Archive for giugno 2013

Il caso

IL CASO CONRAD

CLASSICI. Torna il romanzo di Joseph Conrad a 100 anni dall’uscita
Adelphi ripropone «Destino» in una nuova traduzione più giusta fin dal titolo, «Il Caso». Infatti è storia in una polifonia di voci su come la fatalità domini le vite

Joseph Conrad (1857-1924) pubblicò nel 1913 Destiny, ora in libreria nella nuova traduzione: Il Caso

Joseph Conrad (1857-1924) pubblicò nel 1913 Destiny, ora in libreria nella nuova traduzione: Il Caso

Con il titolo Il Caso, Adelphi ripropone nella nuova traduzione di Richard Ambrosini Chance di Joseph Conrad (400 pagine, 20 euro). Più indovinato l’attuale titolo: nella passata edizione si chiamava Destino, e spesso dal titolo dipende anche la fortuna di una libro. Non era male Gatsby il magnifico, ma c’è voluta Fernanda Pivano e la sua famosa traduzione del capolavooro di Francis Scott Fitzgerald, a partirte proprio dal nuovo titolo dell’opera, perché anche gli italiani scoprissero Il grande Gatsby. Il Caso, dunque, proprio perché la casualità, nelle intenzioni dell’autore, permea tutta la struttura del grande romanzo. Per associazione d’idee, vien fatto di ripensare a Thorton Wilder, quando negli anni Venti pubblicò quel capolavoro, più volte tradotto in film, che è Il ponte di Saint Louis Rey. Sarebbe interessante, va detto, un repêchage anche di questo romanzo, da parte di Adelphi, ormai specialista in questo ramo della letteratura riscoperta. Preziosa la nota iniziale di Conrad che sottolinea, fra l’altro, la forza possente del «puro caso, assolutamente irresistibile, per quanto si manifesti spesso in forme delicate, quali ad esempio, il fascino, reale o illusorio, di un essere umano. DIFFICILISSIMO, sostiene l’autore, «ravvisare con una qualche certezza l’imponderabile, ma oserei dire che sia stata Flora de Barral la vera responsabile di questo romanzo, che in effetti racconta la storia della sua vita. La mia indecisione», continua la nota confidenziale di Conrad ai lettori, «era al suo culmine quando Flora de Barral mi passò davanti, ma così veloce che sul momento non riuscii ad afferrarla». Sempre nella nota iniziale, leggiamo un’intelligente riflessione sulla scrittura, che evidenzia come l’intera storia dell’umanità potrebbe essere scritta su una cartina per sigarette, se solo lo scrittore assumesse il necessario distacco; capacità che Conrad riconosce di non possedere, poiché fa suoi i casi e i destini dei suoi personaggi, maestro come ci appare, ancora una volta, nel maneggiare l’imponderabile dell’umano destino. Contrariamente al solito, lo scrittore, di cui in anni giovanili abbiamo letto Lord Jim, Tifone e Cuore di tenebra, dà tanto spazio a una figura femminile e a problemi legati alla donna del suo tempo. Nel 1913, quando uscì per la prima volta, questo maxi romanzo — attraversato da temi a quel tempo molto sentiti, ma sempre attuali come la speculazione finanziaria e il femminismo — riscosse grande successo di pubblico e sarà interessante riscontrare se un’opera così tortuosa, fatta di conversazioni e punti di vista intrecciati e sovrapposti, potrà godere oggi di altrettanto gradimento da parte dei lettori nostri contemporanei. Flora de Barral, eroina del romanzo, è figlia di un banchiere rovinato dalla speculazione. Finito in carcere, lascia la figlia in balia di personaggi solo apparentemente interessati al suo benessere. La giovane capisce in fretta di poter fare affidamento solo sulle proprie forze e sul proprio coraggio. Passata di mano in mano da un’antipatica istitutrice, a un cugino del padre, per finire alle cure dei coniugi Fyne, suoi vicini di casa, finalmente spera di aver trovato soluzione ai suoi guai, sposando il capitano Anthony, fratello di Mrs Fyne. Con il marito e con il padre, scarcerato, la protagonista principale del romanzo inizia un viaggio per mare. Ma non c’è pace per lei. Le sue vicende le apprendiamo da una voce fuori campo che lega e collega la polifonia del racconto a più voci, fra cui spicca quella di Marlow, alter ego dello stesso Conrad. La stessa vicenda e la stessa Flora ci viene quindi narrata secondo angolazioni diverse, a seconda della sensibilità del personaggio che l’espone, sbalordendo piacevolmente il lettore che crede di rincorrere la verità riflessa nel volubile gioco di specchi. L’impasto lessicale è ricco, sfarzoso, onirico, persino ridondante. Che effetto potrà mai fare alle nuove generazioni di lettori, abituati a un linguaggio da sms? Magari potrebbe farli rinsavire, facendo veder loro cos’è l’alta letteratura.
Grazia Giordani

