Archive for novembre 2011

RINASCITA

E’ solo un segnale di rinascita.

Tornerò a bloggare . . .

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Prova d’autore

Per non perdere le tracce, con la chiusura di splinder, di questo racconto scritto insieme a Briciolanellatte e postato sul suo blog, riporto qua

Prova d’autore

Racconto lungo scritto a quattro mani

La storia in breve

Ermanno è un ragazzino, in fuga da uno zio perverso e violentatore, con cui vive dolorosamente, dopo la morte drammatica dei genitori. Incontra Ginevra, dolce ragazzina, sua coetanea che lo salva, portandolo a casa sua, in seno a una generosa ed ospitale famiglia. Vediamo crescere i due giovani, sani e spensierati, nonostante una breve ricomparsa dello squallido Berto, lo zio vizioso e squilibrato. Frequentano studi classici nel faentino e pensano di iscriversi all’Università a Bologna, sebbene sia Ginevra a premere con maggior insistenza per questa futura vita a due, perché Ermanno – desideroso di indipendenza, dopo aver così dovuto approfittare della generosità dei Valmarana – preferirebbe lavorare subito, senza imbarcarsi in un programma di studi lunghi e dal risultato aleatorio. Mentre si trova a Bologna, svogliatamente alla ricerca di un monolocale, viene affrontato dal malefico zio che ha aggredito il padre di Ginevra, ferendolo gravemente, e ha rapito la ragazza.
Ermanno assiste amorevolmente l’uomo che gli ha fatto le veci di padre, addolorato per l’amputazione a una gamba – conseguenza della selvaggia aggressione subita -, e si tormenta pensando alla sorte di Ginevra (ora più che mai si rende conto di amarla perdutamente!) in balia di quello squilibrato.
Ginevra, legata e bendata, in un a sordida cantina, sta soffrendo pene insostenibili. L’amore forte per Ermanno non è per lei una rivelazione, nata nel momento del pericolo: la sua è una matura consapevolezza. Riesce a sfuggire alla perversione del malefico zio, salvata da un cacciatore di passaggio.
Gli eventi precipitano: Berto uccide barbaramente il cacciatore, impossessandosi nuovamente di Ginevra, completamente ridotta in sua balia.
Ermanno decide di agire da solo, senza attendere l’operato della polizia e degli addetti ai lavori, che ritiene certamente meno coinvolti di lui al progetto di salvezza della sua amata. Si reca nella casa dello zio, alla ricerca di qualche indizio che lo porti da lui. Ritrova foto delle passate sevizie subite da quel perverso, e – in un lampo – gli appare l’immagine di quella sordida bicocca, da Berto ritenuta luogo propizio per delitti perfetti.
Raggiunge la stamberga dopo un tortuoso viaggio in auto che, prudentemente, parcheggia a qualche metro di distanza. Dapprima, spiando attraverso i vetri, armato del fucile da caccia sottratto ai Valmarana, non scorge nulla all’interno, ma in seguito vede Ginevra semisvenuta sopra un tavolaccio, insidiata da Berto. Perde il lume della ragione, sparando all’impazzata. Vede molto sangue e – dopo aver legato mani e piedi dello zio – conduce fuori Ginevra per rianimarla e ripulirla al ruscello. Quando rientra, misteriosamente Berto è scomparso.
Superato lo choc delle terribili vicende, Ermanno e Ginevra si sposano. Li incontriamo quattro anni dopo. Il loro adorato Alessandro compie tre anni, attorniato dalla tenerezza di genitori, nonni e parenti riuniti e si addormenta nel suo lettino, in mezzo ai doni ricevuti.

Primo finale: Dopo una calda notte d’amore, gli sposi vedono – attraverso la vetrata – lo sguardo bieco di Berto che li sta osservando.

Secondo finale: il folle Berto ha rapito il piccolo Alessandro

Prova d’autore – 1

Puntata n. 1 – Il bambino correva a perdifiato giù dalla collina. Nella corsa doveva aver perso una scarpa perché zoppicava vistosamente, tanto che cercava di saltellare ogniqualvolta metteva a terra il piede destro. Si voltava il piccolo, si voltava di continuo, ma i lineamenti del volto non riuscivano a liberarsi da quella morsa di terrore. Non ce la faceva neppure a piangere anche se portava con gesto meccanico il lembo della camiciola agli occhi sbarrati e asciutti.
In lontananza un volo teso di corvi, alla ricerca delle ultime spigolature nel campo arato, rigavano l’azzurro pulito del cielo e una sobria brezza levantina portava con sé profumi nuovi. L’incipiente primavera aveva scoperto di aver vita da spendere nei bocci e nelle gemme che un po’ ovunque impreziosivano rami e arbusti; presto, foglie e fiori avrebbero colorato di nuovo la campagna.
Alla curva del mulino, il bambino parve rallentare; invece era solo che aveva perso l’equilibrio, finendo per andare a sbattere malamente contro il parapetto del ponte. Ma non ci pensò neppure a fermarsi. Si rialzò e basta, come una molla, spinto dal desiderio incontenibile di mettere tra sé e la sua paura quanta più strada fosse possibile. Continua a leggere

