Archive for giugno 2016

Frida

Scrivere di un mito non deve essere stato facile compito per Hayden Herrera che – in «Frida. Una biografia di Frida Kahlo» (Neri Pozza, pp.415, euro 18, cura e traduzione di Maria Nadotti)» ci dà felice prova di essere entrata nello spirito del complesso personaggio, del tutto  sui generis, plasmata dagli eventi del suo paese e dai gravi incidenti che le sono capitati nel corso della vita.
Frida, autodefinendosi, usava dire: «Pensavano che fossi una surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà». In effetti, la sua realtà è quella di una donna dalla bellezza magnetica ed anomala, quasi inquietante.
Nata nel 1910 a Coyoacan, in Messico, l’artista, sembra un personaggio del realismo magico, uscito dalla penna di Gabriel Garcia Marquez: piccola, ardita, sopravvissuta alla poliomielite a sei anni e ad un pericoloso incidente stradale a diciotto che le procurerà serie ed invalidanti sofferenze che non l’abbandoneranno mai, fino ai suoi  tormentati e particolarissimi ultimi giorni, stoica nella sofferenza.
Alla fine degli anni Novanta New York è tappezzata di manifesti che raffigurano i quadri della singolare artista-personaggio. Un suo autoritratto viene venduto da Sotheby’s per oltre un milione e mezzo di dollari. A Hollywood si girano film sulla sua vita e la stampa mondiale la definisce – in forma iperbolica – la regina di New York.
Anche il mondo della moda resta contagiato: vengono stampati indumenti, cartoline, poster con la sua immagine, la «fridamania» impazza.
L’autrice della biografia, coglie con mano esperta, non solo il singolare personaggio, ma tutto il clima che lo attornia, presentandocelo in un Messico diviso ed in fervente crescita. La nostra eroina, fin dagli anni infantili dimostra un carattere molto forte e fuori dalle regole convenzionali. Gli incidenti che l’hanno colpita non le toglieranno disinvoltura nell’affermarsi in tutti i campi personali ed artistici che la solleticano.
Accetta un matrimonio aperto, felice e nel contempo doloroso per i molteplici tradimenti del marito, il grande muralista Diego Rivera che avrà grande influenza sulla sua formazione intima e personale rendendola una donna dalle visioni molto anticonvenzionali, al punto che non disdegnerà nemmeno relazioni omosessuali. Superfluo, a questo punto, esprimere giudizi morali, visto come sappiamo bene tutti quanto sia un mondo a parte quello degli artisti. «In vita mia mi sono capitati due incidenti gravi – usava dire Frida – Il primo quando un tram mi ha messo al tappeto . . .  L’altro incidente è Diego». La saggista, Hayden Herrera, nel presentarci il complicato personaggio, è stata abile nel farci conoscere l’animo di Frida mai avulso dal suo forte attaccamento al Messico e alla sua rivoluzione – quelli erano gli anni – dandoci modo di conoscere i suoi struggimenti nei confronti degli amanti e il suo sentire l’arte cui non ha potuto sottrarsi nemmeno nei mesi di infermità. Prevalgono gli autoritratti nella sua produzione artistica. «Quando rideva – sottolinea la saggista – era con «carcajadas», uno scroscio di risa profondo e contagioso: esplosione di gioia o riconoscimento fatalistico dell’assurdità del dolore». Nella biografia incontriamo anche scambi epistolari della Kahlo, lettere particolarmente interessanti, anche perché affrescate da disegni nati dall’estro del momento di questa donna in fondo indefinibile, da quanto è poliedrica la sua figura. L’Artista ha chiuso i suoi giorni, nella città in cui era nata, nel 1954.

