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Undici sculture di Virgilio Milani esposte a Palazzo Roncale

 

ARTE. Undici sculture dell’artista esposte a Palazzo Roncale

Rovigo, omaggio a Milani
protagonista del Novecento

Grazia Giordani

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giovedì 25 maggio 2017 CULTURA, pagina 48

 

È lodevole rendere omaggio a un eminente artista della propria città. E Rovigo non si lascia sfuggire l’occasione, esponendo 11 sculture del rodigino Virgiliio Milani a Palazzo Roncale, così Fondazione Cariparo rende omaggio a uno dei protagonisti dell’arte del Novecento.

Potremo ammirare 11 sculture in bronzo che la Fondazione ha acquistato recentemente da un collezionista privato al quale lo stesso artista le aveva vendute negli anni Sessanta. Un arricchimento per la già importante collezione d’arte della Fondazione, composta da oltre 400 opere. Un nucleo importante di queste opere è esposto e visibile al pubblico a Palazzo Roncale, altre sono conservate a Palazzo del Monte di Pietà a Padova o sono temporaneamente concesse in prestito a musei o enti pubblici in occasione di prestigiose esposizioni in Italia e all’estero. Beni che la Fondazione ha acquistato negli anni con l’obiettivo non solo di conservarli, ma anche di valorizzarli, facendoli conoscere al grande pubblico.

A questa logica risponde anche la scelta di ricordare nella sua città natale uno dei principali protagonisti dell’arte del Novecento italiano come Virgilio Milani, facendo tornare a Rovigo alcune sue opere. Tra i suoi principali meriti, quello di essersi saputo confrontare in modo rigoroso con l’eredità dei grandi maestri del passato, mantenendo un costante legame col suo tempo e la sua terra, il Polesine dove trascorse l’intera esistenza fino alla morte nel 1977.Nelle sculture di Milani si ritrovano una compostezza e una classicità che rimandano alla scultura del Quattrocento, in particolare ai modelli di Donatello e di Laurana. Opere dai tratti essenziali, lontane da una descrizione troppo particolareggiata dei soggetti e specchio della personalità di questo artista, refrattario per tutta la vita alle luci della ribalta.

Con l’acquisto di queste sculture e la loro esposizione al pubblico – sottolinea Antonio Finotti, presidente della Fondazione – puntiamo a far conoscere o riscoprire un rodigino di cui tutti noi siamo orgogliosi per il suo significativo contributo all’arte del Novecento. Ci auguriamo di poter realizzare in futuro alcuni itinerari guidati che, partendo dal Palazzo Roncale, portino anche alla scoperta delle opere che Milani ha realizzato per la città di Rovigo, così da dare maggiore visibilità a una figura di notevole livello culturale

Le terre del Delta nell’obiettivo di Pietro Donzelli

 

Delta del Po (D.110). Valle Pega, venditrice ambulante, 1954

FOTOGRAFIA. Dal 25 marzo a Rovigo

Le terre del Delta
nell’obiettivo
di Pietro Donzelli

Grazia Giordani

Una mostra racconta i paesaggi «senz’ombra» del Po negli anni ’50

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martedì 21 marzo 2017 CULTURA, pagina 47

«Terra senz’ombra. Il Delta del Po negli anni Cinquanta» è il suggestivo titolo della prossima mostra rodigina che aprirà i battenti, come sempre a Palazzo Roverella, dal 25 marzo al 2 luglio 2017, curata da Roberta Valtorta e promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, con la collaborazione di Silvana Editoriale.

Questa volta sarà un importante fotografo, Pietro Donzelli (Monte Carlo, 1915-Milano, 1998), testimone dell’Italia dal dopoguerra agli anni Sessanta, a parlarci con i suoi artistici click del passaggio dalla società rurale e preindustriale, alla società dei consumi. Fotografo, ricercatore, collaboratore di riviste specializzate e curatore di mostre, Donzelli è stata una figura determinante per la diffusione della cultura fotografica nel nostro Paese. È grazie alla sua instancabile attività che sono state presentate in Italia, per la prima volta, opere di Dorothea Lange, Alfred Stieglitz, dei fotografi della Farm Security Administration. A partire dal 1948 è stato tra i fondatori e gli animatori della rivista «Fotografia» e dal 1957 al 1963 è stato redattore e condirettore dell’edizione italiana di «Popular Photography» e nel 1961 e 1963 ha curato, con Piero Racanicchi, due volumi di «Critica e Storia della Fotografia»che raccoglievano testi e materiali sui più importanti fotografi della storia. Nel 1950 è stato tra i fondatori dell’Unione Fotografica che aveva tra i suoi obiettivi quello di spostare l’attenzione sul realismo in fotografia e promuovere manifestazioni di livello internazionale sostenendo la fotografia italiana all’estero.

