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(immagine dal web)
 Polvere di vetro

 

Si era raggrinzita, Caterina, un po’ come un frutto essiccato che perde la sua linfa e si copre di rughe. Anche la sua anima portava i segni del tempo. Era rimasta sola e zitella, senza illusioni, con pochi amici e lontani parenti.Verso i trent’anni aveva avuto un grande amore, l’unico della sua vita, ai cui ricordi si riscaldava ogni tanto, in dubbio se le fosse rimasto dentro più odio che amore. Quando ormai la sua vita aveva preso un pigro tran-tran di messe mattutine, cappuccino con brioche al bar sotto casa, dialoghi muti coi gatti  del vicinato, e i suoi giorni scorrevano grigi come i suoi monotoni pensieri, lo rivide seduto a un tavolo del caffè. Sfogliava una rivista finanziaria, gli occhi di un azzurro tanto intenso da essere offensivo, erano velati da lenti. Anche lui invecchiava e aveva adottato gli occhiali, la calvizie si era allargata e il sole radente sulle vetrate del bar la screziava di misteriosi disegni, quasi la proiezione di un enigma interiore.
Gli si avvicinò senza esitazioni. Si sedette al suo tavolo con un sorriso tirato sulle labbra. Vedeva riflessa sul vetro la sua immagine di donna sfiorita, solo nel fondo del suo sguardo scuro c’era ancora un baluginio guizzante, ormai ricordo di una luce.
La mano larga di lui, coperta da un vello fitto, si protese verso la sua, facendola sprofondare nei ricordi, annegare nei rimpianti.
Uscirono insieme dal bar, senza parole.
Mi offri un caffè?» – le chiese lui.
«Lo hai appena bevuto» – fu la risposta sussurrata, quasi non detta di Caterina.
Ritornava fra loro il linguaggio anagrammatico: il caffè era la metafora dei loro incontri. Dopo la rottura non ne aveva più bevuti, solo l’odore la faceva star male.
Salirono in ascensore senza parlarsi, guardando altrove come due estranei, fingendo un distacco che li soffocava, più infelici che mai.
Caterina aprì le persiane nel salotto triste di casa sua.
Si sedettero sul divano come allora.
Le mani si congiunsero senza preamboli, le labbra si incontrarono quasi rassegnate a cancellare oltre un decennio di separazione.
Caterina provò desiderio, repulsione, malinconia di un piccolo trionfo, voglia di averlo, respingendolo.
La sua bocca aveva perso calore, le parve di essere seduta accanto ad un estraneo, di non avere più nulla da spartire con lui, eppure il suo corpo era ancora coinvolto, si vivificava sotto le sue mani.
Era l’anima che restava muta, fredda per aver troppo patito.
«Vuoi?» – le sussurrò con voce spenta, quasi una rauca profferta.
Combattè contro il desiderio fisico, sentì che darsi come una bestia l’avrebbe uccisa. Anche lui lo sentì.
«Perdonami, sono un animale da alcova» – le disse – e poi sarebbe inutile ricostruire qualcosa di irripetibile, non sono più lo stesso uomo.»
Caterina, per un attimo, ebbe l’illusione di tornare ad essere la donna di allora, ma fu solo una frazione di secondo, l’ombra di un minuto.
Come in un film dell’orrore, Giulio si alzò di scatto, balzò contro il vetro del balcone, quasi fosse una preda braccata, colpita da mille cacciatori. Di lui restò la sagoma di un corpo, stampata nella lastra, per terra cocci aguzzi e polvere di vetro.
Guardando meglio, Caterina, vi scorse in mezzo anche polvere di illusioni, l’alito di un fantasma.
Il suo cuore era sgombro, si sentì alleggerita, riprese gli slanci della giovinezza, l’incubo era finito. (g.g.)

(Tratto da L'anima del gatto, Grazia Giordani, 1990,  Bagaloni Editore, pp.125, lire 20.000, da anni fuori commercio)

CAPITOLO VENTIDUESIMO
 
Ginevra si meravigliò nel vedere uno sconosciuto alla sua porta – anche se sconosciuto del tutto, non era – visto che non tardò ad identificarlo, con l’uomo scuro, quello che compariva e scompariva, ormai da mesi, come un’ossessiva visione.
Contrariamente a Giuseppe, che si era comportato con una "souplesse" britannica, lei lo urlò, invece quel "Guido!", che le uscì dalla bocca, con la forza e l’asprezza di un gioioso singhiozzo.
IL pittore, alla ricerca del suo passato, mormorò frasi , a voce bassa, quasi incomprensibili. Ci fu anche l’abbraccio, come da copione.
Annette e la cameriera, guardavano allibite, non credendo trattarsi di una scena possibile e reale.
 
***
 
Il figlio ritrovato sperava di ricevere in redazione o a casa, una telefonata del padre, con qualche notizia, sul viaggio "alla ricerca di affetti perduti", che anche lui gli aveva consigliato, ma ancora niente: il telefono, a questo proposito, restava muto.
La vita, al giornale, scorreva nel solito tran-tran, a cui si era ormai assuefatto. Non era più un "nerista", ormai gli affidavano pezzi di politica interna, che scriveva senza acrimonia, né faziosità, forse avrebbe potuto essere più incisivo, stigmatizzante, ma, allora non sarebbe stato  l’equilibrato e ragionevole Giuseppe: questa era l’opinione del suo caporedattore.
 
