Archive for marzo 2005

 
MILANO VESTITA DI "NOIR"
DALLA PENNA DI GIANNI BIONDILLO
Saper scrivere con ironica poesia non è da tutti. Eppure, Gianni Biondillo, architetto e saggista, reduce dal grande successo del suo primo romanzo Per cosa si uccide, sa coniugare questo ossimoro con mano felice. E la nostra voglia di leggerlo aumenta, appunto, incontrando le pagine della sua nuova fatica: Con la morte nel cuore, ancora per i tipi di Guanda, (pp.443 € 16).
Protagonista del polifonico romanzo è una Milano un po’stralunata, con i suoi abitanti appagati da quello che brilla in superficie, forata da incolmabili assenze. Nel mondo antieroico di questo vivace autore, trovano posto barboni (un gran ritratto quello di Baffo, acquattato tra stracci e lamiere), mafiosi pentiti, militari, extracomunitari, professori, maestri, pensionate, balordi, in un valzer balzano della vita, dentro cui è costretto a muovere passi di danza soprattutto  l’ispettore Ferraro, antieroe per eccellenza, pronto a compiere il suo dovere “con la morte nel cuore”, tanto poco gli sorride la vita, nella sua grama esistenza di divorziato, che mangia cibi da ulcera, inseguendo il sogno impossibile di conseguire quell’agognata laurea lasciata a metà.
E questi studi sospettiamo, fin dalle prime pagine, che non raggiungeranno completezza, proprio perché l’ispettore di Quarto Oggiaro dovrà rincorrere un vespaio di casi che si intrecciano aggrovigliandosi, da quello di un ragazzo scomparso nel nulla che dissemina tracce di ingenti prelievi sul conto in banca della madre (spiritosa la descrizione di questa virago!) ai casi di stupratori extracomunitari che sfuggono al linciaggio di cittadini, all’incontro di teppisti che danno fuoco ai barboni. Quella zona movimentata non si fa mancare proprio nulla: qui possiamo udire anche la sparatoria tra famiglie mafiose che parrebbero mirare a un regolamento di conti. Insomma, il commissariato di Quarto Oggiaro è troppo frequentato dal crimine, quello altisonante a suon di pistolettate, cui si affianca quello buffo del furto di una dentiera a una vecchietta, perché il nostro Ferraro («una bestia ferita, solitaria, senza più famiglia, senza clan») possa attuare quel suo sogno di un dott. anteposto al suo nome , così lungamente accarezzato.
Le serate del nostro ispettore sono il capolavoro della solitudine (e chissà quanta gente nei grossi centri urbani vivrà questa stessa vita, estremizzata qui dalla penna di Biondillo!). E il suo odio prenderà volo crescente nei confronti della stampa e dei suoi pressappochisti addetti ai lavori.
Alla malinconia del trasandato ispettore (che la ex moglie critica con implacabile giudizio negativo) fa da controcanto quella della sua città, in un gioco della memoria non sempre realistico e veritiero. L’intimo dramma dei personaggi è scandito da quello più vasto e globalizzante di una nevrosi collettiva, sociale.
Lingua parlata e lessico letterario camminano all’unisono in un colorito mariage che ci fa subito pensare a quanto sarebbe ghettizzante definire Biondillo soltanto un giallista, pur riconoscendogli la capacità di costruire un impianto percorso da sapienti ventate di suspense, con adeguati colpi di scena, perché questo autore sa raccontarci il colore non certo limpido di una città – fra debolezze e nevrosi dei suoi abitanti – spesso venato di grottesco, in un vivido gioco di dialoghi brillanti, come se i suoi personaggi calcassero il palcoscenico della vita, portando in petto un cuore torbido, come torbida e scura è spesso l’umanità. Note satiriche sono pronte, nella sua scrittura, a imparentarsi con tratti sentimentali, perché Biondillo è uno scrittore vero che sa farci provare emozioni composite che vanno dal brivido della paura, alla schietta risata,  alla commozione,  in un vortice continuo e sempre sorprendente.
Grazia Giordani
Vi consiglio caldamente la lettura di questo libro, per originalità del lessico e forza polifonica dei contenuti; la mia recensione è comparsa stamani nelle pagine culturali de L’ARENA.

