Archive for ottobre 2005

Gustavo e Amanda

Lo spiritoso commento di diamonds al mio post precedente, per cui se Gustavo (imperfetto) incontrasse Amanda (gerundio), ne sortirebbero scintille, per associazione d’idee, mi ha fatto tornare in mente fatti buffi inerenti certi nomi. A Codigoro, paese natale di mia madre, i nomi prori Silla, Enea, Pelopida e Leonida erano imposti ad innocenti neonete di sesso femminile. C’era un  Purif, perché la madre si era ispirata a Purif. di Maria Vergine, letto nel calendario. Un vicino di casa aveva battezzato, con geometrica ispirazione, i suoi figli: Rotondo, Quadrata e Isoscele. Ma la più bella, per me è quella di un abitante di Goro (patria della cantante Milva), che avendo deciso di porre nome ai suoi nascituri secondo la logica di un a frase, iniziò con Quando, proseguì con  Destino e finì con Porta. "Quando il Destino Porta". E a chi gli chiedeva dove il destino portasse, rispondeva: "Non lo so, perchè non ho più avuto figli". 

                                                                Lacanas

Un sabato pomeriggio era sparita l’ombra del campanile e qualcuno sosteneva di averne visto un pezzetto nel contenitore delle mentine dentro il negozio di Paolino Baralla. Ma questa non ve la posso raccontare.

A Lacanas, il paese che confina col mio, succedono cose strane. Così strane che tutti, quando sentono parlare di una storia singolare, dicono: “Sembra di Lacanas!”
I suoi abitanti sono bizzarri fin dalla tenera età.
Io non ci volevo credere, saranno come tutti gli altri, mi dicevo. Ma un giorno ho sentito questo dialogo fra un bambino e la sua mamma:
– Mà, il gatto ha detto miao.
– mmmh.
– …
– Mà, mì che il gatto ha detto di nuovo miao.
– E perché ha detto di nuovo miao, il matto?
– Perché ha visto il pesce.
– Che pesce?
– Quello dipinto nella maiolica.
E questo dialogo è durato non meno di sette minuti. Per colpa del gatto, che miagolava solo una volta ogni tre minuti, e perché i lacanesi parlano piano piano. Però in tutto quel tempo Giangi ha osservato la mamma che lavava i piatti e il disegno sulla piastrella della cucina, lo stesso disegno che guardava anche il gatto, un pesce marrone con la testa grande.

Un’altra volta, passando di là, ho visto Antonio Cariasa, quello che tutti chiamavano Matteotti. Lo chiamavano così perché era socialista e aveva una figlia che si chiamava così: Matteotti di nome e Cariasa di cognome. Anche quel giorno Antonio stava arringando le folle col suo immancabile comizio che teneva tutte le domeniche, alle undici, davanti al monumento ai caduti. Nello slargo c’erano vecchi e bambini, casalinghe e muratori, il fabbro, il falegname, tre contadini, Giangi e il suo gatto e un perito elettronico. Tutti ascoltavano a bocca aperta, tranne il gatto che così fermo sembrava morto ma stava dormendo.
Antonio dopo una pausa più lunga del solito, sembrava aver perso il filo del discorso e non si decideva a riprendere. Allora qualcuno aveva applaudito e aveva detto “Avanti!”. Lui aveva chiuso con grande enfasi: “…perché il nostro paese è veramente autonomo, sinceramente autonomo, autenticamente autonomo e dunque la lotta di classe e pertanto mi dimetto per futili motivi”. Non si è mai saputo se intendesse dire utili motivi, ma i lacanesi erano tornati a casa contenti di aver assistito a quel memorabile discorso. Però Antonio non si era dimesso e ancora fa il consigliere comunale d’opposizione.