 

Un caso letterario nasce per caso dalla pila di carte

IL LIBRO. V. M. Giambanco, «Il dono del buio»
Un’agente scopre il manoscritto e lancia la nuova star del thriller

V. M. Giambanco

V. M. Giambanco

Un caso letterario, nel vero senso della parola: Teresa Chris, agente letteraria inglese, prese un manoscritto a caso dalla pila sulla sua scrivania e dalle prime righe ne rimase impressionata. Ora è in libreria Il dono del buio, romanzo d’esordio di V. M. Giambanco (Editrice Nord, 471 pagine, 18,60 euro. Valentina Maria, che in copertina preferisce le sole iniziali (per non rendere ostico il nome agli inglesi, o perché portò bene a J. K. Rowling?) piacerà agli amanti del brivido, come è già successo in Inghilterra, Germania, Francia, Olanda, Spagna, Israele e Giappone. L’autrice è una bella signora romana, cresciuta tra Firenze e Milano, che, dopo gli studi classici, si è laureata in Inghilterra. Attualmente vive a Londra, con un passato recente di sceneggiatrice cinematografica. Qualcuno ha voluto trovare dei punti di contatto tra la protagonista del thriller, Alice Madison, la detective della squadra omicidi di Seattle, ai primissimi gradini della carriera e la stessa autrice — è storia nota, che chi scrive porti in pagina sempre qualcosa di sé — perché entrambe sono fortemente determinate, dotate di quella ostinazione positiva che può spianare la strada del successo. Il plot narrativo oscilla tra passato e presente con flashback di stile cinematografico. Nel 1985 un ragazzo, John Cameron, grondante sangue, riesce a sfuggire ai suoi rapitori, prodigandosi perché l’amico ancora sequestrato possa trovare salvezza. A trent’anni di distanza, l’amico viene trovato ucciso con moglie e figli, nella camera da letto della sua abitazione. Questo omicidio che l’autrice ci descrive con risvolti truculenti, per associazione d’idee, fa ripensare al best seller di Truman Capote A sangue freddo. Con una bella differenza: anche se il romanzo è da considerare frutto di fantasia, solo a grandi linee e in parte ispirato a fatti di cronaca, in appendice l’autrice tiene a precisare che «alcuni nomi di luoghi presenti nella storia sono inventati, perché non volevo ambientare un omicidio in una strada, in una casa che esiste davvero». Cautele ignote all’autore americano, ma non sapremmo dar torto alla signora. Tornando alla stanza da letto, teatro del delitto, le prove rinvenute sulla scena del crimine sembrerebbero condurci proprio a John Cameron. Ma che thriller sarebbe se tutto andasse secondo logiche, iniziali previsioni? La detective non prende abbagli. Perché mai il sospettato, avendolo salvato da piccolo, avrebbe dovuto trucidare l’amico in età adulta, perdipiù insieme ai suoi famigliari? Il viaggio continuo tra vita passata e presente porta alla luce altri personaggi, tutti dotati di una problematica adolescenza. La stessa Madison ha un coinvolgimento personale nella vicenda: è diventata poliziotta dopo la morte della madre. Un abile gioco di livelli intersecati e a incastro che tengono viva fino alla fine la curiosità del lettore. Se è nata una grande narratrice italiana lo sapremo presto: V. M. progetta di tornare a Roma e di dedicarsi completamente alla scrittura.

