Archive for dicembre 2006

L’ultimo sole dell’anno. Un po’ di tepore sulle vie lastricate e i muri di pietra del quartiere.  Le tracce di sonno su una piega del viso, una sigaretta vicino alla finestra: così se ne va la mattina di fine Dicembre, da queste parti. Con un pianoforte che arriva dal soggiorno e uno sguardo sulla strada.

Un ragazzo e una ragazza passano veloci, tenendosi per mano, non pensano al tempo, si baciano, non salutano Costanza. La loro felicità non ammette distrazioni, sono pieni di esuberante entusiasmo e non guardano vicino.
Costanza è sempre lì, sulla panchina di pietra.
Forse prega. Forse ha paura di non avere più tempo per raccogliere tutta la luce che c’è, ora che l’inverno è cominciato. O forse teme che la morte le arrivi dentro casa, con l’odore di muffa alle pareti e le ultime mosche che non riesce a scacciare, ora che un altro anno se n’è andato.
O sono voci, forse ascolta le voci.

Ite bella chi ses cando su sole ti asat tebiu de maju.

Le serenate sotto il balcone, con tua madre che ti proibiva di affacciarti. E i giorni dopo, Antonio che canticchiava piano piano, in modo che solo tu lo potessi sentire, mentre spigolavi, dietro i mietitori. Qualcuno che sentì e s’accorse del tuo sguardo timido. O di quel sorriso che brillò nel suo viso abbronzato.
Una striscia di paglia sulla strada, nella notte, dalla sua porta alla tua, lo scandalo di quell’amore impossibile.
E la follia di Antonio, quando ti costrinsero ad andare via, quando girò invano per tutti i paesi, andando a cercarti nelle case dei ricchi dove si diceva che ti avevano "allogata". Prima che lo rinchiudessero, per sempre.
Forse è questo che vedi. Forse è questo che salvi, sotto il sole. Un ricordo dell’estate, il giallo di un campo. Perché lui non smetta di cercarti.

Non mi risponde, Costanza, quando più tardi le dico che sto andando a fare la spesa, che se ha bisogno di qualcosa… Mi avvicino, ripetendo che non mi costa nulla, che mi farebbe piacere rendermi utile.
Lei continua a guardare altrove, un punto che sembra lontano. Fa solo un movimento con la testa, per dirmi di no.
“Allora buon anno, Tia Costà, kin salude. E trigu”.
Accenna un sorriso e si porta l’indice al naso, chiedendomi di fare silenzio. Mi afferra a un braccio e mi costringe a sedermi accanto a lei. Il suo viso è ancora immobile. Cerco di capire la direzione del suo sguardo, dritto davanti. E’ un muro di granito, nient’altro. Poi guardo meglio e vedo una fessura, un buco fra due blocchi dove il fango si è staccato. Dentro c’è una spiga di grano.

Penso a quanto sarebbe bello, ora, bendare Costanza, farla ruotare su sé stessa e poi darle il via. A quanto sarebbe giusto guardare i suoi passi incerti, le braccia protese in avanti, alla ricerca del suo destino. “Evviva, l’ho trovato, sarà lui il mio futuro sposo!”.
Sto così, fermo con lei. A pensare al capodanno, al rito, al tempo che non riesco a interrogare. Alla strana generazione a cui appartengo, fra quei ragazzi tutti nuovi e quest’antica memoria che non mi lascia.
Sospeso , come il sole di questa mattina. Come l’anno che sta per venire.
 
Buon anno, Costanza.  Buon anno, ragazzi. Buon anno.

Lassal’istare
Sa peraula ingaldigada
in sa salìa luchente
e in lavras tostorruda.

A kust’ora in sos lentolos
sa carena tott’isconza
est una pelcia iscurigada
chi s’istat a sa muda.

Su pispìsu de kie fio
sa fest’istracca
s’istaffa prima ‘e andare,
moghinded’ a s’accua.

Mudu m’app’a istare
O faeddande ‘e tene,
si keres.
De s’assentzia tua.

