Archive for gennaio 2006

 
Col suo nuovo romanzo “Il ritorno a casa di Enrico Metz” Claudio Piersanti tratta il tema spinoso dell’invadenza ad ogni livello della politica italiana e della meschinità
 
Un avvocato piccolo piccolo
 
Col suo nuovo romanzo “Il ritorno a casa di Enrico Metz” (Feltrinelli, pp.204, euro 15), Claudio Piersanti – già tanto apprezzato dal grande pubblico anche per la sua qualità di sceneggiatore al fianco di Mazzacurati, premiato col Viareggio Rèpaci nel 1997 con “Luisa e il silenzio”, solo per citare uno fra i suoi libri più noti – tratta il tema spinoso dell’invadenza ad ogni livello della politica italiana, sottolineando la chiusura del nostro paese in una gabbia di mediocrità.
Certo, se l’autore si fosse limitato a rilievi socio–politici, avrebbe scritto aride pagine destinate agli addetti ai lavori; abilità dello scrittore, pur ispiratosi per sua stessa ammissione a un industriale vero, strozzato dal sistema italiano perché troppo potente, sta nel rendere la letteratura specchio della vita, facendo sì che l’espediente letterario renda più suggestiva e coinvolgente la realtà dell’Italia d’oggi, osservata dal suo implacabile sguardo.
Enrico Metz è dunque un avvocato, primo e unico consulente nelle strategie segrete di un ricco industriale, simile a un Raul Gardini che si era illuso di far tremare i santuari del capitale nazionale, per poi trovarsi rovinosamente coinvolto in uno dei più schiaccianti crack finanziari. Questo uomo di legge, esperto di diritto internazionale, in conseguenza della caduta in disgrazia di Marani, il plutocrate di cui aveva curato le vicende finanziarie, decide di tornare a vivere in provincia, nella sua piccola città natale. Ci aspetteremmo una depressione insanabile, un trauma catastrofico da parte di chi è vissuto a fianco del potere, ai livelli più alti, invece Metz sembra cercare soprattutto la semplicità, nostalgico persino del profumo della neve e della nebbia, desideroso di una dimensione più intima e raccolta della vita.
E così il protagonista di questa nuova dimensione vitale, ritrova la casa paterna. E quando Piersanti descrive gli interni di un’abitazione l’ “arreda” con una precisione scenografica talmente visiva, da farci entrare fisicamente nella sua pagina, così come ci fa vedere veramente il lussureggiante e un po’ caotico giardino dell’avvocato che si immerge in un abulico, nuovo spessore esistenziale.
Metz, ora si lascia vivere, confortato da qualche bicchiere di troppo, dalla cura del suo giardino, dal recupero della figura paterna, dal rammarico di non aver seguito di più la crescita dei tanto amati figli gemelli ora lontani non solo fisicamente. Medita sull’ingiustizia sociale che ha favorito economicamente il più sciocco degli amici, penalizzando il più dotato intellettualmente (ma questa, nella vita vera degli individui non è certo una scoperta!); involontariamente offende l’orgoglio dei notabili locali, rifiutando la proposta di cariche politiche, sopportando quindi la perfida persecuzione umana e fiscale. Il suicidio di Marani – che per lui rappresenta una dimensione dell’uomo che ha tentato di dominare gli eventi, con la forza di un eroe mitico –  è il colpo di grazia per l’estraneità a tutto in cui si sente caduto. Nella sua città il metro di misura è quello della meschinità: tutto deve essere “piccolo” dalla borghesia, alla politica all’industria, ai sentimenti soffocati dalla forza del denaro.
A questo proposito torna in mente anche a noi Leo Longanesi che sosteneva come non fosse un male essere borghese, mentre cosa triste sarebbe essere “piccolo-borghese”.
Novello Oblomov, testimone dell’inattività più assoluta, Metz si chiude sempre più nei limiti della sua abitazione, autoconfinatosi in casa e giardino. Correrebbe il rischio di seguire l’esempio di Marani, se a salvarlo non fossero le donne e il culto che gli resta per la bellezza. Bellezza drammatica di un temporale in arrivo; bellezza armoniosa del micio Attila di cui ammira la grazia di idolo egizio.
Sì, le donne gli si stringono intorno in una cerchia salvifica. L’iperattiva Ivana, la moglie – che si risolverà a lasciare il suo ritenuto irrinunciabile lavoro milanese, tornando al suo fianco in provincia – la segretaria governante Rita concessiva di anche troppo affettuose cure, la bellissima Eleonora che susciterà in lui gli ultimi irrealizzati barlumi di desiderio, sentimenti complessi tra il paterno e l’incestuoso.
Nell’autore piace soprattutto la capacità di non dimenticare mai la forza della poesia, l’afflato lirico forte, assiduo frequentatore della sua pagina, pur trattando temi sociali, riflessi di un mondo di cui Piersanti stigmatizza il degrado e l’imbarbarimento.
Pubblicato mercoledì scorso nelle pagine culturali de L’Arena