Grazia Giordani

Il dono del buio

Se ci sono romanzi che diventano un caso letterario prima ancora di esser dati alle stampe, questo è certamente il destino de Il dono del buio, romanzo d’esordio, di V.M. Giambanco (Editrice Nord, pp.471, euro 18,60), un “thrillerone” che prende vita proprio in un momento storico in cui il noir ama tingersi di note forti, atte a creare emozioni in una certa fascia di lettori amanti del brivido. E le case editrici sanno il fatto loro, visto che l’agente letteraria inglese Teresa Chris, prendendo un manoscritto a caso dalla pila che si trovava sulla sua scrivania, fin dalle prime righe, si è sentita catturare dalla trama e dallo stile dell’autrice, fatto che l’ha indotta a contattare subito la Giambanco, proponendole di mandare in lettura il romanzo ad alcuni lettori selezionati. Tra gli editori inglesi si scatena una vera gara ad appropriarsi del best seller, giudicato tale a priori. Nel giro di pochi giorni, il libro viene venduto in Germania, Francia, Olanda, Spagna, Israele e Giappone. E ora, vestito da un’enigmatica copertina,  fa capolino anche nelle librerie italiane. L’autrice è un bella signora romana, cresciuta tra Firenze e Milano, che – dopo gli studi classici -, si è laureata in Inghilterra. Attualmente vive a Londra, con un passato recente di movie editor. Qualcuno ha voluto trovare dei punti di contatto tra la protagonista del thriller, Alice Madison, la detective della squadra omicidi di Seattle, ai primissimi gradini della carriera e la stessa autrice Valentina Maria Giambanco – del resto, è storia nota, che chi scrive porti in pagina sempre qualcosa di sé – perché entrambe sono fortemente determinate, dotate di quella ostinazione positiva che può spianare la strada del successo. Il plot narrativo oscilla tra passato e presente con flash back di stile cinematografico. Nel 1985 un ragazzo, John Cameron, grondante sangue, riesce a sfuggire ai suoi rapitori, prodigandosi perché l’amico ancora sequestrato, possa trovare salvezza. A trent’anni di distanza, l’amico viene trovato ucciso con moglie e figli, nella camera da letto della sua abitazione. Questo omicidio che l’autrice ci descrive con risvolti truculenti, per associazione d’idee, ci fa ripensare al best seller di Truman Capote A sangue freddo, diventato un must dei thriller verità. Anche se supponiamo che il romanzo sia frutto di fantasia che, solo a grandi linee, l’autrice abbia tratto in parte ispirazione da fatti di cronaca, in appendice, tiene a precisare che ‹‹Alcuni nomi di luoghi presenti nella storia sono inventati, perché non volevo ambientare un omicidio in una strada, in una casa che esiste davvero››. E non sapremmo darle torto per questa sua cauta scelta. Tornando alla stanza da letto, teatro del delitto, le prove rinvenute sulla scena del crimine, sembrerebbero condurci proprio a John Cameron. Ma che thriller sarebbe se tutto andasse secondo logiche, iniziali previsioni ? L’astuta detective non prende abbagli. Perché mai il sospettato, avendolo salvato da piccolo, avrebbe dovuto trucidarlo in età adulta, insieme alla sua famiglia? Il viaggio continuo tra vita passata e presente, porta alla luce  altri personaggi, tutti dotati di una problematica adolescenza. La stessa Madison ha un coinvolgimento personale – essendo diventata detective, dopo la morte della madre. Un abile gioco di livelli intersecati e ad incastro che tengono viva fino alla fine la curiosità del lettore  a cui affidiamo la sorpresa dell’epilogo, e che, dulcis in fundo,  portano l’autrice stessa ad un ritorno fra noi, in Italia, col progetto di dedicarsi completamente alla scrittura.

Grazia Giordani

Scampoli d’Irène

SCAMPOLI D’IRÈNE

FENOMENO. Un’autrice di culto mostra il suo genio anche negli esordi
Dopo i capolavori celebrati di Irène Némirowsky, ora arrivano in libreria i racconti minori. «La nemica» apoteosi dell’odio per la madre e ritratti al femminile

