Archive for febbraio 2016

ECCO I TESORI DEI RODIGINI

Virgilio Guidia (1)

Da Boldini a Chagal, esposte le opere inedite della collezione

Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo

Ormai da parecchi lustri, Rovigo si concede una sola mostra d’arte all’anno, ma sempre di raffinata originalità, per scelta dei temi e per suggestione delle proposte, tanto che le date espositive hanno sempre dovuto godere di proroghe, a causa del copioso afflusso di pubblico da tutte le parti d’Italia e non solo.

‹‹Al primo sguardo – Opere inedite dalla Collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo›› è il  titolo dell’esposizione di quest’anno che aprirà i battenti nel capoluogo polesano dal 27 febbraio al 5 giugno 2016, voluta dalla Fondazione e con due novità: doppia sede espositiva e la gratuità del biglietto d’ingresso. Coi tempi che corrono, non ci appare questa una notizia irrilevante.

A Palazzo Roverella, sede della Pinacoteca dei Concordi e di tutte le grandi esposizioni d’arte rodigine e nel dirimpettaio Palazzo Roncale, potremo visitare l’ampio corpus di opere riguardanti i due più recenti secoli, l’Ottocento e il Novecento, pur prevedendo alcune imprescindibili eccezioni.

Come da lungo tempo avviene, curatore della mostra sarà Giandomenico Romanelli, affiancato da Alessia Vedova.

Cuore espositivo, in quanto novità,  prevediamo sarà la collezione del mecenate Pietro Centanini che ha voluto donare questi suoi tesori alla Fondazione, affinché il corpus resti integro e fruibile dalla collettività. Artisti, dal nord al sud, si offriranno al nostro sguardo, nominando ora, per brevità, il Palizzi, De Nittis, Lega, Ghiglia, Boldini, Fattori, Soffici, Rosai, De Chirico, Zandomeneghi, Milesi, Nono, Licata, Utrillo e Chagal. Per non parlare dei vedutisti veneziani, fra cui il celeberrimo Guardi.

Alla collezione Centanini, di cui sopra, si unirà il nucleo maggiore della Fondazione Cariparo, pronta ad offrirci l’arco di 5 secoli di storia dell’arte veneta ed italiana. Una carrellata nella bellezza con sosta obbligata davanti a Giovanni Fattori e senza trascurare il pittore scultore Medardo Rosso, famoso per l’introspezione psicologica che sembrava zampillare dalle sue opere.

Navigheremo tra il verismo e l’impressionismo e,  con un salto ancor più ardito, incontreremo uno dei più importanti nuclei degli artisti che, nel 1959, si riconoscevano nel ‹‹Manifesto del Gruppo N››, formatisi proprio a Padova, intenti a creare un’arte impersonale che al singolo antepone il collettivo. Fra costoro, Manfredo Massironi si vedrà impegnato in esperimenti sui processi percettivi, impostati sulla presentazione di  figure geometriche la cui sequenza è regolata da un particolare principio:  ogni figura ha un lato in comune con quelle generate precedentemente. Dai classici del passato, passeremo agli sperimentali e incontreremo il grande Bruno Munari (1907-1998) di fama mondiale, che ha lasciato un pezzetto di cuore a Badia Polesine dove ha trascorso la prima giovinezza.

Anche uno spicchio di post Futurismo non ci verrà negato, con Tullio Crali (1910-2000). Grande spazio all’ecclettico Tono Zancanaro (1906-1985) e al surrealista, ottantenne, Concetto Pozzati (1935).

Gloria rodigina, e non per motivi sciovinistici, resta Mario Cavaglieri (1887-1969) di cui gli appassionati potranno rivedere opere note e meno note, non paghi della personale di strepitoso successo che abbiamo gustato anni fa al Roverella.

A nostro avviso, sarà questo ‹‹A primo sguardo›› un’occhiata lunga e profonda di un’esposizione da centellinare lentamente, gratificati dal riposo della vista fra i classici, eccitati dagli esperimenti percettivi dei più moderni per cui l’opera non esiste senza il fruitore e noi saremo là a fruirne insieme al folto pubblico della consuetudine.

La mostra sarà aperta tutti i giorni, eccetto il lunedì, a Palazzo Roverella e a Palazzo Roncale, ad ingresso gratuito.

Grazia Giordani

Gli occhi del Salar

9788850237685_gli_occhi_del_salar

Nella provincia imperfetta sparisce lo scuolabus

 Seppur  molto originale nel tema non ancora sfruttato dalla pletora di thriller che stiamo vedendo in libreria ormai da decenni, il nuovo noir di Roberta Gallego ‹‹Gli occhi del Salar›› (Tea, pp.275, euro 15), ci appare un po’ troppo folto di personaggi e di repentini saettare di mobili quinte, tali da indurre il lettore ad una lettura labirintica e non certo piana. Diciamo questo consapevoli del fatto che il nuovo corso della letteratura gialla tende alle pagine ultra gremite di fatti e persone, proponendosi volutamente una coralità che alla Gallego non certo fa difetto.

