Archive for settembre 2012

Quella volta che La Pira mi prese per mano . . .

Alcuni dicono che a parlare di sé si corra il rischio di apparire autoreferenziali, altri sostengono che se si è stati spettatori o partecipi di fatti straordinari o almeno non banali, si abbia il dovere di parlarne o scriverne. Se frugo dentro i cassetti della mia memoria, stipi disordinati, dove i  ricordi tendono ad azzuffarsi tra loro, invocando un diritto di precedenza, ospiti di un paese straniero dove non tutti parlano la stessa lingua, emerge timidamente un flash del passato. Se fosse una fotografia, avrebbe ormai raggiunto quel viraggio seppia, lievemente patinato, che regala elegante valenza onirica a quanto ci siamo lasciati alle spalle, credendolo ormai del tutto consumptum, definitivamente concluso. Che ognuno di noi porti dentro la proustiana madeleine, non è certo una scoperta e prova ne ho avuto, ricevendo una cartolina da Pompei che rappresentava il famoso affresco della casa dei Vetti con Dedalo e Pasifae. È stato come se avessi sollevato un coperchio da una pentola arrugginita di cui avevo dimenticato l’esistenza. Eppure, quel viaggio a Pompei coi miei genitori mi aveva fatto vivere momenti d’incanto, estasiata dalle spiegazioni colte di mia madre e da quelle scherzose di papà, il suo secondo marito, che sosteneva non esserci bisogno di andare oltre, sotto quella infernale canicola, ‹‹tanto i ruderi sono tutti uguali . . .››. Proprio perché la mamma era al limite dello svenimento, sopraffatta da quell’agosto napoletano che faceva sudare anche i dipinti sui muri, uscimmo un attimo, alla ricerca di un po’ di refrigerio, prendendo posto, all’esterno in un luogo di ristoro. Sui tavolini, gremiti di stranieri, brillava l’invitante fiore di gelati multicolori e il ghiaccio suonava nei bicchieri una musica di consolazione. In fianco a noi, sedeva, solitario, un signore che a me parve un vecchio dallo sguardo malinconico, protetto da occhiali di foggia antiquata. A una ragazzina chiunque avesse superato i trent’anni, era normale che apparisse molto datato. I nostri sguardi s’incrociarono. Lo vidi illuminarsi di una luce benevola, accattivante, paterna. Certo, quel signore non aveva nulla delle mire trasgressive alla Nabokov, cultore di ninfette, che tanto aveva allarmato mia madre. Si alzò in piedi – e lo rivedo come al ralenti, usando la moviola della memoria – e, sporgendo il suo magro braccio verso di me, mi prese per mano, quasi si fosse creato un tacito accordo tra noi, quasi la sua spiritualità mi avesse contagiata.‹

‹ Cosa vuole quell’uomo da mia figlia? – gridò, con voce alterata mia madre››.

‹‹Stia tranquilla, signora, si affrettò a dire uno dei presenti: “È Giorgio La Pira, sindaco di Firenze Noi lo consideriamo un santo”››.

Per la prima volta disubbidienti alle raccomandazioni materne, le mie scarpette bianche alla bebè (a quei tempi le ragazzine si vestivano così) si avviarono felici, per mano a quello ieratico signore, verso il Santuario della Madonna di Pompei che teneva tanto a farmi visitare.‹‹Importantissimi gli scavi – mi disse – ma qui c’è una Madonna miracolosa a cui ti devi assolutamente avvicinare. Perché t’interessa tanto l’arte? – soggiunse – sei poco più di una bambina. ››

‹‹Ho quattordici anni e sono orfana di uno scultore di grande talento, morto trentacinquenne, quando io ero molto piccola, avevo un solo anno d’età. Forse, il senso artistico lo porto nel sangue››.

‹‹Ami la poesia?››

Per una fatata coincidenza, adoravamo entrambi D’Annunzio.

