2

(seconda puntata)

Sì, mi parve un tipo protettivo. Di lui sapevo già molto: professionista stimato; studio legale in una centralissima via della città gaudente per definizione, in cui si alternavano impiegate e colleghe sempre molto piacenti, bionde e prosperose; nessuna attitudine al matrimonio; generosità “controllata”, ovvero dare in proporzione di quanto si poteva ottenere, mai una lira di più; modi distinti da vecchio gentleman, pur essendo appena di poco oltre la cinquantina; abbigliamento curato fino nei minimi dettagli; fama di viveur incallito; frequentatore dei salotti più in vista.

La guardai comodamente seduta, all’interno di un caffè centrale della mia vivace città. La volli dirimpetto, per ammirarla bene. Nella penombra autunnale, il candore del suo volto sembrava brillare, tagliato dal carminio di una bocca perfetta, rossa come il frutto del peccato e già offerta. Tutto in lei era offerto sin dal principio. Le sue gambe tropo accavallate che lasciavano già vedere più che intuire l’avorio chiaro della sua corsetteria; la scollatura senza segreti da cui debordava un’abbondanza succosa che già mi rendeva affannoso il respiro.

Tutto questo cerco ora di narrarlo – vent’anni dopo l’accaduto – a una scrittrice ingorda delle mie confidenze, ingolosita dal fatto che Bevilacqua, ispirandosi alla mia vita galante (veramente da lui definita da erotomane) ha intitolato un suo romanzo Il curioso delle donne e dall’aver letto un episodio piccante in un altro celebre romanzo della Maraini che riprende un mio amore “alla finestra”, insomma un’esibizione a distanza, con una mia permissiva dirimpettaia.

Rita, la bionda così si chiamava e si chiama, ha accettato subito l’invito a salire nello studio, poco distante dal tribunale. Era un gusto osservarla: la coscia sembrava voler uscire dal tessuto della gonna che già faticava a contenere quei glutei perfetti, e il seno sussultava, partecipe ad ogni scalino.

Sono arrivata su, in cima alla scala (l’ascensore era in manutenzione) un po’ sconvolta da tutto quel forzato ancheggiare e da quel dimenarmi per attrarre l’attenzione di un uomo famoso per i suoi gusti in fatto di donne compiacenti. I guadagni modesti e il desiderio di piantarla con la mia vita da pendolare, mi spingevano a forzargli la mano, per ottenere subito il massimo da lui. Averlo per protettore era una fortuna grande per me, in quel momento.

Lo studio mi apparve molto lussuoso e nel contempo cupo.

«Sarò il tuo mentore» – mi disse con voce arrochita – ponendomi subito le mani addosso. E, del resto, ero lì per quello e, al di là dell’interesse venale, quell’uomo mi attraeva, c’era qualcosa di “incestuoso”, nella nostra situazione, che accendeva la mia fantasia già naturalmente propensa al sesso, conosciuto in età tenerissima. Mai mi sono sottratta agli uomini che mi hanno toccata, un po’ per reale desiderio e un po’ – lo credereste? – per pena nei loro confronti. Tutto quell’ansimare me li ha fatti apparire fragili, ansiosi di arrivare in fondo, impauriti dal non riuscirci nel migliore dei modi.

La faccia della scrittrice, mentre le narro le mie storie di sesso, non mi piace per nulla. La sento commentare in sordina col marito, schifato dalle mie avventure. «Ma veramente vorrai scriverne? Non è il tuo genere…»

Il divano ci accolse, materno, in quegli anni in cui ero così vivo naturalmente. Tutto si svolse in maniera troppo facile e troppo rapida. Non trovai in Rita nessun pudore, nessuna resistenza, solo gemiti ed eccessiva collaborazione.

Non mi era mai capitata una donna così consenziente. Era chiaro che voleva sistemarsi e nel contempo che il sesso le piaceva e che io le piacevo.

«Dove abiti?»

«Vengo ogni mattina in treno e riparto nel pomeriggio»

Le offersi un alloggio e, dopo un mese, le comperai un’utilitaria, non bisogna mai dare troppo. (continua)

L’avvocato a luci rosse

In occasione di questa mia breve assenza, ho conosciuto un avvocato “a luci rosse”, un anziano uomo di legge, amico di politici che contano, di nobili romani dal blasone altisonante, di scrittori alla moda, frequentatore dei salotti più ambiti, assertore di aver ispirato scrittori nazionali con i suoi pruriginosi racconti.

«Per lei ho qualcosa di inedito – mi ha assicurato – qualcosa di molto pepato. Prenda nota».

Incurante della stretta verità o delle visionarie “aggiunte” in quanto mi narrava, ho scritto di conseguenza, sull’onda dei ricordi di un personaggio che pare uscito dalle pagine di un romanzo di Moravia.

Senza saliva

Era uno di quei giorni scivolosi, in cui l’aria è così imbevuta di umidità, da rendere viscidi i tuoi passi, i vestiti, e – persino – i tuoi pensieri più nascosti. L’autunno stava dimenticandosi dell’estate, già dall’inizio, smemorato in maniera fastidiosa. La scala del tribunale mi apparve insidiosa più che mai, tanto da salirla cautamente, ben aggrappato alla ringhiera.

La porta della segreteria si aprì, quasi per incanto, mossa da una forza intima, come se la mano dell’uomo non vi prendesse parte alcuna. Solite scartoffie sul bancone e nelle scansie, aria ferma, acre di troppi respiri, computer accesi, tastiere percosse da dita rassegnate di segretarie già stanche.

Dal tavolo in fondo, quello meno in vista, scostando la seggiola senza rumore, si materializzò una visione divina. Alta quasi quanto me – che sono già un uomo di imponente statura – bionda e burrosa come la Marini, mi venne incontro un’irresistibile ragazza. Adoro le donne con gli occhi chiari, la pelle di miele e le curve posizionate giuste.

Dopo avermi consegnato gli incartamenti richiesti, accettò – con estrema naturalezza – il mio invito a bere un aperitivo.

Le scale non mi apparvero più così insidiose, scendendole al suo fianco, fiero di farmi vedere in compagnia di un così procace esemplare femminile.

Accettai subito l’invito all’aperitivo offertomi da quell’avvocato imponente, grave nei gesti lenti ed antichi, perché mi sentivo sola, perché mi appariva un uomo importante, perché speravo in un po’ di protezione… (continua)

Sono stata assente per lavoro. Rieccomi. Presto vi racconterò qualcosa di nuovo.

 Leggendo l’ultimo post di Briciola, per una sottile associazione di idee, mi è venuto spontaneo ricordare la geniale figura di Flaminio De Poli (di cui ho recensito l’opera omnia), finissimo umanista e mio compianto insegnante di lettere – negli anni liceali – mancato lo scorso 25 luglio a Rovigo.
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Briciola scrive, in chiusura delle sue appassionate frasi, nel post tanto struggente: «Lasciami morire qui. Per sempre». De Poli, in una sua elegiaca poesia, nota a noi che abbiamo avuto il privilegio di essere stati suoi allievi, ha scritto: «Amo fin d’ora chi mi farà morire». Mi ha fatto impressione l’analogia sentimentale, pur nella finzione letteraria, di due persone lontane, che sono certa non si siano mai conosciute. Il vecchio mito di Eros kaì thànatos stamane mi ha riempita di lirica malinconia.

 

Buonanotte, amici cari!