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Ippolito si sveglia …

Ippolito si sveglia

Un lembo del lenzuolo, ricadutogli sulla guancia, gli fece l’effetto di una carezza. Aprì gli occhi piano, per avere un impatto lieve con la realtà. La sua stanza era sempre la stessa, immersa nella trasparente penombra del mattino. Ripensò all’omicidio appena commesso. Si svegliò del tutto. Sperò che fosse stato un incubo. Scese dal letto. I suoi calzoni pendevano molli dalla seggiola. Erano senza bretella rossa.

Nell’uscire dalla camera, fu accolto dal gatto che inarcò, con gesto insinuante, la schiena. I muscoli si tesero sotto il mantello color grano maturo. Sembrava un micio (o una micia? Non si era mai dato pena di appurarne il sesso) senza pensieri, morbidone e languido già di primo mattino.

Scendendo in cucina, Ippolito notò in Armida, la fedelissima colf, qualcosa di nuovo: calze di maglia velate sostituivano quelle a trama grossa. Si accorse così che anche Armida aveva le gambe. Il caffèlatte gli parve più ristoratore del solito. Si sentì vivo. Forse non era così vecchio e in panchina, come ormai da anni si credeva. Si guardò nello specchio dell’entrata: gli abiti erano logori, non certo all’ultima moda, ma la sua figura possente conservava il fascino della forza, l’immagine di quel vigore virile che la donna si aspetta dall’uomo.

Fece il numero di telefono di Giovanna. Segnava occupato. Questo fatto gli aprì una speranza. Dunque, era stato un incubo. Se stava telefonando, era viva. La realtà slittava. Gli elementi onirici si intrecciavano all’accaduto in nodi maligni, creando prospettive allucinanti, presenze deformate. Lo prese un’inquietudine febbrile, un malessere che contrastava col senso di vita piena, di giovinezza ritrovata, che gli pulsava dentro. Riprovò a fare il numero telefonico: le mani gli tremavano. Sempre occupato. Chiamò l’addetto agli apparecchi guasti: quello di Giovanna Guardi aveva dei problemi. Quindi, il dubbio restava tale.

Uscì, acquistò il quotidiano e lo scorse senza leggerlo. Sostò un po’ ai giardini pubblici. Bambini vocianti rincorrevano – senza convinzione – una palla scolorita. Pensò che anche lui, da giovane, avrebbe potuto sposarsi. Respinse l’idea col gesto di quando si scaccia un insetto molesto.

Ripensò a una sua compagna di studi, rimasta nubile, ora isterica, esagitata insegnante. No, no – si disse – grazie no. Sorrise fra sé.

E quella ragazza bionda che abitava poco distante dalla fattoria dei Fiamma, sottile nella figura, lo sguardo chiaro, di poche parole?

Avrebbe potuto essere una buona moglie-serva; d’altra parte non era del tutto certo di gradirla in altra veste; da sempre considerava la dona priva del peso del pensiero, un gingillo con cui era meglio non giocare troppo, per non annoiarsi in fretta.

La donna di carne era una gran “rottura”; meglio certamente crearsene una su misura, fantastica, iperurania (come gli piaceva questo aggettivo mutuato da Dante!), senza le miserie della donna vera.

Anche Giovanna, la sua ex allieva ritrovata, non avrebbe sostenuto la “candidatura”: troppo aggressiva e adorante, insomma, una rompipalle.

«Mi ami, e sei sicuro, e quanto e per sempre?»

Ripensò alle mani piccole e carezzevoli di lei, sempre cariche di anelli, morbide come il tocco del lenzuolo, al suo risveglio, quel mattino.

Rivide, confusamente, la scena del garage del giorno precedente.

Vera o sognata?

Indugiava nell’appurarlo, non voleva del tutto saperlo.

Il sole brillava offensivo, fuori dalla finestra, aumentandogli la sensazione di vivere nel prolungamento di un inganno. Sentiva dissolvenze di voci all’esterno, come se anche le voci avessero potere di proiettare un’ombra, un riflesso di enigmi sottili, un mistero senza soluzione, malinconico come un giorno di pioggia, inquietante come un sogno cruento.

Sostò un attimo al bar.

Gli avventori – sempre gli stessi – lo guardavano impassibili.

Il caffè gli scese in gola viscoso, senza aroma. Eppure, nonostante il clima di irrealtà dentro cui stava piombando, si sentiva più vivo di un tempo.

Si diresse, con passo pesante, verso il garage (non si legge nei migliori gialli che l’assassino torna sempre sul luogo del delitto?); l’auto era al suo solito posto; la sedia impagliata lievemente spostata. Non v’erano tracce di sangue, né scritte sul muro, ma nell’aria gli parve di sentire tracce del profumo di Giovanna. Era come se – su quelle note speziate e sensuali – persistesse la presenza di lei, come se gli oggetti e l’aria stessa fossero lei, permeati dalla sua insinuante femminilità.

Uscì stordito.

Non si liberava. Continuò a portarsela dentro, a sentire un languore malsano. Ripensò al tremolio di malizia del suo sguardo asimmetrico, alla dolcezza dei seni, all’originalità della sua eleganza.

La maledì con rimpianto.

Si diresse, con passo concitato, alla libreria: adesso voleva sapere.

La giovane commessa fu elusiva. Seppe solo dire che da due giorni non vedeva Giovanna. I parenti, chiamati al telefono, non furono certo più esaurienti.

«Ogni tanto Giovanna sente il bisogno di isolarsi» – dissero.

Fece ritorno a casa.

Se mi addormento – pensò lo stravagante professore – forse apprenderò la verità dal sogno. La cosa, persino a lui balzano da sempre, apparve assurda.

Ingoiò più tranquillanti che minestra.

Porse orecchio alla musica alla radio, senza veramente ascoltarla.

Suonò il telefono.

Era un’interurbana.

Una voce contraffatta di donna gli chiese: «E’ con lei Giovanna?»

Cadde la comunicazione.

Ippolito si guardò allo specchio: i lineamenti erano tirati, la carica vitale del mattino era svanita. Voleva solo dormire, dormire, forse sognare. Sognare che Giovanna era viva, lontana da lui in un mondo irraggiungibile, senza indirizzo e senza telefono, incapace di suscitargli rimorsi o pietà.

Si accorse che un cambiamento era avvenuto in lui. Usciva in parte dal suo solipsistico io; il suo grande cervello di umanista lasciava un piccolo spazio a un cuore di uomo.

Decise di acquistare una nova bretella rossa, non si sa mai, poteva ancora servire…(g.g. )