‹‹Tutti prediligono La pioggia nel pineto – mi disse – che è certamente il suo capolavoro, ma ci sono poesie sue, così dette minori, che parlano al mio cuore in maniera speciale, perché mi ricordano mia madre. Conosci Consolazione? È una lirica molto toccante, dagli ipercritici considerata stucchevole. Cercala nei tuoi testi scolastici. Mi commuovono soprattutto questi versi: ‹‹Sogna, sogna! Io vivrò della tua vita/In una vita semplice e profonda/io rivivrò. La lieve ostia che monda/io la riceverò dalle tue dita››. Ripresi fiato per dirgli, timidamente: ‹‹Sono versi molto commoventi. Ma lei, Signore, non ha accento del tutto toscano. Ho sentito che i suoi amici rispondevano alle proteste di mia madre, dicendo che è il sindaco di Firenze . . .››

‹‹Sono nato a Pozzallo in provincia di Ragusa››.

‹‹Oh! Mia nonna materna era di Ragusa . . .››

Nella vita, dunque, nulla sembra avvenire per caso.

Le nostre voci si ridussero a bisbigli, mentre entravamo nel sontuoso Santuario della Beata Vergine del Rosario. Mi parlò di Bartolo Longo. A questo punto i miei ricordi si fanno confusi, come se mi fossi persa dentro una strana beatitudine, cullata dal suono di quella sua voce sussurrata, lo sguardo ammaliato dal diadema che cingeva la fronte della Vergine, consapevole di star vivendo un momento irripetibile, dove le gemme più preziose erano le parole di quel mistico Uomo al mio fianco.

Grazia Giordani

Gigi Vecchi

Quel tipo dai tratti felliniani

ITALIANI. L’avvocato di P. P. Pasolini fu umorista, letterato e artista

27/09/2012

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Uno dei disegni dal tratto felliniano di Luigi Vecchi, ora in libreria

Il tratto era davvero felliniano. Lo stesso modo di disegnare del grande Federico e anche gli stessi soggetti: donnone ipermaggiorate, alla Anitona, scene di crapula e letterecce. Felliniana anche la biografia (fosse vivo Tonino Guerra, altro grande della bonomia bolognese, ne farebbe una sceneggiatura per Fellini). A Luigi Vecchi mancò solo la fama. Sta arrivando adesso, post mortem. Programmata, si direbbe, dal defunto stesso. Se ci sono infatti scrittori che farebbero carte false pur di vedersi pubblicati, al di là delle loro reali capacità, ce ne sono altri, assai più rari, che optano in vita per la pubblicazione postuma. Stranezza? Orgogliosa modestia? Fatto sta che alla seconda specie di letterati, dal talento brillante quanto la modestia, appartiene la complessa figura di Luigi Vecchi, dotato di una umanità e di una cultura talmente poliedriche e versatili che non bastano a spiegarle la recente pubblicazione del suo romanzo Uno sconosciuto istante (Youcaprint Edizioni, 162 pagine, 15 euro) e della sua silloge di racconti Prima le donne (Youcaprint Edizioni, 188 pagine, 15 euro). Perché se esistono uomini impossibili da rubricare dietro un’etichetta, uno di questi è Luigi Vecchi. Dirà qualcosa in più la mostra che si apre domani a Bologna (vedi articolo a destra). Genio e sregolatezza, è intitolata, come il catalogo che ancora Youcaprint, coraggiosa editrice di Tricase (Lecce), propone con un goloso assaggio delle felliniane vignette disegnate da Luigi Vecchi. Simonetta Villoresi, amatissima compagna di Vecchi, è la curatrice dei libri postumi e della mostra. «Gigi», lo ricorda con il nome dell’affetto, «era un avvocato penalista. Come professionista (davvero un principe del Foro) ma come uomo prima di tutto, non saprei definirlo che con un’espressione altrimenti abusata: un punto di riferimento culturale. Però in questo libro, Genio e sregolatezza, non è della sua intelligenza, umanità e cultura che voglio parlare, ma della sua allegria. L’ho voluta finalmente comunicare, anche fuori dalla cerchia degli amici, per tornare ancora a sorridere con lui. Le vignette restituiscono, sdrammatizzata, la visione che Gigi aveva dell’umanità, ma specialmente del suo rapporto con la femminilità. Come definirlo? Emozionato. Tra amore e insofferenza, delirio e passione, estraneità e partecipazione, la femminilità rappresentò croce e delizia della sua esistenza». Le vignette parlano da sole: tanto esplicitamente che non si prestano a essere pubblicate sulle pagine di un quotidiano che entra in tutte le case. Esplicito sì, ma non volgare. «La comicità, la tenerezza, sempre e comunque, rendono tutto amabile come lo era lui», continua Simonetta Villoresi, «e dunque lo rappresentano. Che nessuno si offenda. Vorrei tanto che fosse ricordato con serenità e con amore». Divertimento assicurato, ma anche commozione, per chi avrà l’opportunità di sfogliare la raccolta di disegni umoristici del grande penalista-bonvivant. I disegni sono preceduti dalle lettere di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Anche queste sono commoventi. Non ci si potrà sottrarre, poi, alla curiosità di leggere anche il romanzo e la silloge di cui si è detto. In Uno sconosciuto istante, Vecchi ci fa viaggiare dentro la storia (autobiografica? Forse sì) di un uomo rimasto solo con il proprio sentimento della vita, illuminato da una presenza invisibile. Pagine dolcemente ironiche si alternano ad altre di struggente angoscia, dentro cui rifulge la coscienza di un uomo, Vecchi, sottilmente tesa alla comprensione dell’altro, una capacità di compenetrarsi nei meandri del cuore del prossimo che sa farsi com-passione, partecipazione di un pathos alto, di rara capacità. In Prima le donne, l’autore ci offre invece una variegata galleria di personaggi, protagonisti di racconti che cavalcano tragedia e piacevolezza con eguale capacità espressiva, sul filo di una prosa musicale e arguta, in piena sintonia con la personalità dello scrittore.

