Archive for novembre 2009



dal web Ponte Carlo

Jan Janáček
 
Erano diventati un’ossessione quei versi che le martellavano dentro come un réfrain irrinunciabile. Tempo addietro, aveva letto un racconto di E. Allan Poe – uno degli scrittori da lei maggiormente amati – in cui il protagonista ripeteva, in maniera malata, la stessa parola, fino ad annullarne il significato. Ora le stava accadendo lo stesso fenomeno con quei versi (Uomini che sopra oscuri ponti camminano/dinanzi a santi dai fiochi lumini./Nubi che sopra il cielo grigio passano/dinanzi alle chiese/dai campanili che imbrunano./Uno che al parapetto squadrato si appoggia/e guarda l’acqua serale/le mani su vecchie pietre.)
In quell’aprile strano, trafitto da nubi italiane frequenti e minacciose, Praga li aveva accolti in uno sfavillare di sole acceso, più mediterraneo che mai.
L’appuntamento con la guida era al Ponte Carlo. Dall’albergo, a quel luogo di tenebrosa bellezza, sarebbero dovuti arrivare in taxi, tanto ormai, nella capitale ceca sono in parecchi a conoscere la lingua di Dante che pronunciano regalandole una slava durezza.
Jan Janáček li aspettava appoggiato al parapetto.
Di media statura, si muoveva in maniera legnosa, con il gestire di una marionetta triste. L’azzurro metallico dei suoi occhi brillava dentro una raggiera di piccole increspature, segni precoci di un tempo per lui non ancora passato. La bocca era una linea netta, quasi una ferita rimarginata senza sanguinare, da cui usciva una voce aspra, vetrosa, inadatta a pronunciare l’italiano che – svisato così negli accenti e nelle doppie – prendeva una allure straniera, che sarebbe stata buffa e persino divertente, se non fosse stata pronunciata da un uomo tanto serioso.
Dopo l’autopresentazione un po’ goffa e tirata, recitò – ritenendoli più che mai adatti a quella fermata sul ponte – i versi che martellavano dentro a lei (diamole ora un nome di fantasia che potrebbe essere Anna, se così vi piace), prima in lingua ceca e poi tradotti in italiano.
«Chi è l’autore?» – chiese Anna che riteneva quasi miracolosa la coincidenza fra il suo ossessivo ritornello interiore e la citazione della guida.
«Kafka» – Rispose, laconico Jan.. Li ha scritti in una lettera del 9.11.1903 a Oskar Pollak.
Nessuno degli altri partecipanti al viaggio organizzato chiese nuove precisazioni. Più che altro sembravano interessati ai souvenir, venduti su quel ponte carico di storia e di arcana bellezza, tutti presi dallo scattare foto ricordo ai piedi delle statue patinate da un’inesorabile Storia.
La breve crociera sulla Moldava, attraversando la chiusa, scompigliò i riccioli delle anziane signore che – pavide – si riparavano con gli inutili parapioggia, come se il sole praghese potesse offendere una pelle già abbronzata dalla loro vita di campagnole.
Questo sottolineò la guida, lasciano Anna nella più completa indifferenza, come se viaggiasse per conto suo e fosse lì soltanto per caso. Spesso, nella vita, era toccata da questa casualità, un po’ come se fosse una diversa che viveva guardando il mondo altrui, senza appartenervi del tutto, invidiando forse un poco la semplicità del suo prossimo, accanto a lei.
***
Ora, in un flash improvviso, tornata in patria, ripensava a quel Viaggio – sì, proprio scritto con la lettera maiuscola – e in una strana dissolvenza, aveva l’illusoria visione di Jan Janáček che entrava in una statua sul ponte, perdendo, per incanto, la sua umanità.
Grazia Giordani
 
 
 
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Telemaco Signorini
L’Alzaia (particolare) 1864

