Archive for febbraio 2014

OSSESSI DAL NORD

OSSESSI DAL NORD

Gli autori del Settentrione europeo e gli emuli italiani a confronto. Una mostra ricrea quel «contagio» che si verificò alle Biennali di Venezia tra i due secoli

Vuole ricreare il fascino di un clima artistico e dell’estremo Nord la mostra che si apre sabato al Palazzo Roverella a Rovigo: riprodurre l’emozione suscitata alle Biennali veneziane quando, tra il cadere dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo, arrivarono le opere di tedeschi, scandinavi, svizzeri e l’arte italiana subì una scossa. Dalla folgorazione all’«Ossessione Nordica», come si intitola la mostra, «Boecklin, Klimt, Munch e la pittura italiana».
I paesaggi descritti in letteratura anche da Selma Lagerloff, i ritratti e le scene d’interno, sono ancora in grado di coinvolgerci, attratti come siamo dal non-consueto, ritrovando qui luoghi reali e fantastici dove sentimenti profondi, miti, sogni e simboli hanno messo radice. Gli artisti italiani dell’epoca non seppero sottrarsi a questa fascinazione, stregati dalle opere di Klimt, Boecklin, Hodler, Klinger e Munch.
L’espressione che dà titolo alla mostra fu inventata nel 1901 da Vittorio Pica, il critico più à la page. «Parecchi dei nostri pittori», scrisse, «specie se veneti o lombardi, si appalesano profondamente influenzati dall’arte nordica, tanto da rinunciare ad alcuni tradizionali caratteri dell’arte italiana per presentarsi camuffati da Scozzesi, Scandinavi o Tedeschi».
Cammuffamento? Giudizio sbrigativo per un percorso intellettuale prima ancora che artistico, ricco di poliedriche sfaccettature, frutto di differenti sensibilità. La mostra farà constatare dal vivo come Boecklin, Hodler, Klimt, Klinger, von Stuck, Khnopff — e gli Scandinavi di varie tendenze come Zorn, Larsson e, ovviamente, Munch — abbiano marchiato l’immaginario creativo.
In Boecklin, la cui influenza sembra essere la più prepotente e incisiva nel percorso espositivo, colpisce soprattutto l’approccio calmo e grandioso con la natura e l’attenzione per i notturni e il tema del sogno. Si sosta con interesse nelle diverse sezioni: Centauri, Tritoni, Sirene dalle Alpi alla Laguna, dal Simbolo alla Natura: Gente del Nord; la Poesia del Silenzio; Il paesaggio dell’Anima: Neve e Fiordi, il Tempo e le Stagioni; le Maschere e i Volti; Venere senza Pelliccia; Virtuosismi in nero.
La mostra presta un’attenzione particolare al momento «svizzero» della cultura tedesca (Boecklin e Hodler) come ai grandi viennesi e tedeschi (Klimt, Klinger e von Stuck) impegnati tra evocazioni mitologiche e interpretazioni simboliste dei miti, nonché della Belle Époque mitteleuropea.
Per capire in che modo hanno subito l’influenza nordica i nostri artisti, basterebbero alcuni nomi che qui incontriamo in mostra: dal De Chirico premetafisico, con il fratello Savinio, da De Carolis e i dannunziani a De Maria (il pittore delle lune); da Sartorio a Laurenti, per giungere a Bonazza, quasi un Hodler minore, non trascurando il più klimtiano dei paesaggisti nostrani, l’elegante e raffinato Wolf Ferrari.
Scrive il curatore, Romanelli: «Si pensi solo, per citare uno dei nodi più intricati e, insieme, più affascinanti, al groviglio di tematiche che si agita attorno a personalità quali Boecklin e Klinger; e poi, però, seppur per strade diverse, a Stuck e De Chirico, Savinio e lo stesso Klimt; e gli agganci letterari e filosofici da Nietzsche a Burckhardt; ma anche Bachofen e von Hofmannsthal e addirittura D’Annunzio. Qui la cifra esoterica si mescola in poeti e visionari con un’insaziabile sete di classicità pagana non meno che di sprofondamento della coscienza dentro abissi mistici piuttosto che in religiosità nere e blasfeme, come in Khnopff e soprattutto in Rops».
Di fronte a questa «questione settentrionale» artistica, bisogna, comunque, ammettere che gli artisti italiani, pur ammaliati dallo charme nordico, raramente ne eguagliano il talento, perché il paesaggio esterno e interiore è inimitabile se non fa parte del corredo intimo e congenito all’artista.

