Archive for aprile 2004

La Veletta Le mie t…

La Veletta

Le mie telefonate sono “vegliate” sempre dallo sguardo vigile di mia madre, qui ritratta in scultura – trentenne, da mio padre – nella Veletta. La statua si trova proprio in ingresso, vicina all’apparecchio telefonico e ora, mentre scrivo, ne ammiro la purezza del profilo e l’eleganza della mano, col pollice lievemente curvato, in morbida movenza. E’ un mattino di raccolte nostalgie.

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Ieri sona stata a Fe…

Ieri sona stata a Ferrara alla mostra di Rauschemberg –  di cui potete prender notizie qui – artista assai considerato quale precursore della Pop Art e proiettato verso una nuova creatività a tutto tondo. Personalmente, preferisco altre forme d’Arte, quindi mi astengo dal dare giudizi più particolareggiati. 

ALDA CORTELLA (1…

ALDA CORTELLA

(1924-1954)

CANDIDA SENSUALITA’ DELLA POETESSA PREMATURAMENTE SCOMPARSA

Cinquant’anni fa chiudeva prematuramente i suoi giorni, rubata alla vita e al mondo della poesia, Alda Cortella, senza avere la soddisfazione di veder pubblicato il suo tanto atteso volume Quarta vigilia. In seguito, abbiamo potuto leggere e commentare, ripubblicate con ampliamenti di inediti, le sue Poesie edite e inedite, a cura di Bino Rebellato e della famiglia Cortella e provare un’intensa commozione per l’accorato messaggio di lirismo delicato che vive ancora oggi attualissimo dentro i suoi versi. Crea emozione vedere – con gli occhi della memoria di Alda bambina – i “vicoli oscillanti nella sera”, sottrarsi con lei alla carezza vegetale degli alberi. La sua Badia diventa nostra, con connotati nuovi. Anche noi sentiamo con lei, adulta, il profumo illanguidente dei tigli, lungo l’Adigetto e siamo avvolti dal felpato velario delle prime nebbie di settembre – mese in cui la poetessa è nata – “all’epoca delle uve mature”; vediamo le sue dita sensibili spremere i grappoli sull’erba calpestata. Leggiamo in queste righe poetiche la struggente metafora del suo cuore dolente: un’immagine di sensualità appena abbozzata, racchiusa nella nicchia del pudore. L’AMORE per Alda non è mai un sentimento trionfante, compiuto, ma è una realtà sospesa, quasi un leopardiano sabato che non vedrà mai la domenica, un’ETERNA VIGILIA, come quella dei suoi versi che andarono postumi alle stampe. L’animo della giovane sente il fascino delle vie d’acqua, la malia del liquido elemento che, quasi in una ricerca di catarsi, di inconsapevole bagno purificatore, ritroviamo in molte sue poesie. Ora è acqua di fiume, cosparsa di pietre, ora marosi che tormentano le scogliere, ora l’immagine locale del fluire dell’ “acqua di madreperla” dell’Adige, ora un fiume della fantasia, tutto suo, sulle cui rive potrà sognare un mare ignoto. La sua poesia assume toni inquietanti, che quasi fanno meraviglia, quando è percorsa da immagini cruente: “sogno un cielo di sangue”; “è la voce del tuo sangue che mi chiama oggi sul palmo rosso delle mani”; “il mio sangue nutre in silenzio le sue creature”. Alda spesso sente accanto a sè il cupo fremito della morte. E’ quasi morte cosmica. Persino le stelle”tornano a morire colme di desideri”, anche i suoi sogni sono popolati da alberi che”senza voce chiamano i morti”. Anche la luna parla di morte poiché è “un fiore dai petali spezzati”. Al di là di queste tetre immagini premonitrici, in lei c’è un desiderio appassionato d’amore, un bisogno commovente di baci veri, di addormentarsi confortata dalla tenerezza. In lei c’è un misticismo delizioso che non conosce tortuosità teologiche, quasi un bisogno di farsi coccolare da Dio. La sua poesia – ricca di metafore lievi – ora si fa canto ritmato, sull’orma dei suoi lirici greci, ora prende l’aspra secchezza di un singhiozzo o la velatura di una voce sussurrata, restando sempre un diafano fiore, eterna vigilia di un frutto. (g.g.)

TENEBRA

Sono una bimba spaurita

nel limbo di vicoli oscillanti.

Mi scopre un lume

Non voglio le carezze degli alberi

ma scendo e dormo

nelle acque nere.

TEMPO

Respiro di pietre

addormentate tra la sabbia dei fiumi

e oblio di stelle

la terra cede

sotto nude radici

ed io raccolgo il vento con le mani.

GRIGIO AMORE

Era in mia madre la vita

prima che questi occhi vedessero

cadere

lente le foglie morte.

Sono nata nel caldo settembre

alla vita delle uve mature

ed aspettando nel calmo torpore

delle vigne spoglie le prime

nebbie. E oggi Þ la nebbia

sola immobile muta

a dirmi sul mio viso

che sono viva.

