Archive for gennaio 2003

Le amiche

Erano già ferme ad attendermi al casello dell’autostrada est. Riconobbi subito Gloria, avvolta nel golf di lana d’Irlanda che le avevo portato da un viaggio invernale.

Una strana illusione ottica creava un’aureola chiara, attorno al suo volto, quasi dal di dentro emanasse lei stessa una luce. Luisa era alta, come mi era stata descritta, atletica nella figura, lo sguardo mite della donna dolce e remissiva.

Una strana coppia, la mia amante e l’amica, che prometteva un singolare incontro a tre. Avrei dovuto superare un insolito esame: volevo far colpo su Luisa, per piacere sempre di più a Gloria: un gioco sottile, piacevolmente perverso, fatto di elucubrazioni amorose, sommerse dentro la psiche.

Mi ero “premurato” di fare le cose per benino: la Volvo pulita a fondo, all’interno era lucida come un salotto. Avevo acquistato, un po’ riottoso, due rose rosse da offrire alle mie ospiti. Per Gloria avevo sempre colto fiori di bosco, fasci di ginestre o ireos, legati in rustici mazzetti, che le piacevano tanto e la mandavano in “visibilio”, come amava dire, ridendo con la testa riversa sulla mia spalla.

Si stabilì subito un clima di confidenza, un triangolo di cospiratrice amicizia, rinsaldata dalla pace del ristorante, perso tra il verde ormai bruno della collina, pronta ad indossare gli abiti dell’autunno. Le avevo di fronte a tavola, femminilissime,  sempre più sciolte. Le scrutai bene. Gli occhi di Luisa, senza lampi di malizia, facevano da controcanto – come note in sordina –  ai lampi bruni dello sguardo di Gloria, reso obliquo da un ammiccante strabismo.

Stuzzicai la mia donna con galanterie rivolte all’amica. Mi piaceva l’atmosfera ambigua, il sapore un po’ torbido di trasgressioni soltanto pensate. Mi sarebbe piaciuto chinarmi a toccare le ginocchia delle due donne così dissimili e così unite, slacciare le loro camicette, incespicando nell’impedimento di asole e bottoni. Mi accontentai di pensarle, queste azioni, in una luce di acquario, resa verde dal riflesso del fogliame fuori dai vetri. Pensai al segreto delle loro cosce così chiuse e composte sulla seggiola, caldi misteri di carne.

Masticavamo all’unisono, “rullandoci” i bocconi dai piatti, la gola stuzzicata dal gelo dello champagne, legati da un’amicizia strana, quasi ubriacante.

Le loro mani così diverse, per forma di unghie e di dita, furono rapide nello spalmare il rossetto sulle labbra ormai pallide, alla fine del pranzo. Era come dire: «È finita, missa est. Il momento magico è arrivato ad un irreversibile stop». Avrei voluto trattenerle, prolungare quel misterioso piacere, fatto di vellicanti equivoci. Le vidi ripartire esitanti, mi parve che anche il motore della loro auto avrebbe preferito restare. Furono inghiottite da una macchina chiara, squadrata nella forma. Tornai, pigramente, al lavoro, soffocando gli sbadigli di una digestione affrettata e di uno stacco troppo brusco da momenti piacevoli. Immerso nel progetto da consegnare all’architetto, non pensai più alle “mie ragazze”, come le avevo scherzosamente chiamate, nel corso dell’incontro.

L’indomani lessi sul giornale dell’incidente: un camion, uscito dalla corsia dell’autostrada, aveva rubato la loro ingordigia di vivere. Pensai: «Gloria non sarà mai morta del tutto. La porto dentro come un coltello che penetra una ferita e la fa sanguinare sempre più, come il profumo intenso delle ginestre che coglievamo insieme, lungo il pendio della collina, bruciata dal sole, come lo strazio dei suoi capricciosi abbandoni, dei suoi dubbi amorosi, tenere ossessioni. Non posso cedere ai rimorsi delle cose che non ho voluto dirle, del suo telefono muto, per i silenzi del mio». A Luisa, penso come a un’appendice di lei, a un mite ornamento di vita recisa.