Grazia Giordani

 

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I fratelli Rico

Ma Simenon è grande pure all’americana

Si ha l’impressione che l’autore voglia provare a far senza Maigret La prova gli è riuscita bene

Georges Simenon

Georges Simenon

Con I fratelli Rico (Adelphi, 172 pagine, 18 euro, traduzione di Marina Di Leo) si ha l’impressione che Georges Simenon voglia quasi dimostrare a se stesso e ai suoi lettori di saper scrivere un romanzo d’ambientazione mafiosa, sul genere dei suoi colleghi americani, probabilmente suggestionato anche dal luogo in cui si trovava, Lakeville (Connecticut).
Simenon non delude i suoi appassionati, anche se la loro preferenza corre alle sue opere d’impronta belga o francese, Il romanzo, pubblicato nel 1952, ebbe grande successo, tanto che nel 1958 uscì nelle sale cinematografiche il film The Brothers Rico (i diritti se li erano contesi ben tre produttori, e alla fine era stato William Goetz a spuntarla), con Richard Conte nel ruolo principale. Eddie, il primogenito — detto il Ragioniere, per la sua pignoleria nell’attenersi alle regole — Gino, il fratello di mezzo — killer naturale del gruppo, per la prontezza con cui sa sparare — e Toni, il minore e il più bello dei tre, formano un terzetto di malavitosi d’origine italiana, cresciuti nelle strade di Brooklyn, dove hanno cominciato, ciascuno secondo le proprie inclinazioni, a lavorare per l’ «organizzazione».
Sulle prime, Tony si limita a guidare le macchine, Gino è pronto col dito sul grilletto, mentre Eddie diventa rapidamente un piccolo boss. Il maggiore dei fratelli Rico abita in Florida, «dove il sole sorgeva in modo repentino, non c’era l’alba», in una bella casa nuova, di un candore luminoso, da lui denominata Sea Breeze, Brezza di mare. È felice, al fianco di un moglie innamorata e premurosa e di tre belle figlie. Controlla il settore del Golfo del Messico e tutti lo rispettano, dai gestori delle sale da gioco agli sceriffi.
Quando le cose sembrano filare lisce, nel consueto trantran mafioso, arriva una lettera da parte della madre a creargli inquietudine. «Venerdì scorso è passato a trovarmi Gino, aveva l’aria stanca».
Non solo la situazione di Gino, che pare sia costretto ad espatriare, ma anche e ancor più quella di Toni, ammogliatosi alla chetichella con una lituana, sembra preoccupare fortemente la madre, stando alla sua lettera sibillina.
Per una serie di circostanze c’era il fondato sospetto che Tony avesse intenzione di collaborare con la polizia — visto che tanti pezzi da novanta all’improvviso dimostrano interesse a sapere dove si nasconda — e la cosa avrebbe costituito una minaccia per l’intera organizzazione gestita dal boss Sid Kubik nella quale lavoravano i fratelli Rico. Eddie era un impiegato di fiducia all’interno della cosca criminale, rispettosissimo delle regole, «non per paura, come la maggior parte degli altri, ma perché capiva che era indispensabile».
Eddie è dunque un gangster che non si è mai sporcato le mani di sangue, ma che diverrà consapevole, seppure nella sua distorta ottica, di esser diventato innocente strumento di morte.
Si legge d’un fiato questo thriller, avvincente per l’inquietante clima d’attesa e per il senso dell’inevitabile dramma che sa creare.
Grazia Giordani