Le sue serie fotografiche affrontano il rapporto tra l’uomo e l’ambiente in cui vive.. Ha lavorato su Milano, Napoli, la Calabria, la Sicilia, la Sardegna, il paesaggio toscano, ma soprattutto dal 1953 al 1960 sul Delta del Po e le terre del Polesine alle quali ha dedicato una grande e importante ricerca dal titolo «Terra senz’ombra».

Questa mostra presenta per la prima volta più di 100 fotografie di questa serie, molte delle quali assolutamente inedite.

In mostra anche importanti materiali di documentazioni del progetto, scritti di Donzelli, con rime di Gino Piva, geniale poeta polesano.

Il Delta del Po è un luogo mitico della cultura italiana, basterebbe pensare ad Antonioni, Visconti, De Santis, Rossellini, Soldati,Vancini, Renzi, Comencini, senza dimenticare Bacchelli, Guareschi, Govoni, Zavattini, Cibotto.

Donzelli ci regala un vero e proprio affresco umano e ambientale.

La serie «Terra senz’ombra» è considerata una dei pilastri della storia della fotografia italiana e uno dei più precoci e coerenti esempi di fotografia documentaria in cui Donzelli dimostra la sua capacità di raccontare la vera realtà umana ed ambientale tra la topografia e la sociologia.

Uno sguardo su due secoli

medardoaVirgilio Guidia

Grazia Giordani

Rovigo non si è smentita nemmeno questa volta, in fatto di mostre d’arte, offrendoci con il sintetico titolo ‹‹Al primo sguardo››, un’esposizione di alto spessore, addirittura in due sedi storiche della città. Inaugurata lo scorso 27 febbraio, resterà aperta fino al 5 giugno 2016,  promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e affidata alla consueta cura di Giandomenico Romanelli, affiancato da Alessia Vedova.

Da degustare piano come un prezioso liquore questa mostra che ha visto il suo incipit a Palazzo Roverella, dove circa duecento capolavori appartenenti alla collezione della Fondazione promotrice, sono apparsi al pubblico per la prima volta. Un viaggio di grande suggestione tra Ottocento e Novecento, con opere, fra l’altro, di Fattori, del rodigino Cavaglieri, di De Nittis, di Tullio Crali.

Ad accoglierci all’entrata, è il toccante “Bambino ebreo”, di Medardo Rosso (1858-1928), la cera della scultura così morbida e sfatta, qui ci regala la tenerezza della carne, sottolineando l’introspezione psicologica propria a questo grande modellatore d’immagini infantili.  In “Fanteria italiana”, innovativo Giovanni Fattori (1825-1908) nel suo uso del colore quale elemento costitutivo dell’immagine stessa. Incantevole Giuseppe De Nittis (1846-1884), con i colori caldi del suo “Paesagio ofantino”, “La merenda del gondoliere” di Alessando Milesi (1856-1945) è stuzzicante anche per le considerazioni sociali che ne scaturiscono.

Abbiamo ritrovato al Roverella ancora opere del rodigino Mario Cavaglieri (1887-1978) con la sua sofisticata ed inconfondibile eleganza degli interni, dentro cui si stagliano figure femminili d’incantevole bellezza. Qualche perplessità da parte nostra inerente il padovano Gruppo Enne, dove la ricerca artistica ha spesso i connotati di un divertissement visivo, piacevole all’occhio, ma non atto a suscitare emozioni. Ci è apparso molto gradito ai fruitori giovani, più staccati da concetti classici e protesi verso l’innovativo.

La seconda tappa a Palazzo Roncale  ci fa ammirare non solo la preziosa donazione di Pietro Centanini alla Fondazione, permettendo all’intero corpus di restare integro e fruibile dalla collettività, ma anche gli interni restaurati dello splendido Palazzo, degno contenitore di un magnifico contenuto. Il Cinquecento qui parla a voce alta e non ci fa meraviglia sentire che Enrico III, re Di Francia e Polonia, in un suo viaggio rodigino sia stato lieto di sostare, in tempi lontani,  fra queste mura.