Chiudo gli occhi, e sento le mani lievi della mia donna, la sua piccola risata di perle, la sua corsa affannata per raggiungermi presto. Vedo brillare, nell’ombra, la macchia color porpora delle rose donate all’appuntamento: si mutano in due fiori di sangue, conficcati nel petto delle due amiche.

Non voglio svegliarmi dall’incubo, meglio questa macabra fantasia, piuttosto che la realtà della loro morte, meglio la sofferenza di sogno, piuttosto che accompagnarle per l’ultimo viaggio. Non voglio vedere, non voglio sapere, mi piace imbrogliare me stesso, tuffarmi dentro un mare consolatore di fantasie, dove posso ancora passeggiare con Gloria in boschi di luce, stringerla nelle calli di una Venezia onirica, dai canali disseccati, baciarla contro il muro di una chiesa della memoria.

Penso: «Se la separo da Luisa, torna viva, se rompo il gemellaggio delle loro esistenze, si frantuma l’incantesimo, e spero, spero con l’ostinazione di chi si aggrappa all’ombra triste di un’allucinazione».

 

Secondo finale

 

Furono inghiottite da una macchina chiara, squadrata nella forma. Pensai che era, in fondo, solo un arrivederci. Luisa avrebbe ripreso la sua vita di donna gentile, e Gloria – la mia Gloria – avrebbe continuato a regalarmi tutti gli spazi di esistenza che le era possibile serbare per me. Avremmo continuato all’infinito i nostri incontri furtivi ed eccitanti, momenti di un unisono d’amore che credevo esistesse solo nei romanzi.

Piccola, deliziosa rompiscatole, subito domani mi avrebbe chiamato al telefono: già sentivo nell’orecchio la carezza della sua voce.

(g.g.)

 

«…Anche pagati volete essere, o virtuosi! Volete avere una ricompensa per la virtù, e il cielo per la terra, ed eternità per il vostro oggi?» (“Dei virtuosi” Così Parlò Zarathustra F.Nietzsche)

Mi piace ricordare figure di artisti e letterati, altrimenti oscurati dalla polvere del tempo. In un recente passato, ho pubblicato versi di Sandro Penna, e ora “posto” una mia recensione – già comparsa nelle pagine culturali del quotidiano a cui collaboro -, perché non si dimentichi la statura umana e letteraria di Arnaldo Pini. Nel suo saggio sapienziale Marginalia, in prefazione, Giuseppe Pontiggia, rileva, fra l’altro, come la parola dell’autore esprima «una umiltà affabile non priva di connotazioni autoironiche (…) difficile immaginare libro meno attuale di questo, dove l’ardore religioso è alimentato dalle speculazioni dei teologi antiche e medievali e dalle visioni indicibili, eppure partecipate, dei mistici e dove la coscienza esistenziale si nutre della radicalità di Kierkegaard e di Dostoevskij.»

RECENSIONI

«Incontri alle Giubbe Rosse»

 pubblicazione postuma di  Arnaldo Pini

Crea un senso di pena profonda, nel cuore del lettore, la pubblicazione di un libro, fatalmente uscito postumo, a pochi giorni dalla morte dell’autore.

Arnaldo Pini era un caro amico, oltre ad essere un poeta e saggista di finissima penna. Un amico conosciuto proprio alle mitiche «Giubbe Rosse» fiorentine , nella grande frequentazione intrattenuta nel caffè letterario – fra i più importanti d’Europa, ora egregiamente condotto da Fiorenzo Smalzi e curato, nelle attività letterarie, da Massimo Mori – in occasione di presentazioni di libri nostri e di amici.

Nella sua città natale – Firenze – Pini aveva compiuto gli studi classici e universitari (Lettere e Filosofia). Fondatore, nell’immediato dopoguerra, con altri uomini di cultura, della rivista letteraria «Caratteri», collaboratore a «Numero», con Ferruccio Masini e a «Testimonianze» con P. Ernesto Balducci, ha tradotto e curato libri di arte, storia, letteratura e filosofia religiosa per le edizioni Vallecchi, Bompiani, Herder, Morcelliana e Queriniana.

