Archive for novembre 2014

E’ scoppiato il Novecento

Sembra spirare una ventata sulfurea, quasi luciferina nel clima delle attuali mostre rodigine, visto che – appena conclusa l’esposizione dedicata all’”Ossessione Nordica”, con risultati eccellenti, superiori a qualsiasi rosea previsione -, a Palazzo Roverella dal 14 febbraio al 14 giugno 2015 potremo ammirare “Il demone della modernità. Pittori visionari all’alba del secolo breve”, anche questa volta a cura di Giandomenico Romanelli.

Siamo certi che il clima nebbioso polesano, coi suoi cieli invernali cupi, spesso velati da folte nebbie, sia il più adatto ad accogliere un tema abitato da incubi ed ambigui eterei straniamenti, per cui “tout se tien” e la cornice è perfetta, fatta su misura.

L’irrompere della modernità nel mondo tardo Ottocentesco e il suo deflagrare nei primi decenni del “secolo breve” – nell’ottica del curatore della mostra – sono il soggetto vero di questa sorprendente esposizione affidata alla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi. Una modernità particolare, popolata da angeli e demoni, tra inquieto ed ineffabile, tra conscio ed inconscio, dove il buio della morte e la luce della rinascita sembrano contendersi il primato.

Potremmo considerare questa esposizione un noir pittorico, per immagini imperdibili, presentato alla grande a Milano e nelle principali città del Veneto, proprio perché i fruitori possano, per tempo, prenderne coscienza. Incontreremo, visitandola, emozioni tali da accompagnarci nel baratro profondo dell’inconscio, per farci, fortunatamente, risalire verso la consolazione della luce.

Saremo attratti da alcune icone dell’universo simbolista che ci grazieranno della scoperta di un’arte esclusiva e misteriosa e nel contempo della rappresentazione drammatica, talvolta subliminale, della follia della guerra.

Impossibile non evocare raffronti tra arte e letteratura, poiché l’una permea l’altra in un inscindibile duetto. E qui respiriamo gli spiriti oscuri di Baudelaire e Poe, oltre al pensiero filosofico nuovo e spregiudicato, vera radice della modernità.

Il mondo luciferino, fatto di illuminazioni abbacinanti e di cupe ombre, dense di mistero, di figure portatrici di morte, di sedotti e seduttori, ci ammalia, facendoci sostare, con animo sospeso, di fronte alle Salomé provocatoriamente danzanti di Gustave Moreau, o facendoci apprezzare la diafana finezza di Odilon Redon, presi come saremo dall’inquietante finezza di questo artista, per giungere alle originali interpretazioni di Max Klinger e Franz von Stuck, allievi entrambi di Boecklin, di cui sono le punte più ardite.

Quello che ci affascina soprattutto in questa mostra è  la deflagrazione, quasi lo scoppio di una modernità inquieta e tempestosa – come sostiene il curatore – prefiguratrice di morte non meno che sfrenata celebrazione di un vitalismo tutto proteso verso nuove conquiste e nuovi miti. Anche i linguaggi dell’arte si rinnovano tumultuosamente, infrangendo il rigore un po’ ingessato della classicità. Suona una nuova musica innovatrice ora, incurante, anzi promotrice della contaminazione tra i generi.

La mostra non si prefigge una narrazione piattamente didascalica, quasi un lungo compitino senza originali respiri e possibili tirate di fiato da parte del fruitore, cavalcando la banalità, non incontreremo quindi una narrazione sistematica attorno ad impareggiabili figure del mondo nuovo, ad angeli di un destino di luce e alle tenebre gelide e sulfuree che circondano il reietto, perché l’arte nuova spalanca orizzonti insospettati e opera il miracolo di far esplodere sopra le rovine del passato la potenza incontenibile e pure ambigua del moderno.

Ad d operare questo saranno grandi nomi quali: James Ensor, Franz Von Stuck, Odillo, Redon, Boecklin, Moreau, e i nostri De Maria, Cadorin, Cagnaccio, Martini, solo per citarne pochi fra i tanti. Il tutto avviene in una sinfonia che inevitabilmente si contrappone alle musiche di wagner e alle originalissime immagini di New York di Gennaro Favai.

Una mostra per chi ama la grande arte, i confronti con le altre arti e soprattutto le forti emozioni.

Grazia Giordani

 

 

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Forse Esther

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Dai ghetti ai Lager e ai Gulag: in Katja la storia d’Europa

Nonna senza nome, «Forse Esther» muove alla ricerca delle radici

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  • Fresco di stampa, è già un bestseller Forse Esther (241 pagine, 18 euro) di Katja Petrowskaja che Adelphi, battendo sul tempo i grandi editori americani e francesi, propone nella bella versione di Ada Vigliani. La quarantaquattrenne autrice ucraina conduce, pagina dopo pagina, in un commovente ritorno alle sue radici, attraverso i drammi concatenati del Novecento.

Si chiamava veramente E-sther quella bisnonna di Katja che nella Kiev del 1941 chiese fiduciosa a due soldati tedeschi la strada per Babij Jar, la fossa comune degli ebrei, ricevendone come risposta una distratta rivoltellata? Forse. La voglia di gettarsi anima e corpo dentro il destino della sua famiglia dispersa tra Polonia, Russia e Austria, forse è nata nel cuore e nella penna della Petrowskaja proprio da un dialogo intercorso tra lei e suo padre: «Credo si chiamasse Esther, disse mio padre. Sì, forse Esther. Avevo due nonne, e una delle due si chiamava Esther, proprio così. Come, forse? Esclamai io scandalizzata, non sai come si chiamava tua nonna? Non l’ho mai chiamata per nome, replicò mio padre, dicevo babuška, e i miei genitori dicevano mamma».
Per ricostruire la sua complessa genealogia, quell’intricato intreccio di culture e di lingue — yidddish, polacco, ucraino, ebraico, russo, tedesco — l’autrice compie, senza risparmio di emozioni né di energie, un viaggio alla ricerca dei parenti scomparsi, a ritroso nella storia di un contraddittorio Novecento in cui incontriamo figure di famiglia piene di cuore: la babuška Rosa, la logopedista di Varsavia che salva duecento bambini sopravvissuti all’assedio di Leningrado; il nonno ucraino prigioniero di guerra a Mauthausen e riapparso da un gulag dopo decenni; il prozio Judas Stern che, nella Mosca del 1932, spara a un diplomatico tedesco; il fratello Semen, il rivoluzionario di Odessa che, passando ai bolscevichi, cambia in Petrovskij un cognome che gli sembrava troppo ebraico.
Protagonisti di questo romanzo autobiografico, alla ricerca di origini e destini sepolti nel baratro della storia, non sono soltanto gli esseri umani, e i paesaggi dell’anima, ma anche quelli esterni, come ampi quadri su cui si adagia l’immane pianura russa invasa dai tedeschi e in cui si stagliano le città della vecchia Europa. Kiev, Mosca, Varsavia, Berlino. Il lettore entra con l’autrice nei Gulag, nei ghetti, nei Lager, alternando la commozione al sorriso, perché la penna della Petrowskaja è spesso venata d’intelligente ironia. Il corredo fotografico dell’opera è molto interessante, perché le immagini di parenti e luoghi geografici rendono più coinvolgente la lettura di pagine così vibranti e indimenticabili. L’autrice nel 2013 ha vinto a Klagenfurt il premio Ingeborg Bachmann con un capitolo del romanzo Forse Esther, scritto direttamente in tedesco e tangibile testimonianza di come in lei si assommino diverse culture: la russa, l’ucraina, la tedesca e l’ebraica.

Grazia Giordani