La collezione Centanini è, in sintesi,  una raccolta d’arte che unisce ai molti acquisti, ben guidati,  che il collezionista aveva fatto sul mercato, il patrimonio d’arte della sua antica famiglia. Centanini indirizzava le sue scelte soprattutto sugli artisti veneti, ma anche, in omaggio alla moglie di origine partenopea, alla scola napoletana. Pur senza chiusure aprioristiche. In collezione si trovano, infatti, opere di grandissimo interesse di Palizzi, De Nittis, Lega, Ghiglia, Boldini, Fattori, Soffici, Rosai, De Pisis, De Chirico, Guttuso, insieme a Zandomeneghi, Milesi, Luigi Nono, Licata, Brass, Barbisan, ma anche dei celeberrimi Utrillo e Chagall, senza dimenticare un inedito Guidi, dal cui ‹‹Ritratto femminile›› è stata tratta l’icona della mostra. La Famiglia, invece collezionava i vedutisti e i pittori di interni, compresi alcuni magnifici Guardi.

Abbiamo gustato al Roncale una raccolta unica nella sua specificità, nata da un appassionato d’arte, presente all’inaugurazione della mostra, per il quale ‹‹ogni collezionista avveduto, che in principio può essere spinto dal semplice appagamento di egoistico desiderio di possesso, col tempo non può che desiderare che quanto da lui raccolto e amato divenga veicolo sociale di cultura››.

Fino al 5 giugno, e speriamo oltre, eccetto il lunedì,  l’esposizione a Palazzo Roverella e Palazzo Roncale, potrà essere visitata e volendo rivisitata – vista l’immensa mole di opere – sempre ad ingresso gratuito.

“Il demone della modernità” a Rovigo

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DIAVOLO CHE ARTE

«Il demone della modernità»: l’inquietudine in pittura agli inizi di un Novecento affascinato da occulto e male. Brividi evocati dalla New York fiammeggiante

Confortata dal successo dell’«Ossessione nordica», la precedente mostra a Palazzo Roverella, Rovigo persevera nel filone inquietante con «Il demone della modernità», che da oggi al 14 giugno espone nella stessa sede incubi e allucinazioni luciferine di «pittori visionari all’alba del secolo breve». Anche i cieli d’antracite polesani di quest’inverno sembrano giusto fondale alle scelte intelligenti del curatore Giandomenico Romanelli. Nelle belle sale ci si tuffa nei meandri dell’inconscio, per risalire verso luci metafisiche: montagne russe dello spirito. Un multicolore noir pittorico, quasi un thriller d’arte che fa passare dalle icone dell’universo simbolista, graziati dalla scoperta di un’arte esclusiva e misteriosa, alla rappresentazione drammatica, talvolta subliminale, della guerra come massima follia.
Impossibile tacere il raffronto tra letteratura, poesia e arti figurative. Il travaso tra le varie espressioni artistiche è imprescindibile, qui respiriamo gli spiriti oscuri e allucinati di Poe e Baudelaire, senza dimenticare echi nietzcheani che ancora pervadono il primo Novecento. Le nuove forme di vita, le metropoli, le tensioni sociali saranno colte dagli artisti che qui porranno la radice della loro modernità. Sarà proprio il disagio socioculturale a originare il nuovo lessico. Ecco da dove viene il mondo luciferino, fatto di illuminazioni sulfuree e di cupe ombre che parlano di morte.
Sedotti e seduttori ammaliano in egual misura, facendoci sostare, con animo sospeso, di fronte alle Salomé lascive, provocatoriamente danzanti, di Gustave Moreau o facendoci apprezzare la diafana finezza di Odilon Redon, per giungere alle originali interpretazioni di Max Klinger e di Franz von Stuck, entrambi allievi del grande Boecklin, di cui sono i seguaci più arditi.
L’esposizione pone in sapiente luce anche il susseguirsi delle metamorfosi. Lo stesso Alberto Martini compie una svolta, piegando la sua vena satirica e noir verso esiti di levità ammiccante. Il calligrafismo di matrice nordica mostra il suo ascendente su artisti italiani, ammiratori dei maestri tedeschi largamente accolti alle Biennali veneziane, lasciando un marchio in Guido Cadorin, Bortolo Sacchi, Astolfo De Maria e Cagnaccio di San Pietro. Cammino contrario vedremo compiere invece a Chagall che qui si allontana dal tema dei peccati capitali. E non ci stupisce, perché gli artisti sanno essere in contraddizione anche con se stessi; a loro tutto è concesso. Irrompe anche una modernità inquieta e tempestosa, prefiguratrice di morte e, nel contempo, sfrenata celebratrice di un vitalismo scoppiettante, proteso verso nuovi lessici, nuove conquiste e nuovi miti. Le contaminazioni tra i generi s’intrecciano, si accavallano, quasi giocano un estroso pingpong che rende sempre più inquietante il viaggio tra le tele. Quelle che Gennaro Favai realizza in occasione del suo viaggio a New York negli anni Trenta, sono lo specchio della metropoli americana dal dinamismo elettrico. Favai non può più essere letto alla stregua di un vedutista superato, mostra di essere l’interprete di un mondo che guarda avanti. Le sue immagini di New York dialogheranno in chiusura con il cinema impressionista fine anni Venti.
Si esce con gli occhi pieni di stimoli da autori quali James Ensor, Franz von Stuck, Odillon Redon, Boeklin, Moreau, De Maria, Martini, Cadorin, Cagnaccio, solo per citarne alcuni: una polifonia di immagini che si contrappone alla musica di Wagner, in una mostra che evidenzia ciò che pareva desueto, affascina chi sia disposto a farsi almeno un po’ tormentare.