Telemaco Signorini
Non potendo aspettare 1867


Vanno sempre più a gara fra loro le città venete nell’organizzare mostre d’arte di coinvolgente importanza. E Padova – in quest’ottica – occupa certamente un posto di rilievo, visto che può permettersi l’apertura contemporanea di due notevoli esposizioni, tenendo conto che dal 26 ottobre ha aperto i battenti Scultura Futurista 1909/1944 in Galleria Cavour, e che continua un folto concorso di pubblico a Palazzo Zabarella per l’esposizione antologica Telemaco Signorini e la pittura in Europa L’alto consenso riscosso dal pittore fiorentino e dal ventaglio d’artisti che gli fanno corona, nasce dal forte tema centrale, attorno cui sa prender vita un variopinto arazzo, fitto di coincidenze e di rimandi che inducono a spontanei confronti tra il nostro macchiaiolo per eccellenza e i suoi “confratelli” impressionisti, da Degas a Tissot, Descamps, Tryon, Corot, Courbet, Roussot. Ottime le scelte degli organizzatori della mostra, voluta dalle Fondazioni Bano e Antonveneta, che hanno saputo ben disporre nelle numerose sale dell’antico palazzo opere a stretto raffronto,  proprio perché gli estimatori d’arte potessero godere di istintivi paralleli, ad esempio, tra Alfred Stevens con il suo intimista “La lettura” del 1860 e la bella tela del Nostro “Non potendo aspettare” (1867), dove la lettura si fa scrittura di una lettera, vien fatto di pensare, da parte di una giovane innamorata. Il raffronto – per quanto concerne la pittura d’interni così suggestiva e densa di risvolti psicologici – si accende anche tra Tissot che ci presenta una dama contrita in “Lasciando il confessionale” (1865) e Signorini nel suo famoso “Aspettando”, concesso per la prima volta in esposizione da una delle maggiori collezioni private italiane, a quanto sembra, prima d’ora, molto gelosa di questo emblematico ritratto. “La sala delle agitate al San Bonifazio di Firenze”– che trattail dolente tema della follia -, troverà un appropriato richiamo nell’ “Absinthe” di Degas (prestato dal Museo d’Orsay, non unico dei prestiti, visto che abbiamo potuto ammirare anche opere provenienti dall’Hermitage pietroburghese). Volutamente, non ci soffermeremo a lungo sull’ “Alzaia” (1864), perla ed icona della mostra, poiché già i critici hanno profuso fiumi d’inchiostro, sull’opera rivoluzionaria per esiti cromatici potenti, per inusitato formato, nota per intrinseca e venale valenza da cui già – nella descrizione della fatica – si deduce l’attenzione di Signorini verso i temi sociali e la realtà degli umili., delle persone che non fanno storia.Il talento del nostro fiorentino non era nato per caso, dato che già in tenerissima età accompagnava suo padre, nella villa gentilizia di Anatolio Demidoff, impegnato a decorare il soffitto della preziosa sala principale. E nell’incipit dell’esposizione, vediamo, appunto, anche opere di Giovanni Signorini, più formali ed oleografiche di quelle del figlio, ideatore e poi estrosamente negatore di quella fatidica “macchia” che l’ha fatto essere artista europeo, viaggiatore in buona parte del mondo. Trasgressivo, spesso sarcastico, incurante delle invidiose frecciate, in contrasto con i suoi atteggiamenti di raffinato dandy, l’artista , non dipingerà mai gente dell’alta società, ma suoi modelli preferiti saranno il lattaio, le ricamatrici, le popolane, se non addirittura le prostitute, per cui vedasi Toilette del mattino che c’introduce nell’alba livida di un bordello fiorentino che tanto scandalizzòi benpensanti del tempo, ma che non fece desistere Toscanini dall’acquisto del dipinto, nonostante il disappunto della moglie, e ispirò Luchino Visconti in una scena del suo film “Senso”. Dotato di uno charme che travalica la bellezza, tombeur de femmes il macchiaiolo per eccellenza era anche cultore esagerato della giovinezza, tanto da convivere con l’adolescente Nene di cui vediamo l’emaciato ritratto di macilenta ragazzina. Deliziosi i “Bambini colti nel sonno”, angelici nel loro abbandono.Mentre ci aggiriamo nelle sale della mostra, comprensiva di tutte le maniere dell’artista che tanta fortuna di critica ebbe in vita,  sopraffatti da uno sciamare di distratti scolaretti, a stento tenuti a freno da severe insegnanti, ci vien fatto di pensare come e quanto avrebbero ispirato Signorini e stuzzicato la sua toscana ironia, completando la già esaustiva esposizione (aperta fino al 31 gennaio 2010 e forse prolungata oltre , visto il grande successo) con nuovi ritratti dal vivo,  provocatori e guizzanti, veri spicchi di reale vissuto.
Grazia Giordani