Irène Némirowsky (1903-1942) con le figlie Elizabeth e Denise

Irène Némirowsky (1903-1942) con le figlie Elizabeth e Denise

Quando c’è genio, anche nelle opere minori si avverte il colpo d’ala. Irène Némirovsky (Kiev 1903, Auschwitz 1942) ha scritto capolavori come Suite francese, David Golder o Il calore del sangue, per citare tre libri che Adelphi in primis ha fatto conoscere. Passati ora i 70 anni che proteggevano i diritti d’autore, le case editrici pubblicano anche opere giovanili, come La nemica (titolo originale L’Ennemie, Astoria, 126 pagine, 12 euro, traduzione di Cinzia Bigliosi, intervistata nell’articolo qui sotto). Il racconto uscì in Francia nel luglio 1928 sulla rivista letteraria Les Oeuvres libres, dell’editore Fayard, firmato Pierre Nérey, anagramma del nome proprio (Irène-Nérey). Il tema della riprovazione, potremmo dire odio, nei confronti di una madre frivola ed egoista qui ha toni più esacerbati e pieni di livore di quanto raggiungerà in opere più mature quali Jezabel e il già citato David Golder. In questo romanzo giovanile non solo la figlia, che prende il nome letterario di Gabry, tradisce la madre, portandole via l’amante, ma addirittura — punizione delle punizioni per chi le sopravvive — si uccide. Dal diario dell’autrice è possibile trarre l’escalation di questo sentimento furioso nei confronti della madre, perenne tarlo nella vita della Némirovsky: una cattiva madre che non sa accettare l’avanzare degli anni, parossistica cultrice della propria sfiorente bellezza, dedita a soddisfare i suoi capricci, assente nella Nemica quando muore, a sei anni, la figlia Michette. La finzione letteraria qui prende addirittura il sopravvento sulla realtà autobiografica. La Nemica è dunque una revanche, una velenosa vendetta nei confronti della madre. Pur essendo un romanzo dei primordi, si avvertono le letture classiche e la cultura della giovane Irène, che sa già regalare incisivi ritratti dell’anima. («Ma Gabry vide che gli occhi di Charles, quei begli occhi pericolosi, luminosi, scuri e segreti come una notte italiana, non si distoglievano da Francine. Non si muoveva, non parlava. Ma la donna, come affascinata, abbassava il capo e il suo sguardo era luminoso, provocante, inquieto, immediatamente distolto»). Con il titolo Siamo stati felici (Passigli, 157 pagine, 14,50 euro, traduzione di Maurizio Ferrara e Gennaro Lauro) viene proposta invece una silloge di nove racconti, per la prima volta tradotti in italiano, protagoniste figure femminili, declinate in tutte le nuance possibili dell’amore. Incontriamo giovani disincantate, di buona famiglia, come Christiane, che sembra tollerare la relazione del fidanzato con una donna importante, più avanti negli anni, e la dolente prostituta Ginette, e Olga che non aveva mai più rivisto il suo amore. Un bouquet di personalità dalle diverse estrazioni sociali e caratteristiche, splendidi ritratti di donne che riflettono nello specchio della vita i ricordi legati a un amore incontrato e vissuto, oppure solo vagheggiato o perduto, ma sempre marca inevitabile del destino. La felicità, le poche volte in cui la incontriamo in queste preziose pagine, sembra essere un bene passato, cristallizzato nello specchio della memoria. Apparsi su alcune delle principali riviste francesi tra il 1933 e il 1942, anno della morte ad Auschwitz, questi racconti furono dati alle stampe in contemporanea alle grandi opere come L’affare Kutilov (1930), Il vino della solitudine (1935), Jezabel (1936), I cani e i lupi (1940) che già avevano resa celebre in Francia e nel mondo la giovane scrittrice russa di lingua francese.
Grazia Giordani