Prova d’autore – 2

Puntata n. 8Dieci anni dopo. Si integrò quasi senza fatica, l’inselvatichito ragazzino, in seno a quella generosa famiglia. E l’eco della voce blasfema di quello zio perverso, ritornava sporadicamente, soltanto nei suoi sogni. Ermanno aveva quasi completamente rimosso il ribrezzo procuratogli da quelle sue insistenti carezze malsane, la violazione alitava in lui solo in quella parte dell’anima, in cui cerchiamo di non guardare, per non spaventarci di noi stessi.
Gli anni erano passati lievi, senza eccessivi scossoni, ritmati dal trascorrere delle stagioni, con una naturalezza confortante. Dieci primavere di corse nei prati, di accettazione da parte di tutti i componenti del clan Valmarana – micio Gonzales e cagnone Tom compresi –; altrettante estati di giochi all’aperto, alternati a un po’d’aiuto alle necessità agresti e domestiche della famiglia; autunni dolci, profumati di castagne e frizzanti di mosto; inverni freddi, coperti – i due ragazzini – da identici maglioni sferruzzati da nonne e zie, e occhi posati sugli stessi libri di scuola, frequentata nel faentino, raggiunta in rapide biciclettate; mani e naso infiammati dal rigore dei mesi freddi; cuore vibrante d’amore alla vita. Introverso, schivo, non incline a parlare di sé, della perdita dei genitori, delle angherie dello zio – Ermanno -, dolce, arrendevole, ma non asservita – Ginevra – capace di aiutarlo in tutto e di spianargli la strada.
Proprio a Faenza frequentarono il liceo, seduti nello stesso banco. Ermanno era meno studioso, ma capiva in fretta qualsiasi spiegazione degli insegnanti; propenso alla sintesi, non era mai verboso più del necessario. La sua amica stava più tempo sui libri, più analitica di lui, desiderosa di sviscerare anche i minimi nodi delle discipline di studio. Continua a leggere

Prova d’autore – 3

Puntata n. 14 – «E così, mia bella Ginevra, il mio nipotino non ti aveva raccontato nulla delle nostre – ehm, ehm – estasi amorose, dei baci ardenti, di come le nostre dita (anche le sue, sai? Anche le sue piccole dita, fattesi abili e decisamente perverse…) sapessero darmi una gioia senza pari, un piacere, che solo a parlartene, mi torna tutto addosso. Anzi, facciamo una cosa, visto che sei diventata con lui una “fusione” completa, un’unità assoluta, continuiamo noi due i bei giochino amorosi. Se ti tolgo lo straccio di bocca, saprai essere ragionevole?»
Ginevra, in preda ad un parossistico terrore, ma nel contempo disperatamente risoluta a cercare di uscire da quell’incubo, annuì piano, reclinando il mento, una delle poche parti libere del suo volto, oscurato dalla benda. Ormai le mancava il respiro, non faceva che inghiottire saliva, il petto e il collo molli di bava.
«Saprai essere ragionevole e carina con me? Non è che mi piacciano troppo le donne, ma il tuo terrore mi eccita, e poi spero di trovare l’odore di Ermanno su di te…» Continua a leggere

L'IPOCRITA GENIO. Riscoperta di uno scrittore e pittore controcorrente
DI SCOPO E PRIVO