LA MIA SERA

Anche oggi

s’è fatto tardi

e il mio giorno

si è chiuso nel silenzio.

Il cielo è basso,

la luna è un fiore

dai petali spezzati.

Le donne hanno sciolto sui letti i capelli,

io sola sulla strada

perchè ho paura

che il tuo sorriso mi trapassi

senza fermarsi.

QUARTA VIGILIA

Il turbine alla notte si fa denso

sulle mie vesti nere:

le pietre ai ceppi sono nude.

La voce dei sassi mi raccoglie

un battere di zoccoli:

due bianche mani si stringono

all’inutile tempo.

ORA NONA

Giorno che brucia

le pietre sui sensi stravolti

nell’afa. E’ sabbia

la mia bocca e le mie radici

affondano lente

ed io mi perdo in te.

ALDA CORTELLA

da “Poesie edite e inedite” a cura di BIno Rebellato e della famiglia Cortella

Jan Jan

Jan Janáček

Erano diventati un’ossessione quei versi che le martellavano dentro come un réfrain irrinunciabile. Tempo addietro, aveva letto un racconto di E. Allan Poe – uno degli scrittori da lei maggiormente amati – in cui il protagonista ripeteva, in maniera malata, la stessa parola, fino ad annullarne il significato. Ora le stava accadendo lo stesso fenomeno con quei versi (Uomini che sopra oscuri ponti camminano/dinanzi a santi dai fiochi lumini./Nubi che sopra il cielo grigio passano/dinanzi alle chiese/dai campanili che imbrunano./Uno che al parapetto squadrato si appoggia/e guarda l’acqua serale/le mani su vecchie pietre.)

In quell’aprile strano, trafitto da nubi italiane frequenti e minacciose, Praga li aveva accolti in uno sfavillare di sole acceso, più mediterraneo che mai.

L’appuntamento con la guida era al Ponte Carlo. Dall’albergo, a quel luogo di tenebrosa bellezza, sarebbero dovuti arrivare in taxi, tanto ormai, nella capitale vltavina sono in parecchi a conoscere la lingua di Dante che pronunciano regalandole una slava durezza.

Jan Janáček li aspettava appoggiato al parapetto.

Di media statura, si muoveva in maniera legnosa, con il gestire di una marionetta triste. L’azzurro metallico dei suoi occhi brillava dentro una raggiera di piccole increspature, segni precoci di un tempo per lui non ancora passato. La bocca era una linea netta, quasi una ferita rimarginata senza sanguinare, da cui usciva una voce aspra, vetrosa, inadatta a pronunciare l’italiano che – svisato così negli accenti e nelle doppie – prendeva una allure straniera, che sarebbe stata buffa e persino divertente, se non fosse stata pronunciata da un uomo tanto serioso.

Dopo l’autopresentazione un po’ goffa e tirata, recitò – ritenendoli più che mai adatti a quella fermata sul ponte – i versi che martellavano dentro a lei (diamole ora un nome di fantasia che potrebbe essere Anna, se così vi piace), prima in lingua ceca e poi tradotti in italiano.

«Chi è l’autore?» – chiese Anna che riteneva quasi miracolosa la coincidenza fra il suo ossessivo ritornello interiore e la citazione della guida.

«Kafka» – Rispose, laconico Jan.. Li ha scritti in una lettera del 9.11.1903 a Oskar Pollak.

Nessuno degli altri partecipanti al viaggio organizzato chiese nuove precisazioni. Più che altro sembravano interessati ai souvenir, venduti su quel ponte carico di storia e di arcana bellezza, tutti presi dallo scattare foto ricordo ai piedi delle statue patinate da un’inesorabile Storia.

La breve crociera sulla Moldava, attraversando la chiusa, scompigliò i riccioli delle anziane signore che – pavide – si riparavano con gli inutili parapioggia, come se il sole praghese potesse offendere una pelle già abbronzata dalla loro vita di campagnole.

Questo sottolineò la guida, lasciano Anna nella più completa indifferenza, come se viaggiasse per conto suo e fosse lì soltanto per caso. Spesso, nella vita, era toccata da questa casualità, un po’ come se fosse una diversa che viveva guardando il mondo altrui, senza appartenervi del tutto, invidiando forse un poco la semplicità del suo prossimo, accanto a lei.

***

Ora, in un flash improvviso, tornata in patria, ripensava a quel Viaggio – sì, proprio scritto con la lettera maiuscola – e in una strana dissolvenza, aveva l’illusoria visione di Jan Janáček che entrava in una statua sul ponte, perdendo, per incanto, la sua umanità. (g.g.)

Il viaggio praghese …

Il viaggio praghese di cui vi sto raccontando ora in una terza e – penso – ultima puntata, non mi ha solo portato a conoscere il fascino elusivo di una città così ricca di mistero, ma anche lo charme intellettuale del suo più grande “cantore” nostrano: Angelo Maria Ripellino (1923-1978) di cui ora vado scoprendo l’opera e leggendo i testi, al di là del suo Praga magica, un saggio di acuta e poetica bellezza. Per maggiori ragguagli su questo prodigioso cattedrattico, slavista e poeta, vi invito a leggere qui qui.