Momenti felici

Dopo una pasquetta piena di sole – comunque trascorsa in casa – oggi leggera nebbia (in Polesine non è fatto strano) e bei ricordi della Pasqua, trascorsa nel migliore dei modi. Sì,  al meglio. Quando riceviamo la visita di Simonetta e Gigi, tocchiamo il cielo con un dito, tanto in questi nostri amici troviamo sintonia in fatto di gusti e propensioni artistiche. Lei  è un’orafa antiquaria di cui a suo tempo ho pubblicato questo in una rivista rodigina , lui è stato uno dei più acuti penalisti bolognesi, dotato di una cultura senza limiti e di una modestia altrettanto grande.
Abbiamo pranzato in maniera deliziosa in un ristorante che mantiene la tradizione stretta della cucina locale. Qui servono ancora : la “pinza onta”, i cappelletti polesani, salami e “bondole” confezionati dal contadino, tagliatelle fatte a mano, condimenti genuini, arrosti di animali veramente da cortile. Da anni siamo amici anche del ristoratore.
Simonetta ha studiato canto, con bellissima, calda voce da mezzosoprano.
Stamani, il ricordo della sua risata vola, affettuoso, dentro il mio studio.
 

Buona Pasqua di tutto cuore da Gardenia

In memoria del mio indimenticabile

professore, Maestro di vita

Prologo

 Quello che a ripensarlo è dolce e caro
 per il sogno divino dell’amore
 il bello stile si fa presto amaro,
 
e il desiderio macera nel cuore
 l’enigma eterno della nostalgia.
 Ma come vola il tempo dalle aurore
 
ai tramonti, così la porta via
 senza ritorno e di speranze nuda
 su quel cavallo della prateria
 
che sosta e beve al fiume acerba e cruda
 del cavaliere la malinconia.
 
(Flaminio de Poli, da "Antico stile amaro")
 

                                              

                                             Rosso un fiore

Il telefono comincia a squillare. Non mi chiama mai nessuno, proprio ora che c’è la punizione dal limite. Richiameranno, ora non mi muovo. Neanche se fosse Mariantonia Marratzu, la velina di Sunis.
Insiste. Driin a oltranza. Che poi sono biip, l’antico driin non esiste più, già da qualche anno.
– Eeeeh, che ti stanchi prima tu, mancari ti crepes, ora smetti ora smetti ora smetti.
Niente, non smette. Neppure in “C’era una volta in America” ho sentito un telefono suonare così a lungo. E la barriera non è posizionata a distanza regolamentare, c’è da ricontare i passi. Mi devo alzare, speriamo che sia uno che ha sbagliato numero.

– Proo-ntooo – faccio, con una voce finto-flebile, finto-rauca, finto-febbricitante.
– Ciao, scusa, se ti disturbo a quest’ora… ma stai male?
– No, no, figurati, non c’è problema, un raffreddore…
Intanto origlio nell’altra stanza, con un esercizio di training autogeno estendo la superficie del padiglione auricolare sinistro. La tv si sente pochissimo, forse è gol, forse dice che l’hanno annullato.
– Vaff.
– Come?
– No niente, non ce l’ho con te, è questo mal di gola. Chi sei?
– Sono il segretario provinciale.
Panico. E’ la fine, addio partita. Lo sapevo, lo sapevo, non dovevo rispondere, ecco cosa succede a essere troppo scrupolosi.
– Senti, ti sto chiamando per chiederti un favore – mi fa – stiamo organizzando la festa di Partito, ci serve il tuo aiuto.
– Come, il mio aiuto? Io non saprei organizzare neppure una partita a tressette.
– Sì, ma potresti intervenire con un momento di lettura, vogliamo dare spazio alla cultura, non solo al dibattito.