Lascia andare, non dirò
la parola
che ostinata pende
sulle labbra luccicando
e la saliva.

A quest’ora,
fra lenzuola e corpo sfatto
una scura cavità
si fa brusìo.
Di ciò che fui
di festa stanca
nel bicchiere della staffa.

Starò muto.
O parlerò di te, se vuoi.
Della tua assenza.

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Fra tutte le fotografie, ho trovato questa in bianco e nero. Un uomo, in posa da un secolo nello studio di José Caffaro fotografia y pintura, a Buenos Aires. Incollato a un cartoncino spesso, con i bordi ritagliati in modo artistico e due angioletti nel retro che reggono una tavolozza, quest’uomo mi guarda.
Quest’uomo si chiama come me. Stesso nome, stesso cognome. Sarebbe più giusto dire che io mi chiamo come lui, perché è a lui che pensò mio padre quel giorno che andò a registrarmi. Disse a mia madre che aveva scordato quello che lei aveva scelto dal calendario e che nell’imbarazzo, di fronte alla fastidiosa impazienza  dell’impiegato comunale, aveva pronunciato il primo che gli era venuto in testa: “Giovanni, gli metta Giovanni”. Mia madre fece finta di crederci e smorzò in un sorriso quella piccola delusione, a lei Vito sarebbe piaciuto di più, e di Giovanni ce n’erano già troppi in famiglia. Ma era bello lo stesso, e il vecchio, quando gli dissero che l’avevano “pesau”, s’illuminò d’orgoglio.
Pesau vuol dire un sacco di cose, ma in determinate circostanze significa onorare, allevare, sostenere la memoria. Pesare e tramandare, col nome, un’intera esistenza.
Giovanni Maria non disse nulla, però credo che in quel momento decise di consegnarmi tutto l’affetto che gli era rimasto e di affidarmi la sua immortalità. Accese un libretto bancario al portatore e per qualche tempo mi guardò crescere. Poi, piano piano, cominciò a spegnersi e nel giro di due anni se ne andò.
Non ho niente di lui, neanche un ricordo diretto. Forse un letto alto alto dove dormiva, con una spalliera di ferro battuto, un letto che mi piaceva tanto perché sotto venivano nascoste le corbule piene di dolci fatti in casa, le castagne, le nocciole. Ma non sono sicuro, no.
Forse un pomeriggio che mi impedirono di entrare nella stanza, perché "babbai" stava ancora dormendo, ma pure quello è tutto nebuloso.

Quest’uomo è mio nonno, anche se qui ha la metà dei miei anni. E’ in Argentina, davanti a un fondale con disegni floreali, con un sigaro toscano fra le dita e un elegante cappello sulla testa che probabilmente senor Caffaro gli aveva prestato per rendere la fotografia più importante.
Nello sguardo limpido, che punta dritto l’obiettivo, posso vedere a cosa pensa.
Alla donna che aveva corteggiato prima di partire, che l’aspetterà, oh sì mi aspetterà e la sua famiglia non avrà più da ridire quando tornerò meno povero di loro.
Ai campi sterminati di Santa Fe, da dissodare insieme a migliaia di contadini italiani in cerca di fortuna nella “Merica” lontana.
Al mare sconfinato che lo separa dalla sua terra, ahi, quantomar quantomar per l’Argentina. (1)
Ai pochi risparmi che è riuscito a mettere da parte, che non è vero che le terre sono di tutti c’è un padrone anche qui, si chiama latifondista, e si guadagna poco e non so quanto resisterò con questa memoria cattiva e vicina e nessun tango mai più ci piacerà.
Forse pensa al suo amore e vuole apparire più bello in questo ritratto che sta per spedirle. Per questo ha messo l’abito buono e la cravatta. E l’orologio nella tasca del gilè.

Quest’uomo è mio nonno. Mio nonno è Charlot, con la giacca un po’stretta e i pantaloni sformati alle ginocchia: Charlot dagli occhi verdi e le mani indurite dalla terra.

