Archive for novembre 2013

Romanzo a lettere

27.11.2013

ROMANZO A LETTERE

L’epistolario di Bruce Chatwin si divora come un libro d’avventura. Perché lo è. Ha ragione la moglie: «Era troppe cose, una vita sola non poteva bastargli»

Bruce Chatwin: «La vita», diceva, «è un viaggio da fare a piedi»

Bruce Chatwin: «La vita», diceva, «è un viaggio da fare a piedi»

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  • Zaino in spalla, indosso una giacca a vento, in mano il Moleskine per gli appunti: questo e molto, veramente molto di più era Bruce Chatwin, geniale scrittore di viaggi che «non arricchiscono la mente, la creano, perché la vita stessa è un viaggio da fare a piedi». A ventiquattro anni dalla sua prematura morte è l’Adelphi a riportarlo fra noi, ripubblicando l’ampio epistolario, un’autobiografia-romanzo d’avventura che Chatwin ha creato scrivendo a mezzo mondo: L’alternativa nomade. Lettere 1948-1989 (495 pagine, 26 euro, a cura della vedova Elisabeth Chatwin e di Nicholas Shakespeare, traduzione di Mariagrazia Ghini).

Ci è dato così leggere un’appassionante biografia sui generis, in perfetto stile chatwiniano, che disegna la vita dell’autore senza filtri, non omettendo le debolezze fisiche e finanziarie, né le tendenze sessuali che, a un certo punto, virano nella bisessualità. Capace, questa biografia-epistolario di portarci al fianco di Chatman in Sudan, Afghanistan, Niger, Benin, Mauritania, Nepal, India, Brasile, a Londra, New York, Edimburgo, solo per citare pochi dei moltissimi luoghi in cui è stato, soggiornando spesso anche in Toscana e in varie città italiane dove contava molti amici, vista la spontaneità con cui si legava alla gente, affascinante per avvenenza fisica e intellettuale, conversatore brillante ed ironicissimo, spesso tranchant.
I principali corrispondenti furono i suoi genitori Charles e Margaritha, a cui scrisse la prima letterina nel 1948, quindi Elizabeth Chanler che gli fu moglie per ventitré anni, malgrado un breve periodo di separazione negli anni Ottanta. Intensa la corrispondenza con la suocera Gertrude Chanler, con vari collezionisti d’arte, con direttori editoriali in molte nazioni, compresa l’Italia, con scrittori, registi, fra cui spicca James Ivory con cui soggiornò in Francia nell’estate del 1971. Lunghe lettere si alternano a fulminee cartoline, sintetiche come sms che l’hanno visto quasi precursore della Rete.
IMPOSSIBILE piacere a tutti, soprattutto se si è ironici e iperdotati intellettualmente. Chi emerge incorre nel pericolo di dare ombra, di urtare i mediocri. Secondo Nicholas Shakespeare, suo grande amico, corrispondente e curatore dell’opera, il tedesco W.G. Sebald, pur non avendolo conosciuto personalmente, è tra coloro che meglio hanno saputo penetrare nei meandri di un’anima così complessa: «Chatwin in quanto uomo», dice, «in definitiva rimane un enigma, allo stesso modo nessuno sa come classificare i suoi libri. L’unica cosa evidente è che per struttura e intenti non possono essere collocati in alcun genere conosciuto. Scaturiscono da una sorta di bramosia dell’ignoto, si muovono lungo una linea i cui punti di demarcazione sono strane manifestazioni e oggetti che non si sa se definire reali o se inseriti fra i fantasmi che la nostra mente genera da tempi immemori. Studi antropologici e mitologici nella tradizione dei Tristi tropici