Vivere è stare svegli
Vivere e’ stare svegli
e concedersi agli altri,
dare di sé sempre il meglio
e non essere scaltri.

Vivere e’ amare la vita
coi suoi funerali e i suoi balli,
trovare favole e miti
nelle vicende più squallide.

Vivere e’ attendere il sole
nei giorni di nera tempesta,
schivare le gonfie parole
vestite con frange di festa.

Vivere e’ scegliere le umili
melodie senza strepiti e spari,
scendere verso l’autunno
e non stancarsi d’amare.

Angelo Maria Ripellino






















Ancora magie praghes…

Ancora magie praghesi

Non so più se i viaggi li godiamo maggiormente nella contemporaneità o quando li ripensiamo, legando tra loro le minime tessere delle emozioni fortemente provate. Nella mia vita ci sono stati viaggi vagheggiati (che spero di poter fare veramente un giorno) come quello a San Pietroburgo il cui desiderio è nato in me dall’aver recensito Il mito di San Pietroburgo di Solomon Volkov, e viaggi finalmente attuati, come quello praghese di cui vi vado raccontando, solleticato dall’aver letto Praga magica di A.M. Ripellino, opera più che incantevole. Proprio stanotte ripensavo all’emozionme che mi ha suscitato la vista notturna del Castello illuminato, fatato e spettrale nel contempo. «Sebbene il Castello sia volto verso Màla Strana (Città Piccola ndr) – scrive il grande slavista – che gli giace in grembo, tuttavia Màla Strana non sembra guardare il Castello, e del resto non guarda nemmeno il fiume. Le sue architetturea guarnite di altane, attici, torri, mansarde, comignoli, sono immerse nel sonno, racchiuse in se stesse, scontrose come forzieri e le sue viuzze rassembrano spazi segreti, ridotte, corridoi misteriosi: circostanza che accresce il suo distacco dalla vita in fermento, la sua ciclotimia, la sua solitudine.» Certo è che mi sarebbe piaciuto più che mai visitare la città (fortuna impossibile!) al fianco di questo slavista docente di Lingua e Letteratura Russa nel più importante ateneo romano, purtroppo morto nel 1978, pittosto che “erudita” da Pietro, una guida locale dall’aria asciutta e dalla parlata nevrotica e perentoria, che ha molto sottolineato la ricchezza orami raggiunta dalla città «che ha ora negozi più lussuosi di Milano», incurante di farcene assaporare l’anima ambigua, elusiva, il fascino slavo-tedesco-ebraico, intessuto anche di letterarie malinconie. Questa carenza l’abbiamo patita soprattutto mio marito ed io, perché molti dei partecipanti a questo viaggio organizzato, durante il tragitto, non hanno fatto altro che parlare delle loro tecniche di uccisione del “mas-cio” e di come confezionano i “saladi”…

Praga magica

Praga magica

«Ancor oggi ogni notte, alle cinque, Franz Kafka ritorna a via Celetnà (Zeltnergasse) a casa sua, con bombetta, vestito di nero.» Questo scrive nell’incipit del suo mirabile saggio Angelo Maria Ripellino, il palermitano – slavista di rara finezza – che conosceva l’anima di Praga più degli stessi abitanti di questa magica città. E questo stesso sentimento abbiamo provato mio marito e io, in questi giorni d’assenza, visitanto la «città d’oro» e cercando di appropriarci di tutta l’arcana sostanza, delle ambiguità e del fascino nascosto della capitale boema ricca di un grande passato, fatto di ombre e splendori (Quartiere ebraico, Golem, taverne, letteratura, dadaisti) e ora aperta a una rinascita economica di notevole rilievo. Ho ancora occhi e cuore pieni di tanta bellezza, un incanto molto diverso dal fascino delle nostre città; uno charme velato di slava malinconia che si respira anche nella musica suonata nelle taverne o attraversando ponti da cui sono volati giù molti suicidi, ripensando soprattutto alla sua insanguinata e dolorosamente nota «Primavera». Ora mi risuonano dentro questi versi di Vitezlav Nezval: «Mi chino sugli angoli dimenticati Praga/che intessi il tuo splendore funebre/fumo di osterie in cui si perde il cinguettio degli uccelli/la sera come un sonatore di armonica fa scricchiolare le porte piangenti/lunghe chiavi pesanti rinserrano indecifrabili cose/ e si spargono le orme come un rosario spezzato.» Sì, visitando l’antica piazza, mosaico indescrivibile di stili, di questa originalissima città mi sono sentita in perfetta sintonia con Ripellino quando ne ricorda gli alchimisti, gli astrologi, i rabbini, i poeti, i templari, gli angeli, i santi barocchi di un barocco straripante, ipertrofico, ubriacante. E poi ho molto ancora da raccontarvi, ma avverrà pian piano. Più tardi.