Non ho niente di lui se non qualche notizia frammentaria che ho raccolto in famiglia, fra pezzi di verità e parti immaginate:
– E’ arrivato a Sunis alla fine dell’ottocento, da un altro paese, un paese distante da qui. Era ancora un ragazzino, era servo pastore e dovette seguire il padrone, un tale di Thiesi che aveva le tanche in questa zona.
– Ma no, non è così, faceva il contadino e le poche bestie che aveva erano di sua proprietà.
– Quello è dopo, quando è tornato dall’Argentina. Con i pochi risparmi aveva preso due buoi per arare la terra. Ma più tardi, con la vendita del grano, aveva comprato qualche vacca, perché il suo mestiere principale era quello di pastore.

Troppo tardi per saperne di più, ora che il tempo ha addolcito i ricordi, ora che la memoria si è fatta più buona e lontana. E serve a scaldarsi:

– Vi state sbagliando faceva il falegname, costruiva gli aratri e tutti gli attrezzi per la campagna.
– Macché, quello lo imparò dal suocero ma era un secondo lavoro, gli serviva per arrotondare. Era massaju, contadino, e fra i migliori qui a Sunis. Altrimenti come ti spieghi la storia dell’occhio cieco che aveva. Era stato un ramo di una quercia, piegato dai buoi, mentre arava, che gli era arrivato in faccia come una frusta.
– Era allevatore, vi dico. Aveva imparato da giovanissimo una tecnica per mantenere il sonno leggero. Dormiva con un sasso sotto la testa, al posto del cuscino, per mantenere l’attenzione sempre vigile contro i ladri, anche quando riposava. La dicevano tutti che gli abigeatari non avevano mai osato sfidarlo.

Quest’uomo in bianco e nero non smette di guardarmi. Mi dice che sta già pensando di tornare. Resisterò finché posso, devo fare di tutto per mettere da parte i soldi del viaggio, questo posto non fa per me. La nostalgia non si vede, ma c’è. E tanta.
Io sto bene qui, altrettanto spero di voi, ma forse torno in Italia, ahi quantomar, quantomar, mi sentite da lì.

– Era tornato dopo un anno, Giovanni Maria. Arrivò in piena notte, dopo trenta giorni di nave, e senza indugio si diresse a casa della sua fidanzata. Dormivano tutti. Bussò. Nessuno gli aprì e allora buttò giù la porta. E si prese Giuseppina, e se la sposò.

– Eja, coltivava il grano. Faceva anche il falegname, ma la famiglia la campava facendo il mezzadro. Doveva lavorare il doppio, il triplo, per mantenere la famiglia. Oltre a tuo padre c’erano altri due figli da crescere. Lavorava giorno e notte. Per fortuna i due  maschi cominciarono ad aiutarlo molto presto e per un decennio se la cavarono bene. Poi, quando sembrava che potessero mettersi in proprio, arrivò la guerra. E i figli glieli portò via la patria, a tuo nonno. Uno per sempre. Per sempre. Nel quarantadue.

Quest’uomo che mi guarda non sa della tragedia. Non lo sa perché qui ha l’età di suo figlio, ventidue. L’ultima età dell’ultimo figlio, quello inghiottito dal mare dopo il bombardamento della nave da guerra su cui si era imbarcato. Nella postura così fiera non c’è ombra del dolore che lo tormenterà fino alla fine. Non c’è posto per la morte, negli occhi così pieni di vita.

– Zio Sebastiano?
– Sì lui, il fratello di tuo padre.

Non può immaginare che i fascisti lo avrebbero arrestato per aver nascosto un po’ di grano. Per un po’ di pane da portare a quel figlio. Dal finestrino del treno che lo avrebbe allontanato per sempre, tre mesi dopo.
Non può vedere la sofferenza di sua moglie Giuseppina. Né quella di sua figlia, vedova di guerra pure lei.

– E poi l’altro zio.
– Sì, nel giro di sei mesi. Arrivò prima la notizia del figlio. Poi quella del genero.

Nello studio di José Caffaro, c’è solo la speranza. Un combattente del secolo passato; e di quello prima.
Il futuro è distante e nessuna fotografia ci basterà.