Un’altra volta ho visto uno, tale Bachisio Barraccocco, che attraversava il paese trascinando una quercia. Sembrava Gesù Cristo sardo con la croce. A Bachisio era successo questo.
La moglie era una preveggente e siccome vedeva un sacco di robe non riusciva mai a prendere sonno, anche perché era molto pettegola e voleva vedere in anticipo le cose per andarle a spifferare in giro. Per dormire doveva contare le pecore. Una notte era arrivata a centotrentuno e non riusciva più ad andare avanti. Allora aveva svegliato il marito: “Ne manca una” -gli aveva detto- “te l’hanno rubata”.
Lui era saltato giù dal letto come una molla e stava per uscire così com’era, con la doppietta in spalla. Poi ci aveva ripensato e aveva preso la motosega. E dunque era uscito in mutande con la motosega. Aveva puntato dritto verso le campagne di Furanzones, l’altro paese confinante. Dopo circa sette chilometri aveva notato che dalla capanna di Cesare il porcaro si levava una striscia di fumo: “Lì hanno arrostito pecora” aveva detto fra sé e sé. Allora, con fare furtivo, si era avvicinato al recinto dei maiali e voleva motosegare la scrofa per darla in pasto al verre. Ma vedendo i maialini che suggevano dalle mammelle si era impietosito e aveva deciso di vendicarsi tagliando una pianta del querceto. Poi, siccome si caricava tutto in spalla, l’aveva trasportata fino a Lacanas, anche per far vedere alla moglie che lui era uomo degno di rispetto. La moglie aveva esclamato: “Vai vai, che io ghiande non ne voglio contare, che meglio sto sveglia per sempre!”.

Così è.

Gustavo
Scandiva un tempo verbale imperfetto quel suo odiato nome – Gustavo – che, a vero dire, non gustava mai nulla, non dico di perfetto, ma almeno di passabile. Modesto di statura (osava autodefinirsi rasoterra), brillava per forte presenza di naso e grande assenza di mento. Lo sguardo gli usciva, fiacco, dagli occhi bulbosi come due uova sode. Aveva riccioli sempre sudaticci, appiccicati al cranio simili a lumache (e mentre sto descrivendolo c’è mio figlio che legge e mugola: “che schifo!); di bello non aveva nulla, nemmeno l’anima, contorta e serpentina, quasi una torbida spirale. Un mostro? No, un uomo da poco. Con una vita da poco, roso da invidie velenose. Ma che brutto personaggio!
Eppure, incredibile, ma vero, in un nostro incontro di lavoro veneziano, mi ha fatto pena. Si sa che il cuore delle donne è fatto di pastafrolla, ahiloro!
Seduti a un tavolino all’aperto, in uno di quei piccoli ristoranti della città lagunare, incapsulati tra acqua e rampicanti, dove il mondo sembra restare escluso –  circoscritti dentro un magico oblò -, ha estratto da un suo striminzito borsello, un flaconcino e ha preso a instillare gocce del medicamento in entrambi gli occhi (stavo per dire nelle sue uova sode).
“Gustavo, non avresti potuto farlo alla toilette, o in luogo meno esposto?”
– No, perché è questo il preciso orario del medicamento. Né un secondo prima, né uno dopo…”
“Ah! Capisco.”
Ad operazione avvenuta, prese a lacrimare sopra un piatto di risotto al nero di seppia.
“Non ti piace la minestra, ti ha fatto male la medicina?”
– No, penso a quella scellerata. Voi donne siete tutte uguali, sembrate fatte con lo stampino. Mi avevano dato l’incarico di inviato a Sanremo per il Festival. Là conobbi (raramente al Nord usiamo il passato remoto, mi fece effetto che lo stesse usando proprio lui che, stando al tempo verbale del suo nome, era imperfetto). Conobbi una splendida giornalista. Alta più di me di tutta la testa. Aveva gambe snellissime…
“Con il solo difetto di essere poche…”
– Come fai a scherzare, prendendoti gioco di me, in un momento simile?
 E il risotto gli lasciava disgustose tracce nerastre sul mento.
“Scusami, credevo di alleggerire l’atmosfera”.
– Occhi verdi e chioma rossobruna. Una dea. Ci fu uno scambio di indirizzi. Seguirono appuntamenti di fuoco. Mi chiese una raccomandazione per un giornale della sua città. Mi implorava dicendo che era povera, sola, derelitta, che le era appena morta la mamma. Per fartela breve, la raccomandai, ottenne il posto e non si fece più viva.Più viva, dico.
“È un classico! Ma non la sentivi poco amorosa, poco coinvolta?”
– Con me le donne non lo sono state mai.
“Com’è andata finire?”
– Telefono muto. Scomparsa. Finché un bel giorno mi rispose la madre.
“La madre. Ma non era orfana?
– Appunto. E ora sono troppo turbato. Per favore, paga tu il conto.
 