Grazia Giordani


Ieri , è stata per me una mattinata di particolare soddisfazione giornalara, perché Arena, Giornale di Vicenza e Bresciaoggi hanno preso il complesso dei miei articoli sull' Ottocento elegante a Rovigo e a Fratta.
Rispetto alle città venete più grandi ed importanti, il piccolo capoluogo polesano ha sempre giocato in minoranza. Ma l'intelligente sinergia di enti interessati a valorizzarlo, stanno riscattandolo con mostre d'arte – a tutt'oggi di grande successo.

Martedì 08 Febbraio 2011

  • CULTURA,
  • pagina 48

    Grazia Giordani

    Il tema della borghesia da grandi salotti continua a ispirare le mostre a Palazzo Roverella di Rovigo, finora con successo. Chi ha apprezzato l'esposizione dedicata al rodigino Mario Cavaglieri (1887-1969) sul bel mondo d'epoca, retrocedendo di qualche decennio, ritroverà nell'esposizione «L'Ottocento elegante. Arte in Italia nel segno di Fortuny, 1860 – 1890» soprattutto la borghesia che si compiace di essere in posa, quasi si guardasse allo specchio, felice del suo lusso e della sua spensieratezza. Inaugurata lo scorso 29 gennaio, l'esposizione resterà aperta fino al 12 giugno, cogliendo anche l'occasione di sottolineare il periodo postunitario, dando modo di vedere e comprendere la società italiana di 150 anni fa, quasi sfogliando un album pittorico in cui brillano i nomi di Mariano Fortuny senior, di Giovanni Boldini, di Giuseppe De Nittis, di Domenico Morelli, di Giacomo Favretto, di Edoardo Tofano.
    Come si evince dal titolo, la mostra ruota attorno al grande catalano Mariano Fortuny che ha ispirato buona parte degli artisti contemporanei, qui esposti, pur non sopraffacendo la loro inclinazione naturale. Notevole, del maestro, per bellezza compositiva, La Masquarada, acquerello su carta. L'orientalismo di Fortuny, divagando dall'Islam al Giappone, suggerisce ai suoi proseliti immagini diCome si evince dal titolo, la mostra ruota attorno al grande catalano Mariano Fortuny che ha ispirato buona parte degli artisti contemporanei, qui esposti, pur non sopraffacendo la loro inclinazione naturale. Notevole, del maestro, per bellezza compositiva, La Masquarada, acquerello su carta. L'orientalismo di Fortuny, divagando dall'Islam al Giappone, suggerisce ai suoi proseliti immagini di bazar, venditori di tappeti, beduini e cammelli, in piena sintonia col gusto per l'esotismo che si era diffuso nella cultura figurativa della seconda metà dell'Ottocento. Seguaci di Fortuny, fra i tanti, in questa direzione, Domenico Morelli e Alberto Pasini.
    Voluta, come nelle sei esposizioni precedenti a Palazzo Roverella dalla proficua sinergia della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, del Comune e dell'Accademia dei Concordi, curata da Dario Matteoni e Francesca Cagianelli, diretta da Alessia Vedova, questa mostra regala un bel sogno agli appassionati d'arte, in momento di difficoltà economiche e sociali per la nostra nazione e non solo, offrendo una carrellata di grandi speranze e di gioiosi propositi, tenendo conto del fatto che l'Italia postunitaria non doveva essere poi tutta rose e viole. Ma la sofferenza e le miserie reali e spirituali non sarebbero gratificanti e consolatorie per il fruitore, quanto lo spettacolo di un mondo visto attraverso gli occhiali rosa dell'ottimismo.
