Archive for marzo 2015

Omicidio senza colpa

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Dovrebbe esserci un poliziotto così per stare più sicuri

Lucchesi, il commissario di colore che batte pregiudizi e risolve casi

Gianni Simoni&lt;img src=”http://media.larena.it/media/2015/03/30_55_are_f1_1449_1_resize_597_334.jpg” alt=”Gianni Simoni” title=”Gianni Simoni” /&gt;

Gianni Simoni

tutto schermo Ogni scrittore di romanzi gialli ha il suo stile: chi privilegia la ricerca psicologica, chi svela le procedure della giustizia, chi cerca l’effetto dilungandosi sulle efferatezze. Gianni Simoni resta nel tempo lo scrittore impegnato in difesa dei deboli, battaglia che l’autore combatte quasi con furore. Anche nel suo nuovo libro Omicidio senza colpa (Tea, 241 pagine, 13 euro) si avverte questo intento dell’ex magistrato diventato giallista. Tornano figure note e ricorrenti nei romanzi di Simoni, come il commissario Andrea Lucchesi, «decisamente un personaggio fuori dai canoni», come precisa l’autore, «un poliziotto di colore, tendenzialmente di sinistra, con conflitti interiori molto complessi. Lucchesi è frutto della mia fantasia, anche se ebbi la fortuna di conoscere un ottimo poliziotto di colore, ma non so se abbia fatto carriera. Possiamo quindi dire che non esiste, ma che dovrebbe esistere».

Questo commissario sui generis, figlio di un’eritrea e di un toscano, primo poliziotto nero nella storia del giallo italiano, è in servizio a Milano nel commissariato di Porta Ticinese. Dotato di un carattere spinoso, infedele nelle relazioni amorose, afflitto da qualche problema con la bottiglia, non propriamente di acqua minerale, è dotato però di un intuito finissimo che gli permette di percepire situazioni e problemi al primo sguardo. Questo insolito protagonista è un antidoto necessario in un genere dove le narrazioni sono gremite di eroi standardizzati. Rappresenta la denuncia di un’arretratezza sociale e culturale del nostro Paese.
Anche in Omicidio senza colpa sarà il fulminante istinto del commissario Lucchese, coadiuvato sempre da validi collaboratori e collaboratrici, a fargli comprendere che non è suicidio la morte di un vedovo, vecchio e benestante professore in pensione, inferno per una precedente caduta e trovato impiccato. L’intelligenza del commissario sa districare la matassa, anzi la tela di ragno: vi si erano impigliati, in contemporanea, due casi di sangue, apparentemente diversi, ma nel profondo accomunati dal fatto che l’anziano professore e un misterioso bambino, spinto da loschi figuri a mendicare, sono entrambi vittime della loro solitudine e della loro vulnerabilità.
Vecchio e giovane mendicante: appartengono a quella che spesso viene considerata un’umanità di poco rilievo. Il commissario riuscirà a far giustizia, ricalcando le propensioni naturali del suo autore, per lunghi anni, prima della pensione, magistrato di vaglia che ha condotto come giudice istruttore indagini in materia di criminalità organizzata, di eversione nera e terrorismo.
Omicidio senza colpa, seppure espresso nel consueto linguaggio dell’autore, che rende la ruvidità del discorso parlato, appare spesso venato anche da note di addolcente tenerezza, ed è forse proprio questa caratteristica a rendere tanto avvincente la lettura.

Grazia Giordani

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Una perfetta felicità

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FELICITÀ O QUASI

James Salter fa un ritratto della famiglia americana d’alta classe: snob, dedita ai figli, raffinata Fino al crac. Ma con stile, come è nella sua scrittura