di Lévi-Strauss, racconti d’avventura che ammiccano alle letture della nostra infanzia; raccolte di spigolature; libri sul significato dei sogni; romanzi regionali; esempi di florido esotismo; penitenze puritane; ampie visioni barocche; sacrifici; confessioni personali: i suoi libri sono tutte queste cose insieme. Probabilmente è più giusto vedere nella loro promiscuità che spezza il cliché modernista una tardiva fioritura di racconti da viaggiatori come Marco Polo, in cui la realtà sconfinava di continuo nel metafisico e nel miracoloso e il cammino nel mondo veniva scelto tenendo sempre a mente gli intenti dell’autore».
Chatwin era consapevole della sua irrequietezza, quasi una nevrotica bipolarità, per cui un luogo che gli era parso adorabile, dopo un poco gli veniva a noia. Mentre pubblicava romanzi di successo come In Patagonia o Sulla collina nera, faceva iperbolici progetti come quello de L’alternativa nomade, divenuto a un certo punto pletorico e impubblicabile, un mito rincorso per anni e che ora prende forma nella corrispondenza smisurata, in gran parte raccolta dall’amico Nicholas Shakespeare e impreziosito dalle note stringate, schiette e amorevoli della moglie Elizabeth che, con generosa tenerezza, si è espressa anche nella prefazione.
Leggendo questa involontaria autobiografia, siamo presi da grande desiderio di rileggere le opere di questo irrequieto, contagiati da quella sua avidità di conoscere il mondo esterno viaggiando anche dentro noi stessi. La moglie Elisabeth dice di lui: «Bruce era troppe cose e una vita sola non poteva bastargli».
Bruce Chatwin (Sheffield 1940 – Nizza 1989), figlio di un ufficiale di marina, ricordava la sua infanzia come un continuo vagabondare insieme alla madre, da cui diceva di aver ereditato l’animo irrequieto. Interrompe gli studi universitari e, diciottenne, inizia a collaborare con Sotheby’s, la casa d’aste di Londra, e si appassiona alla scultura africana e alla ceramica cinese. Incontra Elizabeth, newyorkese, e la sposa nel 1965. L’anno dopo si dimette da Sotheby’s e si trasferisce a Edimburgo a studiare archeologia. A metà del corso, cambia idea e inizia a scrivere sul Sunday Times. Viaggia in Afghanistan, Africa, Russia, Perù: ‹‹La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi››. Nel 1974 va per la prima volta in Patagonia. Nel 1977, segnato dal viaggio, pubblica In Patagonia, un libro-evento, il suo capolavoro: un nuovo modo di scrivere dove fantasia, etnografia, riflessione, diario di viaggio, affascinano per la letteraria novità. Dal 1980 al 1988 escono Il viceré di Ouidah, Sulla collina nera, Ritorno in Patagonia, Le vie dei canti, Utz.Muore a Nizza nel 1989, stroncato dall’Aids, amorevolmente assistito dalla moglie. Postumi, escono Che ci faccio qui ?, L’occhio assoluto e Anatomia dell’irrequietezza. Un altro prodigioso aspetto del lavoro di Chatwin è la fotografia. Si sono tenute molte mostre, a documentare la sua attività di fotografo: immagini affascinanti di spazi enormi. Della sua raccolta fotografica Sentieri tortuosi è stata curata l’edizione italiana da Roberto Calasso per Adelphi, che ha pubblicato anche le altre opere di Chatwin.G.G.
Grazia Giordani

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Conversazioni sul tempo

Conversazioni sul tempo Lezione quarta Friederich Nietzsche e “l’eterno ritorno dell’uguale”