 

  
 La terza avventura della poliziotta di Giuseppe Pederiali
Camilla entra in azione nel mondo dei reality tv 
 
 Ci sono romanzi gialli che avvincono il lettore per l’incalzare della trama, altri per l’atmosfera, il clima che si respira nella pagina. Dobbiamo proprio dire che i thriller narrati da Giuseppe Pederiali , ormai considerato un maestro del giallo all’italiana, piacciono molto per entrambe le ragioni, con l’aggiunta di un’emilianità rotonda e saporosa che trasuda da tutta la narrazione.
Dopo il successo di Camilla nella nebbia e Camilla e i vizi apparenti, l’autore ci offre – fresco di stampa – il suo terzo Camilla e il Grande Fratello (Garzanti, pp.376, euro 15). Gli affezionati al mitico commissario Maigret o alla più moderna Key Scarpetta, proveranno immediata attrazione per la bella Camilla, così vera, così donna del nostro tempo, per gusti, abbigliamento e linguaggio. Intelligente, passionale, ironica, in gara col superpoliziotto mandato da Roma, pronta a farla in barba ai suoi colleghi – questa orgogliosa poliziotta – scioglierà nodi che sembravano insolubili, con rapidità di fulminee intuizioni.
Proprio all’ispettore in gonnella verrà affidato l’incarico di body gard di una famosa attrice – Vanessa Silvi – ripetutamente minacciata di morte. All’improvviso, l’affascinante donna di spettacolo sparisce e, dopo poco, stessa sorte tocca a quattro ragazzi, col comune denominatore di una notevole avvenenza. ("Loredana, la modella, Catia ha partecipato a concorsi per Veline, Letterine e robe del genere. I due uomini, pur occupati in attività lontane dal mondo dello spettacolo, sono due bei fighi, come mostrano le fotografie e come confermano le persone che li conoscono").
La morbida provincia modenese, felpata di nebbie, gremita di istituti bancari (Modena sembra essere una delle città più ricche d’Italia), è sconvolta da un gioco incredibilmente criminale: un’edizione straordinaria di un Grande Fratello a cui partecipano i quattro ragazzi scomparsi, con la folle penalità di uccidere i nominati. Ovvero, vi sarà un’atroce variante rispetto al classico reality televisivo: chi viene eliminato dal gioco, uscirà dalla casa, cadavere, ucciso dai compagni. Il diabolico regista distribuisce cassette registrate ai media e alla polizia. Persino l’FBI si interessa al caso. Il subbuglio è generale. Non si riesce a capire chi sia l’artefice del satanico gioco, né dove vengano effettuate le registrazioni.
La morbosa attesa degli spettatori è solleticata da un sempre più vivo e incuriosito orrore. Ma cosa c’entra la scomparsa dell’attrice? Quale legame tra i due avvenimenti? Tracce di sangue, trovate nella sua villa in restauro fanno pensare al peggio. Camilla, aggredita da un sicario, indaga instancabile, sempre prima nelle illuminate intuizioni.
Lampeggiano lame di coltelli tra morti vere e soltanto "recitate", in un susseguirsi di colpi di scena imprevedibili, alternati alle vicende personali di Camilla, alle sue quotidiane emozioni, ai connotati umani del suo esistere.
Ed è proprio l’umanità una delle connotazioni principali nella scrittura del nostro romanziere, attento ai vizi e alle debolezze della società in cui viviamo, dove l’avere prevarica l’essere e dove l’apparire fa la parte del leone. E così – in questo suo nuovo romanzo – la vita dei personaggi sembra posizionarsi sopra un immaginario palcoscenico, indagata dall’occhio crudele di un metaforico Grande Fratello, capace di beffarsi di loro e nel contempo di tutti noi.
Il finale macabro naviga tra gli accenti efferati di uno sbalorditivo Grand Guignol , addolcito dal "palato" buongustaio dell’autore che – nel corso di tutta la narrazione – ci ha fatto venire l’acquolina in bocca coi profumi e i sapori di un’invitante cucina, servendoci sul piatto della scrittura fumanti zamponi, maltagliate ai fagioli e succulenti piatti della sua terra.
Al di là della sapienza nel congegno a incastro del noir, Pederiali sa disegnare caratteri con penna vigorosa, intrecciare dialoghi incalzanti e farci sperare in una prossima quarta "Camilla", poiché siamo certi che questa singolare poliziotta avrà ancora molto da scoprire.
Grazia Giordani
Pubblicato stamani nelle pagine culturali del quotidiano L’Arena,
 