Grazia Giordani

Racconto “quadrumane”

 

QUELLA SERA, SULL’ADIGETTO

Adigetto

 

 

Lorenzo era venuto apposta per rivederla. Era passato del tempo dall’ultima volta, poi le cose della vita, la famiglia e altro ancora lo avevano allontanato. Di lei conservava vivissimo lo sguardo, i suoi capelli, quel suo femminile incedere. E il  sottile accennato profumo della sua carne. Si erano lasciati troppo presto, colpiti da vite e scelte parallele che tuttavia avevano lasciato aperto un varco mai colmato. L’Adigetto è qualcosa di affascinante anche per chi è abituato ai grandi fiumi e agli attraversamenti monumentali in città. L’alveo ben marcato, le sponde curate, piccoli ponti pedonali che lo attraversano. E poi c’è la nebbia, che per intere stagioni lo rende più misterioso e intrigante, evocando le immagini degli  impressionisti sui temi intorno alla Senna o al Tamigi.

***

Il felpato sudario di quella fitta caligo rendeva metafisici i loro volti, quasi provenissero da un mondo iperuranio; per contrasto, brillava un ricordo di ardori mai spenti nei loro sguardi, pieni di passato  e ancora ingordi di futuro. Complice, l’Adigetto, abituato a gelare nei mesi più duri, quelli in cui Giulia bambina scivolava – di nascosto dai genitori – su quella pericolosa,  fragile lastra pietrificata, ora scorreva silente, senza sciabordio, quasi volesse carpire i segreti dei due innamorati.“Ricordi il primo bacio a San Michele in Monte, all’aperto, sotto la neve che fioccava incapace di freddare la nostra voglia di stare vicini…?” No, forse Lorenzo non ricordava quel preciso momento, col cameriere guardone che si spingeva fuori dal locale per inseguirli con occhio morboso . . . Ricordava il complesso della loro storia, spesso interrotta, ma mai finita, quasi un prodigioso fil rouge ricucisse i loro desideri. Sarebbe stata una bella unione la loro, se si fosse realmente potuta avverare, fatta di carne e spirito, di propensioni artistiche comuni. E poi Giulia avrebbe avuto tanto da imparare dal suo adorato Lorenzo. Soprattutto avrebbe potuto apprendere un po’ di ottimismo, di fiducia nella vita.“Quale sarebbe il tuo più grande desiderio, ora?”– Trascorrere due giorni interi a Venezia con te, visitando mostre d’arte, godendo della liquida malia lagunare”

 

***

“Non potremmo approfittare della tua permanenza a Spina, là non sei sempre accerchiata, quindi, potrei venirti a prendere, visto che tu non guidi nemmeno l’auto, e la più romantica delle città potrebbe restituirci un po’ di quanto abbiamo perso . . .”L’Adigetto gorgogliava piano, con voce sommessa e la nebbia si faceva sempre più fitta nel violetto della sera.