Odio quel tipo di espressioni e lui mi dice proprio così: “un momento di lettura”. Sta per partire un altro vaff… involontario, da faringite. Ma provateci voi a dire di no al responsabile politico provinciale! Cosa potevo dire? Ero un militante riconosciuto, un giovane comunista, da sempre, da quando ero giovane tessera n.126 del circolo locale; ero cresciuto a pane e sezioni, a pane e disciplina di partito, a pane e cosa c’è da fare per la causa. E la cultura conta, si sa, per noi giovani comunisti, e di più se hai superato i trentacinque e continuano a chiamarti giovane comunista. Insomma, per farla breve, balbetto che forse è meglio chiamare un gruppo musicale, fare uno spettacolo leggero, comico ma intelligente, che la gente ha voglia di divertirsi, in una festa, che dopo il dibattito ha bisogno di rilassarsi un po’. Macché, quello ha già deciso che sarò io a coprire lo spazio culturale e mi fa capire che nelle casse della federazione non è rimasto neanche un centesimo per chiamare chicchessia.
– Va bene, allora, se non c’è alternativa… ma di cosa avete bisogno, esattamente?
– In questo ti lasciamo libertà assoluta, naturalmente ricordati che la festa è anche un momento politico.
– Certo, certo, un momento politico, “un momento politico”. Va bene, ci penserò, ti faccio sapere fra qualche giorno.
– Nooo, che fra qualche giorno! Domani vanno in stampa i manifesti, ti richiamo fra un’ora per il titolo, ciao compagno, grazie compagno, a presto compagno.

Ecco, le cose andarono più o meno così, forse ho dimenticato di riportare qualche “momento di riflessione”, e qualche “momento di approfondimento” ma il tono del colloquio è assolutamente fedele.
Nel frattempo la partita è finita, “strepitosa prestazione del Cagliari negli ultimi dieci minuti”, certo, quelli che non ho visto, figuriamoci.
Disperato chiamo la mia fidanzata, le spiego tutto, faccio appello a tutto il potere di convincimento, invoco il suo soccorso. Parlo anche dei nostri nonni antifascisti.
– Facciamo una cosa insieme, se mi accompagni col flauto, posso leggere qualche poesia, un intervento di dieci minuti. Con te mi sentirei al sicuro, ti prego, se mi ami aiutami, fallo per me, e poi sei comunista pure tu.
– Misurati la febbre – mi fa, con un tono sarcastico. Poi, però, dopo le mie insistenze, accetta la proposta: credo che in quel periodo mi amasse alla follia.
– Sto pensando di fare un poema di Majacovskij.
– Rimisurati la febbre – replica, ancora più caustica.
– Ma sì, facciamo La nuvola in calzoni, vedrai che ci divertiamo!
Chiudo così, categorico e stranamente ottimista. E, con ritrovata energia, indosso, davanti allo specchio, la blusa gialla da bellimbusto che qualche anno prima avevo fatto fare alla mia sarta di fiducia. Con la fusciacca, il basco nero, la schiena ben dritta e lo sguardo lanciato al futuro (che non so bene cosa voglia dire, ma in questo caso ci sta proprio bene). Forse pronuncio anche qualche parola in un russo inventato: mi vedo poeta tribuno, tovarisc poetie!

Due giorni dopo, un orribile manifesto, un metro per settanta, pieno di scritte rosse su sfondo giallo -che manco nelle liquidazioni totali di Confezioni Porcheddu- compare sui muri della cittadina. E sotto una sfilza di dibattiti, con inizio alle sette e mezza del mattino e che vanno dal “Nuovi imperialismi: la critica marxista nel terzo millennio, le risposte della classe operaia al neo-capitalismo nell’era della globalizzazione” fino al “Internazionalismo proletario, la modernità del pensiero di Lenin dalla rivoluzione d’ottobre ai giorni nostri”, leggo, con un leggero malore: “ Spettacolo teatrale con Gianni e Stefania”. Non è possibile, non è possibile.
E invece è possibile. Anche con gli occhi sbarrati, la dicitura è proprio quella. Anzi, sembra che più la guardo e più diventa grande e irriverente. Impreco contro il mondo, anche quello migliore e possibile.
– E adesso chi lo ferma Polanca? – Polanca è quel coglione del mio amico che passa il suo tempo a sintetizzare battute velenose contro chi gli capita sotto tiro, senza guardare in faccia nessuno, neppure la mamma se è il caso. E infatti per due giorni non fa altro che chiamarmi: – Sono Al Bano, c’è Romina? – Oppure: – Sono Wess, c’è Dori Ghezzi? Ho sbagliato numero? Allora mi passi Gianni e Stefania, il duo di Barbagia, vorrei proporre un gemellaggio con i Vianella.
– No, qui Che Guevara – rispondo, cercando impossibili vie di scampo: una sofferenza così non la ricordavo dai tempi in cui dovevo confessare al parroco le mie prime pulsioni masturbatorie.
Per una settimana dovetti fissarmi nella mente il sol dell’avvenire e farmi nascere in petto un fiore ancora più rosso. Poi, finalmente, arrivò il tredici settembre.