 
 
 
 
 

Le amiche
Erano già ferme ad attendermi al casello dell’autostrada est. Riconobbi subito Gloria, avvolta nel golf di lana d’Irlanda che le avevo portato da un viaggio invernale.
Una strana illusione ottica creava un’aureola chiara, attorno al suo volto, quasi dal di dentro emanasse lei stessa una luce. Luisa era alta, come mi era stata descritta, atletica nella figura, lo sguardo mite della donna dolce e remissiva.
Una strana coppia, la mia amante e l’amica, che prometteva un singolare incontro a tre. Avrei dovuto superare un insolito esame: volevo far colpo su Luisa, per piacere sempre di più a Gloria: un gioco sottile, piacevolmente perverso, fatto di elucubrazioni amorose, sommerse dentro la psiche.
Mi ero “premurato” di fare le cose per benino: la Volvo pulita a fondo, all’interno era lucida come un salotto. Avevo acquistato, un po’ riottoso, due rose rosse da offrire alle mie ospiti. Per Gloria avevo sempre colto fiori di bosco, fasci di ginestre o ireos, legati in rustici mazzetti, che le piacevano tanto e la mandavano in “visibilio”, come amava dire, ridendo con la testa riversa sulla mia spalla.
Si stabilì subito un clima di confidenza, un triangolo di cospiratrice amicizia, rinsaldata dalla pace del ristorante, perso tra il verde ormai bruno della collina, pronta ad indossare gli abiti dell’autunno. Le avevo di fronte a tavola, femminilissime, sempre più sciolte. Le scrutai bene. Gli occhi di Luisa, senza lampi di malizia, facevano da controcanto – come note in sordina – ai lampi bruni dello sguardo di Gloria, reso obliquo da un ammiccante strabismo.
Stuzzicai la mia donna con galanterie rivolte all’amica. Mi piaceva l’atmosfera ambigua, il sapore un po’ torbido di trasgressioni soltanto pensate. Mi sarebbe piaciuto chinarmi a toccare le ginocchia delle due donne così dissimili e così unite, slacciare le loro camicette, incespicando nell’impedimento di asole e bottoni. Mi accontentai di pensarle, queste azioni, in una luce di acquario, resa verde dal riflesso del fogliame fuori dai vetri. Pensai al segreto delle loro cosce così chiuse e composte sulla seggiola, caldi misteri di carne.
Masticavamo all’unisono, “rullandoci” i bocconi dai piatti, la gola stuzzicata dal gelo dello champagne, legati da un’amicizia strana, quasi ubriacante.
Le loro mani così diverse, per forma di unghie e di dita, furono rapide nello spalmare il rossetto sulle labbra ormai pallide, alla fine del pranzo. Era come dire: «È finita, missa est. Il momento magico è arrivato ad un irreversibile stop». Avrei voluto trattenerle, prolungare quel misterioso piacere, fatto di vellicanti equivoci. Le vidi ripartire esitanti, mi parve che anche il motore della loro auto avrebbe preferito restare. Furono inghiottite da una macchina chiara, squadrata nella forma. Tornai, pigramente, al lavoro, soffocando gli sbadigli di una digestione affrettata e di uno stacco troppo brusco da momenti piacevoli. Immerso nel progetto da consegnare all’architetto, non pensai più alle “mie ragazze”, come le avevo scherzosamente chiamate, nel corso dell’incontro.
L’indomani lessi sul giornale dell’incidente: un camion, uscito dalla corsia dell’autostrada, aveva rubato la loro ingordigia di vivere. Pensai: «Gloria non sarà mai morta del tutto. La porto dentro come un coltello che penetra una ferita e la fa sanguinare sempre più, come il profumo intenso delle ginestre che coglievamo insieme, lungo il pendio della collina, bruciata dal sole, come lo strazio dei suoi capricciosi abbandoni, dei suoi dubbi amorosi, tenere ossessioni. Non posso cedere ai rimorsi delle cose che non ho voluto dirle, del suo telefono muto, per i silenzi del mio». A Luisa, penso come a un’appendice di lei, a un mite ornamento di vita recisa.
Chiudo gli occhi, e sento le mani lievi della mia donna, la sua piccola risata di perle, la sua corsa affannata per raggiungermi presto. Vedo brillare, nell’ombra, la macchia color porpora delle rose donate all’appuntamento: si mutano in due fiori di sangue, conficcati nel petto delle due amiche.
Non voglio svegliarmi dall’incubo, meglio questa macabra fantasia, piuttosto che la realtà della loro morte, meglio la sofferenza di sogno, piuttosto che accompagnarle per l’ultimo viaggio. Non voglio vedere, non voglio sapere, mi piace imbrogliare me stesso, tuffarmi dentro un mare consolatore di fantasie, dove posso ancora passeggiare con Gloria in boschi di luce, stringerla nelle calli di una Venezia onirica, dai canali disseccati, baciarla contro il muro di una chiesa della memoria.
Penso: «Se la separo da Luisa, torna viva, se rompo il gemellaggio delle loro esistenze, si frantuma l’incantesimo, e spero, spero con l’ostinazione di chi si aggrappa all’ombra triste di un’allucinazione».
 