CONVERSAZIONI SUL TEMPO
Lezione quarta
Friederich Nietzsche e l’eterno ritorno dell’uguale
(1844-1900)
Nasce a Röcken, nella Sassonia il 15 ottobre 1844, figlio di Karl Ludwig, pastore protestante e di Franziska Oehler. Nel 1846 nasce sua sorella Elisabeth e nel 1848 il fratello Joseph che morirà precocemente nel 1850: Nel 1848 muore il padre per “rammollimento cerebrale”.
Nietzsche subisce una severa educazione religiosa e musicale dalla madre. Nel 1854 comincia a frequentare il ginnasio di Naumburg fino al 1858, quando entra nel celebre ginnasio-collegio di Porta, i suoi amici più vicini sono Deussen e Gersdorf.
Nel 1860 fonda con Krug e Pinder l’associazione letteraria e musicale Germania. Nel 1864 prende la maturità classica con una dissertazione in latino; si iscrive per due semestri all’ università di Bonn, seguendo corsi di teologia e filologia classica. L’anno seguente segue all’università di Lipsia il suo maestro di filologia Ritschl e comincia a leggere Schopenhauer.
Nel 1866 conosce Wagner diventando suo amico tanto da frequentare la sua casa a Tribschen. Nel 1869 è nominato professore di filologia classica a Basilea. Nel 1870 stringe amicizia con Overbeck e come volontario-infermiere partecipa alla guerra franco-prussiana. Quando nel 1872 pubblica La nascita della tragedia viene criticato da numerosi filologi tra cui il suo antico maestro (Rischl).
Nel 1873 conosce Paul Rè, ma nell ostesso periodo la sua debole salute peggiora fino a costringerlo nel 1876 a lasciare momentaneamente l’insegnamento per poi abbandonarlo definitivamente nel 1879. Nel 1878, dopo aver ricevuto il Parsival, rompe con Wagner, sembra per motivi religiosi.
Nel 1880 inizia la sua vita di pellegrinaggio solitario recandosi più volte a Nizza e in Italia: Genova, Sorrento, Roma, Venezia, Recoaro, Rapallo, Riva del Garda, Messina, Firenze e soprattutto Torino. L’estate la passa spesso a Sils-Maria dove nel 1881 ha l’intuizione dell’eterno ritorno dell’uguale che, con le nozioni di volontà di potenza, nichilismo e oltrteuomo (superuomo), comprende la centralità del pensiero nietzscheano.
La dottrina dell’eterno ritorno dell’uguale (espressa per la prima volta nell’aforisma 341 della «Gaia scienza») e quindi ripreso nello «Zarathustra», significa che non si può più ritenere che il tempo abbia una direzione lineare – che comporti una struttura articolata in presente, passato, futuro -, come momenti irripetibili, secondo la visione storica che si è imposta nella visione giudaico-cristiana.
L’eterno ritorno di N. non ha quindi tanto la funzione di affermare la circolarità del tempo, quanto quella di negarne la linearità, ovvero di negare che il corso storico vada verso un fine che trascende i singoli momenti di esso, come ha sempre voluto la metafisica platonico-cristiana. Ogni momento del tempo, quindi ogni esistenza singola in ogni suo attimo, ha tutto il suo senso in sé. Bisogna costruire un’esistenza (volontà di potenza) dove ogni momento possieda tutto intero il suo senso, un’esistenza felice, quella simboleggiata da Zrathustra che danza.
Il filosofo Emanuele Severino vede nella dottrina dell’eterno ritorno la conseguenza inevitabile (nel momento circolare dell’anello) della fede nel divenire e cioè della fede nella morte di Dio; d’altra parte questa inevitabilità è anche la forma estrema assunta dal nichilismo quale Severino lo concepisce.
Nel 1882 si innamora di Lou Salomè, ma lei preferisce il suo amico Rèe. Sua sorella si fidanza con l’antisemita Foster con cui, dopo il matrimonio, nel 1866, si trasferisce in Paraguay, fondando una colonia. La salute di Nietzsche continua a peggiorare, il suo amico più vicino è Peter Gast, fino a quando il 3 gennaio 1889 a Torino ha una crisi di follia. Tra il 3 e il 7 gennaio scrive i “biglietti della follia”. Overbeck interviene ricoverando l’amico a Basilea e poi a Naumburg. Nel 1890 è affidato alle cure della madre e poi della sorella. Nel 1897 muore la madre e con la sorella si trasferisce a Weimar dove viene fondato l’archivio Nietzsche.
Il 25 agosto 1900 Nietzsche muore.
IL pensiero e la produzione delle opere di Nietzsche viene comunemente diviso dai critici (Löwith, Jaspers, Fink, Vattimo e altri in tre periodi:
– Il periodo filologico romantico, che trova nella Nascita della tragedia e nelle Considerazioni inattuali la piena espressione.
– Il periodo positivistico che si mostra nella sua produzione che va da Umano, troppo umano a La gaia scienza.