***                                   *

Ci fermammo quasi d’istinto e , guardandoci negli occhi, ci venne spontaneo appoggiarci a quella ringhiera in ferro, un po’ ottocentesca che aveva visto chissà quante altre soste, chissà quanti altri volti. Le presi la mano, avvolgendola con la mia sulla cimasa di ferro , un profilato un po’ invecchiato,  un po’ eroso dalla ruggine . Poi la girai verso di me, sentendola docile; le carezzai i capelli, la baciai sulla fronte, poi sugli occhi, poi ancora sulla punta del naso. Mi è sempre piaciuto accarezzare il naso col palmo della mano e baciarlo. Mi dà un piacere insolito. La nebbia dell’Adigetto svolgeva il suo tenero colpevole ruolo, consentendoci una  maggiore intimità. Riprendemmo a camminare lungo l’argine per traversare uno di quei piccoli ponti in ferro – credo ancora della stagione austroungarica – ed infilammo in un piccolo bar. C’erano già persone, sorridenti e avviate – si capiva – in conversazioni in cui un po’ tutti si ritrovavano. C’era libero un simpatico tavolo d’angolo che occupammo subito. Giulia si mise in libertà, appoggiando sulla terza sedia il soprabito e apparendo, come solo lei sapeva fare, con la sua melanconica gaiezza che mi faceva impazzire. Le accarezzai ancora la punta del naso. Lei mi rispose con un sorriso che coglievo fra il rimpianto e il desiderio.

 

*

Proprio in queste occasioni giocavamo a ricostruirci destini paralleli, come se la macchina del tempo avesse una retromarcia e potesse riportarci ai nostri vent’anni. Se quella volta, a Codigoro, invece di Giulia avessi invitato a ballare la sua vicina di posto, magari avrebbe potuto piacermi (no, no troppo truccata, amo un maquillage leggero, appena accennato, non mi piacciono i volti troppo artefatti . . .). Dunque, scartiamo l’ipotesi che io non l’avessi invitata. Però resta il fatto che lei mi avesse detto di no e si fosse messa a piroettare fra le braccia di un baldo ferrarese. Non credo nemmeno questo, perché i nostri sguardi si erano riconosciuti, come se da lungo tempo si cercassero. E poi c’era stata la piccola disputa su Bruno Zevi di cui lei aveva appena letto un saggio e la mia offerta di inviarle a casa un testo del mio insegnante di allora. Giusto pretesto per scambiarci gli indirizzi. E il libro le era giunto puntualmente a domicilio. Magari lo avrà sfogliato, seduta su una panchina, qui in riva all’Adigetto, mentre l’estate agonizzante s’inebriava del profumo dei tigli. Magari se ne sarà vantata con qualche amica (“ho un pretendente fiorentino . . .)E se io mi fossi dimenticato di inviarle il testo di architettura? E se fosse caduto in mano ad altra donna? Giocavamo con i nostri destini, mentre lei s’immalinconiva sempre più, perché – in quel momento – il rimpianto sopraffaceva il desiderio e i suoi occhi si velavano di una nebbiolina leggera, quasi a richiamare quella esterna.E se… “Basta con i se. Ci stiamo facendo del male e non mi hai ancora baciata sulla bocca”.Cerchiamo un luogo più appartato.Seguendo la Riviera Adigetto, oltrepassammo il ponte dell’Ospedale per giungere a quello dalle ampie arcate che sovrasta l’Adige, così pieno di suggestioni nel far della sera. Gli isolotti si vedono appena, a fior d’acqua e una vegetazione folta, ricca di alberi di noci e di piante di varia specie, ci venne incontro.Lo sciabordio della chiusa,  da cui nasce il figlio dell’Adige, sovrastava le nostre voci. Ora il desiderio pareva zittire il rimpianto, anche se i due sentimenti camminavano per vie parallele.

Cosa ci ha divisi? Esclamammo all’unisono.

Che senso ha tormentarci così?

