Archive for novembre 2010

Sto leggendo
 

Sto leggendo La famiglia Moskat di Isaac B. Singer (Longanesi), un vero capolavoro che – tra qualche giorno – rcensirò.
Lo consiglio per l'impianto tolstojano e la trama densa e coinvolgente.

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E' finalmente uscita oggi in Arena, Bresciaoggi e Giornale di Vicenza la mia recensione sul romanzo di Letizia Muratori.

L'Arena
IL GIORNALE DI VERONA

 

Domenica 28 Novembre 2010 CULTURA Pagina 71
 

ROMANZO. L'ultimo libro di Letizia Muratori

Emilia, solitudine
da ex modella
a piazza di Spagna

«La casa madre», la moda e una donna che ricerca se stessa

Ha esordito con La casa madre la scrittrice romana Letizia Muratori e ora – sempre per i tipi di Adelphi – ha pubblicato Sole senza nessuno (pp. 133, euro 16) un romanzo molto toccante che esplora il mondo della solitudine femminile, pur incastonandola dentro temi comunemente giudicati fatui, come quello della moda e delle indossatrici.
«Mi hanno ispirata delle parenti illustri – ha affermato la scrittrice nel corso di una intervista -. Da tempo volevo raccontare una storia di moda. Anche perché le sorelle Fontana sono mie prozie: Roberta, la figlia di Giovanna, è mia zia. Con mia cugina Cristina, ora critico d'arte e curatrice della fondazione Fontana, andavamo nell'atelier di via San Sebastianello, su piazza di Spagna. I luoghi raccontati nel romanzo sono veri, ma i personaggi inventati: non c'è mai stata una première con una f! iglia dalle sorelle Fontana».
Siamo negli anni Sessanta, ma l'autrice riesce a dribblare qualsiasi retroterra politico, facendoci simpatizzare con Emilia, la protagonista ex modella – presentata a mezzo di flash back – in varie epoche della sua vita. Un po' è come se la conoscessimo a strati, imparando da lei sia i capricci di Audry Hepburn e di Ava Gardner che il carattere delle donne di quel tempo, abitate da una certa rassegnazione, da un tocco di femminilità, ben lontano dal fatalismo nei confronti delle nostre contemporanee.
Quando meno se lo aspettava – ormai sessantenne, anche se ancora affascinante – Emilia riceve una strana proposta di lavoro dall'ineffabile signor Murita. Si tratterebbe di organizzare finti matrimoni per i giapponesi, curandone i minimi particolari dagli abiti alla coreografia non escluse le settantadue ore che alcuni turisti giapponesi amano trascorrere a Roma per ricevere, in una cerimonia col valore di un matrimonio esotico! , la benedizione della Chiesa cattolica. Insomma, questo nuovo! lavoro consisterebbe nella parodia di una vera cerimonia nuziale.
Comprensibili le perplessità di Emilia che pure si lascia convincere sfogliando l'album che le era stato affidato. («… mi si parò davanti l'immagine di una ragazzina giapponese ossigenata, spettinata col velo di tulle che le stava scivolando via dalla nuca. Vicino a lei non c'era lo sposo, il fidanzato benedetto o quello che era, ma un vigile urbano, che le stringeva forte il gomito. Alle loro spalle s'intravedevano transenne, forse dovevano restare libere. Quella scena di rabbia pietrificata mi mise addosso una pena tale che non ci fu bisogno di esaminare altro…»)
Basta poco perché il senso estetico e l'umanità della nostra protagonista l'inducano a impietosirsi, mettendola nel contempo di fronte al suo matrimonio col fedifrago Paolo e soprattutto al segreto che ne ha decretato la fine. Un segreto drammatico che occhieggia man mano nella pagina, spalmato fra le righe ! con sofferte sottigliezze dall'autrice.