Secondo finale
 
Furono inghiottite da una macchina chiara, squadrata nella forma. Pensai che era, in fondo, solo un arrivederci. Luisa avrebbe ripreso la sua vita di donna gentile, e Gloria – la mia Gloria – avrebbe continuato a regalarmi tutti gli spazi di esistenza che le era possibile serbare per me. Avremmo continuato all’infinito i nostri incontri furtivi ed eccitanti, momenti di un unisono d’amore che credevo esistesse solo nei romanzi.
Piccola, deliziosa rompiscatole, subito domani mi avrebbe chiamato al telefono: già sentivo nell’orecchio la carezza della sua voce.
(g.g.)
 

Il telefono
Nero, sovrastato dalla curva cornetta, se ne stava aggrappato al muro da qualche giorno, fonte di meravigliata invidia per i vicini di casa. Data la professione del secondo marito di mamma – il primo mi aveva lasciata orfana a un solo anno d’età -, era diventato indispensabile,  il telefono, vanto di famiglia e terrore di Gina che ci aiutava nelle faccende domestiche.
Maria Vè, Siora – rivolta a mia madre – che vòse ch’el gà. La ghe diga de sonare più piàn. E po’ quelo ch’el parla come fàlo a starghe tuto drènto… Maria Vergine, Signora, che voce che ha,  gli dica di suonare più piano. E poi, quello che parla, come fa a starci tutto dentro?”
In effetti, quella sinistra scatola nera, aveva sfoggiato una voce terribile, in sonoro falsetto, a causa di vibrazioni nell’installazione. Sembrava un sopranista, con la voce da travestito, pronta a svegliarci nel cuore della notte per annunciare a papà che i maiali avevano il malrossino (che fossero di sinistra?) o che la mucca pezzata nera (quella era certamente di destra) stava per partorire due gemelli.
Qualche volta i vicini di casa chiedevano, timidamente, di poter usare quell’oggetto misterioso . E così, sebbene la porta del corridoio fosse discretamente chiusa, visto che urlavano a squarciagola (i pensa de farse sentir mejo – pensano di farsi sentir meglio – chiosava la Gina), mi giungevano ritagli delle loro conversazioni, tali da farmi immaginare la controparte, il controdiscorso dell’interlocutore.
Rotture di fidanzamento, annunci di nascite, affari conclusi, contratti rescissi, sospiri, lacrime, rari eventi gioiosi, sibilavano attraverso i fori di quella ciarliera cornetta, rendendoci involontari partecipi di brandelli di vita che mi sembravano restare impigliati nell’aria del nostro corridoio. La centralinista, impicciona, dava segno di partecipare ad ogni evento, con appropriati commenti, a seconda del caso.
Allora, il telefono lo si usava solo per reali necessità, nessuno si sarebbe sognato di adoperarlo per conversare, parlando del più o del meno. Si era sintetici, essenziali, attenti alle spese. Se avessimo conservato quella scatola nera forse oggi sarebbe un pezzo di modernariato, una teca di ricordi, un distillato di passioni. Chissà!?

