Archive for gennaio 2011

L'Ottocento elegante
(e la Grazia sparita)

 

Sono invisibile, in questi giorni, perché sto lavorando a lezioni che dovrò tenere nelle università popolari e ai pezzi (non anatomici) sulla mostra rodigina (L'Ottocento elegante) per i quotidiani. A presto, g*
(Ma tra un po' ritornerò visibile)

Racconti ironici

Dimenticavo…
 

A mio marito è venuto in mente un flash che avevo dimenticato di raccontarvi a proposito della forlivese, mia vicina d’ombrellone, che, nel post precedente, potete  ritrovare in Stessa spiaggia stesso mare, mi riferisco all’energica signora, persuasa d’esser stata – decenni fa – il più bel derrière della sua città, quella con l’utero ventenne, offesa dal convivere con tutto il resto invecchiato.
Ebbene, esaminando la sua anatomia, avevo dimenticato l’episodio della protesi.
Una bella (per lei orribile mattina) l’abbiamo vista arrivare alla spiaggia tutta trafelata.
«Sapeste cosa m’è successo!?»
Il vicino d’ombrellone di sinistra – sollevando il sopracciglio dall’ Unità – «Qualche altro organo resuscitato?»
E lei:«Una vera tragedia, lavandomi i denti, ho ingoiato una protesi mobile.»
Il vicino d’ombrellone di destra – lasciando cadere per terra Libero– «Ostia!»
A pochi passi da noi, sedeva un primario ostetrico molto snob che tentava spesso di conversare in inglese, non si è mai capito il perché.
«Non si disperi signora, finirà per evacuarla!»
La scena della desolazione si rinnovò per ben tre mattine.
Ormai era un rito.
Ci raccoglievamo a crocchio attorno a lei.
«E allora?»
E lei: «Niente, niente.»
La vedemmo arrivare raggiante, spingersi verso l’aristocratico promotore di nascite, che alzò lo sguardo, svogliatamente, dal suo National Geografic per sussurrargli all’orecchio quanto già sospettavamo.
«Congratulations!» – modulò l’illustre terapeuta, complimentandosi per la nuova “nascita”. (g.g.)

 

Racconti ironici

(immagine dal web)
 

Stessa spiaggia stesso mare
 

Da ventiquattro anni a questa parte, frequento la stessa spiaggia, trascorrendo l’estate in un minuscolo monolocale, quasi un ventre materno che mi accoglie amorevole. «È un loculo!» – sostiene mio figlio che ama le cose in grande, tanto che se gli chiedo di uscire a comprarmi un po’di parmigiano per la pasta, rischia di portarmene mezza forma, faccio per dire, tanto per darvene un’ idea. Non so proprio cosa Freud avrebbe visto dentro questa necessità, da parte dei giovani, della visione ingrandita: case grandi, auto spaziose, portafogli pieni… Mah, proprio non saprei e non azzardo ipotesi. Tornando a bomba, dunque, vacanze a S* in una spiaggia del nord un po’ selvaggia, mare e campagna, tramonti di rubino e albe di perla, pineta spettinata, sveglia al canto roco dei fagiani, a mezzanotte gorgheggia l’usignolo, frinire di cicale ossessivo, ma che fa tanto estate mediterranea. Pochi negozi, quelli essenziali per la sopravvivenza; una farmacia (speriamo che ce la lascino!).
Stesso ombrellone, tanto che – da un anno all’altro -, ho quasi la sensazione di non essermi spostata da lì. Medesimi vicini, eccetto quelli – non molti, finora – che hanno il brutto vizio di staccare il biglietto per il solo viaggio di andata, quello che non ha ritorno. Alcuni vicini sono diventati amici da frequentare anche d’inverno; altri da evitare in ogni stagione, anche in quelle che dicono non esserci più.
Le donne, sulla spiaggia, vantano mariti, amanti e figli perfetti, parlano molto di cucina: di quello che hanno cotto, di quello che cucineranno o cucinerebbero, gorgheggiando ricette esclusive di famiglia (la noce moscata sì, la noce moscata no; meglio l’aglio o la cipolla?).
Anni fa, ho assistito a uno strano alterco tra una tardona che si arrogava il titolo di esser stata – (quando Annibale valicava le Alpi?) – il meglio culo di Forlì(sic). «Guardandoti ora – le ha risposto una scettica vicina – non si sarebbe proprio detto!» Il diverbio è peggiorato quando la forlivese ha rincarato la dose con un fatterello gratificante, accadutole proprio il giorno prima. Visitata dal ginecologo, sarebbe stata gratificata da questa lusinghiera diagnosi: «Signora, lei ha l’utero di una donna di vent’anni!» E la sempre più scettica vicina: «Chissà come si sentirà solo, poverino, in mezzo a tutto il resto che è invecchiato!»
La più anziana del gruppo, credendo si parlasse ancora di ricette, e di conserve è intervenuta dicendo: «Per conservarlo, lo bollo venti minuti a coperchio chiuso…»(g.g.)