Parlavamo di originalità del tema, perché finora non ci eravamo ancora imbattuti nella sparizione di uno scuolabus con sette bambini, figli  dei maggiorenti della città. Siamo nella città immaginaria di Ardese che ci viene dipinta come un centro borghese che già ha dato vita agli altri tre romanzi della serie dedicati alle ‹‹Storie di una provincia imperfetta››.

Chi ha interesse alla sparizione dei bambini? Il gravoso compito di risolvere il caso toccherà sulle spalle del sostituto procuratore Anna Vescovo (azzardiamo un impertinente dubbio: che ci sia qualche affinità tra l’autrice e il sostituto procuratore protagonista del thriller?). I giornali imperversano, come sempre accade. La Procura e l’intera squadra di sostituti, poliziotti, carabinieri, coi loro nomi e cognomi e loro storie personali annesse, devono darsi da fare perché la cittadinanza è in fibrillazione.

Non manca certo l’ironia alla Gallego nel sottolineare le imperfezioni di un mondo che conosce in prima persona. E, come spesso accade, la  sconvolgente notizia del rapimento arriva proprio in un momento di pausa per la Procura di Ardese, quando gli addetti ai lavori erano in pausa caffè. Ma tutti gli organi d’informazione strepitano. Il fatto è gravissimo. Il pullman della San Gottardo – scuola d’élite – è stato inghiottito dal nulla. Il cellulare dell’autista suona sempre a vuoto e sorge la convinzione che i bambini siano un pretesto per dare un messaggio alle famiglie. Leggiamo locandine allarmanti: ‹‹Indagini in stallo, magistrati occupati a difendere i privilegi della casta, più importanti della salvezza delle vittime››. A cui seguono accuse molto imbarazzanti sull’operato di chi dovrebbe difendere i cittadini, risolvendo un caso tanto doloroso.

Anticipiamo al lettore due personaggi contraddistinti solo dal nome Lui e Lei e non possiamo negare che crei un’inquietudine, un clima sospeso, quasi lunare, la presenza di due figure dotate di pronomi, in luogo di nomi propri. Uno schermo, voluto dall’autrice per creare suspense. Anticipiamo, inoltre,  che, narcotizzati, i bambini, in situazioni da terzo mondo, sono stati trasportati in una cisterna a soffrire freddo e fame. Qual è lo scopo di quei sinistri Lui e Lei ? E chi sono soprattutto? E a cosa mirano ? Quali confessioni pretendono dai genitori degli innocenti sequestrati ?

Va da sé che è un romanzo imperniato sulla vendetta, sulla memoria che non conosce perdono. Se v’incuriosisce l’identità dei due Lui e Lei, se vi sta a cuore la sorte dei piccoli, di cui uno è anche epilettico, dovrete arrivare anche voi alla duecentosettantacinquesima pagina, non v’è altro mezzo per sapere questo e molto altro del labirintico thriller.

Roberta Gallego, magistrato, è nata a Treviso. Ha esordito nel 2013 con Quota 33, primo romanzo della serie dedicata alle ‹‹Storie di una Procura imperfetta›› cui sono seguiti Doppia ombra e Il sonno della cicala.

Grazia Giordani

Pubblicato 19/02/2016 in ARENA e BRESCIAOGGI

LA SCALA DI FERRO

image110K57B8

Il brivido sale e scende lungo la scala di ferro

Pubblicato in Arena e Bresciaoggi

 

Quasi sempre, leggendo un noir di Georges Simenon, (Liegi 1903-Losanna 1989), siamo toccati dalla persuasione di avere sotto gli occhi la sua opera più solleticante, perché – nonostante il folto numero di libri usciti dalla penna del grande belga -, incontriamo nella sua scrittura il fascino dell’imprevisto, della novità, espresso nello stile di uno dei più seducenti scrittori del Novecento, al di là della sua vis di giallista.

E questa sensazione la stiamo ancora una volta provando, giunti all’epilogo  di La scala di ferro (pp.179, euro18) che Adelphi, intento dal 1985 a pubblicarne l’opera omnia, ci propone ben tradotto da Laura Frausin Guarino.

Teatro dell’azione è Parigi, boulevard de Clichy, non lontano da Place Pigalle, Montmartre. Maestro nel creare atmosfere di morboso charme, l’Autore trascina anche noi su e giù per la scala di ferro  a chiocciola (da cui il romanzo mutua il titolo), che congiunge il grande negozio di articoli di cancelleria con la camera da letto dell’appartamento in cui vivono da quindici anni il quarantenne   Étienne e la moglie Louise, di sette anni più vecchia. Respiriamo, fin dall’incipit, un clima di ardente sensualità che riscalda la pagina e la nostra fantasia.

‹‹Louise si spogliava lentamente ed era come se sbocciasse, le spalle rotonde, le braccia, le cosce emergevano dalla penombra, e infine il corpo intero che sembrava animare la stanza di una vita intensa e appassionata. E quando diceva: “Vieni!”, la sua voce era ancora diversa, una voce che lui non aveva sentito a nessuna altra donna››.