11/11/2011

Zoom Foto

Il saggio Alberto Savinio di Walter Pedullà è sottotitolato Scrittore ipocrita e privo di scopo: non sono insulti, ma definizioni che lo stesso Savinio dava di sè. «Ipocrita» dal greco ipò-crites: «che guarda da sotto», da punti di vista diversi; e «privo di scopo» nel senso di disinteressato.
Clima enigmistico e surreale, insomma, fin dal titolo di questo libro delle Edizioni Anordest (239 pagine, 18 euro) perché il protagonista ha contagiato Walter Pedullà, l'autore (giornalista, presidente della Rai nel 1992-1993) che c'introduce, spesso interdetti, nei meandri di una mente insolita.
Una personalità, quella di Alberto Savinio, vissuto nell'ombra del più fanoso fratello Giorgio de Chirico, così fuori dalla norma da essere incompresa dai contemporanei e poi condannata a quella damnatio memoriae che a volte condanna chi è iperintelligente. Non gli giovò essere stato fascista, anche se dal 1939 delle leggi razziali si era distaccato dal regime, in seguito deprecandolo.
Preceduta dalle edizioni del 1979 e del 1991, la presente biografia si mostra più completa ed esaustiva, corredata anche di testimonianze del figlio Ruggero che con un suggestivo album fotografico e soprattutto con uno scritto sul padre al lavoro ne fissa i connotati artistici e umani con commossa intelligenza.
Chi è stato, in buona sostanza, Alberto Savinio? Figura esemplare delle avanguardie storiche europee, pittore fra i più inventivi del secolo, narratore di ammaliante fantasia, prosatore di instancabile vitalità linguistica, drammaturgo di travolgente impatto culturale, pensatore geniale e profetico, critico audace e puntuale, intellettuale coraggioso e che guardava oltre, è un protagonista a tutto tondo dell'arte e della letteratura del Novecento.
Il suo anticonformismo, a volte spinto all'esasperazione, non gli ha certo procurato simpatie fra i borghesi, pronto com'era a lodare dissacrando o a dissacrare lodando, con l'estro di chi può permettersi tali acrobazie intellettuali.
Tornando al titolo, il significato che Savinio attribuisce all' ipocrita è quello etimologico, dal greco «colui che esamina da sotto». L'understatement da cui guarda e scrive egli stesso, cultore dei linguaggi non aulici, dei linguaggi bassi, persino talvolta tanto scurrili da essere irritanti, che possono abbracciare espressioni gergali, dialettismi, arrivando a descrizioni di flatulenze intestinali, con la complicità di un violino, che avranno scandalizzato i benpensanti del suo tempo.
TUTTO questo anche al fine di smorzare eventuali note melodrammatiche o sentimentali, così come Beethoven offriva al suo uditorio chiuse di concerto fragorose, per evitare melensa commozione, non in linea col suo temperamento. Non dimentichiamo che «sotto» per Savinio c'è soprattutto l'inconscio; ma con la volubilità dispettosa che gli è propria, lui guarda dal basso, ma a testa alta.
Giocoliere del lessico, sembra trascinare lo stesso biografo dentro i suoi jeux de mots e noi lettori ci uniamo al gioco. Mentre «sparge materia cerebrale», quasi gli uscissero nuvolette di fosforo dalle orecchie, mentre cerca un connotato che oltre a essere superficiale sia fondamentale.
Certo non è autore riposante, Savinio, così intestardito a «dare forma all'informe», così motteggiatore dissacrante da porre la famiglia quale bersaglio costante delle sue ironie (vedi la Tragedia dell'infanzia), dove la vita borghese è, nella sua ottica, la vera morte, dove odia il padre, ma ne sospira il ritorno, dove la madre può essere identificata con volo surreale, in una confortevole poltrona (vedi Poltromamma in Tutta la Vita, libro di Savinio di cui ci siamo recentemente occupati, nell'edizione Adelphi).
Da Hermafrodito a La tragedia dell'infanzia, giungendo alla Nuova Enciclopedia, la produzione letteraria di Savinio, esaltata dallo stile originale di Pedullà, attraversa tutta la letteratura della prima metà del Novecento, segnandola in maniera stupefacente.
Tutte le arti si sono condensate e rinnovate dentro la sulfurea inventiva di questo sbalorditivo artista a cui il saggista ha saputo finalmente ridare il meritato smalto, aprendo anche a noi le porte dell'incuriosita ammirazione.© RIPRODUZIONE RISERVATA
uscito stamani in Arena, Giornale di Vicenza e Bresciaoggi

Grazia Giordani
 

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Quali letture vi hanno folgorati a 14 anni?
 

Il critico letterario Antonio d'Orrico nell rubrica su Sette – inserto del Corriere della Sera, dopo aver appreso da una lettrice di essere rimasta folgorata, quattordicenne, da Delitto e castigo (mio romanzo di culto) di Dostoevskij, allarga la domanda all'intera platea dei suoi lettori.
Non scrivo mai ai giornali, rispondendo a quesiti, ma questa volta mi sono concessa un'eccezione, estendendo anche a voi la medesima domanda. E qui postando la mia risposta:
"Qual è il libro che mi ha folgorato, quattordicenne? A dire la verità è stato un tandem di romanzi, ovvero   Anna Karenina e Madame Bovary, letti a giorni alterni da mia madre. Non c’era ancora la Tv in tutte le case.
La nostra grande cucina – per alcuni versi simile a quella del castello di Fratta di nievana memoria (mancava solo Martino Grattaformaggio) – accoglieva, dopo cena, vicini di casa, affascinati dalla voce di Hena, mia madre, che leggeva pagine scelte ad hoc per abituarci ad impegnate letture. Il confronto tra le due romanzesche adultere mi aveva così colpita che non vedevo l’ora venisse sera. Si era anche creata una specie di tifoseria. Da parte mia, pur apprezzando quasi in egual misura, la grandezza premuta dal fato dello scrittore russo e la vivacità crudele del francese – ero più attratta da Anna che non tradiva per noia, ma obbligata da una forza cui non si era saputa sottrarre. Le serate letterarie domestiche finirono. Presi a leggere e tanto, per conto mio, mai dimenticando le due eroine per sempre entrate nel mio immaginario".
 E voi, allora?