Antefatti di Ritratto in cornice.
 

Ancora un piccolo chiarimento sul raccontino del post precedente.
Mi sono confusa.
Non è ventunenne, come quelli che lo accompagnano nella silloge L'anima del gatto, ma più attempato, in quanto inserito nella raccolta, dieci anni almeno, dopo la sua nascita. Di norma, non partecipo mai ai concorsi. Ma, un avviso visto su un quotidiano, da pare della rivista milanese Arterama, dove si chiedeva a neoscrittori di inviare la prova di un raccontino, mi ha indotta a spedire la storia di Eunice, la chiacchierata prozia di cui, chi ha letto il post precedente, già conosce la trasgressione.
L'allora direttore Portalupi, bravo giornalista de La Notte di Milano, mi ha risposto che il raccontino era molto buono, ma che avessi la cortesia, almeno, di batterlo a macchina.
Quindi, deve trattarsi di circa trentacinque anni fa.
All'epoca, non collaboravo ancora al Carlino di Rovigo e gli anni dell'Arena erano ancora lontani per me.
Una gentile dattilografa lo ha battuto a macchina.
L'ho rinviato a Milano e – dopo pochi giorni – non solo l'ho visto pubblicato, ma ho avuto l'incarico di condurre la rubrica "Il racconto del mese" per lo stesso Arterama.
Quando l'editore anconetano ha accettato di pubblicare L'anima del gatto, ho inserito questo vecchio raccontino oltre a Pelle di ramarro, e poco altro, scrivendo brani nuovi più elucubranti, freudiani, complessi, quali Le amiche o Tavolo da bridge che molti di voi già conoscono. (g.g.)

 Ritratto in cornice
 
 

Mi ha sempre incuriosita la figura di una prozia di mia madre: Eunice. Da bambina, trovai per caso il suo ritratto in granaio tra vecchie corone, nastri di raso consunti – di quelli con la scritta «I tuoi cari… La tua sposa adorata» – e  un nido di topolini neonati, rosei e senza pelliccia, nudi come la mano.
Si trattava di un ritratto ovale in cornice sottile e scura, coperto da un velo polveroso, scheggiato nel mezzo. La scheggiatura dava uno strano effetto ammiccante all’occhio destro di Eunice. Pareva che la biondina del ritratto facesse l’occhiolino, presaga del destino che l’attendeva. Aveva ricevuto l’educazione dei suoi tempi: ricamo, cucito, disegno, un po’ di francese, buone maniere e soprattutto culto dell’ UOMO: padre, fratello, futuro marito, sempre padrone.