Autore di molte voci in enciclopedie specializzate, finalista al Premio Viareggio del 1983, per un volume di poesie, vinse l’anno successivo il Premio Donatello, biennale di poesia a Firenze.

Con Piergiovanni Permoli e Francesco Guerrieri ha curato e redatto la rivista letteraria «Il Portolano». Nel 1995 ha pubblicato  (Polistampa, Firenze) «Marginalia. Diario senza data», un sapienziale florilegio letterario-filosofico, prefato da Giuseppe Pontiggia.

La sua ultima fatica, uscita postuma – ancora per i tipi di Polistampa -: «Incontri alle Giubbe Rosse», è un colto e originale mosaico di colloqui e rendez-vous avvenuti nelle sale del prestigioso caffè letterario, con alcuni dei più importanti personaggi della letteratura e dell’arte italiana ed europea del Novecento.

Guidati dalla penna sapiente dell’autore avremo così anche noi l’illusione di dialogare con Tommaso Landolfi «di una cortesia formalmente ineccepibile, da vero gentiluomo di antica prosapia» e di cui Pini, in occasione di un incontro con chi sta scrivendo per voi, su queste colonne, ha anche detto: «era un uomo bellissimo, dotato di un’avvenenza rara»; scrittore originale sui generis, con la dostoevskijana debolezza per il gioco delle carte, Landolfi curava molto l’abbigliamento, «indossando vestiti di stoffa inglese dal taglio impeccabile».

Pini, nel descriverci i personaggi dei suoi incontri, ne traccia anche un profilo artistico, un ritratto d’anima, e questo avviene per Mario Luzi («Sono quasi cinquant’anni di incontri e di colloqui che, nel corso del tempo, hanno confermato e accresciuto il nostro sodalizio, con vincoli di affetto sempre più saldi»).

Una carrellata dentro l’opera  luziana ci fa anche conoscere «vette sconosciute alla poesia contemporanea che lo collocano fra i massimi poeti del Novecento, e viene spontaneo, dopo la lettura del volume, parlare di un tono, di un’ispirazione dantesca,  di un simbolismo della luce di schietto tenore metafisico…».

Splendido il capitolo dedicato a Montale che esortò il nostro autore giovanissimo «a frequentare poco i poeti, se amava la poesia».

«Restano a gloria di Montale – puntualizza Pini –  i primi tre suoi libri: gli «Ossi di seppia», «Le Occasioni» e «La bufera e altro», una suite mirabile di ininterrotta poesia, un esempio altissimo di classicità moderna…».

Gli incontri di Pini proseguono con figure di spicco come Malaparte, Parronchi, Thomas, Traverso, sempre dense di colore, di note inedite, colte senza essere stucchevoli, delineate come ritratti parlanti.

Ma noi vogliamo lasciare al lettore la gioia di scoprire fino in fondo il fascino di questo libro, continuando a ricordare Arnaldo Pini nei molteplici incontri proprio nel fascinoso caffè fiorentino, oppure a Badia, al tavolo di casa nostra e in biblioteca, dove abbiamo presentato insieme il saggio sul cinema di Piergiovanni Permoli – «L’ombra dello schermo» -, in una indimenticabile, affettuosissima serata.

 Arnaldo Pini «Incontri alle Giubbe Rosse»

Polistampa Pp. 143 Lire 28.000

«Il patetico lo sopportiamo soltanto nell’arte; l’uomo vivo deve essere semplice e non troppo rumoroso» (F. Nietzsche)

Abbiamo appreso dal telegiornale di questa sera che tre sordomuti calabresi sono stati arrestati per usura ai danni di altri sordomuti sparsi per l’Italia: loro mezzo di comunicazione gli SMS sui telefonini, finché un complice non ha “cantato”…per SMS anche lui?

Viviamo tutti in difficile equilibrio, sul sottilissimo crinale che divide la disperazione dalla gioia (Arnaldo Pini)