Grazia Giordani
 

Georges Simenon
(1903-1989)
Volume II

 

 L’aspettativa degli appassionati di Simenon – nata nel novembre 2004, dopo la lettura del primo grosso tomo Romanzi Volume I (Adelphi, pp.1647, euro 60), comprensivo, fra l’altro, di romanzi definiti «duri» dall’autore, quali Colpo di luna e La casa sul canale -, trova finalmente soddisfazione,  a sei anni di distanza, con l’uscita dell’ancora più corposo Romanzi Volume II , sempre pubblicato da Adelphi (pp.1832, euro 65), ancora una volta affidato alla preziosa cura di Jacques Dubois e Benoît Denis.
La raccolta si apre con La neve era sporca che colpirà talmente Gide – ritenuto non certo un critico dalla facile lode – da fargli giudicare «eccezionale» quello che è certamente uno dei romanzi più cupi e disperati del grande scrittore belga. La vicenda si svolge in una città volutamente imprecisata di un paese occupato. Il quasi diciannovenne Frank Friedermaier si arricchisce grazie ad attività illegali, tollerate dagli occupanti. Lotte, la madre, è disprezzata   per la sua attività di tenutaria di una casa d’appuntamenti all’interno del proprio appartamento, dal figlio che non si fa scrupolo a frequentare il bar di Timo, crocevia di traffici di ogni sorta ed è in combutta con Kromer, spregiudicato delinquente. In linea con molti personaggi della letteratura simenoniana, Frank appare cinico e refrattario ad ogni forma di sentimentalismo, pronto ad uccidere senza motivo, a svaligiare la casa di chi in età infantile gli aveva dimostrato affetto, ad organizzare per conto di Kromer lo stupro di Sissy Holst, la vicina di casa che lui stesso ama suo malgrado e dal cui padre – paradigma della figura paterna, mancata nella sua vita – si sente attratto. Privo di cautele, dissennato nelle provocazioni, viene arrestato, in possesso, senza saperlo, di banconote false rubate agli occupanti. Durante gli interrogatori, picchiato senza pietà, rifiuta di fare rivelazioni. Cade quindi in una sorta di lucido delirio con cui spera di poter resistere al regime carcerario. Dopo la visita di Sissy e di suo padre, il lettore scopre quanto Frank cercava in Holst: un padre sostitutivo che «benedicesse» le sue «nozze» simboliche con la ragazza. Raggiunta in tal modo una forma di redenzione, Frank, sollevato, finalmente confessa i propri delitti e attende la fucilazione. Certamente, esordire nell’ampia silloge con La neige était sale è un modo stimolante per accendere la voglia di leggere oltre, incontrando – come nel volume precedente – anche romanzi con il celebre commissario protagonista; addirittura con un volumetto ironico (Le memorie di Maigret ) in cui Simenon sembra giocare col suo doppio.
I romanzi di questa raccolta non rispondono certo a un principio di casualità, visto che vanno da quelli  del periodo americano, tra cui citiamo: La neve era sporca, Tucson, 1948: La morte di Belle, Lakeville, 1951; L’orologiaio di Everton, Lakeville, 1954 a quelli maturati in un contesto anche geografico diverso, quali Il treno, scritto in Svizzera nel 1961. Qui ancora una volta incontriamo il tema dell’ «uomo senza qualità». Marcel Féron, vulnerato da un’infanzia disgraziata, abbandonato in tenera età da madre scostumata e padre ubriacone, privo di progetti e di sogni, miope non solo nella vista, si contenta del suo tran-tran di riparatore di radio. Maggio 1940. Le truppe della Wehrmacht occupano il Belgio, minacciando i confini della Francia. Una fiumana di profughi, in un clima di disperata incertezza prende d’assalto i treni. Marcel trova posto in un vagone bestiame, sotto lo scroscio della mitraglia tedesca, separato da moglie e figlia. Incontra una misteriosa giovane donna vestita di nero di cui non saprà altro che il nome, Anna. La passione scoppierà fatale. Simenon – contravvenendo alla sua cifra abituale, ci racconterà anche gli atti di eros più intenso, facendo dimenticare ai protagonisti la tragedia che li attornia. Lasciamo il finale, pervaso di dramma, alla curiosità dei lettori di un’opera di letteraria bellezza.
I romanzi cosiddetti della «vecchiaia», per l’argomento che trattano,  quali Il gatto, scritto nel 1966, ancora una volta in Svizzera, fa parte dell’importante filone dell’autore che descrive il fallimento della vita di coppia, ispirato certamente a motivi fortemente autobiografici (più volte insistita nella fase post divorzio), visto che la rottura del rapporto matrimoniale con la seconda moglie Denyse, aveva così dolorosamente e anche ferocemente segnato l’esistenza dello scrittore. Gli appassionati del genere si augurano di vedere alle stampe un terzo volume, magari prima di altri sei anni d’attesa.