L’Ombrelara
Forò, all’improvviso, l’aria calda di quel giorno di piena estate l’urlo offensivo della sirena. Subito dopo vidi il cellulare. Due poliziotti stavano forzando le gambe scheletrite di una donna a salire dal retro. Il resto di quel corpo denutrito continuava ad opporre resistenza, in un gesticolare isterico di braccia. La testa apparve in fine. Vedevo chiaramente gli occhi sbarrati, privi di colore – avrei detto di una vecchia – se uno dalla strada non avesse urlato: “Assèla stare, no la gà fato gnente. La xè solo ‘na pora ragassa imbriaga. E po’ se la fa la fa col suo – Lasciatela stare, non ha fatto niente. È solo una povera ragazza ubriaca, e poi se fa, fa col suo…”.
“Ma chi è, cos’è successo?” – chiesi, sporgendomi dalla finestra.
La xè l’Ombrelara. Quela che giusta i ombrèi là sotto l’Adese” – È l’Ombrellara, quella che aggiusta gli ombrelli, là sotto l’Adige”.
Altri m’informarono, prontamente, che quella strana ragazza (difficile dimenticare le macchie bluastre sulle sue scarnite cosce e quello sguardo di animale braccato e la bocca sfatta, come un fiore vizzo) oltre ad aggiustare ombrelli, in società con la madre, confortava la solitudine di qualche mediatore o fittavolo di passaggio nella nostra piccola città. Il lenone era un giovane dell’Est – detto lo Slavo – un vigoroso energumeno con la fedina penale più sporca della sua biancheria. Distribuiva biglietti numerati ai consumatori che, seduti lungo l’argine del nostro grande fiume, attendevano il loro turno, pazienti e disciplinati, tanto sapevano bene che l’Ombrelara o la madre li avrebbero soddisfatti, in cambio di poche lire o di una bottiglia di vino di poco prezzo.
Mi parve una storia incredibile, da neorealismo di bassa lega.
Chiusi, malinconicamente la finestra, su quell’aria rovente, sul mormorio della folla che si era assiepata attorno al cellulare, sulla mia stessa curiosità.
Dopo qualche anno, passeggiando, con mio figlio, in quel luogo magico dove l’Adige disegna un’ansa voluttuosa, quasi carnale, ricca di pruno selvatico e di erbe e fiori profumati, solcata dal volo di uccelli palustri che nidificano negli isolotti, proprio dove le mitiche Torri Marchesane, appaiono e scompaiono, quasi inquietanti fate morgane, proprio là, mi apparve una casupola semidiroccata, preceduta da uno scolorito cartello.
“Chi ci abitava?” – chiesi a un contadino che raccoglieva erba per i conigli”
I xè tuti morti. Qua ghe stava l’ombrelara, quela che giustava i ombrèi e no solo quei… – Sono tutti morti. Qui ci stava l’Ombrellara , quella che aggiustava gli ombrelli e non solo quelli….