Archive for ottobre 2015

Pelle di ramarro

PELLE DI RAMARRO_COPERTINA

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Oggi nelle pagine culturali del quotidiano L’ARENA

Undici racconti
sull’inevitabile
giostra della vita

Giulio Galetto

Pelle di ramarro è il titolo sotto il quale Grazia Giordani, giornalista, scrittrice, collaboratrice delle pagine culturali del nostro giornale, ha raccolto undici racconti di diversa consistenza ed estensione (Il Cerchio Iniziative Editoriali, 98 pagine, 12,00 euro.). Diversi nella misura e nei dettagli, ma accomunati, tutti i pezzi della silloge, da una caratteristica che, nell’arte di quella forma narrativa breve che chiamiamo “racconto” (magari anche con intenzione sminuente rispetto alla forma lunga del “romanzo”) gioca un ruolo fondamentale: quello di saper racchiudere, sia pure in estrema sintesi, l’idea di un mondo intero. E i mondi interi che ognuno di questi undici titoli lasciano intravedere sono a loro volta marcati da un segno unitario, che, rubando un’espressione incontrata più volte nelle pagine del libro, potremmo definire così: vivere è un’avventura che alterna technicolor e bianconero. Ossia, in altri termini, il nostro esistere, il muoverci fra solitudini e relazioni, amori sognati o ricambiati o mal riposti, sperimentare tensioni felici o delusioni annientanti è una giostra inevitabile, inarrestabile; e la voce, o la penna, del narratore osserva dall’esterno questa giostra a montagne russe su cui corrono le creature di carta, ma poi vi sale anche e diventa con loro, altra e identica, viaggiatrice della stessa avventura.
Naturalmente il filo unitario che si coglie nei diversi testi non esclude la varietà degli intrecci inventati e della tonalità che caratterizza ciascuna; non conosciamo i tempi di composizione di questi racconti ma possiamo immaginare che siano divisi da date anche notevolmente lontane fra loro. Per esempio fra il primo racconto della silloge (quello che dà il titolo al libro e che è brevissimo) e il secondo (L’eco della montagna, articolato in sette capitoli), se l’unità può essere trovata nel proporsi entrambi come ritratti di due figure femminili dalla personalità oscuramente problematica, la declinazione di tale problematicità è poi molto diversa: enigmatica e allusiva in modo inquietantemente surreale nella densa brevità del primo testo; sviluppata come un piccolo romanzo, indulgendo anche a intonazioni in qualche modo “romantiche” nel disegno del secondo. E così la scrittura: rapida a fermare barbagli di allusività nel primo, più effusa, più segnata dal gusto di creare suggestive atmosfere di paesaggi naturali (prevalentemente veronesi) attorno all’interiorità del personaggio nel secondo. Che il primo testo corrisponda a un’ispirazione più recente dell’autrice rispetto al secondo?
Unità e varietà ben calibrate nel piccolo universo di questi racconti di amori, di coppie che si avvicinano e si allontanano, di incontri e di solitudini, di ombre che spesso oscurano le luci che pure s’erano accese. La vita fatta letteratura deve conservare – negli eventi e nelle figure di carta di un libro – le sue pieghe spesso non amene, ma anche la sua imprevedibilità: per questo il lettore troverà, nell’epilogo di un paio di questi racconti, due finali alternativi. Ma la vita delle donne e degli uomini in carne ed ossa non ha sempre un finale unico? Sì, ma la letteratura ha, in un certo senso, una marcia in più: ti dice anche ciò che poteva essere, ma non è stato.

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Pelle di ramarro

PELLE DI RAMARRO_COPERTINA

Ho pubblicato, per i tipi de IL CERCHIO, una silloge di racconti che presto sarà presentata in biblioteche, librerie ed associazioni culturali.

