Archive for dicembre 2015

Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com Hanno prepared un rapporto annuale 2015 per this blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana di New York trasporta 1 200 PERSONE. This blog e Stato Visto circa 4.900 Volte nel 2015. Se Fosse Una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 4 viaggi per trasportare altrettante PERSONE.

Clicca qui per VEDERE il rapporto completo.

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Il giudice e il suo boia

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Il libro Adelphi pubblica l’opera prima del granderomanziere e drammaturgo svizzero, un “noir” cupo e coinvolgente

Strepitoso Durrenmatt, una partenza con il giallo

Dicono che il personaggio del commissario Barlach, protagonista del noir Il giudice e il suo boia (pp.121, euro 15), strepitosa opera prima di Friedrich Durrennmatt, che Adelphi – intento a curarne l’opera omnia -, ci propone ben tradotto da Donata Berra, possa, per alcuni versi richiamarci la figura del notissimo commissario Maigret di simenoniana memoria. Il raffronto regge fino ad un certo punto, perché quanto il commissario dell’autore belga è dotato di calore umano, altrettanto nel personaggio svizzero non abbiamo la sensazione di rilevare apertamente questo sentimento, essendo egli  più enigmatico ed introverso.

Eppure fu lo stesso Simenon, che del genere se ne intendeva, quando lesse questo noir cupo, implacabile e lacerante, ad affermare: ‹‹Non so che età abbia l’autore. Se è alla sua prima prova, credo che farà strada››. E ci prese in pieno, perché Durrenmatt (Kolonfingen 1921-Neuchatel 1990) è il maggior romanziere svizzero del Novecento, anche drammaturgo e polemista. Teatro del singolare giallo è la terra del bernese, regione natia dell’autore. Ed ecco che il commissario Barlach, pacato e risoluto sessantenne, nonostante la malattia, è chiamato ad intervenire sul mistero di un suo sottoposto, l’ispettore Schmied, un tenente della polizia di Berna, assassinato nell’auto ritrovata in campagna. Con precisione elvetica, l’autore ci comunica anche la data: 3 novembre 1948. E ci fa navigare, dall’inizio alla fine, dentro atmosfere fredde e piovose, atte a creare un clima torbido, perfetta cornice dell’azione. Partono le indagini, di questo giallo emblematico, presto bloccate dal potere e dalla burocrazia. Compito di Barlach è dunque anche quello di stanare il cancro che si annida nel sistema, contagiando la società. L’inchiesta assomiglia ad un duello Vita/ Morte. Al commissario Barlach, ormai prossimo al pensionamento, per seri motivi di salute, si affianca l’assistente Tschanz. Nel corso dell’opera, Barlach incontra Gastmann, suo vecchio amico/nemico, sospettato da Tschanz di essere il vero omicida. Per oltre quarant’anni  il commissario ha seguito le orme di questo killer seriale nel vano tentativo di fornire le prove dei delitti via via più audaci, efferati e sacrileghi che costui ha commesso per capriccio.

‹‹Dicevi che è da stupidi compiere un delitto, perché non è possibile muovere gli uomini come figure su una scacchiera. . .›› Forse proprio questa persuasione di Barlach aizzava ed aveva aizzato Grossmann nella sua perversa convinzione della esistenza del delitto perfetto.

L’epilogo è più che sorprendente. Addirittura sconvolgente. Si tratta di una delle opere che meglio esprime il pensiero dell’autore che intende dimostrare l’impossibilità per la giustizia istituzionale di arrivare alla verità, sempre convinto dell’abisso che intercorre tra verità e giustizia umana e verità e giustizia poliziesca.

Nel 1975 è uscito il film Assassinio sul ponte, liberamente tratto da questo testo, scritto e diretto da Maximilian Schell.

Nel 1972 in Italia fu tratto dal romanzo uno sceneggiato televisivo, diretto da Daniele D’Anza con Paolo Stoppa (Barlach) e, Ugo Pagliai (Tschanz).

Grazia Giordani

Luce nera

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Raramente mi occupo di poesia, anche perché il mio compito di critico, nelle pagine culturali del quotidiano veronese L’Arena, è dedicato esclusivamente alla prosa in romanzi e saggi. Ma l’omaggio di Luce nera (Marco Saya Edizioni, pp. 77, euro 10), da parte  dell’autore Nicola Vacca, mi ha regalato una lettura di versi sui generis il cui senso “in nuce” già cogliamo dal triplice esergo di Camus, Cioran e Nietzsche. Il pessimismo di questo scrittore, opinionista, poeta e acuto critico letterario, sembra senza scampo, privo di ogni possibilità di salvezza. Eppure, se ci ostiniamo a scavare dentro il suo lessico prosciugato, se c’intestardiamo ad ascoltare il martellare secco della sua tastiera, duro come uno schiocco di dita, avvertiamo più amore alla vita che nei versi di un lezioso ottimista, perché la vita si può amarla anche rilevandone con ferocia le manchevolezze.