Da qualche mese Étienne avverte malesseri ricorrenti, strane crisi che parrebbero di cuore, con un ‹‹intenso e molesto calore alla gola››.  Si fa visitare da tre medici diversi di nascosto dalla moglie che spia, sempre più inquieto. Tiene appunti che nasconde tra le pagine di un libro, in cui annota il progredire del suo stato di salute e soprattutto la qualità dei cibi che gli vengono serviti.

Noi lettori abbiamo l’illusione di sentire il cigolio della scala a chiocciola, ad ogni movimento di Louise. Percepiamo l’ansia del protagonista, uomo introverso, solitario che in quella moglie più anziana ha trovato tutta la gioia che la vita gli aveva sempre negato. L’ansia sale come una persecuzione soffocante.

Étienne quasi farnetica, parla con se stesso, ripensando ai primi incontri con Louise,  folgorato da quella che continua ad apparirgli dotata di un’irresistibile sensualità. Allora, all’epoca dei primi incontri, la donna era sposata con Guillome che poco dopo morì, distrutto da una misteriosa malattia.

Étienne ha sempre saputo di essere stato l’involontaria causa della morte del primo marito, avvelenato lentamente dall’arsenico. E adesso sa che sta arrivando il suo turno. Louise è una perfida dark lady, un personaggio che avrebbe affascinato la fantasia di Hitchcock. Gli elementi parrebbero esserci tutti per un film del maestro del brivido.

La suspense, invece, è tutta nostra, fino all’ultima riga, con un finale da lasciarci sbalorditi, un epilogo che non ci saremmo mai aspettati.

Certamente, La scala di ferro è uno dei migliori tra i ventotto romanzi, dall’autore stesso definiti ‹‹duri››,  (senza contare le ventitré inchieste di Maigret) che Simenon scrisse nei nove anni che trascorse a Lakeville, Connecticut, uno dei periodi più felici della sua vita.

Grazia Giordani

Apri gli occhi

9788850241651

Matteo Righetto “dipinge” il suo fresco di stampa Apri gli occhi (Tea, pp.158, euro 13), nella parte più suggestiva della narrazione, sull’incantevole fondale delle Dolomiti, facendoci gustare l’ammaliante fascino della montagna.

Eppure, la sua non è una storia idilliaca. È un romanzo ritmato sul pentagramma del dolore, di una sofferenza quasi sorda, mai urlata.

Luigi e Francesca si sono conosciuti, fidanzati e sposati. Una vita come quella di tanti, la loro, nata all’insegna dei buoni propositi: ‹‹Ci diremo sempre tutto e non ci mentiremo mai, vero?›› le disse Luigi. ‹‹Vero!›› rispose Francesca. La nascita di Giulio portò nuova gioia nelle loro vite di laboriosi professionisti. E presero a procurare spiritose sorprese al bambino che si stava facendo adolescente, ricorrendo allo scherzoso ritornello: ‹‹ Uno . . . due … tre ora apri gli occhi›› (da cui il romanzo ha mutuato il titolo), mostrando mano a mano al bambino, che cresceva, ora il mare, ora la montagna e all’adolescente la fatale  motocicletta.

Pian piano il matrimonio si scolorisce, si sfilaccia. Entrano altri partner nella vita dei due sposi che risolvono la vicenda molto civilmente – come sottolinea l’autore. Luigi abitò per qualche tempo in un residence, poi affittò un appartamento per vivere con Anna, la sua nuova compagna. Francesca s’innamorò di Franco con cui non convisse per rispetto di Giulio che restò con la mamma.

Parrebbe una vicenda, come tante, come troppe, ma Righetto tiene in serbo per noi una sorpresa finale, un colpo d’ala veramente da maestro, espressa in questa sua prosa sincopata, a piani scorrevoli, intertestuale, con un curioso uso dei pronomi per cui chi parla, dice di se stesso, del partner e di entrambi contemporaneamente.

Luigi e Francesca – sposi, come sappiamo, da tempo separati –  partono in un qualsiasi pomeriggio di giugno, lasciando la città per dirigersi verso la montagna con l’intenzione di rispondere a una vecchia domanda che ancora li angoscia. Soltanto lassù, in quelle maliose Dolomiti, un tempo frequentate col loro Giulio, pensano si annidi la risposta. Durante il viaggio – e questa è una delle parti più suggestive del romanzo – ricorderanno tutto il passato, proveranno a sorridere, preparandosi ad un’escursione drammatica che crea pathos anche nell’animo del lettore,  trascinato a  navigare dentro i rapidi quadri dell’ascesa, quasi con affanno, partecipe osservatore di questa tragica storia con finale a sorpresa.

Matteo Righetto è un giovane autore padovano (1972). Tra i suoi romanzi ricordiamo in particolare La pelle dell’orso (Guanda 2013) che sarà portato sugli schermi da Marco Paolini, per la regia di Marco Segato. I suoi libri sono stati tradotti anche in inglese e francese.

Grazia Giordani