La cartolina

Provava da sempre emozione nell’immergere la mano in quel piccolo antro buio della cassetta postale. Una specie di ventre materno che partoriva parole scritte, giunte da lontano. Oddio, a volte erano solo bollette; solleciti di pagamento; réclame per apparecchi acustici o protesi dentarie, però, qualche volta, riservava anche belle sorprese – quel ricettacolo scuro – entro cui si impilavano le carte più disparate. Ecco, poteva esserci la lettera di un’amica che le raccontava della laurea del figlio o la informava delle mirabilia della sua perfetta famiglia dove tutto filava liscio come l’olio. Nella monotonia dei suoi giorni, questo non era poco.
Quel mattino, la piccola chiave faceva la riottosa, entrava a sobbalzi, incaponita a tornarsene poi indietro. Se si spezza, sono rovinata! La rovina, in quel momento, abitava altrove. La chiave, finalmente, entrò con i suoi due clic secchi di sempre. Sul fondo nero dell’abitacolo brillava il rettangolo gioioso di una cartolina vecchio stile, stampata al bromuro – un tempo, le pareva si dicesse – di quelle con gli orli sfrangiati e le immagini lucide, molto patinate. Non la voltò subito per leggere il testo, voleva andare per gradi. I piaceri vanno centellinati, goduti a millesimi, assaporati senza fretta. La girò con mossa molle del polso, quasi un gesto di danza propiziatoria.
«Dopo due anni (e qui vi era una cancellatura con sopra corretto: “tre anni”) di silenzio, rieccomi a te in forma “cartacea”, non avendo più accesso ad Internet. Un saluto dalle colline senesi.»
Seguiva una firma illeggibile.
E iniziarono le congetture.
Ma chi poteva essere?
Non ricordava nessun senese incontrato nel web.
La grafia era minuta, regolare, enigmatica solo nella firma.
Sembrava che lo scrivente volesse rivelarsi, nascondendosi.
Per giorni ci pensò, fece congetture.
Aveva quasi contato le foglie degli alberi riprodotti nella cartolina, e si era seduta mille volte alla loro ombra, tanto quel paesaggio le era divenuto familiare.
E se avesse preso il treno, raggiungendo la collina senese?
Pura follia!
Riconoscere un luogo preciso da un’immagine collinare era un progetto senza speranza.
Ecco, se lui, quel misterioso interlocutore, avesse avuto ancora accesso in Internet, forse – leggendo questo suo racconto – sottolineo forse, adesso avrebbe potuto uscire dall’ombra. Ma i “se” non servono a nulla, quando non conducono a una soluzione possibile.
Meglio gettarla via quella cartolina, sbarazzarsene, perché stava diventando un morboso rompicapo, un inutile perditempo dei suoi farneticanti pensieri.
Meglio accontentarsi delle réclame, in fondo essere aggiornata sugli apparecchi acustici e sui guai dell’incontinenza non era poi così male; c’erano anche le illustrazioni a colori. E, nella vita, il segreto è sapersi accontentare…