 

 

 

 

 

 

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Nella foto: Valentina Fortichiari autrice di

Lezione di nuoto


In vacanza con un trasgressivo mito del Novecento
 
Deliziati dal gioco letterario tra verità e verosimiglianza, leggiamo tutto d’un fiato Lezione di nuoto (Guanda, pp.174, euro 13) di Valentina Fortichiari, milanese, da anni impegnata nel mondo dell’editoria della sua città. Proprio per questo suo impegno, i maliziosi potrebbero pensare che all’autrice sia stato agevole pubblicare e quindi ottenere il Premio Letterario Basilicata per la narrativa, ma questi malfidenti pensieri verranno subito cancellati, leggendo un romanzo tanto delicato e arioso che sa condurci in una luminosa Bretagna anni Venti in compagnia di Sidonie Gabrielle Colette (1873-1954), trasgressivo mito letterario del Novecento e del suo entourage preferito tra cui notiamo la sua segretaria Hélène Picard, il suo figliastro Bertrand e la piccola Bel-Gazou di cui la grande scrittrice francese non seppe essere madre nel senso tradizionale della parola.
Pregio della Fortichiari, tra l’altro, è quello di addolcire le asprezze di una donna vissuta al di là del bene e del male, esprimendosi con una grazia narrativa tale da alleviare ai nostri occhi di lettori le scabrose tendenze di una protagonista del mondo letterario e non solo, fin de siècle.
Non essendo un romanzo storico, ma uno spicchio di vita rielaborato e immaginato dalla penna di chi ha svolto attività agonistica come nuotatrice, le pagine della Fortichiari, confortate anche dall’attento studio di importanti biografie come quelle di Guy Ducrey e Judith Thurman – solo per citarne due fra tutte – sanno regalarci una verosimile tranche del vissuto di Colette, mescolata a verità, dal momento che i soprassalti del cuore e della carne della intemperante francese non esitarono nella realtà ad approdare all’incesto, previsto nel suo famoso romanzo Chéri e realmente vissuto col figliastro Bertrand.
Candidamente morbosa, la Colette della Fortichiari ci fa immergere in acqua col figliastro, iniziato all’amore da una matrigna divertente ammaliatrice anche di noi lettori come lo è stata leggendola nel suo pruriginoso ciclo delle Claudine , quando ci ha fatto “entrare nei più inconfessati segreti della carne” – come di lei ha scritto Proust..
Sentiamo, in questa nostra lettura, il profumo del mare, la magia delle bracciate tra le onde, la voluttà amorosa che si fonde e confonde con quella del piacere per il nuoto.
Pregio notevole del romanzo, inoltre,  a nostro avviso – al di là dell’eleganza lessicale -, è l’aver saputo ricostruire il circolo intellettuale di una delle più importanti penne al femminile, per cui attorno alla protagonista vediamo palpitare una miriade di nomi noti di scrittori del suo tempo, tanto che – per associazione d’idee – ci vien fatto di pensare al Circolo di Bloomsbury di woolfiana memoria, anche se là eravamo nell’algida Inghilterra e qui, invece, in una Bretagna fulgente di luce, coinvolti dall’incanto di una vacanza dove tutto è possibile, persino giustificare sentimenti aberranti, perché la Fortichiari è dotata – scrivendone – di una levitas che sa farci dimenticare anche considerazioni moralistiche.
Grazia Giordani