Archive for aprile 2016

Il bottone di Puskin

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IL LIBRO. Il saggio pubblicato da Adelphi

Puskin e il bottone
un giallo storico
nella Russia di ieri

Grazia Giordani

La slavista Serena Vitale analizza come in un film la vita del poeta

Chi ha letto mesi fa «Il defunto odiava i pettegolezzi», inerente il grande Majakovskij, della slavista, glottologa e scrittrice Serena Vitale, non potrà non fare un passo indietro per vedere anche quanto aveva scritto del più grande poeta russo, paragonato al nostro Leopardi. «Il bottone di Puskin» (pp. 487, 13 euro) ha raggiunto la quarta edizione in versione economica, perché Adelphi vuole dare agio a sempre una più larga cerchia di lettori di godere di simili gioielli storico/letterari. L’autrice è di casa in Russia, cultrice della lingua e della letteratura, sua materia di insegnamento all’Università Cattolica di Milano. Siamo di fronte ad un capolavoro con un’idea di partenza nota: indagare sul duello in cui fu ucciso Aleksandr Puskin alla fine di gennaio del 1837, ricostruendolo in tutte le sue fasi. Lo sfidante era Georges d’Anthès, figlio adottivo del barone Jacob Van Heeckeren, ministro dell’ambasciata dei Paesi Russi a Pietroburgo. La causa del duello: l’insistente, provocatorio corteggiamento di d’Anthès a Natal’ja, l’affascinante moglie di Puskin. Senza tacere il fatto che i due contendenti erano diventati da poco tempo cognati, visto che d’Anthès aveva sposato la sorella di Natal’ja.Come per il caso Majakovskij, anche sul caso Puskin si sono moltiplicati leggende, falsi, manipolazioni. E deve essere proprio questa una delle ragioni che induce la Vitale a frugare con occhio da letterata detective dentro matasse difficili da sbrogliare, instancabile segugio filologico, pronta a rovistare negli archivi di mezza Europa, stanando diari, appunti, testimonianze, una vastissima bibliografia.E invece di farne una monografia, confortata da tutto questo materiale, la Vitale, con un colpo d’ala che sa volare alto, crea un montaggio, quasi un film di carta, con suture di racconti a tenerne legati i pezzi.E così ci troviamo sotto gli occhi uno splendido romanzo dove l’autrice ci fa capire tutte le complesse ragioni che hanno spinto Puskin ad affrontare il duello e in sostanza a cercare la morte: l’umiliazione sociale (insultante il titolo di kamerjunker attribuitogli dallo zar, la noia di gendarmi che lo spiavano costantemente), l’esasperazione provocata dallo sfidante; la viscosità della Pietroburgo 1836 nei suoi sempre più difficili confronti.Forse, i racconti di sutura sono la parte meno nobile del libro, col loro sapore di gossip, ma la Vitale ci ha regalato comunque un giallo storico di rara bellezza, con una suspense che non ci fa staccare dalla pagina, avidi di entrare sempre più dentro le pieghe di quel mistero che pian piano ripulisce dalle chiacchiere e dalle dicerie.Carlo Fruttero e Franco Lucentini scrissero sulla Stampa: «Si dice che la ricerca accademica sia in pratica affine all’indagine poliziesca, ma si dà molto raramente il caso di un professore di università che, mettendo nero su bianco le sue puntigliose scoperte, tenga conto non solo dei severi colleghi sparsi per altri centri di dottrina, ma anche di chi professore(in questo caso di slavistica) non è». Quanto al bottone del titolo, si sono fatte varie ipotesi: quello mancante dalla dotazione della marsina del poeta, oppure «non assomiglia forse, quel bottone, all’accento tonico che all’improvviso spicca il volo dal giambo e svanisce nel nulla»?o

Mostra Edward Hopper

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Gli Stati Uniti di Hopper

Grazia Giordani

BOLOGNA, PALAZZO FAVA- PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI

Edward Hopper 25 marzo-24 luglio 2016

Non si era mai vista una folla così numerosa di visitatori ad un’esposizione d’arte nel capoluogo felsineo. Una fila interminabile di appassionati, provenienti da molte parti d’Italia e dall’estero, in sosta paziente davanti all’entrata di Palazzo Fava a Bologna, per visitare la mostra Edward Hopper (25 marzo-24 luglio 2016), organizzata da Artemisia Group, in collaborazione con Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e Genus Bononiae Musei nella Città.

Nell’eccezionale occasione ci è stato dato ripercorrere la carriera del pittore, attraverso cinquantotto capolavori provenienti dal Whitney Museum di New York, custode di oltre tremila opere, tra dipinti, disegni ed incisioni, ricevute in eredità dalla moglie Josephine nel 1968.

Lungo le sale espositive si snodano sei sezioni, tematiche e cronologiche al contempo dalla formazione accademica agli anni di studio a Parigi, quando l’Artista fu toccato dal movimento impressionista, fino ai capolavori dagli anni Trenta ai Cinquanta, per  arrivare alle intense immagini dell’ultimo periodo.

Tra gli interpreti più innovativi della tradizione realistica d’oltreoceano, Edward Hopper è considerato il cantore dell’America rurale, contrapposta a quella delle grandi metropoli, brulicanti di un’umanità spesso alienata. A questo punto, difficile trattenerci dal raffronto con Grant Wood. Un’altra declinazione della solitudine affollata: Hopper nel nord est, Wood nel profondo sud. La cristallizzazione del tempo breve che non conosce il tempo circolare se non nella fissità dell’immagine sottratta al vuoto dell’esistere. Le pompe della benzina abbandonate (‹‹Gas, 1940››, le donne semisvestite in attesa davanti ad una finestra o ad una porta (‹‹Morning in a City,1944››), le stanze da letto vuote, i letti sfatti, i personaggi dallo sguardo dell’incomunicabilità, le ombre che si allungano sulle strade illuminate dai lampioni, gli uomini seduti al bancone di un bar che bevono a capo chino, simboleggiano il disagio di un vivere che sembra sospeso tra il vuoto, il silenzio e l’immobilità. Figure bloccate, sospese, ferite da un’inerzia più coinvolgente di qualsiasi convulso movimento, seppure incapaci di reagire e di dare un senso al loro vivere, trovando soddisfazione nella quotidianità.

Con Hopper ha inizio la pittura americana, perché fino a quel momento gli States vivevano l’arte come importazione europea. In contemporanea, inizia un capovolgimento dei valori. L’uomo non è più considerato a misura del suo successo, ignorandone i sogni e la vita interiore. L’Artista cavalca l’ossimoro di mettere in discussione il sogno americano, indicando la strada per una rinascita, conquistando una vita di maggiori consapevolezze.

Citazioni di De Chirico e persino di Piero della Francesca, per non parlare di Degas, ci hanno molto impressionato. Denso di suggestione il suo autoritratto. Capolavoro immenso ‹‹Soir bleu, 1914›› che avrà almeno in parte ripagato la delusione di chi sperava di trovare in mostra il famosissimo ‹‹The Nighthawh››. Non tutto si può avere e una mostra così è già strabiliante.

CURIOSITA’. Grazie a una particolare installazione posizionata al secondo piano di Palazzo Fava, attraverso un proiettore è possibile sedere su una sedia ed ‘entrare’ a far parte del quadro ‹‹Second Story Sunlight››: è ormai di moda infatti lasciare che i visitatori portino con sé un ricordo personalizzato delle mostre d’arte, attraverso giochi di selfie e scatti da condividere per dire: Io c’ero !

 In Arena mercoledì 6 aprile 2016