– Quando sei nato era felice come una pasqua. E quando gli abbiamo detto come ti avevamo chiamato non stava nella pelle.

Quest’uomo è il mio nome. Il mio nome ha tante storie.
Ha la stessa forma del viso, la statura minuta, l’attaccamento alla terra. Ha una traccia nei geni. L’insonnia. L’antifascismo.

(1) Da "Italiani d’argentina" I.Fossati

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La casa editrice Corbaccio, che privilegia il «pianeta donna», ha pubblicato «Tutte le mie sorelle» di Judith Lennox, romanzo di guerra e di amori perduti e ritrovati, e «Al centro dell’inverno» di Marya Hornbacher, commovente e intenso ritratto di un nucleo familiare affranto dalla tragedia
Anatomia di due famiglie
 
 
 Da lungo tempo la casa editrice Corbaccio guarda con attenzione al mondo femminile, privilegiando il "pianeta donna", consapevole forse anche del fatto che – stando alle statistiche – le lettrici sovrastano numericamente i lettori, orientate prevalentemente verso il genere sentimentale, prese soprattutto dalle pagine che parlano di vicende amorose, meglio se venate da un pizzico di mistero o dalla sorpresa di qualche imprevisto.
Così, autrici come Judith Lennox, nata a Salisbury nel Wiltshire – nota per il romanzo di successo Sussurri in giardino – o Marya Hornbacher che vive nel Minnesota, già autrice del toccante Sprecata, un memoir sull’anoressia, ci propongono le loro nuove opere che in patria hanno incontrato calorosi consensi di critica e vendite.
Il romanzo della Lennox Tutte le mie sorelle (Titolo originale All My Sisters, Corbaccio, pp.511, euro 19,60, traduzione di Lucia Corradini Caspani), ambientato sullo sfondo della prima guerra mondiale, ci fa conoscere quattro vivaci sorelle: Iris, Marianne, Eva e Clemency che lottano alacremente per la conquista della libertà e dei diritti della donna. I loro destini prendono vie diverse quando la ventiquattrenne Marianne incontra l’affascinante Arthur, dotato di uno charme inquietante, colpita da un irresistibile attrazione per quello che le sembra essere l’amore di tutta la sua vita; Iris diventa infermiera in un ospedale londinese dopo aver convolato a nozze cosiddette "importanti"; Eva s’inamora di un artista bohémien, abbandonando a sua volta le velleità di farsi avanti nel mondo dell’arte. Solo Clémency resta nella casa di famiglia per prendersi cura della madre ammalata.
Le illusioni amorose di Marianne si sciolgono come neve al sole. L’affascinante Arthur, con cui vive confinata in un avamposto dell’impero britannico, è un marito spietato e pericoloso, per cui a sostenerla e darle la forza di tirare avanti è solo l’amore per il figlio e il ricordo delle donne care di casa sua, madre e sorelle. La guerra, come ben sappiamo, ha una forza cieca ed inesorabile, travolgendo e sconvolgendo l’esistenza di tutti. Da questa tempesta sortirà però anche la speranza di un nuovo amore per le quattro sorelle ricominciando una nuova vita, sciogliendo i lacci che le legavano alla precedente esistenza.
Romanzo di guerra e di amori perduti e ritrovati Tutte le mie sorelle è una storia densa di fatti, persone e cose, una grande saga, scritta con toccante capacità di analizzare il cuore femminile.
Al centro dell’inverno della Hornbacher (Titolo originale: The center of winter, Corbaccio, pp.362, euro 17,60, traduzione di Laura Pignatti), ambientato in una cittadina del Minnesota, ci fa entrare nella sventura della famiglia Schiller, colpita dalla tragedia del suicidio di Arthur che si congeda dalla vita lasciandosi alle spalle la moglie, un figlio dodicenne con gravi disturbi psichici e una bimba di soli sei anni.
Saranno le voci alternate degli sventurati superstiti, sarà il terzetto di Claire, Esau e Katie a farci intendere come adulti e bambini s’impegnino a lottare per la sopravvivenza, nel reciproco solidale conforto.
Ammirevole per la capacità di imprimere vivezza ai dialoghi, la scrittura della Hornbacher sa tracciare un commovente ritratto di una famiglia affranta dalla tragedia, ma non schiacciata, creando personaggi vibranti di umanità, evocando l’animo infantile con mano delicata, insegnando a noi lettori come non ci si debba dare per vinti anche quando tutto parrebbe essere sprofondato nel baratro più oscuro, perché finché siamo capaci di sognare un’ "isola piena di rumori, suoni e dolci arie che danno piacere e non fanno male" la speranza di risorgere non può e non deve venire meno; non si può "vivere col passato che ti ingombra la casa (…) si deve amare quello che resta", imponendosi di guardare avanti, non rifiutando nemmeno nuove possibilità di incontri. L’inverno non sarà perpetuo; fatalmente gli farà seguito la primavera e un po’ di ottimismo scalda l’umore di tutti noi, pur essendo ben consapevoli del fatto che la vita non è facile come un romanzo.
Grazia Giordani
Nella foto, la copertina del libro di Judith Lennox. 
 Pubblicato stamani nelle pagine culturali de L’Arena