La malattia di un bacio mi ha particolarmente intenerita quando il poeta scrive: ” Sotto il cielo che crolla/abbracciamoci senza respiro/contiamo i passi tra le macerie/danzando con la musica del cuore/per alzare le difese/davanti a questo mondo indefinibile/. Dentro la casa della fine/abbiamo forse ancora una possibilità/l’amore è la malattia di un bacio/che passa di bocca in bocca”.

Una malattia da cui non dovremmo guarire mai, perché somiglia ad una speranza del perpetuarsi della vita, anche se “Ogni giorno la ferocia/è pura macelleria di agonie”, perché non è vero che “nessuno coglie più rose d’amore”. Dovremmo saper ancora ascoltare la voce della strada che ci parla – dice il poeta, aggiungendo nietzscheanamente – che “La passeggiata è lunga e forse mi salveranno quattro passi nel caos”.

“Questo è il tempo di alzare la testa” – scrive ancora Vacca – e noi, incoraggiati da questa esortazione,  non immalinconiti dal suo tenebroso disfattismo, troviamo originale Bellezza nella musicalità ritmata e nel lucido pensiero del suo dire poetico. E non è stato Dostoevskij ad affermare che la Bellezza salverà il mondo?

Luce nera, mentre sto scrivendo, mi guarda dalla pila di libri sul mio comodino e mi affascina per l’intensità della sua pupilla al centro del candore; il disegno di Mario Pugliese “Inchiostro di solitudini” è perfetta sintesi del contenuto che ricopre.

Grazie del gentile dono al raffinato Nicola Vacca, da

Grazia Giordani

E senza piangere

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CELLI SCOMMETTE SUL GIALLO FILOSOFICO

Credevamo di aver frequentato tutto il vasto panorama del noir, dal legal thriller, al giallo psicologico, passando attraverso vie maestre e minori che s’intersecano, finché non abbiamo letto E senza piangere (Tea, pp.253, euro15), il fresco di stampa di Pier Luigi Celli che ci conduce in un mondo ancora inesplorato, soprattutto per l’atmosfera sospesa e rarefatta che ha saputo creare, offrendoci, oseremmo dire, un giallo social-filosofico.

Che l’autore non ha una rosea opinione del mondo accademico con i suoi intrighi e baronie oscure lo si intuisce fin dall’incipit del romanzo, dove incontriamo un idealista, il professor Brandi, fiducioso in un cambiamento utopistico degli obliqui intrighi accademici, cultore di una speranza che lo renderà tanto amato dagli studenti, quanto inviso al rettore – il Magnifico – e ai colleghi impegolati nei loro giochetti di potere.

‹‹Scompaio qualche giorno – dirà alla moglie il professor Brandi – devo fare qualcosa››. Bisogno di riposo ? Progetti con gli allievi fidati? Il senato accademico va in fibrillazione e gli mette alle calcagna due loschi figuri, due faccendieri dell’università. La donna, detta la “Caramellaia”, segretaria-amante del rettore, dovrà collaborare col Nano, un ex finanziere con compiti da scagnozzo, non proprio chiari. Il professore, ufficialmente dovrebbe essere ricoverato in ospedale a Lione, come si apprende da un tardivo certificato medico, fatto pervenire all’università. Noi lo sappiamo invece in filosofica conversazione con due dei suoi allievi prediletti: Matilde e Lorenzo, con sottofondo di musica classica, adorata da questo docente sui generis che s’illude di remare contro la corruzione.

La matassa si aggroviglia sempre più quando uno degli spioni scompare, e tanto per non farci mancare nulla – altrimenti che thriller sarebbe ? – l’autore ci serve due cadaveri, a poca distanza di tempo l’uno dall’altro, galleggianti in uno squallido laghetto.

Riveleremo l’identità solo del primo: il rettore, lasciando a chi legge la curiosità di scoprire il secondo e di vedere come il solitario e risoluto commissario Guglielmi con puntiglioso accanimento riuscirà a stanare anche il colpevole.

Non mancano i colpi di scena, come è bene che sia in un giallo di tutto rispetto. L’atmosfera è curata, sospesa e palpabile ad un tempo, abitata da invidie, bassezze, purificata dall’idealismo del professor Brandi e dei suoi allievi, innamorati della sua visione di rinascita nei confronti di un mondo accademico migliore.

La prosa di Celli è asciutta, ma non priva di qualche breve abbandono lirico, disseminato qua e là, che consola l’orecchio di chi sta leggendo una storia di intrighi e di morte. C’è anche un contentino alla fine, per chi ama le storie d’amore, ma non riveleremo nemmeno quello.

Pier Luigi Celli ha ricoperto importanti incarichi manageriali in grandi gruppi quali Eni, Rai, Poste Italiane. Oltre alle numerose opere accademiche e specialistiche, ha pubblicato, tra gli altri: La generazione tradita, Il cuore ha le sue ragioni e Alma Matrigna-l’Università del disincanto.

Grazia Giordani

OGGI VENERDI’ 04/12/2015 pubblicato in Arena