Il periodo della nuova filosofia della volontà di potenza e dell’eterno ritorno che si concretizza prima nello stile metaforico poetico di Così parlò Zarathustra, poi nel progetto di una sistemazione filosofica dei suoi frammenti, che avrebbe dovuto confluire nella decisiva opera mai portata a termine, La volontà di potenza.
Il primo periodo è caratterizzato dalla passione per il mondo greco e dalla influenza della personalità di Wagner e dal debito nei confronti della filosofia di Schopenauer. N. esponendo la duplicità che anima lo spirito artistico greco, individua i due impulsi antagonisti che animano l’essenza dell’uomo e che trovano la loro conciliazione solo nella tragedia greca: il dionisiaco e l’apollineo.
Il dionisiaco è l’impulso primordiale orgiastico da cui ha origine l’ebbrezza che riconcilia l’uomo con la natura. Natura dal quale l’uomo si strania attraverso il principium individuationis retto dall’impulso apollineo che tiene in piedi il sogno della differenza dell’uomo dalla terra e dagli altri uomini. Mediante il recupero del dionisiaco nella tragedia il greco si riconcilia con l’altro conquistando una fragile armonia messa in croce da Socrate. Il dionisiaco è l’impulso dell’arte non figurativa, la musica, l’apollineo l’impulso dell’arte plastica, della scultura classica. In questo primo periodo N. si illudeva romanticamente di vedere nel dramma wagneriano la rinascita della tragedia (illusione che egli stesso sconfesserà successivamente).
Nel secondo periodo N. prende le distanze dai suoi principali ispiratori, Schopenhauer e Wagner. Le romantiche speranze per una rinascita della cultura tragica sono ridimensionate dal nuovo interesse quasi illuministico che N. scopre per le scienze positive.
Arte e scienza non possono considerarsi eterogenee l’una rispetto all’altra, ma collaborare nella direzione di una ideale gaia scienza.
Lo scienziato deve essere prima di tutto artista senza accontentarsi di vedere la realtà in modo diverso, ma operando creativamente e sistematicamente al suo cambiamento. Solo uno scienziato artista potrà conoscere e insieme creare la realtà in modo nuovo. Nella consapevolezza che non esiste una verità, lo scienziato artista può sperimentarne liberamente una propria. Per essere libero di agire in questo modo e di non avere verità dogmatiche che ne limitino l’operare, lo scienziato, ma anche colui che vuole essere uomo della conoscenza, deve sopprimere la morale che metafisicamente relega il valore del mondo nella trascendenza.
L’azione morale che si vuole dimostrare come disinteressata è smascherata da Nietzsche come finalizzata all’eliminazione del dolore, nell’illusoria speranza di un mondo felice nell’aldilà. Questa illusione, se da una parte pensa di poter esorcizzare la paura della morte, dall’altra conduce l’uomo a disinteressarsi per questo mondo e quindi alla decadenza e al nichilismo, l’ospite più inquietante che bussa alla porta del terzo e ultimo periodo della produzione nietzchiana.
Nel terzo periodo, N. arriva ad elaborare una posizione filosofica che riesce a cogliere in profondità la crisi che attanaglia la civiltà occidentale e a diagnosticare delle possibili vie di fuga.
Se il nichilismo è causato dalla decadenza che deriva dalla morale principalmente di origine giudaico-cristiana, l’unico modo di risollevarsi per l’uomo sta nel proclamare la morte di Dio, la morte del dio della morale che toglie il valore al mondo per relegarlo nella dimensione ultrasensibile.
Senza più il peso di un dio tiranno che dall’alto della sua diversità morale imponeva un mondo immutabile, l’uomo può operare la transvalutazione di tutti i valori, collocandoli nella loro sede naturale, la terra, questo nostro mondo. Il mondo è allora volontà di potenza che si manifesta in ogni forma di esistenza, una pulsione vitale che vuole sopravvivere e potenziarsi progressivamente. Nel suo progressivo potenziamento la volontà di potenza vuole perpetuare la propria esistenza in modo indeterminato, vuole il proprio eterno ritorno nel divenire; la volontà, tenendo presente l’interpretazione di Heidegger (l’unico interprete di N. che riesce a conciliare in una lettura coerente tutte le sue figure concettuali), vuole se stessa, è volontà di volontà. Nell’eterno ritorno dell’uguale, il modo in cui la volontà di potenza esiste, vengono a conciliarsi i due estremi della metafisica, prima ancora separati: essere e divenire. Una conciliazione che forse ha trovato impreparato l’uomo, almeno l’uomo Nietzsche che, come sappiamo è naufragato nella pazzia.
Aforisma 341 dalla Gaia scienza (F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 341,pp.248,249,Adelphi)