La festa si tenne a Bosa, località balneare, centro medioevale con castello, fiume navigabile che attraversa l’abitato, buona cucina, clima perfetto. In pratica tutti i presupposti per fare, se non altro, una bella gita turistica.
E così, Gianni e Stefania decidono di partire con largo anticipo, rispetto all’orario previsto per la loro esibizione: i giovani comunisti vanno a fare un bagno, prima della prima.
Di buon mattino siamo già in spiaggia. C’è tutto il tempo per fare una bella nuotata e respirare un po’ di iodio. Ma anche per rotolarsi sulla sabbia ferrosa, rituffarsi, abbronzarsi un po’, mangiare un panino, dare uno sguardo al giornale. E poi addormentarsi sotto l’ombrellone, essere svegliati da un bambino che piange, chiedersi dove siamo, constatare che non abbiamo studiato una mazza, stabilire che forse è meglio l’improvvisazione totale, tuffarsi un’altra volta, guardare l’orologio, capire che siamo in ritardo all’appuntamento col comitato organizzatore, dire all’unisono “merda dobbiamo correre”. Correre, dunque.
Dopo aver chiesto indicazioni a mezzo paese, finalmente arriviamo sul luogo stabilito.
Più che una piazza è un enorme sterrato, abbandonato all’incuria dei vicini, circondato dai palazzoni Gescal costruiti con progetto del geometra del comune, negli anni del boom economico e dell’edilizia popolare. Una via di mezzo fra un campo di calcio senza porte e un orto comunitario dove piantare basilico e prezzemolo, installare piccole officine all’aperto, stendere il bucato, far giocare i bambini del quartiere.
– Che squallore! – esclama Stefania – Con tutti gli spazi incantevoli che ci sono, proprio qui dovevano organizzare?
– Beh, siamo ad una festa comunista, mica alla convention dei giovani industriali, bisogna pur valorizzare le periferie sottoproletarie. Non dobbiamo dimenticare le nostre radici.
Non mi risponde, ma capisco che sta pensando che ho detto una stronzata. E non insisto oltre.
Da veri professionisti, prima ancora di incontrare i responsabili delle festa, andiamo a controllare il palco. Costruito con una struttura di tubi innocenti e traballanti tavoloni da muratore, è alto almeno quattro metri, una vera e propria trappola, che se ti avvicini troppo in proscenio e inciampi penseranno che Majacovskij si è suicidato buttandosi da una finestra. Ci sono due microfoni, recuperati dal locale gruppo rock anni-settanta, collegati a due altoparlanti “biforcuti” – quelli che la sezione ha utilizzato, dal ’48 in poi, per i vari annunci, alle varie popolazioni, dei vari “compagni e concittadini tutti, stasera alle diciottoetrenta parlerà l’onorevole Taldeitali della segreteria nazionale”. C’è una scala a pioli, ancorata col filo di ferro, che costituisce l’unica facilitazione per la scalata verso i riflettori della ribalta – se chiamassimo riflettori le lampadine colorate che pendono da un filo teso in senso orizzontale al di sopra delle tavole. Ci sono due bandiere rosse, che nessuno si è premurato di stirare, rette da due manici di scopa infilati nei tubi innocenti laterali. Mostrano, orgogliose, il simbolo immortale. E c’è un caldo, alle sei di pomeriggio, che invita al coprifuoco. Nessuno, tutt’intorno, tranne un paio di ragazzetti che in un tratto d’ombra giocano svogliatamente a pallone, uno è Maldini, l’altro è Zola. Per qualche secondo mi sento smarrito.
Per fortuna ci viene incontro un tipo: – ciao compagni, sono Alfonso, il vicesegretario di circolo, non vi preoccupate, abbiamo sospeso i lavori per qualche ora, faceva troppo caldo, abbiamo dovuto accompagnare un relatore al pronto soccorso per un colpo di sole. Ma ora riprendiamo. Il vostro intervento, a questo punto, sarà spostato alle ventidue. Tenetevi pronti per le nove, comunque.