 

Calicanthus

Al cadere degli anni Cinquanta lo aveva piantato mia madre. Era un ciuffetto stento, messo a dimora nell’angolo meno visitato del giardino, quello più lontano dalla casa, al margine dell’alta siepe. Chi l’avrebbe mai predetta una crescita così rigogliosa? Ora è un albero frondoso e i suoi piccoli fiori oro scuro occhieggiano sotto la neve, profumando l’aria gelata. Jackie fa  un felino manicure lungo il tronco del forte calicanthus  e i merlotti nidificano fra i suoi rami. Ne colgo mazzi per il salotto, sempre  timorosa di ferire la pianta, ma i miei sensi di colpa per queste amputazioni sono pù flebili del desiderio di gustare la delizia di quel suo profumo nell’interno della casa. Ancora per poco. Ancora per un’esigua manciata di giorni.

 

                                   DEPIDOS

A Depidos, il ventiquattro Luglio del 1998, alle due del pomeriggio,  il mare non respira più. Una calma irreale avvolge ogni angolo dell’insenatura, sembra che il cielo abbia ordinato la fine.

I bagnanti, che fino a pochi minuti prima avevano invaso la spiaggia, sono tornati alle loro case ad affettare pomodori e mozzarelle. Hanno lasciato nell’aria solo uno sgradevole profumo di oli abbronzanti. Il riverbero delle loro vocali aperte è già svanito fra gli ombrelloni tutti uguali del Villaggio Costablù.
Un cormorano galleggia, fermo, vicino agli scogli. Un vecchio signore staziona lontano dal bagnasciuga, con le gambe ricoperte di sabbia rovente. Entrambi sembrano morti. Solo una cicala, nascosta in un cespuglio di ginepro, sfida quella muta fissità della controra e fa risuonare i suoi timballi, con ritmo regolare.

In quel momento, un uomo guarda dalla finestra della sua stanza d’albergo. Guarda verso l’orizzonte. Forse pensa ai creditori che lo stanno cercando, alle mancate plusvalenze, all’incontro della sera prima, in un ristorante di Milano. Forse no.  Forse pensa al fastidio che in certi casi recano  le suonerie dei telefoni. Per questo, forse, tiene premuto il pollice della mano destra sul tasto rosso del cellulare.

Poco dopo, si stanca di guardare l’infinito. Raggiunge la porta della camera n. 117 e scende le scale dell’albergo. Attraversa il piccolo vialetto dell’Hotel Buffi e avanza, lentamente, sull’arenile. Il suo sguardo è assente. Vestito di tutto punto, con giacca e cravatta e lucidi mocassini,  cammina senza guardare per terra, inciampando due volte nel blu delle sedie a sdraio abbandonate disordinatamente dai turisti. Procede senza indugi, fino alla riva. Si leva le scarpe e con la mano sinistra verifica la temperatura dell’acqua. Poi comincia a spogliarsi, piega con cura l’abito e la camicia e si siede. Da una tasca tira fuori un’agendina e con la sua Montblanc vi annota qualcosa. Subito dopo, in mutande e con l’orologio al polso, affonda le caviglie nel gorgo della risacca. Punta verso il largo e per un istante incrocia gli occhi annoiati del cormorano.

Lì, in quel punto, il fondale è basso per un lungo tratto. Passano venti secondi, prima che l’acqua gli arrivi alla pancia. Altri venti, perché gli ricopra le spalle. Quando solo la testa emerge dall’acqua, si ferma.

Rimane così, per quasi un minuto, con gli occhi che sembrano cercare lontananze impossibili. Poi avanza ancora. E ancora, fino a sparire. Il mare torna piatto come l’olio.

Il vecchio osserva tutto, dalla sua immobilità terapeutica.

