Il peccatore eletto

Il peccatore eletto:

quando il «doppio»

diventa romanzo

«Le Confessioni risalgono al 1824

e sono un classico della letteratura»

Grazia Giordani

A conferma del fatto che i classici siano degli evergreen, per nulla scalfiti dal tempo, anzi arricchiti dalle nuove interpretazioni, man mano che gli anni passano, la casa editrice Superbeat ci propone la nuova edizione di «Confessioni di un peccatore eletto» (pp.201, euro15) di James Hogg (1770-1835), considerato il capolavoro dello scrittore scozzese. Difficile, se non impossibile, definire il genere dell’opera, tanto è composita la materia. Sul clima «gotico» del noir, (in un certo senso «Cime tempestose della ë Brontë docet, con la figura evanescente del fantasma), qui aggiungiamo un protagonista macerato dallo strazio dell’introspezione.

Spesso il romanzo, datato 1824, viene citato quale precursore di «Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hide» diRobert Louis Stevenson. E l’affinità la vediamo tutta, non per la trama in sé, ma per il clima dello sdoppiamento che vibra all’interno dell’opera.

Il romanzo, conosciuto anche come «Confessioni di un peccatore impeccabile», passò quasi sotto silenzio, se non fosse stato André Gide, scopritore anche di altri talenti, a capirne il tortuoso valore.

Ci troviamo al cadere del XVII secolo nella tenuta   scozzese di Dalcastle. Personaggio principale è Robert Wringhim, ultimogenito di una famiglia di proprietari terrieri, tali Colwan. Rifiutato dal padre, il giovane viene cresciuto da una madre bigotta e fanatica religiosa. Ripudiato quindi dal «laid»- così in Scozia era definito il proprietario terriero – viene riconosciuto dal pastore calvinista Mr Whinghim, il reverendo, assai presente nella vita della madre  che decide, quindi, di dare al ragazzo il suo cognome.

Nasce da questa circostanza la pericolosa tematica della «predestinazione» da cui ci si può ritenere degli «eletti da Dio», quindi autorizzati a compiere anche gravi colpe, senza mai perdere la grazia. Non riteniamo che Raskol’nikov di dostoevskiana memora (vedi «Delitto e castigo) si ponesse il problema della grazia, eppure tutti questi Superuomini – in un modo o nell’altro – vivono la persuasione che sia loro tutto concesso. L’idolatria del padre putativo viene assorbita anche dal figlio la cui vita resta sconvolta dall’incontro con un misterioso personaggio Gil-Martin, in cui è possibile leggere uno sdoppiamento della personalità dello stesso Robert – e qui, di nuovo propendiamo a Dostoievskij –  o addirittura alla personificazione del male.

«Ricordo più che altro una gran confusione riguardo ai miei peccati e ai miei pentimenti, non sapendo nemmeno da che parte cominciare e avevo spesso una gran paura di non essere in Cristo e che Dio sarebbe stato per me un fuoco divoratore. Non potevo impedirmi di commettere sempre nuovi peccati, ma in famiglia non mancavano mai di trattarmi con clemenza, infliggendomi ogni qualvolta le mie malefatte venivano scoperte, una punizione corporale che mi faceva pentire con tutto il cuore».

L’odio per il fratello George, preferito dal padre naturale, mentre gode tranquillità e favori nella tenuta di Dalcastle, scatena nell’animo di Robert un vero delirio, per cui compie azioni punitive nei confronti di chi ritiene esser peccatori, portandolo ad azioni estreme, tra cui il gesto di Caino, di uccisione dell’invidiato fratello, cui seguiranno pentimento e suicidio finale.

Leggiamo quindi un romanzo nel romanzo, diviso in tre parti, con elementi discordanti che offre al nostro immaginario una labirintica altalena. Satira dei paradossi della fede, ironia a spese dei bigotti e molto altro possiamo ricavare da questa avvitata lettura inquietante, che scava nel profondo, cavalcando l’ossimoro della crime novel che sa diventare fantasy

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2 responses to this post.

  1. Tortuoso romanzo

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  2. di certo dopo le tue parole un pizzico di curiosità c’è. Molti romanzi dell’ottocento sono caduti nel dimenticatoio e vengono scoperti solo tardivamente.
    Un grande abbraccio
    GP

    Rispondi

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