Viviamo l’attimo, cogliamo il momento.

Facciamo progetti sul viaggetto veneziano.

Raccontiamoci una vita nuova, costruendola mentre la stiamo scrivendo.

Ma è surreale tutto questo.

Lasciamo consolarci dalla situazione surreale, mentre ti sfili gli abiti perché voglio baciarti ovunque.

Qui, all’aperto?

Sì, come in sogno.

Un sogno di vite parallele che si stanno incontrando.

Sembra filosofia della matematica.

Nel metafisico tutto è possibile.

Però le tue provocanti carezze e i tuoi baci non sono metafisici.

Sapessi quanto piacere sto provando . . .

 

*

Queste furono le sue – o le mie? – ultime parole.

Di slancio iniziò a rotolare lungo la sponda erbosa, più giù, sempre più giù. Fino a perdersi, con un sinistro tonfo, dentro l’acqua color della notte.

Galleggiò un attimo nei pressi delle Torri Marchesane e poi sparì, come una fatamorgana.

Corsi verso la mia Saab, affannosamente.

Chiavetta innestata, acceleratore premuto, il passato mi era del tutto alle spalle.

Nessuno torna indietro.

Racconto a quattro mani di G & F

 

 

 

 

Le parole del nostro destino

Piove o fa freddo? È in agguato l’uomo del destino

IL LIBRO. Romanticismo con Beatriz Williams
Le coincidenze tra epoche diverse coniugate da fantasie metafisiche

17/09/2012

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Beatriz Williams

Chi ama la letteratura romantica, inoltre soffusa di mistero e di un certo afflato di metafisica, con Le parole del nostro destino di Beatriz Williams (titolo originale Overseas, Editore Nord, 468 pagine, 17,60 euro) è servito. L’autrice, laureata a Stanford, ha lavorato per anni come consulente per la comunicazione di diverse aziende, sia a New York che a Londra. Questo suo primo romanzo richiama alla mente il bellissimo film di Hichtcock La donna che visse due volte. «Non lo avrei mai scritto», spiega l’autrice, «se nel 1992 non avessi dovuto sostenere un esame di storia contemporanea, che ha acceso in me la passione per il periodo della prima guerra mondiale. In un certo senso, il personaggio di Julian è nato allora, anche se ci sono voluti molti anni prima di riuscire a dargli un volto e un nome. È successo nel luglio 2007, durante un incontro di giovani scrittori. All’improvviso, la sua immagine si è materializzata nella mia mente: era come se potessi vederlo, Julian, con i suoi capelli biondi e la divisa da ufficiale, che camminava per le strade della New York dei giorni nostri. Da quel momento, non ho smesso un secondo di scrivere e, dopo anni di fatiche e notti insonni, finalmente ho concluso la stesura del manoscritto. La strada però era ancora lunga: dovevo trovare un editore…» L’ha trovato e non solo in patria, la fortunata autrice, tanto che adesso il suo romanzo sta raggiungendo le librerie di tutto il mondo. Siamo in Francia, ad Amiens, nel 1916. Intravediamo Kate, una donna in attesa fuori dalla cattedrale, sotto la pioggia. Tra gli oranti rifulge la figura del capitano Julian Ashford, l’uomo per cui ha sacrificato tutta se stessa e che non rivedrà mai più. Il bel capitano troverà la morte in trincea. Ma l’ostinata Kate si trova lì con il proposito di «riscrivere il loro destino». New York, oggi. Incurante del gelo, una donna è in attesa davanti alla porta di Julian Laurence: deve consegnargli documenti urgentissimi, sebbene sia la vigilia di Natale. La loro conoscenza è avvenuta da pochissimo tempo, eppure l’uomo si comporta come se l’aspettasse da sempre, soprattutto amandola da sempre. Contraccambiare quell’amore sarà un atto spontaneo. Chi avrebbe resistito? Julian è il fascino fatto uomo, per classe, passione e, non ultimo motivo di charme, per favolosa ricchezza. La vita si trasforma in un paradiso. Ma, c’è sempre un ma che fa ridestare dai sogni. Spunta un libro: la biografia di Julian Ashford, un corposo tomo corredato di foto e lettere scritte dal celebre poeta-soldato durante la prima guerra mondiale. Kate — sì, la donna è proprio lei e non ha dubbi che lui sia proprio lui — prende sempre più consapevolezza che quel libro sta per segnare il loro destino. La soluzione del metafisico mistero l’affidiamo alla curiosità del lettore.