Era stata confinata in granaio, in quanto ritratto, e cancellata dalla famiglia in quanto persona, perché, rompendo le ferree tradizioni di casa sua, era fuggita con un violinista conosciuto a teatro. Forse non era Paganini, visto che si esibiva in teatri di provincia,  ma aveva, agli occhi di Eunice, un alone spiritualmente romantico estraneo ai suoi fratelli farmacisti, odorosi di valeriana e trementina, nonché sanguigni cacciatori, Il padre era un uomo oppresso dagli acciacchi, reso arido dalle noie quotidiane. Portava una curiosa papalina grigia a coprire la calvizie tipica di tutti gli uomini della sua famiglia.. Forse, fu alla vista delle nozze forzate della mia bisnonna Rosa, sua sorella maggiore, con un uomo non di sua scelta, che Eunice trovò l’incosciente coraggio di lasciare gli odori mentolati della farmacia, la passività della madre, l’inutilità dei suoi giorni al telaio (a ricamare una dote che non avrebbe mai usato) per seguire il violinista, ricco solo del suo violino.
Sono contraddittorie le notizie inerenti la sua futura sorte. C’è chi dice che regolò la sua posizione con nozze riparatrici e che ebbe due figli, pure avviati alla musica. Dicono che si sia stabilita in città, aprendo un laboratorio di ricamo e che un abitante del suo paese l’abbia vista a teatro, una sera, al seguito del marito, riscaldarsi le mani in un morbido manicotto di pelliccia, appagata.
Preferisco pensarla in piccole stanze di pensione, senza l’obbligo di rassettare, cucinare, lieta di lavarsi nella gelatissima acqua di decorati catini e di trovare calore, la sera, tra le braccia asciutte e le mani piene di musica del suo amante.
Mi piace l’aura proibita della sua storia sussurrata a mezza voce in famiglia, sempre negata con gli estranei. Immagino il suo violinista, magro per le scarse cene, vibrante di musica che gli titilla dentro assoli delicati come velate gioie.
Rivedo la chiara occhiata, resa ambigua dall’incrinatura del vetro, il naso gentile, il mento deciso, il collo sottile che esce dalla rouche che lo costringe, un piccolo riccio che sfugge sotto l’orecchio, indisciplinato, incurante delle regole.
Spesso, nei miei anni infantili, ho provato a dare una voce ad Eunice, ad immaginarla al telaio, a riprovare con lei e attraverso lei, l’emozione della prima volta che ha udito l’archetto del suo musicista scorrere sulle corde del violino. Forse, la voce vibrata delle corde le avrà detto parole che gli uomini di casa sua non avevano mai saputo dire. Le mani sottili del violinista non avevano mai estratto dai vasi le molli sanguisughe da salasso per applicarle alla gola dei malati, non avevano mai estratto dal carniere le folaghe stecchite, mai rimestato veleni. Eppure, a lei avevano fornito l’incanto di un veleno sconosciuto.
Avrà mai ripensato, Eunice,  alle noiose sicurezze della sua casa? I pasti a orario fisso, il vociare sommesso dei clienti in farmacia, la  selvaggina insanguinata, cacciata dai fratelli? Forse, avrà rivisto il gradino sbrecciato ove, da piccola, inciampò ruzzolando rovinosamente dalle scale. Conservava ancora una pallida cicatrice, persa tra i riccioli del collo.
Avrà rivisto la zuccheriera azzurra delle sue prime colazioni, i gerani stenti del terrazzo, le tende rosse arabescate in oro sbiadito, il libro delle preghiere, rilegato in pergamena, il ricamo a larghi trafori rimasto incompiuto dalle sue mani ormai svogliate, premute da pensieri di evasione.
Forse, la sua natura istintiva ed appassionata le avrà impedito di perdersi in dubbi, di pensare alle angustie di una vita da bohémienne.
Partì quasi senza bagagli, senza denaro, con tante illusioni nel cuore.
Non riesco a pensarla invecchiata, preferisco vederla con i riccioli ribelli che scivolano dietro le orecchie, il mento dai netti contorni, l’azzurro sguardo senza ferite.
Non voglio che gli anni la insultino, togliendo alla musica del suo violinista, l’antico trillo d’amore.
Grazia Giordani
 
Tratto da “L’anima del gatto” (pp.45-48)
(Ventunanni sono passati e qui mi rivedo, ora, a firmare la prima copia del romanzo che da anni non è più in commercio)
Mi commuove rileggere la prefazione del compianto Flaminio De Poli che vede questo raccontino: "Come certi fiori appartati di campo che si lasciano osservare da lontano: soltanto un breve soffio di vento, anacronistico ed estraneo, varrebbe a dissolverli (…) Immagini aeree, fatte di niente, sono piccole perle narrative,  schegge incandescenti di vita che hanno la forza segreta di respiri brevi e profondi…" 