Film parlato e altri racconti

Irène Némirovsky grande anche nel cortometraggio

Esce «Film parlato e altri racconti» dalla valigia dei manoscritti salvati

Continuano a uscire tesori dalla valigia di pelle, salvata dalla furia nazista da Denise Epstein, lascito della madre finita nei lager, la mai abbastanza compianta scrittrice Irène Némirovsky (Kiev 1903-Auschwitz 1942). Dopo i capolavori Suite francese, David Golder, I falò dell’autunno, solo per citare tre fra i grandi romanzi di Irène, ora Adelphi presenta Film parlato e altri racconti (198 pagine, 17 euro, traduzione di Marina Di Leo, a cura di Olivier Philipponnat). Ispirato, con effetti di trascinante suggestione, alla tecnica cinematografica, Film parlato è una lunga sceneggiatura inedita che mutua dal cinema le caratteristiche. Racconto, scenografia, dialoghi e didascalie sembrano snodarsi sotto i nostri occhi, col fluire di un sinuoso fiume, fatto di campi lunghi, flashback, dissolvenze incrociate, carrellate, ablazioni temporali. Némirovsky si rivela inventrice della «penna-cinepresa», accolta, dopo un ventennio, dal nouveau roman. Incipit in presa diretta: «Vocio confuso e soffocato che monta e si avvicina rapido come un’onda sulla superficie del mare. Piove. I palazzi sono immersi nell’ombra e nella foschia; i potenti fari di un’automobile in corsa fendono la nebbia; i marciapiedi e il teatro dell’ Opéra, sferzati dal temporale, luccicano come specchi scuri. Parigi, fine marzo, crepuscolo». Entriamo dentro questo film fatto di parole che diventano immagini, suoni, voci, atmosfere, stati d’animo, immalinconiti al pensiero che alcuni racconti di questa silloge sono stati scritti dall’autrice tra un romanzo e l’altro, rifugiatasi in campagna dalla Parigi occupata nel vano tentativo di sfuggire ai tedeschi. Non varrà a nulla la formale conversione al cattolicesimo per evitare a lei e al marito il destino segnato per gli ebrei. I racconti scritti in quel doloroso periodo doveva pubblicarli su riviste e firmarli con uno pseudonimo. Nel 2009 Olivier Philipponnat, suo principale biografo, ne raccoglie dodici in un volume, intitolato Les Vierges et autres nouvelles, ora riproposto da Adelphi con titolo mutato, dando peso speciale a Film parlato, sorprendente per le ragioni già esposte, in pieno carattere con la capacità della scrittrice di dare ritmo ai dialoghi, più volte anche nei suoi romanzi di successo, come il David Golder, rivelatasi capace di regalare allure cinematografica alla sua scrittura. Per molto tempo, appassionata lettrice di Cecov, Irène considerò il racconto l’unico formato adatto a raccogliere i suoi penosi ricordi di un’infanzia amareggiata da una madre fatua, bellissima quanto egoista. Questa sofferenza infantile fa da sfondo a rocambolesche fughe dalla rivoluzione russa e da altre peripezie. Una vita di contraddizioni per Iréne, ebrea per nazisti e loro fiancheggiatori di Vichy e rinnegata dagli ebrei. Una giovinezza piuttosto agitata, nel troppo lusso. Una maturità consapevole di moglie e madre attaccatissima alla sua nuova famiglia. Nei racconti della silloge serpeggia costante il suo pensiero dell’impotenza umana nei confronti di un ineluttabile destino. La vita appare come una strada di dolore e contrasti, devastanti delusioni. Schegge di vita, questi racconti, acuminati come lame, pronti a creare un mosaico nelle cui tessere si specchia una ferita perenne, incapace di trovare guarigione, una testimonianza che resta scritta nei nostri cuori, coinvolgendoci in un transfert di addolorata ammirazione.