Certe volte i pensieri ti arrivano in testa come pigne secche che cadono dall’albero. Sono assurdi, certe volte, chissà cosa li guida.
Ho pensato ai regali di natale, quest’anno dirò come sempre che non compro niente e poi comprerò qualcosa. All’improvviso ho visto una tartaruga di plastica e il pacemaker di Berlusconi.
Poi quel vecchietto di Sunis, quello delle rime coi colori, che ci rispondeva sempre a noi bambini. Tu gli dicevi nieddu e lui ti rispondeva “a cu t’occhidan a burteddu; gli gridavi viola e lui senza scomporsi “a cu ti fettan a cansola”. Se qualcuno diceva amaranto la risposta era “Fizz’e bagassa”.
In tutto questo si è infilata l’immagine del muschio per il presepe e un agnello tristissimo al mattatoio.
Non so a voi, ma a me sembra strano.

Oppure:

Eravamo al buio, riuniti in spiaggia.
A luglio, – o forse era agosto- io, Polanca e due ragazze. Nude, quasi nude.
Noi no, timidi, assorti in tanta bellezza, con la luna che era una torcia che ci illuminava.
Polanca guardava anche il cielo, ogni tanto, le stelle cadenti lassù.
“ La cometa, l’ho vista, sì sì!” esclamò, d’un tratto, felice, "è lei, ne sono  certo. Però che ci fa fuori stagione  a Tresnuraghes?"
Forse era quella birra non so, forse era troppa, perché mentre gli ridevo in faccia, tenendomi la pancia, e con cattiveria gli dicevo buon natale e cantavo gingolbèll, apparve improvvisamente un tipo con la barba bianca, un vecchio rincoglionito vestito di rosso.
"Merda ho perso la strada” ci disse.
Io lo guardai come se fosse un marziano e forse lo era.
“Sono Babbo Natale, non vedi che sono Babbo natale, che cazzo di film ti stai facendo in testa?” obiettò, offeso.
Polanca disse: “Senti, posso darti una lettera?”
“Se vuoi ma non so leggere”.
“E allora che ci fai?”.
“La immagino!”.
Così, a un certo punto, ci fece vedere anche la neve e le palle colorate. Giuro.
Se ne andò, dopo averci chiesto indicazioni per Sennariolo, doveva comprare della malvasia, disse.
Restammo per dieci minuti immersi in quella strana situazione.
Forse la luna, o il fumo troppo forte o la risacca del mare, forse fu questo a rovesciare il calendario.
Vero è che  restammo estasiati. Basiti, un po’. Oh sì.
Fu così. Magica, quella notte.
Poi le ragazze cominciarono a rotolarsi sulla sabbia. E anche noi due.  E più tardi,  sussurrando qualcosa, ci tolsero i vestiti.
Una si chiamava Brenda.

Grazie babbonatale.

Domani il mio blog compirà quattro anni