Dopo dieci minuti, aiutandosi con un bastone, si solleva lentamente dalla coltre giallognola. Con l’asciugamano si pulisce le gambe ossute che a stento lo tengono in piedi. Con pigrizia reumatica, Antonio Furreddu, ex capraio delle montagne d’Ogliastra, si dirige verso quel mucchietto di indumenti abbandonati al sole. Arriva dopo un tempo che sembra interminabile. Fruga nelle tasche ed estrae una carta d’identità. La apre e legge: Gianluigi Bestini, immobiliarista. Guarda verso la collina di fronte, in direzione della cicala che da un minuto ha smesso di frinire.  Pensa, Antonio Furreddu. Poi, con mano sicura, prende l’agendina e la stilografica e scrive poche parole: bae in bon’ora.
Ripone tutto come prima e va via, verso la pineta. Il cormorano si tuffa e risale in superficie con una piccola mormora nel becco.

Sono le quattordici e trentasei.


A pochi chilometri di distanza, un bambino, seduto all’ombra di una quercia, sta calcolando con le dita il tempo che manca al suo bagno.

 

 LE STRADE DELL’AMORE
Dalla Polonia anni ’30
alla New York di oggi
Se gli ingredienti sono: cifra stilistica frizzante e vaporosa, sentimenti improntati a  forza e tenerezza, conditi da senso dell’umorismo in un sapiente mix ben distribuito nella pagina, il successo di un romanzo non può che essere assicurato. Garantito al punto che “La storia dell’amore” di Nicole Krauss (titolo originale “The History of Love, traduzione di Valeria Raimondi, Guanda, pp.299, euro15) ha suscitato l’interesse di Alfonso Cuaron, già regista di Harry Potter, che ci ha fatto un pensierino per trarne un film.
L’autrice, una bella bruna poco più che trentenne, newyorkese , oltre a questo suo nuovo romanzo ha pubblicato “Man Wolks into a Room” e racconti su “The New Yorker” e “Esquire”. Certamente non le avrà procurato svantaggio esser la moglie del più noto Jonathan Safran Foer, come a dire che la letteratura, in quella casa è un male di famiglia che i due coniugi stanno curando col successo.
Alcuni critici hanno rilevato affinità tra le opere dei due scrittori, sottolineando: l’ambientazione (New York), la ricerca delle proprie radici dei due protagonisti adolescenti, la cultura ebraica di famiglie di origine ucraina e ancora nonni e discendenti separati da una sorte avversa. Innegabilmente, le similitudini ci sono com’è naturale che avvenga in opere di scrittori che vivono nello stesso ambiente e si nutrono dei medesimi ricordi, anche se non è poi matematico che questo si debba verificare, perché basterebbe pensare alla diversità di scrittura di Moravia e della Morante, per indurci a sostenere la tesi opposta.
Dunque, siamo a New York. Leo Gursky si lascia vivere alla giornata, ai margini di una metropoli non certo accogliente con i poveri, legge i libri del figlio divenuto un famoso scrittore che non lo conosce e ogni sera batte sui tubi della caldaia di casa per far sapere a un suo amico del piano di sopra che è ancora al mondo. Leo è vulnerato dalla perdita della sua intera famiglia, sterminata dai nazisti: “Imparò a convivere con la verità. Non ad accettarla, ma a conviverci. Era come vivere con un elefante. La sua stanza era piccola, e ogni mattina doveva aprirsi faticosamente un varco nella verità solo per andare in bagno. Per raggiungere l’armadio e prendere un paio di mutande doveva strisciare sottola verità, pregando che non scegliesse proprio quel momento per sederglisi in faccia. Di sera, quando chiudeva gli occhi, se la sentiva addosso, incombente”.
Ancora giovane, ebreo nella Polonia degli anni Trenta, Gursky era stato follemente innamorato dell’adolescente Alma, perduta quando la ragazza emigrò con i suoi genitori e troppo tardi ritrovata quando era già sposa e madre. Da quel forte sentimento aveva preso vita un libro da lui erroneamente creduto mai pubblicato: “La storia dell’amore”. È solo nella sua solitaria e triste vecchiaia che Leo prende coscienza di essere padre e che il suo libro, pubblicato sotto il nome di un amico – Zvi Litvinoff  (e a questo proposito non possiamo tenerci dal puntualizzare quanto ci saremmo arrabbiati noi se ci avessero fatto un simile tiro!) – è l’artefice di un fatto prodigioso: una nuova bambina è stata battezzata Alma, col nome della sua adorata. E l’omonima della grande passione giovanile di Leo ci affascina subito e ci prende per la sua originalità e per la tenerezza che sa diffondere intorno a sé. Vive con la madre e il fratello a New York, in una casa dove risuona il costante ricordo del padre, sconfitto da un tumore. La madre è una traduttrice e il fratello minore ama fare “prove di volo” e leggere testi sacri, convinto di essere uno dei trentasei uomini che, secondo la religione ebraica sono predestinati a grandi cose nel mondo. Alma, nel tentativo di trovare un nuovo compagno per la madre, scoprirà il libro di Leo: “La storia dell’amore”. Cercando Alma protagonista del libro, farà ritrovare al vecchio Gursky la sua giovane amata su una panchina del parco.
La trama è complessa, un coro pieno di controcanto, di rimandi, espresso da personaggi anche eccentrici, divertenti, sopra le righe. Scrittura toccante, quella della Krauss, sottolineata da piacevole ironia. Attendiamo una sua nuova prova, un terzo romanzo a conferma della sua bravura.
(g.g.)
Pubblicato stamani nelle pagine culturali de L’Arena
Nella foto: Nicole Krauss, autrice de La storia dell’amore