    A dire il vero, non mancano puntate anche nella sfera dei meno privilegiati, della gente comune. Vedasi il Pastorello in ciocie di Antonio Mancin, o Lo sposalizio in Abruzzo di Marco De Gregorio. Ma sono solo momenti, sempre espressi con grande eleganza, rispetto alla nota insistita della gente del beau monde, quella che può ristorarsi, mollemente adagiata sul divano, Dopo il ballo di Attilio Simonetti. La tela Ritorno dal ballo di Giuseppe De Nittis, appare tanto affascinante nella rappresentazione delle due figure femminili così voluttuose e sensuali, che avrebbe potuto essere addirittura icona della mostra, se l'esigenza di sottolineare il valore simbolico del ventaglio, quasi un codice femminile, dietro cui nascondere allusioni ed ammiccamenti, non avesse fatto cadere la preferenza appunto sulla Donna con ventaglio di Edoardo Tofano. Delizioso e attuale nella sostanza, se non nell'aspetto formale, Gossip di Giovanni Boldini.
    A proposito del tema forte dell'esposizione, al cadere degli anni Ottanta il pittore e critico pugliese Francesco Netti scriveva che i protagonisti dei ritratti «ritrovan se stessi in quelle opere. Vedevan le stesse stoffe che avevano addosso, i tappeti che avevano a casa, il lusso nel quale vivevano, e poi scarpe di raso, mani bianche, braccia nude, piccoli piedi, teste graziose. Quelle figure dipinte stavano in ozio tali e quali come loro…» Uno dei meriti di questa esposizione è quello di aver ridato luce ad artisti che, ritenuti calligrafici, erano stati addirittura dimenticati nei sotterranei di musei, osteggiati soprattutto dall'ostilità dei macchiaioli. Sarà stata oleografica buona parte della loro ispirazione, ma è giusto che questi autori rivivano un momento di luce, soprattutto per completezza  d'in formazione artistica

     E A FRATTA C'E' IL FORTUNY COSTUMISTA

     In contemporanea alla mostra rodigina sull'«Ottocento Elegante» è aperta a Fratta Polesine un'appendice dell'esposizione con il titolo di «L'altro Fortuny. L'eleganza nuova». La mostra è allestita proprio nelle splendide stanze della famosa villa Badoer, capolavoro del Palladio. Sebbene Fratta sia un piccolo centro polesano, vanta le sue glorie storiche e culturali: qui si distinse la Carboneria, in epoca di dominazione austriaca, qui è nato Giacomo Matteotti (e il prossimo 10 giugno verrà inaugurato il museo ospitato nella sua casa natale) e proprio in questo luogo, tra ville venete di rara bellezza, si trova il museo del bronzo più antico d'Europa. Per allestire la mostra intitolata a Mariano Fortuny figlio, i curatori si sono avvalsi della piena collaborazione dei Civici Musei Veneziani e in particolare dei responsabili del Museo di Palazzo Fortuny. Di là sono pervenuti i preziosissimi manufatti di un artista che ha percorso molteplici vie, intersecando la pittura pura con quella dell'estroso artigianato, tanto che lo potremmo persino pensare uno stilista di moda ante litteram, creatore di sontuosi broccati. Geniale a tuttotondo. Incisore, scenografo, fotografo, questo spagnolo italianizzato, protagonista del beau monde, partecipa a Venezia del più esclusivo salotto di intellettuali del suo tempo. Wagneriano, ammirato da Proust, vestirà Isadora Duncan, la ballerina che affascinava il mondo con il suo stile e con la sua vita non convenzionale, con i suoi abiti trasgressivi. Un artista globale, di tutto rispetto, vera icona di preziosa raffinatezza. Attorno alle due mostre ruoteranno eventi, concerti e conferenze. G.G.