Grazia Giordani

La storia del silenzio

Vasta eco al nulla Scrivi sul silenzio che farai rumore

Romanzo di coniugi senza dialogo Un Zarraluki eloquente sull’afonia

Pedro Zarraluki

Pedro Zarraluki

L’ossimoro fa divorare le pagine: La storia del silenzio del catalano Pedro Zarraluki (Neri Pozza, 158 pagine, 15,50 euro) è romanzo solleticante, fuori dagli schemi. Attorno ai protagonisti — uno scrittore, voce narrante senza nome, e Irene, la moglie — brulica una canea di amici goderecci, impegnati in festini e continue libagioni. Quando spira aria di fallimento, anche nel campo del lavoro, ai due personaggi principali nasce l’idea di scrivere «un romanzo sul silenzio». Progetto che non andrà mai in porto, restando sempre in fieri nel corso di questo metaromanzo, e che, per associazione di idee fa ripensare a L’alternativa nomade (Adelphi) di Bruce Chatman, partecipe dello stesso mutilato destino.
La ricerca del silenzio in tutte le sue forme letterarie, dalle biografie ai trattati, ci regala un’imperdibile passeggiata dalle pagine Scott Fitgerald ai resoconti di riti tribali sudafricani, dai racconti di W.H. Auden ai saggi di Montaigne.
Eppure, il vero silenzio è nella relazione tra i protagonisti, nella caduta capacità di comunicare dopo cinque anni di matrimonio, divenuto un silenzio assordante, proprio quando lo scrittore e Irene si sono persi incondizionatamente dentro le tortuose ricerche di tutte le forme di silenzio per eternarle dentro il loro romanzo.
Imprevedibile, ironico, tagliente, erotico, Zarraluki s’impossessa della nostra attenzione, anticonvenzionale, addirittura rivoluzionario nella sua idea dei rapporti di coppia, sostenitore come sembra del principio dell’attrazione posizionato nell’occultamento, per cui sarebbe rischioso dirsi tutto, visto che i sentimenti si nutrono di segreti. E crudeltà e tenerezza dovrebbero convivere per dare sale alla vita di coppia. Per «toccarsi, accarezzarsi», scrive, «incollarsi pelle a pelle» occorre restare intimi sconosciuti. Insomma, se ci dicessimo tutto, in amore, violeremmo un imprescindibile enigma.
Si può condividere o rifiutare questo anomalo modo di interpretare la vita amorosa, ma si è irretiti dalla prosa impeccabile, trascinati dentro il volubile serpente della narrazione, di cui è d’obbligo tacere l’epilogo, per nulla meravigliati dal fatto che l’autore abbia guadagnato in patria il prestigioso Premio Nadal.
A chi, intervistandolo, gli ha chiesto il motivo della rinuncia a una limpida relazione tra uomo e donna, senza reticenze, lo scrittore catalano ha, fra l’altro, risposto: «Nella mia generazione (sono nato nel 1954) da giovani avevamo il vizio di dirci sempre la verità. Quell’abitudine provocava tremendi litigi, che ricordo quasi con tenerezza. Questo mi ha insegnato a perdonare. Tuttavia, in una coppia dirsi tutto è impossibile. E inutile. Spesso noi stessi non comprendiamo ciò che ci succede. E che serve confessare al partner che stai soffrendo di tristezza post coitum, se tutto è andato alla perfezione? Può risultare aggressivo. Quando la mia compagna resta assorta davanti a una finestra, se le chiedessi a cosa sta pensando, avrei la sensazione di farle violenza».
Grazia Giordani

La rivelazione greca

UNA CROCE OLIMPICA

Simone Weil: «Il Vangelo ultima forma del genio greco come l’Iliade ne è la prima». La filosofa dei paradossi che nei suoi studi classici innalza l’uomo a «più di Dio»