(immagine dal web)
 Polvere di vetro

 

Si era raggrinzita, Caterina, un po’ come un frutto essiccato che perde la sua linfa e si copre di rughe. Anche la sua anima portava i segni del tempo. Era rimasta sola e zitella, senza illusioni, con pochi amici e lontani parenti.Verso i trent’anni aveva avuto un grande amore, l’unico della sua vita, ai cui ricordi si riscaldava ogni tanto, in dubbio se le fosse rimasto dentro più odio che amore. Quando ormai la sua vita aveva preso un pigro tran-tran di messe mattutine, cappuccino con brioche al bar sotto casa, dialoghi muti coi gatti  del vicinato, e i suoi giorni scorrevano grigi come i suoi monotoni pensieri, lo rivide seduto a un tavolo del caffè. Sfogliava una rivista finanziaria, gli occhi di un azzurro tanto intenso da essere offensivo, erano velati da lenti. Anche lui invecchiava e aveva adottato gli occhiali, la calvizie si era allargata e il sole radente sulle vetrate del bar la screziava di misteriosi disegni, quasi la proiezione di un enigma interiore.
Gli si avvicinò senza esitazioni. Si sedette al suo tavolo con un sorriso tirato sulle labbra. Vedeva riflessa sul vetro la sua immagine di donna sfiorita, solo nel fondo del suo sguardo scuro c’era ancora un baluginio guizzante, ormai ricordo di una luce.
La mano larga di lui, coperta da un vello fitto, si protese verso la sua, facendola sprofondare nei ricordi, annegare nei rimpianti.
Uscirono insieme dal bar, senza parole.
Mi offri un caffè?» – le chiese lui.
«Lo hai appena bevuto» – fu la risposta sussurrata, quasi non detta di Caterina.
Ritornava fra loro il linguaggio anagrammatico: il caffè era la metafora dei loro incontri. Dopo la rottura non ne aveva più bevuti, solo l’odore la faceva star male.
Salirono in ascensore senza parlarsi, guardando altrove come due estranei, fingendo un distacco che li soffocava, più infelici che mai.
Caterina aprì le persiane nel salotto triste di casa sua.
Si sedettero sul divano come allora.
Le mani si congiunsero senza preamboli, le labbra si incontrarono quasi rassegnate a cancellare oltre un decennio di separazione.
Caterina provò desiderio, repulsione, malinconia di un piccolo trionfo, voglia di averlo, respingendolo.
La sua bocca aveva perso calore, le parve di essere seduta accanto ad un estraneo, di non avere più nulla da spartire con lui, eppure il suo corpo era ancora coinvolto, si vivificava sotto le sue mani.
Era l’anima che restava muta, fredda per aver troppo patito.
«Vuoi?» – le sussurrò con voce spenta, quasi una rauca profferta.
Combattè contro il desiderio fisico, sentì che darsi come una bestia l’avrebbe uccisa. Anche lui lo sentì.
«Perdonami, sono un animale da alcova» – le disse – e poi sarebbe inutile ricostruire qualcosa di irripetibile, non sono più lo stesso uomo.»
Caterina, per un attimo, ebbe l’illusione di tornare ad essere la donna di allora, ma fu solo una frazione di secondo, l’ombra di un minuto.
Come in un film dell’orrore, Giulio si alzò di scatto, balzò contro il vetro del balcone, quasi fosse una preda braccata, colpita da mille cacciatori. Di lui restò la sagoma di un corpo, stampata nella lastra, per terra cocci aguzzi e polvere di vetro.
Guardando meglio, Caterina, vi scorse in mezzo anche polvere di illusioni, l’alito di un fantasma.
Il suo cuore era sgombro, si sentì alleggerita, riprese gli slanci della giovinezza, l’incubo era finito. (g.g.)

(Tratto da L'anima del gatto, Grazia Giordani, 1990,  Bagaloni Editore, pp.125, lire 20.000, da anni fuori commercio)

(immagine dal web)
Grande Nabokov

 

I lettori di un libro di gran classe possono (se vogliono) sostare un attimo qui