L’idea del Così parlò Zarathustra balenò a Nietzsche come una folgorazione nell’agosto del 1881, in Engandina «600 piedi al di là dell’uomo e del tempo». Essa coincise con il rivelarsi dell’«eterno ritorno dell’uguale», la misteriosa intuizione che segna il passaggio all’ultima fase del pensiero di N. e lo tramuta tutto dall’interno.
Così anche lo Zarathustra rielabora e ripresenta tutto ciò che N. era stato fino allora in una forma assolutamente nuova, e soprattutto in una forma incompatibile con i canoni della filosofia occidentale.
«Un libro per tutti e per nessuno» dice il sottotitolo: proprio perché obbliga il pensiero a parlare immediatamente, fuori da ogni tecnicismo, in una forma poetica e profetica, Zarathustra è sempre stato il libro più letto e venerato di N., ma, al tempo stesso è il suo libro di enigmi, protetto da saldi sigilli, un libro che sorprende e appare diverso ogni volta che lo si apre. N. fu del tutto conscio di questo doppio carattere dello Z. e in certo modo di tutta la sua opera.
GRAZIA GIORDANI

Grazia Giordani

Data pubblicazione su Web: 22 Febbraio 2009

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L’urlo fa già eco

Franz von Stuck, Il peccato, 1908, uno dei quadri in arrivo a Rovigo
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  •  Le celebrazioni per i 150 anni dalla nascita di Edvard Munch, a cui la sua Oslo ha dedicato una grande retrospettiva, hanno innescato un fenomeno planetario: è come se l’Urlo dell’artista norvegese, raffigurazione dell’angoscia contemporanea, echeggiasse ovunque. Non solo a Genova, che fino al marzo prossimo gli sta dedicando la più grande mostra mai allestita in Italia (vedi in basso nella pagina). L’eco rimbomberà in modi e siti imprevisti: le sorprese che l’arte sa provocare. A Rovigo, per esempio, si annuncia dal 22 febbraio al 22 giugno 2014 un evento di eccezionale spessore. Munch (con Böcklin e Klimt, altri sommi esploratori dell’inconscio) hanno invogliato i curatori di Palazzo Roverella ad accostare «L’ossessione nordica e la pittura italiana»: così s’intitola la mostra annunciata.