Simone Weil volontaria repubblicana alla guerra civile spagnola, 1936

Simone Weil volontaria repubblicana alla guerra civile spagnola, 1936

Lascia un segno profondo nella coscienza la lettura di un testo prodigioso come La rivelazione greca di Simone Weil (498 pagine, 28 euro) che Adelphi propone, tradotto e chiosato da Maria Concetta Sala e Giancarlo Gaeta. Per la prima volta, possiamo incontrare un corpus organico di saggi, traduzioni, articoli e appunti inerenti la civiltà greca cui Simone Weil intensamente lavorò dal 1936 al 1943.
La grecità intesa e filtrata attraverso l’estremo sentire di questa pensatrice assume un significato del tutto nuovo poiché in essa non ci viene proposta una realtà del passato, un’epoca lontana, come siamo stati da sempre abituati a considerarla.
Amareggiata dagli orrori della guerra, che vive in prima persona, la filosofa mistica trova nella Grecia un’attualità salvifica espressa nell’Iliade, nei testi orfici, pitagorici, in Sofocle, Eschilo, Platone, per giungere a Cristo, a una visione ideale, anche se discutibile, della purezza evangelica.
Le pagine, in apertura del libro, che raccontano alcune tragedie di Sofocle, rientrano nel progetto della Weil di rendere comprensibili alle masse i capolavori della poesia greca, a suo avviso, più acclaranti la condizione umana — oppressa dalla sventura e dall’oppressione — di qualsiasi opera letteraria moderna. Il saggio L’Iliade, o il poema della forza è l’esempio più lampante dell’intento di sottolineare il valore di difesa di quanti si sentono «abbandonati da Dio e dagli uomini». In effetti, la pensatrice è la prima a cogliere nel poema omerico «il sentimento della miseria umana» per cui il Vangelo diviene «l’ultima e meravigliosa espressione del genio greco, come l’Iliade ne è la prima».
Il pensiero spesso sopra le righe della Weil non nasce solo da studi teorici, prende sostanza anche da esperienze reali, vissute sulla sua pelle. Il 4 dicembre del 1934 era entrata in fabbrica come operaia alle presse, non per ragioni politiche, come si potrebbe credere, in linea col suo marxismo eretico, ma per provare sul suo stesso corpo cosa significasse la necessità. Così conobbe, senza filtri, la costrizione assoluta e l’umiliazione, la meccanica ripetizione, come se fosse diventata una cosa e non più una persona.
Da questa difficile esperienza sgorgherà la sua personale lettura dell’Iliade, per cui la forza assume due aspetti, secondo che la si consideri dal lato di chi l’impone o da quello di chi la subisce. La storia greca aveva trovato il suo incipit in un terribile crimine: Troia distrutta e arsa, massacro di guerrieri, donne e bambini. Da questa carneficina nasce il rimorso che grava su tutta la civiltà greca, e, quindi, su tutta la Storia che ne conseguì.
Nella singolare ottica weliana, in contrasto con la biblica Genesi, la creazione del mondo non è stata un atto di espansione di Dio, ma una follia, perché Dio, per fare spazio all’umanità, si è nascosto nei luoghi in cui viveva prima della creazione, lasciando il posto a noi esseri umani. Cristo è colui che si è incarnato e ha patito sul suo corpo lo strazio dell’umanità. Sulla croce viene abbandonato da Dio. «Egli è più assente di un morto, più assente della luce in un carcere completamente tenebroso».
A causa della sofferenza, alla pensatrice l’uomo appare addirittura superiore alla divinità, poiché «Dio ha dovuto incarnarsi e soffrire per non essere inferiore agli uomini». Con una capriola nel paradosso, terreno che soprattutto le appartiene, la filosofa chiude il suo pensiero affermando che se sapremo scendere nella profondità della sventura, come i tragedi greci e come Omero, ritroveremo la sofferenza redentrice, e quindi anche l’amore di Dio.
È straziante e difficile da condividere questa visione agnostica, lontana dall’ortodossia, ma Simone Weil va letta soprattutto con interesse filosofico-letterario, evitando di lasciarci coinvolgere dalla tenaglia furibonda dell’angoscia esistenziale che permea tutto il suo pensiero.
Grazia Giordani

Operaia, combattente nonviolenta e ascetica

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  • Simone Weil (Parigi, 1909 – Ashford, 1943) nata da una famiglia ebraica non osservante, nel 1931 si laurea in filosofia e comincia a insegnare in licei di provincia, militando nei movimenti dell’estrema sinistra rivoluzionaria. Nel 1934 abbandona l’insegnamento, per dedicarsi al lavoro manuale in fabbrica, lavorando come fresatrice alla Renault. Farà, quindi, un viaggio in Portogallo, per avvicinarsi al cristianesimo. Confida di «sperimentare sulla pelle» l’intima affinità che esiste tra la figura di Cristo e quella di tutti i poveri che vivono sulla Terra. Politica e religione formano una miscela esplosiva nel suo cuore, tanto che nell’agosto del 1936 parte per arruolarsi nelle file degli anarco-sindacalisti nella guerra civile spagnola. Sconvolta dai massacri e dalle faide sanguinose tra fazioni nelle file repubblicane, lei che aveva sognato la rivoluzione, si radica nella scelta nonviolenta e parte per Assisi alla ricerca di pace spirituale. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, si rifugia con la famiglia a Vichy, fuori dalla zona di occupazione tedesca in Francia, ma si convince che contro il nazismo è necessario combattere e prende contatto con gli ambienti della Resistenza; nella primavera del 1941 viene interrogata dalla polizia, con il rischio di essere arrestata. Nel 1942 riesce a salvarsi, rifugiandosi con i genitori a Casablanca ed emigrando da là negli Stati Uniti. Ma riattraversa l’oceano per unirsi in Inghilterra alla France Libre di De Gaulle: spera di rientrare clandestinamente in patria per partecipare attivamente alla Resistenza. Già stanca e malata, provata dalle numerose sofferenze a cui aveva volontariamente sottoposto il suo fisico in un tentativo di comunione estrema con i poveri e con Dio, muore di tubercolosi nel sanatorio di Ashford il 24 agosto 1943. I suoi scritti, sparsi in molteplici quaderni, venuti alla luce soprattutto grazie all’interesse di Albert Camus, sono stati pubblicati quasi interamente postumi e costituiscono un laboratorio di pensiero e di poesia di altissimo livello.G.G.