Grazia Giordani

Clotilde

Clotilde

Portava quel nome come una croce. Nemmeno i tentativi di vezzeggiativo, da parte di amici comprensivi che speravano di lusingarla con dei gorgheggiati clo clo la pacificavano con l’anagrafe imbarazzante, sembrandole questo troncamento di sillabe questo fedifrago Clo, così pronto ad abbandonare la povera Tilde, addirittura il rumore dello scroscio d’acqua giù per il lavandino, o peggio ancora il tentativo fallito di un gargarismo.
«È un nome tradizionale di Casa Savoia – le dicevano alcuni; lo ha portato una grande santa -, sostenevano altri». Ma Clotilde aveva il complesso della sfigata, di quella a cui tutto è andato male, a partire dal nome. Nomen omen – si ripeteva -, ed era certa di non sbagliarsi.
Le sarebbe inoltre piaciuto esser destinata a un matrimonio importante, con un uomo che conta, di quelli forniti di danaro e blasone. Nella sua città non mancavano di sicuro i così detti buoni partiti, ma non guardavano certo lei di estrazione piccolo borghese, sebbene fosse piuttosto carina, di media statura, personale snello, lineamenti regolari, sguardo azzurro-verde, forse un po’ opaco, poco espressivo, risollevato però da una dentatura smagliante.
Il fatto è che si può essere graziosi, ma non affascinanti. Lo charme non ha canoni estetici. Legato a categorie che travalicano la pura forma esteriore, il fascino è imperscrutabile e a Clotilde ne era toccata una misura talmente esigua da complessarla, facendola sentire spesso inadeguata.
E questa sensazione non l’aiutava certo a vivere bene, esasperando il suo bisogno maniacale di perfezione esteriore. Bastava una screpolatura allo smalto delle sue laccatissime unghie o un ricciolo fuori posto (per non parlare di una smagliatura nelle calze!) per metterla in crisi. Non sarebbe stato meglio che si fosse dedicata a qualche buona lettura, a libri che arredano il cervello, invece di divorare giornaletti fatui, nutriti di gossip? Le mostre d’arte – quelle sì – l’interessavano abbastanza. E meno male!
Visto che un moroso decente non si faceva avanti, sforzandosi di uscire dalla sua timidezza, corteggiò di sua iniziativa l’unico ragazzo che le prestava un po’ di attenzione: il suo compagno di banco.
Dopo il diploma, le nozze. Una vita perfettamente in simbiosi.
Lo scomodo Clo con cui iniziava il suo nome di battesimo era stato sostituito dallo sposo con un più gradito Tilde. La nascita di un figlio con qualche problema l’aveva lasciata abbastanza indifferente, delegandone la cura ai suoi onnipresenti genitori che l’avevano continuata a viziare, impedendole un’auspicabile maturazione.
Un bel giorno, anzi un brutto giorno, il padre rincasò cupo, dicendo che il medico gli aveva diagnosticato un cancro inguaribile.
(No comment riguardo l’umanità e la diplomazia di un simile terapeuta).
« Ma dai, papà, avrà esagerato!»
«No, questa è stata proprio la sua inesorabile sentenza».
Toccò proprio a lei, all’immatura giovane sposa, la sorte di aprire la portiera dell’auto – dopo due giorni di inutili ricerche – dove il padre giaceva suicida. La disperazione gli aveva impedito di accettare la dolorosa realtà, cercando di lottare, di farsene una ragione.
La madre, colta di sorpresa da una notizia tanto agghiacciante, inoltre umiliata dal non aver trovato nemmeno un biglietto d’addio, una frase che suggellasse la consuetudine di un lungo matrimonio, cadde in una depressione talmente devastante che fu indispensabile assumere una ragazza dell’Est (visto che infermiere nostrane è ormai difficile trovarne!) che l’accudisse e si prendesse in toto cura di lei.
Il matrimonio di Clotilde sembrava procedere serenamente.
Il marito aveva fatto carriera.
Il figlio si era diplomato, pur continuando ad essere un ragazzo difficile, caratteriale al punto che non si sapeva come collocarlo nel mondo del lavoro.
L’eroina del nostro racconto era rimasta vulnerata da tre eventi: la morte violenta del padre, la nascita di un figlio problematico, la malattia della madre. Ma non sapeva che il bello era ancora in fieri. Ovvero, non aveva fatto i conti con i cinquant’anni del marito. Un’età terribile, questa, per alcuni uomini che credono di ringiovanire, di ringalluzzirsi, aggrappandosi alla giovinezza di ragazze extra moenia.
Forse avrete già capito che la badante dell’Est era graziosa, poco più che ventenne, molto geisha, molto furba, erotica al punto giusto.
E patatrac!
La povera Clotilde, ancora in cura da una psichiatra, per le spadate della vita, gli assalti del destino, cerca di raccogliere i cocci della sua esistenza, si sforza di farsi coraggio.
Il marito non ha mai smesso di assisterla, non l’ha mai abbandonata completamente. Piuttosto è la badante che ha abbandonato lui, dopo aver incontrato un uomo più danaroso.
Può darsi che i due sposi, ormai sessantenni, si rimettano insieme anche fisicamente.
Conosco entrambi e li stimo.
Vorrei il loro bene.
Ma che sia vero che il destino prende alloggio in un nome più o meno gradito?
Avevo iniziato con l’intenzione di scrivere un racconto di fantasia, ma – cammin facendo – mi sono, purtroppo, imbattuta in una storia vera. (g.g.)