L’esposizione riprodurrà l’emozione suscitata alle Biennali veneziane quando, tra il cadere dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo, arrivarono le opere di tedeschi, scandinavi, svizzeri, e l’arte italiana subì una scossa. I paesaggi del profondo nord, i ritratti e le scene d’interno, conducevano a mondi e sensibilità diverse e, proprio per questo, al massimo grado coinvolgenti. Il fascino che sprigionavano ancora lo avvertiamo. Luoghi reali e fantastici dove sentimenti profondi, miti, sogni e simboli mettevano radice. Gli artisti italiani dell’epoca non seppero sottrarsi a questa fascinazione, stregati dalle opere di Klimt, Boecklin, Hodler, Klinger e Munch. All’epoca, Vittorio Pica, il critico più aggiornato nel 1901, osservò come gli artisti italiani fossero presi dall’«ossessione nordica» (ecco chi ha inventato il titolo per la mostra annunciata): «parecchi dei nostri pittori, specie se veneti o lombardi, si appalesano profondamente influenzati dall’arte nordica, tanto da rinunciare ad alcuni tradizionali caratteri dell’arte italiana per presentarsi camuffati da Scozzesi, Scandinavi o Tedeschi».
LA MOSTRA rodigina documenterà, per la prima volta in un’esposizione comparativa, quanto i «nordici» — Boecklin, Hodler, Klimt, Klinger, von Stuck, Khnopff — e gli Scandinavi di varie tendenze come Zorn, Larsson e ovviamente Munch, abbiano influenzato gli italiani. Si potrà ammirare una selezione di opere fondamentali, nel tracciato della scelta nordica alle prime Biennali, con particolare rilievo per l’influenza esercitata da Arnold Boecklin.
Il percorso espositivo comprende diverse sezioni: Centauri, Tritoni, Sirene dalle Alpi alla Laguna, Dal Simbolo alla Natura: Gente del Nord; La Poesia del Silenzio; Il Paesaggio dell’Anima: Neve e Fiordi, Il Tempo e le Stagioni; Le Maschere e i Volti; Venere senza Pelliccia, Virtuosismi in nero. Uno degli assunti della mostra è quello di proporre un percorso soprattutto intellettuale, come sottolinea il curatore: «Si pensi solo, per citare uno dei nodi più intricati e, insieme, più affascinanti, al groviglio di tematiche che si agita attorno a personalità quali Boecklin e Klinger; e poi, però, seppur per strade diverse, a Stuck e De Chirico, Savinio e lo stesso Klimt; e gli agganci letterari e filosofici da Nietzsche a Burckhardt; ma anche Bachofen e von Hofmannsthal, e addirittura D’Annunzio. Qui la cifra esoterica si mescola in poeti e visionari con un’insaziabile sete di classicità pagana non meno che di sprofondamenti della coscienza dentro abissi mistici piuttosto che in religiosità nere e blasfeme, come in Khnopff e soprattutto in Rops».
Per capire in che modo hanno subito l’influenza nordica i nostri artisti di quel tempo, basterebbero alcuni nomi esposti in mostra: da De Chirico premetafisico, al fratello Savinio, da De Carolis e i dannunziani, a De Maria (il pittore delle lune); da Sartorio a Laurenti, per giungere a Bonazza, quasi un Hodler minore, non trascurando il più klimtiano dei paesaggisti nostrani, l’elegante e raffinato Wolf Ferrari. Bisogna dire che gli artisti italiani, pur ammaliati dallo charme nordico, raramente ne eguagliano il talento, un po’ come i macchiaioli, pur essendo i precursori della corrente pittorica, mai hanno raggiunto la grandezza degli impressionisti francesi.
Chi ha avuto la grazia di leggere, in passato il capolavoro della svedese Selma Lagerloff (prima donna a guadagnare il Nobel nel 1909), qui troverà molto del suo approccio grandioso e visionario con la natura, non trascurando il fatto che vedremo anche esposto un raro Klimt, pervaso di delicatissima poesia e un Munch inedito che difficilmente avremmo potuto in altro luogo ammirare.