Novantenne, eppure pressoché sconosciuto ai lettori italiani, che l’hanno scoperto l’anno scorso con Tutto quel che è la vita (Guanda) James Salter torna con il suo romanzo Una perfetta felicità (uscito negli Usa nel remoto 1975 come Light Years, traduzione italiana di Katia Bagnoli, ancora per Guanda, 371 pagine, 18,50 euro). Un romanzo di toccante bellezza. «Un grande libro», lo definisce Richard Ford, «uno dei quattro o cinque migliori romanzi contemporanei che ho letto». Autorevole impressione da condividere, dopo essere stati coinvolti dalla lettura di pagine poeticamente intrise dalla parvenza di felicità, ovvero dall’infelicità dorata della vita, fatta di tenerezza, sensualità e malinconia.
Teatro iniziale dell’azione è una grande casa vittoriana sulle rive dell’Hudson. Tra possenti scenari naturali e le lusinghe di New York, Viri e Nedra conducono un’esistenza che sfiora la perfezione, entrambi presi fortemente dal compito di allevare nel miglior modo le due amatissime figlie. «La loro vita era due cose. Era una vita, più o meno — se non altro era la preparazione a una vita — ed era un’illustrazione della vita per le figlie. Non se lo erano mai detti, ma ne convenivano entrambi, e queste due versioni erano intrecciate, nella misura in cui restando una sommersa, l’altra si rivelava. Volevano che le loro figlie, in quegli anni, avessero l’impossibile, non nel senso di qualcosa di irraggiungibile, ma nel senso della purezza. I figli sono la nostra messe, i nostri campi, la nostra terra. Sono uccelli lasciati liberi nell’oscurità. Sono errori rinnovati. Eppure, sono l’unica fonte da cui si possa ricavare un vita più riuscita, più consapevole della nostra. In un certo senso essi faranno qualcosa di più, un passo avanti, vedranno la cima». Parrebbe un microcosmo perfetto quello in cui vivono Viri e Nedra, attorniati da amici interessanti e briosi, animatori di raffinate cene. Cultura, musica, discussioni frizzanti sono sempre il fondale della loro esistenza.
EPPURE, c’è un eppure malefico, fatto di microincrinature a rompere quella liquida armonia, rallegrata anche dallo scoppiettare del fuoco nel caminetto, come nei bei quadri d’autore, e dalla festosità di un simpaticissimo cucciolo entrato a far parte della famiglia. Pattinare sul fiume gelato o crogiolarsi al sole, potrebbe apparire il massimo delle soddisfazioni. A noi viene spontaneo ritenere Nedra, pur non volendo erigerci a giudici degli altrui destini, la colpevole della rottura di tanto idilliaca armonia. A un certo punto si stanca della normalità di quell’esistenza ovattata.
Viri è un bravo architetto, ottimo padre, ma non rifulge nella carriera. Nedra non conosce la fedeltà coniugale, preferisce vivere come una donna «vera, felice e generosa», piuttosto che amareggiata e legata a un unico uomo che comincia ad apparirle noioso, consueto, dotato di pochi slanci. Chissà?
Viri è una brava persona che non sa rassegnarsi a essere solo un uomo virtuoso e non possiede la feroce intraprendenza per il successo ad ogni costo. E, forse, anzi certamente, questo all’estrosa moglie non basta più.
L’epilogo è molto triste, ma non vogliamo anticipare nulla di un romanzo che va letto riga per riga centellinando il fascino fino in fondo. «Se dovesse uscire in futuro un altro mio romanzo», afferma Salter, «di certo sarà l’ultimo. Ho fatto troppi errori e detto troppi no. Anche l’amore e il sesso alla fine diventano memoria. È più facile volare», per oltre dieci anni l’autore ha prestato servizio come pilota nell’aviazione militare americana, «che cimentarsi con un romanzo. Ma la bravura conta meno del caso. La passione è un demone che non vuole invecchiare».
La critica americana ha odiato e amato questo splendido romanzo di Salter, forse a causa dello stile soffice e frantumato. Si è citato Richard Ford, il «New Yorker» ha definito Salter «writer’s writer», elogio a doppio taglio: volevano dire che si scrive addosso? Eppure è proprio negli interstizi delle volute cesure che il lettore attento può e deve introdurre frammenti del proprio pensiero, divenendo, quasi, scrittore a sua volta, illudendosi, pagina, dopo pagina di vivere a fianco di Viri e Nedra, la giovane e sofisticata coppia dandy-borghese, spiando l’unione che giorno dopo giorno va sfilacciandosi pian piano.
Nel romanzo «c’è la mia vita, tutta», confessa l’autore. «Ma non è la storia del mio matrimonio. Anche se ci sono scene e particolari che potrebbero farlo pensare. I personaggi del mio libro sono completamente indipendenti».

Grazia Giordaniommenti (0)

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USCITO IN ARENA E GIORNALE DI VICENZA

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"Cerco di postare per intero la foto del mio pezzo uscito stamani in Arena."

Eredità di Grazia

EREDITÀ DI GRAZIA

Giorgio Giordani, allievo di Morandi e amico di Minguzzi: un talento da riscoprire. Morì giovane e inoltre la guerra distrusse molte opere

Giorgio Giordani (1905-1940)