Grazia Giordani

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Gratitudine

IL LIBRO. Adelphi pubblica la silloge del noto neurologo e psichiatra

La «Gratitudine» di Sachs:
riflessioni attorno alla morte

lunedì 13 giugno 2016 CULTURA, pagina 41

Difficile parlare di morte con “levitas”, eppure ad Oliver Sacks riesce nella sua silloge di brevi saggi «Gratitudine» (Adelphi, pp.54, euro 9, traduzione di Isabella C. Blum). Con i quattro scritti raccolti nel volumetto il grande neurologo e psichiatra invia una lettera di congedo ai suoi lettori, dapprima rendendoli partecipi delle proprie sensazioni di fronte alla soglia degli ottant’anni e più tardi informandoli con invidiabile misura, di essere affetto da un male senza scampo. Sembra impossibile che la consapevolezza della fine possa mantenere una contagiosa vitalità nell’Autore, fatta di freschezza, passione e voglia assoluta di comunicare. «Io sono stato abbastanza fortunato – scrive –  da superare gli ottant’anni, e i quindici in più che mi sono toccati rispetto ai sei decenni e un lustro di Hume sono stati densi, in egual misura, di lavoro e affetti. In questo periodo ho pubblicato cinque libri e completato un’autobiografia (un po’ più lunga delle poche pagine di Hume); e ho diversi altri libri quasi finiti». Riflettendo sulla vecchiaia, meta che spaventa la maggior parte della gente, rivela di percepire un ampliamento della vita mentale e della prospettiva. Inoltre, si ripromette, nel breve spazio di tempo che ancora gli è concessa, di «vivere nel modo più ricco, più intenso e più produttivo possibile». Pochi giorni prima della fine, contemplando la sua vita dall’alto, quasi fosse salito su un monte da cui può vedere tutta la vallata, ne rievoca i momenti essenziali, con un atteggiamento simile a quello del suo filosofo prediletto, David Hume che – avendo appreso, in maniera analoga all’Autore – di avere una malattia mortale, scriveva nella sua breve autobiografia: «È difficile essere più distaccati dalla vita di quanto lo sia io adesso».

Oliver Sacks (Londra 1933-New York 2015) autore d pregevoli saggi psichiatrici e non solo, docente alla Columbia University e presso la School of Medicine della New York University, ha pubblicato per la prima volta «Gratitudine» –  ora riproposto da Adelphi –  sul New York Times nel novembre 2015.

 

 

 

 

 

 

Come vivere in modo più confortevole

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Chi si accingesse a leggere e recensire il fresco di stampa Adelphi di Wislawa Szymborska “Come vivere in modo più confortevole” (pp.258, euro, 14, a cura di Luca Bernardini, traduzione di Valentina Parisi), si troverebbe in serio imbarazzo, qualora non conoscesse a fondo l’estrosa autrice polacca (Kornik, 1923 – Cracovia, 2012), poetessa e saggista di grande valore. Premiata con il Nobel nel 1996 e con numerosi altri riconoscimenti, è generalmente considerata la più importante poetessa polacca degli ultimi anni e una delle più amate dal pubblico della poesia. In Polonia i suoi volumi raggiungono cifre di vendita a livello di best seller che supera la prosa. In questo suo saggio sui generis, tratto dalla lettura di “Un piccolo dizionario degli scrittori di tutto il mondo”. O meglio sull’apparato iconografico, giacché è su quello che si è concentrata tutta la sua attenzione. Difficile immaginare un recensore più idiosincratico, inaffidabile, volutamente parziale. E, nel contempo, più irresistibile. Nella banalità dei nostri giorni ripetitivi, incontrare un simile cervello, sarebbe stato una specie di elettroshock. Le sue, d’altro canto, non sono neppure recensioni nel senso classico della parola, ma piuttosto “letture non obbligatorie”, rapporti di un’impagabile lettrice amatoriale. Che ogni libro che le capiti tra le mani – libri che altri disdegnerebbero, del genere del “Guinness dei primati del cinema” – sa guardare da un’angolatura che ci sbalordisce e ci conquista. Chi se non la Symborska ammetterebbe, con disarmante franchezza, di aver colto nei “Sette stati della materia” solo qualche frase, e saprebbe poi trasformare la sconfitta in una geniale riflessione sullo snobismo di chi coltiva l’antica aspirazione a sapere tutto, sia pure a grandi linee? Preziosa la postfazione di Luca Bernardini nel guidarci a leggere anche fra le righe di tanta ironia, per cui: “Balzac sembra un oste, Joyce il contabile di un’impresa di pompe funebri, Eliot il direttore di una clinica psichiatrica ed Heinrich Mann un farmacista che abbia appena deciso di avvelenare i suoi concittadini senza eccezione. E che dire del carteggio romantico di Georges Sand così sopra le righe?  Il suo sense of humour è travolgente: “Pare che ai tempi di Confucio – scrive – nella biblioteca dell’imperatore vi fossero seicento opere sulla coltivazione delle rose. Sui miei scaffali potrete trovare soltanto questo piccolo album, il che dimostra, in maniera lampante che non sono un imperatore cinese.” Autrice, dicevamo, non si è mai sentita un recensore seriosamente classico, i libri considerati finivano con l’ispirarle “fuggevoli associazioni di idee”. Un’attenta disamina della sua produzione poetica, e in particolare delle trame intertestuali, rivela quante di queste associazioni si siano poi tradotte in spunti di ispirazione lirica. Il filone critico – sia pure sui generis– e quello lirico s’incrociano e rafforzano come è bene che sia per un’Artista a tutto tondo, invogliandoci, inoltre a rileggere i suoi testi poetici, massima espressione del paradosso.

Grazia Giordani