La nemica e Siamo stati felici di Irène Némirovsky

Ci rendiamo conto del fatto che, per lanciare un nuovo scrittore o riscoprirne uno oscurato da luttuosi eventi, com’è accaduto ad Irène Némirovsky (Kiev 1903, Auschwitz 1942) – sia d’obbligo, da parte delle case editrici – partire dall’alto con opere capolavoro come Suite francese, David Golder o Il calore del sangue solo per citarne tre tra gli splendidi libri di questa autrice, che Adelphi in primis ha avuto il privilegio di farci conoscere. Quindi, mantenere un climax così elevato ed in continua ascesa, pubblicando anche opere giovanili, non è facile. Purtuttavia, quando una scrittrice è geniale, anche nelle sue opere minori si avverte il colpo d’ala di chi sa volare alto. E lo diciamo anche al riguardo de La nemica (Titolo originale L’Ennemie, Astoria, pp.126, euro 12, traduzione di Cinzia Bigliosi), uscito per la prima volta in Francia nel luglio del 1928 sulla rivista letteraria Les Oeuvres libres, dell’editore Fayard, con il nom de plume Pierre Nérey, anagramma del vero nome proprio delle Némirovsky (Irène-Nérey). Il tema della riprovazione, potremmo dire odio nei confronti di una madre frivola, egoista ed infedele, forse qui ha toni più esacerbati e pieni di livore di quanto raggiungerà in opere più misurate e mature quali Jezabel  e il già accennato David Golder. In questo romanzo giovanile, non solo la figlia – che prenderà il nome letterario di Gabry –  tradisce la madre, portandole via l’amante, ma addirittura – punizione delle punizioni per chi le sopravvive -, si suicida. Dal diario dell’autrice è possibile trarre tutta l’escalation di questo sentimento furioso da parte di Gabry nei confronti di Francine , di questa madre – perenne tarlo nella vita e scrittura della Némirovsky – una cattiva madre che non sa accettare l’avanzare degli anni che è parossistica cultrice della propria sfiorente bellezza, dedita a soddisfare i suoi capricci, assente ne La nemica –  quando muore – seienne, la figlia Michette. La finzione letteraria qui prende addirittura il sopravvento sulla realtà autobiografica.    Non dobbiamo dimenticare che in Jezabel – questa madre fuori dai canoni – addirittura falsificherà i suoi dati anagrafici con un rocambolesco epilogo da lasciarci sbalorditi. La Nemica è dunque soprattutto una revanche, una velenosa vendetta nei confronti di una madre  poco madre nel senso nobile della parola. Pur essendo un romanzo dei primordi, si avvertono le letture dei classici e la cultura della giovane Irène, che sa già regalarci incisivi ritratti esteriori e ritratti dell’anima  conducendoci per mano fino al drammatico, catartico epilogo. (‹‹Ma Gabry vide che gli occhi di Charles, quei begli occhi pericolosi, luminosi, scuri e segreti come una notte italiana, non si distoglievano da Francine. Non si muoveva, non parlava. Ma la donna, come affascinata, abbassava il capo e il suo sguardo era luminoso, provocante, inquieto, immediatamente distolto››). Innumerevoli ancora gli scritti e i racconti non editi in Italia della russa-francese, ormai entrata nel gotha degli scrittori più amati dal mondo intero.

Con il titolo Siamo stati felici (Passigli, pp.157, euro 14,50, traduzione di Maurizio Ferrara e Gennaro Lauro) ci viene proposta una silloge di nove racconti, per la prima volta tradotti in italiano, protagoniste figure femminili, declinate in tutte le nuance  possibili dell’amore. Incontriamo giovani disincantate, di buona famiglia, come Christiane, che sembra tollerare la relazione del fidanzato con una donna importante, più avanti negli anni, e il dolente personaggio della prostituta Ginette, e Olga che non aveva mai più rivisto il suo amore. Un fitto bouquet di figure femminili, di varia estrazione sociale ed anagrafica, incorniciate in splendidi ritratti di donne che riflettono nello specchio della vita i ricordi legati ad un amore incontrato e vissuto, oppure solo vagheggiato o perduto, ma sempre marca inevitabile del loro destino. La felicità, le poche volte in cui la incontriamo in queste preziose pagine, brevi ma intensi respiri di vita, sembra essere un bene passato, cristallizzato nello specchio della memoria.Apparsi su alcune delle principali riviste francesi tra il 1933 e il 1942 – anno della sua tragica scomparsa – questi racconti furono dati alle stampe in contemporanea alle grandi opere come L’affare Kutilov (1930), Il vino della solitudine (1935), Jezabel (1936), I cani e i lupi (1940) che già avevano resa celebre in Francia e nel mondo la giovane scrittrice russa di lingua francese.