Giorgio Giordani (1905-1940)

tutto schermo

Novembre 1981. Nella sala del Sagittario, gremita di un pubblico curioso di rivedere le opere di Giorgio Giordani (Sasso Marconi, 1905 – Bologna, 1940) risuonava, commossa, la voce di Luciano Minguzzi, tornato a Bologna per presentare l’ultima mostra postuma dell’amico e collega scultore, allievo di Giorgio Morandi, morto, trentacinquenne, quando era al massimo della celebrità. Non aveva perso il suo accento bolognese, l’artista celebre per i suoi galli, mentre illustrava le opere, alcune dal vero, altre in riproduzione fotografica, perché anche la guerra, dopo la morte prematura, si è accanita contro Giordani, distruggendone molta parte delle sculture. «Ricordo sempre con molto affetto Giorgio Giordani», esordì Minguzzi. «Mi è stato di aiuto negli anni dell’Accademia e nelle prime mostre che facemmo insieme. Giordani non merita un silenzio così ostinato sulla sua opera. Guardo sempre con ammirazione il fregio sul Palazzo del Gas, qui, nella sua-nostra città, e tutte le volte concludo che, già a quel tempo, Giorgio aveva fatto e dato tanto all’arte, con generosità e intelligenza».
Mia madre Hena, ironica come sempre, si era seduta di fianco alla Veletta, il suo ritratto, con cui mio padre nel 1935 si era distinto alla Biennale veneziana. «Vedi, Luciano», diceva, «sono io prima e dopo la cura». E l’ineffabile Minguzzi: «Ma la statua è rimasta trentenne». Aggraziate e fascinose, con una modella come la moglie, anche le altre teste di giovinetta o la Pescatrice, sensuale, che s’inarca a reggere un pesce fra le braccia. Il tempo non è passato, fermato dal bronzo. Così per la Quarta sponda, di michelangiolesca bellezza, altro grande bassorilievo distrutto in guerra: ne restano le foto. «Il Cristo in cera ha una carnalità mistica», è ancora Minguzzi a parlare, «che tocca il cuore, soprattutto se pensiamo che è un autoritratto; Giorgio guardò se stesso allo specchio per modellare quel volto da regalare come ex voto a San Luca, porgendolo al cardinale Nasalli Rocca, divenuto suo amico. E La Bagnante, dove ancora una volta hai posato tu, Hena, ora sarà fusa in bronzo dalla Smi Metallurgica di Firenze».
In effetti, la storia della Bagnante, ricordata da Minguzzi, è quasi un romanzo giallo. La cera si trovava a Roma, chiusa in una cassa dal 1940. Riposava, accuratamente imballata, al ministero dell’Industria e Commercio, dove tutti si erano dimenticati di quella lontana commessa a un artista morto prima di finire la sua opera. Finché nel 1980 passò un alto funzionario più curioso, fece aprire la cassa e rimase ammaliato dalla suggestione dell’opera. Pensava che fosse di Manzù. Si interessò perché finalmente fosse trasformata in bronzo: la Smi Metallurgica incaricò na fonderia di San Martino Buon Albergo, presso Verona, dove Minguzzi stesso presenziò perché l’operazione avesse buon esito.

Grazia Giordani

Trionfi in vita e poi silenzio della critica

Luciano Minguzzi ha scritto ancora nel suo autobiografico Uovo di gallo (Garzanti) un pezzo che commuove. «Mi era compagno l’effervescente Giorgio Giordani, acuto, logico su ogni cosa, scoppiettante come un fuoco d’artificio, spiritoso, inesauribile, seducente». Molte lettere sono intercorse tra Minguzzi, la vedova e la figlia di Giordani che ora qui ne scrive: sono anche nel mio romanzo Hena (Il Cerchio). Minguzzi insisteva: «Datti da fare, Grazia, non vendere niente. E se puoi, raccogli. Verrà il momento per il grande Giorgio, che io considero uno dei più grandi scultori del Novecento italiano». Sempre nel 1981, il critico Giorgio Ruggeri ha pubblicato per Il Sagittario la monografia Due vite parallele, ampiamente corredata di foto delle più importanti opere dell’artista prematuramente scomparso, e con una folta raccolta di recensioni, tra cui quelle di Ugo Ojetti. Corrado Corazza, Carlo Corsi, Italo Cinti, Carlo Savoia, Giuseppe Tassinari, Rezio Buscaroli, Alberto Spaini. I grandi critici degli anni Trenta-Quaranta si erano accorti di Giordani, giovane ma che già esponeva in sala personale alla Biennale veneziana e alle Quadriennali romane.
L’ultima recensione postuma sulla sua personalità umana e artistica, scritta con il cuore e l’intelligenza, è apparsa, in queste pagine, dalla bella penna di Donatello Bellomo, che ha avuto modo di ammirare l’opera di Giordani dal vero. Bellomo toccò il tasto della «damnatio memoriae»: Giordani visse negli anni del fascismo, realizzò sculture per edifici pubblici, evidentemente influenzate dall’estetica del regime. Ma cosa c’entra questo con il valore artistico della sua opera? Poi, più nulla. La critica tace, in altre cose affaccendata. Quindi, Giorgio Giordani morirà per sempre? Nessuno ricorderà più le sue vibranti sculture sparse per il mondo, nemmeno quelle bolognesi?G.G.