Grazia Giordani

Data pubblicazione su Web: 04 Ottobre 2009

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Savana padana

Nordest salsa pulp «Savana Padana» Ridere da morire

IL LIBRO. Primo romanzo di Matteo Righetto
Malavita e ignoranza si sposano L’umorismo del raccapricciante

14/09/2012

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Matteo Righetto

Si legge d’un fiato Savana padana (Tea, 132 pagine, 10 euro), orripilati se non si fosse divertiti, poiché a prevalere sulla materia raccapricciante è l’esilarante sense of humour dello scrittore: Matteo Righetto, che vive e lavora a Padova, dove è nato nel 1972, e che ha già visto un suo racconto selezionato per l’antologia Venice noir, curata da Maxim Jakubowski per Akashic Books (New York). Dopo questo primo romanzo possiamo presto aspettarcene altri, vista l’abilità del giovane autore nel giocare con i caratteri, le debolezze, i tic, i dialetti, i colori e le corrotte geometrie umane e sociali di una terra, la sua, che sa dipingere con toni truculenti, ma divertendo, nonostante il profluvio di sangue e la crudezza dell’argomento. «Ritengo che il Veneto e il Nordest in generale», afferma lo scrittore, «offra delle ottime suggestioni per una narrazione pulp/noir ispirata a certa letteratura americana: penso ad autori come Lansdale, McCarthy, Gischler, Lee Burke, Crews, Leonard, tutti calati in un contesto, quello degli Stati del profondo sud degli USA, che secondo me ha molti aspetti in comune con il nostro Nordest, come ad esempio il carattere epico della gente, il pregiudizio razziale, la grettezza dei tipi umani, l’ignoranza, la schiettezza e la cultura contadina. E poi abbiamo anche noi la grande pianura, il nostro delta, la nostra laguna. Questo parallelismo condiviso con me dal critico Strukul, ci ha portati a fondare insieme un vero e proprio movimento (Sugarpulp, il cui nome ricorda la polpa delle barbabietole da zucchero per cui il nostro territorio è particolarmente vocato)». San Vito, un piccolo paese agreste, stretto tra il Piovego e il Brenta, è teatro dell’insanguinata narrazione. Si respira un’aria malsana, che penetra i pensieri di una triplice banda di malviventi. Tosi (i nostrani), cinesi e zingari: non si saprebbe a chi dare il primato della maggior efferatezza, senza dimenticare che c’è anche un poliziotto non propriamente integerrimo. Sergio Leone aveva fatto qualcosa di simile con i suoi spaghetti western, anche se, in quel caso, il lessico era meno aggressivo e la crudeltà tenuta più a freno, perché i tempi cambiano e anche il linguaggio si adegua al progredire degli anni. Divertenti anche i soprannomi dei personaggi scalcinati (Berto, particolarmente bestemmiatore, chiamato Sacramento, solo per ricordarne uno fra i tanti). Sgrammaticati al punto, questi veneti d’origine agreste, da offrirci sms sui loro telefonini, involontariamente più spiritosi di una barzelletta. Nel genere pulp il sangue fa poca impressione, i morti sembrano pupazzi. Anche in questa capacità di «sdrammatizzare» sta l’abilità dell’autore che ci fa l’occhiolino dalla prima pagina all’ultima, preparando un epilogo veramente imprevedibile, com’è giusto che sia, perfettamente in carattere con lo spirito del suo narrare.