La memoria di Elvira

Uscito stamani in “Arena”

Ventitré scrittori rendono omaggio a Elvira Sellerio

L’eccezionale fiuto da talent scout e l’orgoglio di essere palermitana

Grazia Giordani

Se esiste una rosa di donne eccezionali, tali d’ aver lasciato un segno indelebile al loro passaggio, un posto d’onore merita  Elvira Sellerio, l’unica Signora maiuscola dell’editoria nostrana, troppo dotata e determinata per rinunciare ai suoi propositi editoriali, orgogliosa sempre di stampare la parola Palermo sulla copertina di ogni volume – vestito di un inconfondibile blu – che usciva dalla sua casa editrice.

E molto di lei, della sua forte personalità, della sua colta e bella intelligenza, della sua forza d’animo, apprendiamo leggendo La memoria di Elvira (Sellerio Editore Palermo, pp 260, euro 10), un vero florilegio di testimonianze raccontate da ventitré autori e collaboratori della casa editrice.

Nata nel 1979,  l’idea de ‹‹La memoria›› quale esortazione a non dimenticare certi scrittori, certi testi, certi fatti, deve molto all’impegno di Leonardo Sciascia, al prodigio grafico di Enzo Sellerio e alla lungimiranza di certi librai avveduti, ma soprattutto alla stessa Elvira e al folto gruppo dei suoi corrispondenti epistolari. La Signora amava le storie, sapeva riconoscerle, custodirle, aveva il ‹‹sentimento dei libri›› e ne ha fatto una ragione.

Troppo editore per non leggere veramente una pagina che finisse sul suo scrittoio di quella mitica casa editrice che si giovò del quartetto Elvira, Enzo Sellerio, Leonardo Sciascia ed Antonino Buttitta. Ora che ci ha lasciati, perché la sua memoria resti più tangibile ed intensa, i figli Antonio ed Olivia, ma non solo loro, le hanno fatto l’omaggio di ventitré ricordi palpitanti che parlano di lei, scritti dai suoi autori, quelli che il suo intuito ha saputo scoprire, quelli che ha portato in Italia dall’estero, quelli che hanno fatto la storia della collana.

È leggendario il fiuto di questa donna d’eccezione nello scoprire gli scrittori. Poteva scoprine uno in solo poche righe, persino in un commento, e non se lo lasciava scappare a nessun costo. Sembra che questo si verificò con Gesualdo Bufalino. All’acuta Signora bastò leggere una didascalia a foto d’epoca per capire di avere di fronte a sé una penna tanto raffinata da poter meritare il Campiello con La diceria dell’untore. Lo stesso Camilleri deve tutto al fiuto di Elvira e lo ammette senza perifrasi. ‹‹Leggeva bene›› – scrive di lei Adriano Sofri -. E questo è un rilievo di basilare importanza. Sapeva scegliere perché non era vittima di pressioni o di infingimenti.  Non sottovalutava. Valutava e basta.

Simpatico il ricordo di Recami che fu rintracciato dall’autrice una ventina d’anni dopo l’invio del manoscritto. Lei ricordava perfettamente il testo, lui che l’aveva scritto, ne conservava uno sbiadito ricordo.

Ci colpisce come l’ha vista e ricorda Maria Attanasio. ‹‹ Immersa nei gorghi di luce e oscurità della sua voce, lo sfoglio e lo risfoglio in cerca del volto di Elvira la prima volta che la incontrai, ma la cifra d’identità della sua bellezza intelligente – eleganza interiore, indomito sguardo – permane identica di foto in foto. Mi sembra perciò anacronisticamente di riconoscerlo anche in quella che la ritrae in un abito a piccoli riquadri neri, filettati di bianco, che ci conduce alla moda optical degli anni Sessanta: lo sguardo chino su un libro, forse appena acquistato . . .››. E il ricordo dell’amica si fa magicamente nostro, guardando Elvira qui incorniciata in copertina del libro a lei dedicato, proprio a lei che dei libri  ne aveva fatto una ragione di vita.