(g.g.)

 

Giosuè Carducci – Alla stazione in una mattina d`autunno

Oh quei fanali come s'inseguono
accidiosi là dietro gli alberi,
tra i rami stillanti di pioggia
sbadigliando la luce su 'l fango!
Flebile, acuta, stridula fischia
la vaporiera da presso. Plumbeo
il cielo e il mattino d'autunno
come un grande fantasma n'è intorno.
Dove e a che move questa, che affrettasi
a' carri foschi, ravvolta e tacita
gente? a che ignoti dolori
o tormenti di speme lontana?
Tu pur pensosa, Lidia, la tessera
al secco taglio dài de la guardia,
e al tempo incalzante i begli anni
dài, gl'istanti gioiti e i ricordi.
Van lungo il nero convoglio e vengono
incappucciati di nero i vigili
com'ombre; una fioca lanterna
hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei
freni tentati rendono un lugubre
rintocco lungo: di fondo a l'anima
un'eco di tedio risponde doloroso, che spasimo pare.
E gli sportelli sbattuti al chiudere
paion oltraggi: scherno par l'ultimo
appello che rapido suona:
grossa scroscia su' vetri la pioggia.
Già il mostro, conscio di sua metallica
anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei
occhi sbarra; immane pe 'l buio
gitta il fischio che sfida lo spazio.
Va l'empio mostro; con traino orribile
sbattendo l'ale gli amor miei portasi.
Ahi, la bianca faccia e 'l bel velo
salutando scompar ne la tenebra.
O viso dolce di pallor roseo,
o stellanti occhi di pace, o candida
tra' floridi ricci inchinata
pura fronte con atto soave!
Fremea la vita nel tepid'aere,
fremea l'estate quando mi arrisero;
e il giovine sole di giugno
si piacea di baciar luminoso
in tra i riflessi del crin castanei
la molle guancia: come un'aureola
piú belli del sole i miei sogni
ricingean la persona gentile.
Sotto la pioggia, tra la caligine
torno ora, e ad esse vorrei confondermi;
barcollo com'ebro, e mi tocco,
non anch'io fossi dunque un fantasma.
Oh qual caduta di foglie, gelida,
continua, muta, greve, su l'anima!
Io credo che solo, che eterno,
che per tutto nel mondo è novembre.
Meglio a chi 'l senso smarrì de l'essere,
meglio quest'ombra, questa caligine:
io voglio io voglio adagiarmi
in un tedio che duri infinito.


 

Il motivo principali di questa appassionata lirica sta nella languida tristezza del Poeta per la partenza della donna amata, Lina, detta Lidia (moglie, non proprio fedelissima del generale Piva).  Un addio che si consuma alla stazione di Bologna (o alla stazione di Rovigo? L'interpretazione è controversa) sullo sfondo di un maliconico mattino autunnale.  Il fischio della locomotiva, gli provoca una stretta al cuore. Quando poi Lina lo saluta per l`ultima volta, nella sua mente si affollano i ricordi dei momenti felici trascorsi insieme e la scomparsa definitiva del treno lo getta in un totale stato di prostrazione in cui vorrebbe posarsi rassegnato per mai piu risorgere.
Ma sappiamo bene che Carducci era volubile in amore e – se la passione per Lina Cristofori Piva ha avuto i soprassalti di un uragano -, l'amore tranquillo per Annie Vivanti  si è espresso nella giocosa allure di un sentimento sereno e consolatore.

La bottiglia

Marjorie guardò fissamente la bottiglia e ripensò al fuoco del whisky che era corso, incandescente, dentro la sua gola. Le restava vivo il ricordo di quella fiammata, del resto la sua vita era fatta solo di frammenti: scampoli di un esistere scomposto e disarmonico, anzi “atonale”, le venne da pensare, con un sussulto ritrovato dentro il suo passato di pianista. Perché aveva riempito quella bottiglia d’acqua, posandola sul davanzale? Semplicemente perché odiava il vuoto, il nulla che ormai portava dentro. Che ci fosse un liquido magico per colmare anche le sue voragini interiori? La domanda restò senza risposta. Rivide quel mare d’inverno, mare della sua giovinezza. Avrebbe voluto tuffare il volto fra quelle onde nevose di spuma, ma il whisky era finito e non poteva continuare a sognare, no non poteva. In quel prato avrebbe voluto essere sepolta, sì, fra quei fiori selvatici avrebbe trovato pace e dimenticato i suoi affanni, per sempre tappati dentro le trasparenze di quella magica bottiglia.
(ispirato da una splendida foto di Silvia Ganora (photoblogsil.my expression), un tempo splinderiana come noi ed ora emigrata in altra piattaforma)