    ROVIGO «Ottocento Elegante. Arte in Italia nel segno di Fortuny, 1860-1890». Mostra a Rovigo, Palazzo Roverella, via Laurenti 8/10, 29 gennaio-12 giugno 2011. Informazioni: Palazzo Roverella, telefono 0425.460.093. Orari di apertuta: feriali ore 9-19; sabato ore 9-20; festivi ore 9-20. Chiuso i lunedì non festivi. Biglietto 9 euro, 12 euro con l'altra mostra di Fratta. Catalogo Silvana Editoriale. http://www.ottocentoelegante.it
    FRATTA POLESINE «L'altro Fortuny. L'eleganza nuova», Villa Badoer di Fratta Polesine (Rovigo). Feriali e festivi: 10-13; 14-19. Chiuso i lunedì non festivi. Per informazioni, telefono 0425.21530. Biglietto 5 euro. (g.g.)
     
     

     
     

     

  • Giorgio Morandi. L’arte dell’incisione

    Ferrara

    Palazzo dei diamanti

    5 aprile – 2 giugno 2009

    natura morta con compostiera bottiglia lunga e bottiglia scannellata

    Mi ha suscitato profonda emozione visitare la mostra ferrarese dedicata a Giorgio Morandi (1890-1964), autore particolarmente caro al mio cuore anche per la grande e fraterna amicizia che lo ha legato a mio padre, lo scultore Giorgio Giordani (1905-1940), entrambi bolognesi.  "Tornare a guardare l’incisione di Giorgio Morandi – afferma il curatore dell’esposizione Luigi Ficacci nel suo colto saggio introduttivoi – è l’intento di questa mostra. Dopo le grandi interpretazioni contemporanee alla sua opera – Longhi e Lionello Venturi, Brandi e Arcangeli -, tutte fondamentali, anche nelle loro divergenze, in questi ultimi decenni, inevitabilmente, a svilupparsi è stato piuttosto il lavoro filologico che non la pura interpretazione della poetica(…) Risulta indispensabile, proprio a seguito di quell’approfondimento del contesto, tornare a guardare l’opera e leggerla con quella disposizione all’analisi dello stile che non può dirsi effettuata una volta per tutte, ma richiede una revisione ad ogni incremento di conoscenza, per quanto riguarda il passato e ad ogni mutazione di disposizione estetica, per quanto riguarda il presente"

    Il saggio di Ficacci è molto profondo e merita un’attenta e meditata lettura, in particolare per quanto concerne le schede che accompagnano nello specifico le incisioni, a torto ritenute arte ausiliaria e minore, rispetto alla pittura dell’artista espressa in risvolti cromatici

    Deliziose le zinnie del 1931 che qui vedete in acquaforte

    Delicatissima questa acquaforte a tratti assai sottili

    Tipica dell’artista questa natura morta con bottiglie. Morandi usava quasi sempre gli stessi temi e gli stessi oggetti. Eppure non era ripetitivo. E anche nelle sue famose incisioni era dotato di tale talento da dare l’illusione del colore anche nel bianco nero delle incisioni,  con abile gioco di luci ed ombre, con dei bianchi assoluti, soltanto suoi, così come nella pittura aveva degli azzurri, toccanti, che mio padre definiva "commoventi".

    Un raro paesaggio di Morandi. "Casa a Guizzana"

    https://i1.wp.com/www.studioesseci.net/allegati/mostre/463/96a.jpg

    "Natura morta con cestino del pane" in Galleria degli Uffizi a Firenze

    Una mostra per raffinati, per coloro che amano gustare l’essenza dell’Arte (g.g.)

    Déco, vent’anni di eleganza

    Sabato scorso è stata veramente una giornata speciale. Al cielo d’antracite e alla mattinata piovosa faceva da controcanto la gioia di recensire una mostra d’arte di alta qualità. Rovigo sta uscendo dall’anonimato, in cui era sempre vissuta, per merito di esposizioni di raffinato livello. Chi fosse interessato, può leggermi qui