Consumiamo le tre ore d’attesa nel bar più vicino, fra qualche bicchiere di Malvasia e un ripasso generale per “fine dicitore e flauto traverso”, con i rari avventori che ci guardano come se fossimo dei marziani ubriachi.
Quando torniamo, il sole è già tramontato. Dietro un tavolino coperto dai manifesti giallorossi, un giovane barbuto sta enfaticamente parlando di valori e plusvalori, di Keynes e welfare, di concertazione e precarietà, a un uditorio composto da cinque bambini e un vecchio ottantenne militante. Quest’ultimo ogni tanto si gira e chiede al nipotino: “Itte at nadu?”. “Itte n’isco!” risponde l’altro. A cento metri di distanza la cooperativa pescatori di Bosa è super impegnata a preparare grigliate di sardine e muggine fresco. Poco più in là, una bancarella improvvisata distribuisce vino e birra a volontà al popolo disidratato, ai simpatizzanti, agli iscritti, al comitato federale, alla responsabile delle politiche femminili, al compagno segretario. Insomma sono tutti lì, che bevono e chiacchierano e ridono. E non ascoltano una parola del barbuto intellettuale organico che “orienta”, ancora per un’ora, prima di passare la parola all’altro relatore per il dibattito finale, quello sulla specificità e l’autonomia del marxismo in Sardegna all’interno dell’Internazionale Socialista.

All’una di notte, infine, tocca a noi. Ci cambiamo velocemente, dietro il palco, praticamente in campo aperto. Stefania ha la brillante idea di mettersi “in lungo”e con i tacchi. Così, salire sulla scala diventa la prima stazione della via crucis, praticamente me la devo caricare sulle spalle.
Appena sopra, seppure col fiatone, mi precipito sul microfono e, con fare da invasato, comincio a urlare: “ Il vostro pensiero, sognante sul cervello rammollito, come un lacché rimpinguato su un unto sofà…
– Carmelobeeeè, finichèla!- sento urlare, da lontano. Ma sono dentro la parte e vado avanti, con foga crescente. Stefania, da par suo, tira fuori dal flauto le dissonanze più idonee, citando l’Internazionale su un irriconoscibile tema di Coltrane.
Dalle postazioni “pescearrosto” e “vinorosso” non si muove nessuno, nessuno si avvicina ad ascoltarci. Tranne i bambini, sempre loro, che s’infilano sotto il palco per cercare di vedere le mutande della flautista e far scoppiare qualche petardo. Poi arriva anche un signore, col suo cane, e si piazza a cinque metri da noi. Rincuorati, ci diamo dentro. Dura poco, però, l’attenzione dell’unico spettatore. Dopo un po’, il tipo raccoglie un pezzo di legno, lo lancia lontano e incita il suo compagno fedele: “porta Bobby, porta Bobby, porta Bobby!”. Sono abituato a ignorare i disturbi, in tutti i laboratori di teatro ho imparato le tecniche per conservare una concentrazione vigile o per mantenere stabile la quarta parete, fra me e il pubblico. Dunque continuo, tenace e saldo sulle gambe. Finché posso, finché è giusto. Fino a quel particolare momento.

Io: “Meno delle copeche d’un pitocco sono gli smeraldi delle vostre follie.”
Lui: “Porta Bobby, porta!”
Un bambino: “L’ho vista, gliel’ho vista!”
Da una finestra di un palazzo: “Basta! Smettetela, qui c’è gente che lavora! Andaeboche!

Ecco, in quel momento ho pensato che mai più, nella mia gloriosa carriera di attore, avrei potuto sperare di avere una scena così felicemente riuscita. Altro che Nanni Moretti, neanche i futuristi della “Luna crepata” avrebbero osato paragonarsi a me, in quell’istante.
Forse fu per questo che mi fermai, levando il pugno al cielo. Mi sentii nell’universo. Mi produssi nel più lungo inchino di ringraziamento. Prima alla finestra del quinto piano, poi al cane scodinzolante e, infine, al quarto di luna crescente.