 

 

 

(Ripropongo il raccontino scritto nel 2006. E quando uno si mette a riproporre, non è un gran bel segno. Forse indica stanchezza, forse è la spia di assenza di nuove ispirazioni. Il 19 dicembre il mio blog compirà 8 anni 8. Che sia ora di staccare la spina? Mah, vedremo…)
 

Il doppio

Un volto visto attraverso il vetro di una finestra, subisce fatalmente strane deformazioni: il naso si fa piatto e gli occhi prendono una immobilità innaturale. Eppure, a lui piacque subito quella donna di età indefinita. In lei vi era qualcosa di familiare e nel contempo sfuggente, un’essenza da conquistare piano, senza l’affannosa fretta che ormai aveva esagitato le sue giornate.
L’indomani la vide sul poggiolo. Era minuta, slanciata nella figura, morbido il seno, fasciato da una camicetta chiusa in croce sul davanti. Sì, morbido al punto, quel bel petto fiorente, da trasbordare un poco dallo scollo, quel minimo che basta per regalare una nota di naturale sensualità.
Stava di profilo, le braccia alzate a stendere il bucato. E così, osservandola da breve distanza, non fu difficile farsi un’opinione sul suo guardaroba intimo ed esterno e sugli usi della sua famiglia. Sul filo presero posizione, in maniera meticolosamente ordinata, mutandine candide senza pizzi, reggiseni adeguati, una camicia da notte nello stesso stile; all’improvviso, ne apparve una nera, peccaminosa – gli sembrò – trasgressiva, in mezzo a quel candore. Non sarà sua, non è possibile un corredo così contraddittorio. Sto diventando un guardone? No, sono solo convalescente e vivo provvisoriamente della vita altrui, in attesa che mi venga restituita la mia.
La donna compariva ora parzialmente sul terrazzo. A tratti vedevo la sua mano fulminea che annaffiava il rigoglioso cespuglio di fiori rossi (come si saranno chiamati mai, purtroppo non sono in grado di distinguere una rosa da un garofano…), in altri momenti era una porzione sghemba del suo profilo che mi compariva contratta, evidentemente stava cercando di pulire il vetro con un panno e lo sforzo le distorceva l’armonia dei bei lineamenti: un viso non classico, non scontato il suo, ma fatto di una bellezza intellettuale, sì, proprio così, non saprei come meglio definirlo.
Oggi, all’improvviso, le cose sono cambiate. Un brivido d’inquietudine mi è sceso giù fino alla bocca dello stomaco: il profilo non è più sghembo, ma netto e pone in luce un occhio pesantemente bistrato e le unghie della mano che si solleva a spostarle un ricciolo dalla testa sono di un fulgido rosso, un look che non le somiglia.
Che sia la madre? Una sorella più anziana?
Esco con la scusa di fare acquisti, dopo tanti giorni di reclusione forzata.
“Conoscete la signorina che mi abita a fianco, quella un po’ misteriosa; abita sola?”
“Pensiamo di sì. Ha perso i genitori da qualche anno, è molto schiva, solitaria…”
Al buio, baciato da un plenilunio struggente, ammirai il suo corpo, fattosi avorio, attraverso il merletto di quella contraddittoria camicia da notte nera.
Folgorato, le amai entrambe: lei e il suo doppio.

Grazia Giordani

Data pubblicazione su Web: 18 Aprile 2006

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(Photo Alfredo Matacotta Cordella)
 

Anche questa è una splendida foto autunnale dell'amico di cui vi ho appena parlato. Quali considerazioni vi suscita? I colori delicati delle foglie? Le due panchine? Il lampione? Da ognuna di queste immagini potrebbero nascere incipit in prosa o poesia di nuovi raccontini lampo.