Grazia Giordani

L’ ” Ossessione nordica”

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L’Ossessione Nordica Bṏcklin Klimt Munch e La Pittura Italiana

Rovigo Palazzo Roverella 22 febbraio 22 giugno 2014 

In epoca in cui tutto il “mostrabile” sembra essere già stato esposto in mostre di successo, nel rodigino Palazzo Roverella sarà dato ammirare dal 22 febbraio al 22 giugno 2014 un evento espositivo di eccezionale spessore: ‹‹L’Ossessione Nordica Bṏcklin Klimt Munch e La Pittura Italiana››,  che avrà il potere   di riportarci a viaggiare dentro le enigmatiche atmosfere nordiche, tanto suggestive da aver cambiato tra Otto e Novecento il clima artistico in Italia. Curata da Giandomenico Romanelli, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione col Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, l’esposizione sarà anche un rinverdire l’emozione suscitata alle Biennali Veneziane quando, tra il cadere dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo, arrivarono le opere dei “Nordici” (tedeschi, scandinavi, svizzeri) e la visione dell’arte nostrana subì una forte scossa poiché i paesaggi del profondo nord, i ritratti e le scene di interno, conducevano a mondi e sensibilità diverse e, proprio per questo, al massimo grado coinvolgenti. Il fascino che sprigionavano e che ancora avvertiamo, avevano un’irrinunciabile malia, in quanto raccontavano luoghi reali e fantastici dove sentimenti profondi, miti, sogni e simboli mettevano radice. Gli artisti italiani dell’epoca non seppero sottrarsi a questa specie di fascinazione, stregati dalle opere di Klimt, Boecklin, Hodler, Klinger e Munch, il nuovo delle Biennali. All’epoca, Vittorio Pica, il critico italiano più aggiornato ed internazionale di quel momento storico, già nel 1901, osservò come gli artisti italiani di tutte le età, fossero presi da una specie di ‹‹ossessione nordica››,  sottolineando come: ‹‹parecchi dei nostri pittori, specie se veneti o lombardi, si appalesano profondamente influenzati dall’arte nordica, tanto da rinunciare ad alcuni tradizionali caratteri dell’arte italiana per presentarsi camuffati da Scozzesi, Scandinavi o Tedeschi››. Precipuo intento della mostra rodigina, di conseguenza, è proprio quello di documentare, per la prima volta in un’esposizione comparativa, quanto i “Nordici”, Boecklin, Hodler, Klimt, Klinger, von Stuck, Khnopff e gli Scandinavi di varie tendenze come Zorn, Larsson o addirittura Munch, abbiano influenzato gli italiani che ne hanno colto le suggestioni. Si potrà quindi ammirare un’accurata selezione di opere fondamentali – nel tracciato della scelta nordica delle prime Biennali, con particolare rilievo per l’influenza esercitata da Arnold Boecklin, affascinante per i notturni e il tema del sogno, atto a suscitare la speranza di una vita altra, addentrandoci nei misteri dell’Anima, divenuta “cosmica”, secondo la visione simbolista. Il percorso espositivo comprende diverse sezioni: Centauri , Tritoni, Sirene dalle Alpi alla Laguna, Dal Simbolo alla Natura: Gente del Nord; La Poesia del Silenzio; Il Paesaggio dell’Anima: Neve e Fiordi, Il Tempo e le Stagioni; Le Maschere e i Volti; Venere senza Pelliccia, Virtuosismi in nero. Uno dei molteplici assunti della mostra è quello di proporre un percorso soprattutto intellettuale, come sottolinea il curatore: ‹‹Si pensi solo, per citare uno dei nodi più intricati e, insieme, più affascinanti, al groviglio di tematiche che si agita attorno a personalità quali Boecklin e Klinger; e poi, però, seppur per strade diverse, a Stuck e De Chirico, Savinio e lo stesso Klimt; e gli agganci letterari e filosofici da Nietzsche a Burckhardt; ma anche Bachofen e von Hofmannsthal, e addirittura D’Annunzio. Qui la cifra esoterica si mescola in poeti e visionari con un’insaziabile sete di classicità pagana non meno che di sprofondamenti della coscienza dentro abissi mistici piuttosto che in religiosità nere e blasfeme, come in Khnopff e soprattutto in Rops ››. Per capire in che modo hanno subito l’influenza nordica i nostri artisti di quel tempo, basterebbero alcuni nomi esposti in mostra: da De Chirico premetafisico, al fratello Savinio, da De Carolis e i dannunziani, a De Maria – il ‹‹pittore delle lune››; da Sartorio a Laurenti, per giungere a Bonazza, quasi un Hodler minore, non trascurando il più klimtiano dei paesaggisti nostrani, l’elegante e raffinato Wolf  Ferrari. Per onestà intellettuale, non possiamo tacere la nostra personale impressione per cui gli artisti italiani, ammaliati dallo charme nordico, raramente ne eguagliano il talento, un po’ come i macchiaioli, pur essendo i precursori della corrente pittorica, mai hanno raggiunto la grandezza degli impressionisti francesi.Chi ha avuto la grazia di leggere, in passato il capolavoro della svedese Selma Lagerloff (prima donna a guadagnare il Nobel nel 1909), qui troverà molto del suo approccio  grandioso e visionario con la natura, non trascurando il fatto che vedremo anche esposto un raro Klimt, pervaso di delicatissima poesia e un Munch inedito che difficilmente avremmo potuto in altro luogo ammirare.

