Archive for giugno 2017

Io una volta abitavo qui

IL LIBRO. «Io una volta abitavo qui» per Adelphi

La prosa tagliente
e l’animo tortuoso
della grande Rhys

Grazia Giordani

La scrittrice inglese resa famosa da «Il grande mare dei sargassi»

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lunedì 26 giugno 2017 CULTURA, pagina 41

Chi ha letto «Il grande mare dei sargassi», capolavoro di Jean Rhys,(1890-1979), prequel di Jane Eyre, addirittura risposta postmoderna e postcoloniale al capolavoro di Charlotte Brontë, ritroverà  in «Io una volta abitavo qui» (Titolo originale: «The Collected Short Stories» pp.157, euro 16) che Adelphi ci propone tradotto da Marisa Caramella e Laura Noulian, la stessa prosa tagliente e spietata, senza mezze misure, di un’ autrice che ebbe una vita rocambolesca.  Nata in Dominica da genitori di origini britanniche, studiò a Londra sognando di fare l’attrice. Rimasta priva di risorse, dopo la morte del padre, rifiutata dallo snob mondo teatrale, per via del marcato accento caraibico, frequentò gli ambienti bohémien che descrisse nei primi romanzi usciti tra il 1929 e il 1939. Poi scomparve dalla scena letteraria, finché nel 1966 «Il grande mare dei sargassi» la consacrò fra i grandi autori di lingua inglese.
La silloge «Io una volta abitavo qui», di cui stiamo trattando, venne pubblicata in varie raccolte tra il 1927 e il 1976.
Qui la incontriamo bambina col vestito di piquet in una Dominica insieme sordida e fiabesca, poi riluttante collegiale espatriata in Inghilterra. «Un caldo e silenzioso pomeriggio di luglio mi dissero che sarei andata in Inghilterra con la zia Clare, che era nostra ospite da sei mesi. Dovevo andare a scuola in un posto che si chiamava The Perse, a Cambridge». La ragazzina irrequieta non è dello stesso parere del padre, convinto degli effetti benefici dell’educazione e della cura che potrà avere per lei e su di lei questa non amatissima zia. «Purtroppo, l’agosto a Londra era grigio e minaccioso, non freddo, ma mai limpido o fresco. La zia Clare, un’instancabile camminatrice,  mi trascinò a vedere tutti i monumenti e i posti famosi, e dopo una settimana, cominciai ad addormentarmi nei luoghi più impensati: St.Paul , Westminster Abbey, il museo di Madame Tussaud, la Wallace Collection, lo zoo, perfino in paio di negozi. La zia camminava in fretta, ma distrattamente e mi era facile restare indietro e cercare una sedia o una panchina su cui lasciarmi andare».
Proseguendo nella lettura del frizzante testo, incontriamo l’irrequieta protagonista da espatriata in Inghilterra, scendere giù a ballerina di fila a comparsa del demi-monde londinese, vedova bianca di un carcerato olandese, parigina derelitta e affamata, protegée di Ford Madox Ford e infine anziana solitaria nel piovoso Devonshire, dove il successo del «Grande mare dei sargassi» è arrivato troppo tardi, quando ormai l’autrice aveva vissuto e patito le varie identità di cui leggiamo, attoniti, addolorati e divertiti nella silloge, prevalentemente composta da racconti brevi e sfrontati, capaci anche di suscitare in noi sentimenti di pena e dolore, soprattutto quando Jean Rys sa rivelarci l’allarmante esibizione dei meandri più bui della sua contorta personalità.
Avremmo voluto almeno che la gloria letteraria non le fosse giunta così tardiva, che non avesse dovuto subire umiliazioni così cocenti di cui qui scrive come se non gliene importasse. E, invece, si capisce che ne soffre più di quanto voglia far apparire, se scrive in «Una notte»: «Senza un soldo, marcia. Peggio . . . malata e impaurita a morte! Ma peggio ancora è come odio la gente. È come se dentro di me qualcosa si ritraesse dall’umanità, rabbrividendo. Lo sguardo delle persone, soprattutto quando ridono, è meschino e crudele».
Forse, se fosse stata di animo meno tortuoso, non avrebbe saputo darci pagine tanto coinvolgenti come quelle del suo tardivo capolavoro. Dalle figure geniali dobbiamo aspettarci anche questo.
Grazia Giordani