  

Il doppio
Un volto,  visto attraverso il vetro di una finestra, subisce fatalmente strane deformazioni: il naso si fa piatto e gli occhi prendono una immobilità innaturale. Eppure, a lui piacque subito quella donna di età indefinita. In lei vi era qualcosa di familiare e nel contempo sfuggente, un’essenza da conquistare piano, senza l’affannosa fretta che ormai aveva esagitato le sue giornate.
L’indomani la vide sul poggiolo. Era minuta, slanciata nella figura, morbido il seno, fasciato da una camicetta chiusa in croce sul davanti. Sì, morbido al punto, quel bel petto fiorente, da trasbordare un poco dallo scollo, quel minimo che basta per regalare una nota di naturale sensualità.
Stava di profilo, le braccia alzate a stendere il bucato. E così, osservandola da breve distanza, non fu difficile farsi un’opinione sul suo guardaroba intimo ed esterno e sugli usi della sua famiglia. Sul filo presero posizione, in maniera meticolosamente ordinata, mutandine candide senza pizzi, reggiseni adeguati, una camicia da notte nello stesso stile; all’improvviso, ne apparve una nera, peccaminosa – gli sembrò – trasgressiva, in mezzo a quel candore. Non sarà sua, non è possibile un corredo così contraddittorio. Sto diventando un guardone? No, sono solo convalescente e vivo provvisoriamente della vita altrui, in attesa che mi venga restituita la mia.
La donna compariva ora parzialmente sul terrazzo. A tratti vedevo la sua mano fulminea che annaffiava il rigoglioso cespuglio di fiori rossi (come si saranno chiamati mai, purtroppo non sono in grado di distinguere una rosa da un garofano…), in altri momenti era una porzione sghemba del suo profilo che mi compariva contratta, evidentemente stava cercando di pulire il vetro con un panno e lo sforzo le distorceva l’armonia dei bei lineamenti: un viso non classico, non scontato il suo, ma fatto di una bellezza intellettuale, sì, proprio così, non saprei come meglio definirlo.
Oggi, all’improvviso, le cose sono cambiate. Un brivido d’inquietudine mi è sceso giù fino alla bocca dello stomaco: il profilo non è più sghembo, ma netto e pone in luce un occhio pesantemente bistrato e le unghie della mano che si solleva a spostarle un ricciolo dalla testa sono di un fulgido rosso, un look che non le somiglia.
Che sia la madre? Una sorella più anziana?
Esco con la scusa di fare acquisti, dopo tanti giorni di reclusione forzata.
“Conoscete la persona che mi abita a fianco, quella  un po’ misteriosa; vive sola?”
“Pensiamo di sì. Ha perso i genitori da qualche anno, è molto schiva,  raffinata, solitaria…”
Al buio, baciato da un plenilunio struggente, ammirai il suo corpo, fattosi avorio, attraverso il merletto di quella contraddittoria camicia da notte nera.
Folgorato, le amai entrambe: lei e il suo doppio.
 

Spigolature schopenhauriane

La fede. La fede è come l’amore: non si può ottenerla con la forza.

Le ferrovie. Il più grande beneficio arrecato dalle ferrovie è che esse risparmiano un’esistenza disgraziata a milioni di cavalli da tiro.

I giornalisti. Una grande quantità di cattivi scrittori vive unicamente della stoltezza del pubblico, che non vuole leggere se non ciò che è stato stampato il giorno stesso: sono i giornalisti. Il nome coglie nel segno! Si dovrebbe dire: "operaio pagato alla giornata".

Tutti i giornalisti sono, per via del mestiere che fanno, degli allarmisti: è il loro modo di rendersi interessanti. Essi somigliano in ciò a dei botoli che, appena sentono un rumore, si mettono ad abbaiare forte. Bisognaaa perciò badare ai loro squilli d’allarme solo quel tanto che non guasti la digestione.

Arthur Schopenhauer, (L’arte di insultare)