Nevica

Nevica. Il mio giardino agonizzante giace sotto il suo naturale sudario.

Api
Dei mici Jack e Jackie ho avuto occasione di parlarvi proprio ieri a proposito dei due fratellini bianconeri, di cui mi resta in casa solo la gatta, visto che il fratello è morto per amore, finito sotto un camion, inseguendo una riottosa gattina.
«La Jeka xe la parona – Jackie è la padrona!» Questa è una delle esclamazioni predilette di mio marito, quando ammira con occhio paterno, la grassa micia maculata, nei momenti di maggior effusione, da lui anche definita bocamora (boccanera), perché una delle macchie scure, in simpatia con quelle del lucido mantello, color notte, abita anche il lato destro della sua bocca, all’interno, e lei – felinamente allusiva – sa mostrarlo, con grazia, tutte le volte che sbadiglia.
Da qualche tempo, la nostra famiglia si è arricchita anche di un semiconvittore. Se Jackie è l’incontestata padrona, Api ha invece limitati diritti. Non si sa di dove sia venuto. Un bel giorno è comparso in giardino, avversato dalla parona che gli soffiava contro e quasi ruggiva, con una coda fattasi grossa in decuplo delle sue normali dimensioni, e da allora, ha continuato a venire all’ora dei pasti.
Dorme sopra un albero, come un fagiano, o si accoccola in una cassetta del sottoterrazzo, se Jackie si distrae e gli permette questo minimo comfort. L’accesso in casa gli è rigorosomente vietato, perché l’egoista padroncina lo sbranerebbe. Ormai lo tollera, ma con molto sussiego lo guarda mangiare i sui avanzi fuori dalla porta, e sembra voler chiederci perché lo chiamiamo ancora Api, visto che si è ingrassato e non ha più lo sparuto volto triangolare, della divinità egizia, che gli era proprio all’inizio della nostra conoscenza.
A nulla vale che tentiamo di insegnare alla micia regnante che ci vuole carità per chi è meno fortunato, non riusciamo a farla ragionare, certi snobismi sono duri a morire.
Quando Api si acciambella sul davanzale, dardeggiando le sue occhiate smeraldine verso il caminetto acceso, Jackie soffia piano, in sordina, tanto per tenerlo avvertito che non è proprio il caso di farsi illusioni.
«Semiconvittore sei – sembra dire – e tale resta, sta al tuo posto!»
Ma sapevate, dunque, che le differenze sociali esistono anche nel mondo animale? Questa scoperta, è stata per me, motivo di addolorata meraviglia.