 

 

 

 

 

 

 

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Bernard Berenson-Da Boston a Firenze

L LIBRO. La nuova biografia di Rachel Cohen

Vita di un critico:
l’arte e le donne
secondo Berenson

Grazia Giordani

Ritratto a tutto tondo del grande studioso lituano americano

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lunedì 19 giugno 2017 CULTURA, pagina 33

Se ci sono biografie più coinvolgenti di un romanzo, tra queste spicca «Bernard Berenson – Da Boston a Firenze» di Rachel Cohen che Adelphi ci propone nella bella traduzione di Mariagrazia Gini (pp.326, euro 32).
Il lituano americano Bernard Berenson (1865-1959) già era stato oggetto di pregevoli biografie, del resto la sua bizzarra vita si prestava troppo al fatto che si parlasse di lui, ma la novità della biografia Cohen sta nel meticoloso modo di presentarci il personaggio, senza nulla tacere: dall’oscura nascita in Lituania, alla formazione americana, dai viaggi di studio, alle pubblicazioni che gli fruttarono ricchi guadagni. Non ultimo il rapporto che lo studioso intrecciò col mondo femminile. Cominciando dalle sorelle Senda e Bessie, proseguendo con la mecenate Isabella Stewart Gardner, non dimenticando la compagna e moglie Mary Smith Costelloe e l’amante Belle de Costa Greene, proseguendo con Edith Wharton, per giungere a Nicky Mariano. Non certi di averle ricordate proprio tutte, tanta era la vis seduttiva di questo irresistibile studioso.
Anche mistificatore, in un certo senso,  il nostro protagonista, capace di tutto per nascondere la sua umile nascita, il suo vero nome Bernard Valvrojenski, di religione ebraica. Sua intenzione, ben determinata, era quella di non languire nella frustrazione del padre, che pur con velleità intellettuali, era finito venditore di pentole porta a porta. Sul suo futuro era ben determinato, sapeva di avere in sé le stigmate del successo con tre obiettivi irrinunciabili: passare la vita ad osservare l’arte, arricchirsi e diventare scrittore. Dei tre propositi solo l’ultimo non si verificò in pieno. Ma non si può volere troppo dalla vita.
La sua fortuna dipese soprattutto dalle donne: Isabella Stewart Gardner e Mary Smith Costelloe che lo finanziarono senza risparmio, proteggendolo in ogni modo.  Visitò tutta l’Europa, divenendo un leader del mercato artistico. Infedele in amore e nel credo religioso (si vergognava di essere ebreo), la Cohen sa presentarcelo in maniera irresistibile, con penna arguta e attenta ai particolari anche minimi e non da tutti conosciuti. Quasi cinquantenne, il Nostro,   conobbe Edith Wharton e con lei intrecciò un profondo legame, eccezionalmente, d’amicizia. Un ultimo amore fu invece con Nicky Mariano che fu il suo angelo custode per gli ultimi quarant’anni di vita. Divenuto il portentoso conoscitore dello stile degli antichi maestri, sopravvissuto alla guerra e all’occupazione tedesca, terminerà i suoi giorni, novantaquattrenne, nella splendida bellezza della sua villa nei colli fiorentini, ma con l’amara consapevolezza di aver messo il suo prestigio al servizio dei grandi mercanti.

Berenson chiuse i suoi giorni il 6 ottobre 1959. Al momento del trapasso gli facevano corona la sorella Bessie, la fedele Nicky Mariano con la sorella Alda. E come avrebbe potuto essere altrimenti? Seduttori si nasce e seduttori si muore.