Grazia Giordani

http://www.studioesseci.net/immagini.php?IDmostra=1005

 

 

Classe 1939 Storia di un medico di famiglia

Il medico di famiglia, storia di autopsicanalisi borghese

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  • Fresco di stampa, il libro di Arnaldo Marzotti, classe 1939, Storia di un medico di famiglia (Il Cerchio, 128 pagine, 18 euro) presenta in copertina l’immagine del medico di famiglia per eccellenza, proprio come vive nel nostro immaginario, raffigurato da un bel dipinto di Max Lieberman, Il chirurgo Ferdinand Saverbruch, 1932.

L’originalità di questo romanzo/confessione sta nel fluttuare tra realtà vera e immaginata, come se l’autore si concedesse una seduta di autopsicanalisi, nel contempo concedendosi a noi che lo ascoltiamo commossi e divertiti.
Coinvolgente il capitolo sui «giochi di guerra» di Arnaldo bambino che vive in una famiglia della buona borghesia, padre sotto le armi, madre russa ebrea, lievemente blasée, come erano le signore raffinate di quel tempo, ricoperto dalle attenzioni della tenera governante Ninina.
A una carriera scolastica fulminea, con laurea e plurispecializzazioni in moltissime branche della medicina, fa seguito un matrimonio avventato con un’avida sposa più anziana, corredata di figlio che si appropria di tutti gli averi dell’ingenuo professore di troppe discipline e di poca furberia del vivere.
Quando tutto sembrava perduto, e la depressione poteva annullarlo, entra nella sua vita una salvifica giovane, «dallo sguardo di camoscio», che lo sposa in chiesa, fortemente credente, che gli dà tre figli, facendogli credere nuovamente nei valori della famiglia, aiutandolo a superare anche con la preghiera, le imboscate che, inevitabilmente, ti tende la vita.
E poi c’è la fantasia a farlo viaggiare nel reale e nel pensato, c’è la ritrovata Speranza. Al di là delle suggestioni autobiografiche sempre di godibile lettura, anche nei momenti di dolore, il romanzo vale per la bella prosa elegante e per l’allure onirica di certi passi, per quei tratti che sarebbero piaciuti ad Italo Svevo e che qui, volutamente, non anticipiamo, per solleticare la curiosità del lettore.

Grazia Giordani
Grazia Giordani