Grazia Giordani

Irène Némirovsky cambia vestito

Nascita di una rivoluzione

Nascita di una rivoluzione

Irène Némirovsky ha cambiato vestito. Abituati dagli inizi del 2000 a vederla indossare le eleganti copertine di Adelphi, la prima casa editrice che ha portato da noi le opere di una scrittrice di tale talento da essere paragonata a Tolstoj – indimenticabile il suo capolavoro Suite francese, pubblicato in Francia nel 2004 e l’anno successivo in Italia – vediamo ora,  la sua breve silloge Nascita di una rivoluzione  (pp.56,  euro7,50, traduzione dal francese di Monica Capuani,  prefazione di Susanne Scholl) – indossare la sobria copertina Castelvecchi. Causa di questo cambio di toilette, pare debba attribuirsi al fatto che, entrando le sue opere fuori diritti, qualsiasi casa editrice potrà partecipare alla “corsa” e Castelvecchi non si è  lasciata sfuggire l’opportunità editoriale. In maniera sapiente, la curatrice del trittico a proposito del primo racconto Naissance  d’une révolution. Scènes vues par une petite fille, fa un raffronto tra il clima che si è respirato a Mosca nell’agosto del 1991, epoca in cui nessuno parlava di rivoluzione eppure la realtà era quella, e lo stato d’animo, molto simile in cui si erano trovati immersi  i russi nel 1917 e la stessa Irène con loro. Si viveva l’ossimoro – in ambedue le epoche storiche – di temere il nuovo, attendendolo. Si disprezzava il vecchio, impauriti da quanto lo avrebbe sostituito. Sappiamo bene che la Storia tende a ripetersi e anche se nel 1991 non vi sono stati pubblici linciaggi e non si è ucciso nessuno zar, però l’atmosfera era la stessa perché ‹‹i rivoluzionari sanno quasi sempre cosa contro combattono, ma quasi mai per cosa lo fanno››. Agli occhi del popolo, della gente di strada, la Némirovsky apparteneva alla stirpe dei “colpevoli” nella Russia della Rivoluzione d’Ottobre, perché era figlia di un ricco banchiere, con un’istitutrice francese e molti privilegi. E la sua presunta “colpevolezza” non ha avuto mai fine: nella Francia dell’esilio non era una vera francese (mai la cittadinanza le fu concessa). Sotto l’occupazione nazista, proprio mentre scriveva in  diretta Suite francese, la sua colpa fu di essere ebrea. Così finì ad Auschwitz, perché mai avrebbe pensato di dover fuggire, lei che tanto aveva amato la sua patria d’adozione e – seppur tardivamente – si era persino convertita al cattolicesimo. Ma questa è ormai storia nota. Nel secondo racconto Magia leggiamo un  resoconto dei giorni finlandesi, condito di mistero, quasi un mini giallo, con una vena surreale. Emile Platter è un abbozzo di racconto, quasi un breve sceneggiato in forma di dialoghi in cui apprendiamo la storia della patriota polacca che prese parte alla Rivolta di Novembre (1830-1831) contro l’Impero russo. Qualsiasi cosa scriva, questa Grande è sempre degna di essere letta, anche se in questa breve silloge incontriamo stralci, passaggi, non certo paragonabili alla Suite, al David Golder, a Jezabel o a I falò del’autunno, solo per citarne pochi fra i tanti.

Grazia Giordani