Grazia Giordani

JANE EYRE IL PREQUEL

JANE EYRE IL PREQUEL

RISCOPERTE. Da Adelphi i romanzi di Jean Rhys, grande dimenticata
La risposta postcoloniale al libro di Charlotte Brontë «Il grande mare dei sargassi» fa protagonista la folle reclusa Bertha e narra le sua origini nei Caraibi

Fama postuma: una foto con dedica di Jean Rhys (1890-1979)

Fama postuma: una foto con dedica di Jean Rhys (1890-1979)

Il mondo della letteratura è più che mai un paese straniero, percorso da vicoli oscuri che possono riprender luce in modo improvviso, uscendo dall’insidia dell’oblio. Specialista nei repêchages di scrittori altrimenti dimenticati è da anni l’Adelphi che propone ora, a breve distanza, Quartetto (172 pagine, 16 euro, traduzione di Franca Cavagnoli ) e Il grande mare dei sargassi (171 pagine, 12 euro, traduzione di Adriana Motti), entrambi opera di Jean Rhys, scrittrice britannica di origine caraibica. La fama di questa scrittrice, dotata di un inquietante realismo magico, soprattutto nella parte centrale del Mare dei sargassi, che sarebbe piaciuto a Garcia Marquez e forse anche alla nostra Elsa Morante, ha un’allure più che mai altalenante. In effetti, i suoi primi quattro romanzi, pubblicati tra gli anni Venti e Trenta, lasciarono muta la critica che si accorse di lei, assieme ai suoi lettori, molto tardi, col più sopra citato romanzo, nel 1966, quando ormai l’autrice aveva compiuto 76 anni. Nel 1977, per merito di questo romanzo, vinse il WH Smith Literary Award. Fama arrivata, purtroppo, molto in ritardo. Prequel di Jane Eyre, risposta postmoderna e postcoloniale al capolavoro di Charlotte Brontë, Il grande mare dei sargassi rende protagonista un personaggio minore dell’opera brontiana: la folle reclusa, l’esotica Bertha Mason, moglie di Rochester, relegata in soffitta, vulnerata da una pericolosa pazzia. Questa labile ombra, trasformata in primadonna dalla penna della Rhys, diventa Antoinette, una bellissima creola che vive la propria infanzia su un’isola caraibica nel periodo immediatamente successivo all’abolizione della schiavitù giamaicana. Per metà bianca, quindi disprezzata dai nativi locali, e per metà legata alla cultura indigena, prova, fin dagli anni infantili, l’esperienza dell’isolamento e dell’apartheid. Una vita, fin dagli esordi, sventurata, quella della giovane, con l’eredità della pazzia che già porta sulle spalle: la madre ricoverata in manicomio e la cura della sua educazione affidata ad una mami, cultrice della magia, che contribuirà a incrinare il matrimonio con il marito inglese (nel romanzo di Jean Rhys innominato, ma che noi lettori sappiamo essere Rochester) pronto, per gelosia, a strapparla dalla sua terra, per rinchiuderla nella tetra soffitta del castello inglese. L’incipit e la fine del romanzo hanno un certo parallelismo con l’opera della Brontë; la parte centrale è quella che maggiormente incuriosisce il lettore, così venata di visionarietà ed esotica magia. Quartetto, uscito nel 1928 nell’indifferenza totale di critica e lettori, è in realtà una piccola perla autobiografica. Nel 1981 — tutto avviene sempre in ritardo, per questa sfortunata scrittrice — James Ivory sceglie Quartetto addirittura per trarne un film, ma la Rhys è già morta da tre anni. Il romanzo è la storia di un singolare ménage à trois, protagonista Marya che vive a Parigi da quattro anni, proveniente dall’Inghilterra ed è sposata con Stephan, un mercante d’arte di origini polacche. L’atmosfera è quella dei film di Carnet con caffè bui e fumosi, squallide camere d’albergo. Marya, nonostante il carattere distaccato del marito, sembra relativamente felice. Quando gli affari loschi di Stephan lo portano in prigione, la donna cade in preda allo sconforto e al terrore del futuro. E resta invischiata in una relazione torbida, accettando l’ospitalità di una coppia che le cede una camera libera nel proprio appartamento. All’inizio, Marya pensa di aver trovato il rimedio al suo precario stato, ma poi è attraversata da repulsione e nel contempo dall’incapacità di sciogliere l’ambiguo legame. Al di là della trama, il romanzo è attraversato da messaggi subliminali che ci parlano di fragilità e di autodistruzione, proprie, purtroppo, all’autrice stessa che sa mantenere, nella scrittura, un ritmo tutto suo che allude senza tutto svelare, creando il fascino di un’allucinata realtà sospesa.

Grazia Giordani