Rachel Cohen insegna alla University of Chicago e ha scritto, fra l’altro, per il «New Yorker», il «Guardian», la «London Review of Books» e  «McSweenery’s». Di lei Adelphi ha pubblicato «Un incontro casuale» (2006). «Bernard Berenson è apparso per la prima volta nel 2013.

Grazia Giordani

Il morso

IL LIBRO. Neri Pozza pubblica la Lo Iacono

Il morso di Simona
un quarantotto
nel ventre siciliano

Grazia Giordani

Storia, verità e verosimiglianza si intrecciano dentro il romanzo

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lunedì 12 giugno 2017 CULTURA, pagina 41

Date in mano alla scrittrice siracusana Simona Lo Iacono tracce di un fatto storico e su quella immaginaria tela lei vi ricamerà un imperdibile romanzo. Infatti, il suo fresco di stampa «Il morso» (Neri Pozza, pp. 238, euro 16, 50), c’incanta per l’insolita trama sorretta da una pregevolissima eleganza stilistica.

Palermo 1847. Lucia Salvo ha sedici anni, gli occhi come «due mandorle dure» e una reputazione molto chiacchierata nella sua città, Siracusa, dove la considerano una squilibrata, mezzo scimunita, una «babba», per meglio dire una pazza. La nomea se l’è guadagnata per via del «fatto», costituito da crisi compulsive attribuibili ad epilessia. Grandi personaggi del passato ne hanno sofferto. Persino Dostoevskij.

Questa sventura aleggia addosso alla ragazza come una maledizione.

Speranzosa di risollevarne le sorti, la madre manda Lucia a Palermo a sevizio presso la nobil casa dei conti Ramacca. La ragazza vi si reca riottosa, ben sapendo che il Conte figlio è diventato un erotomane, sempre più assatanato in tema di servitù femminile, sempre in ricerca di più laide emozioni, da parte di servette condannate al sacrificio.

Quelli erano i tempi, tempi di innegabili soprusi e Simona Lo Iacono non è solo pregevole scrittrice, è anche attenta storica, soprattutto della sua terra tanto amata.

Annoiato dalle troppo permissive e arrendevoli ragazze che gli concedono le loro virtù in giochi sempre più nuovi, ma per lui mai abbastanza, il capriccioso Conte figlio è alla ricerca di nuove emozioni. Ci vorrebbe una donna che gli opponga resistenza, creandogli l’illusione di una vera caccia, non di una resa aprioristica, in nessun modo guadagnata. Caratteristica la figura dell’evirato nano Minnalò, cui l’autrice dedica cura descrittiva molto suggestiva. E sarà proprio questo fedele consigliere del conte a porgergli la sventurata Lucia che tutto era tranne che arrendevole, e reagirà propinando al libidinoso Conte figlio, un morso deciso, ben assestato, una vera mossa da roditore, da cui mutua il titolo il romanzo.

Il Conte figlio era quello che cercava. Da questo gesto di ribellione si sgranerà il rosario di tutte le aggrovigliate vicende. Tanto che Lucia diverrà un’inconsapevole eroina durante la rivoluzione siciliana del 1848, il primo moto di quell’orda di scompigli ed insurrezioni popolari che sconvolsero l’Europa tutta in quel periodo.

Leggendo questo romanzo tra verità e verisimiglianza incontreremo i numerosi personaggi, nobili e servi, conservatori e rivoluzionari, quasi tutti avvolti in un’aura di perdenti in una terra che ci appare votata al sacrificio. E qui la «babba», come viene definita Lucia, trova la propria dimensione, la propria personalità, la propria capacità di amare e di ordire persino intrighi per amore, incontrando un’ingiusta fine. Ma non troppo vogliamo anticipare al lettore.

Simona Lo Iacono, di cui tanto abbiamo ammirato il linguaggio incisivo ed efficace, pervaso da incantesimi e malie, è nata a Siracusa nel 1970, è magistrato e presta servizio presso il tribunale di Catania. Nel 2016 ha pubblicato il romanzo «Le streghe di Lenzavacche»(Edizioni E/O), selezionato tra i dodici finalisti del Premio Strega.

Grazia Giordani