***
 
Entrarono tutti in salotto. Sembrava di vivere in un film, o meglio in una commedia borghese. La trama avrebbe potuto incontrare i gusti di Ugo Betti, insomma di un Pirandello minore, in cui anche il paradosso avesse toni più spenti e dimessi.
Annette salì, discretamente in camera, seguita da Elvira, per disfare il bagaglio. La cameriera cercò di parlarle con i verbi all’infinito; pensava – in questo modo – di rendere  comprensibile, agli orecchi della ragazza, il suo veneto-polesano-quasi italiano, ma era il "quasi" che, decisamente, rovinava l’effetto.
La bella parigina masticava un po’ di italiano, ma poca cosa; il loro dialogo si svolse a gesti, denso di equivoci, come in una farsa senza spettatori, o meglio, in cui gli attori, erano il pubblico di se stessi. Alla fine, le due donne scoppiarono a ridere e rinunciarono a comunicarsi le reciproche congetture sull’uomo enigmatico, che apriva loro nuove luci, sul passato della riservata "signora Ginevra" o della materna e candida "tante Ginny", come rispettivamente pensavano lei fosse.
 
 
                                      *******
 
"Erano mesi che avevo la sensazione di vederti: la prima volta è stato in Vangadizza, sulle prime non ti avevo riconosciuto, ho avuto grandi incertezze. Nuovamente ho avuto la sensazione che fossi tu, addirittura che mi spiassi attraverso la vetrata del solarium, mentre scriv…."
Guido non la lasciò finire il discorso, e cadendo letteralmente dalle nuvole, rispose: "Com’è possibile, se sono arrivato a Badia da pochi giorni? Alloggio in un agriturismo, a poca distanza da casa tua, puoi controllare, e mio figlio Giuseppe è testimone  del fatto che sono in Italia da due settimane soltanto".
"Testimone? – Non siamo mica in tribunale; credo alla tua parola, anche se in passato, mi hai raccontato tante bugie, ma lasciami dire che sono veramente trasecolata. Avrei giurato che fossi tu, mi apparivi vestito come sei adesso, avevi lo stesso sguardo, lo stesso modo di muoverti, e, una volta sei sceso dalla stessa automobile. Mi sono messa addirittura a scrivere un romanzo, rivedendoti. Ho scritto una storia piena di livore, di amore rancoroso, dove tu sei il protagonista maschile, anche se Luigi-Chiodo e Pietro hanno una loro parte importante.
"Come si può spiegare un simile fenomeno? Come può essere un’anticipazione paraspicologica di un fatto che è poi veramente avvenuto?"
"A me non importa dare una spiegazione logica e razionale a tutto questo, può darsi che, nel tuo subconscio tu desiderassi rivedermi e che ti sia liberata dall’odio d’amore, scrivendo di noi. Può essere che io abbia un sosia, oppure che il mio senso di colpa nei tuoi confronti, si sia materializzato in un mio ‘doppio’ ".
"Ma che importa? Quello che conta è che adesso io sono qui con te, con la speranza di essere perdonato e di poterti presentare il mio Giuseppe, un ragazzo meraviglioso, anche perché non mi somiglia. Sai che ha vinto un premio intitolato al povero Luigi Furlan? Vorrrei proprio sapere com’è morto, quel bravo giornalista. Tu conosci la sua storia?"
Ginevra negò di conoscerla, scuotendo vagamente la testa. Non voleva profanare la memoria di Luigi, Guido non avrebbe capito – temette – e, peggio ancora, avrebbe potuto cogliere un lato boccaccesco, in un fatto tanto doloroso.
Prima che Guido le facesse altre domande, le eluse parlandogli di Pietro, della loro spirituale amicizia e della deliziosa Annette.
 
 
                                      ***********
 
Giuseppe era preoccupato, perché suo padre – contravvenendo alla formale promessa – non aveva dato ancora notizie di sé. Decise di approfittare della giornata di "corta" in redazione, per fare una capatina a Badia. Conosceva nome e cognome della donna tanto decantata dal padre, se era ancora in vita, non gli sarebbe stato dunque difficile rintracciarla.
"Magari sarà sposata, vedova e nonna – pensò – mio padre ha uno strano concetto del tempo e delle opportunità. Abbandona madre e figlio, ritorna, chiede scusa, trova un figlio un po’ ‘maccherone’, come il sottoscritto che non gli serba rancore, ma non sono mica tutte così le persone, a questo mondo. Può darsi che la sua Ginevra, se esiste ancora e se abita sempre a Badia, non abbia nessuna intenzione di ‘assolverlo’ dalle sue colpe".
Mentre faceva queste congetture, Giuseppe guidava con prudenza, attento alla segnaletica stradale. Il Polesine, addormentato sotto la neve, gli piacque: si respirava serenità, in questa terra.
Parcheggiò l’auto in una piazza alberata, trovò la casa dei Valmarana, nel punto in cui via degli Estensi confluisce in via S.Rocco, e – passando – fu colpito dall’abside della Vangadizza, con le sporgenze orlate di neve: sembrava entrata dentro un libro di favole.
Fu Annette in persona ad aprirgli la porta.
 
                                  *********
 
Guido accolse il figlio con quell’abbraccio che non aveva saputo dargli al primo incontro e, pieno di orgoglio, lo presentò a GInevra e Annette.
Elvira origliava, sempre più incredula: dopo decenni di monotonia, in quella casa non era mai successo niente di nuovo, e adesso si sgranavano sotto i suoi occhi, avvenimenti più interessanti di una telenovela, di quelle che lei seguiva assiduamente, ingorda di puntate, in TV 
 
                                 ***
 
Guido volle notizie più dettagliate sul romanzo e, con una ricaduta nel suo proverbiale protagonismo, chiese di leggerlo, soprattutto per sapere cosa si diceva di lui; Ginevra acconsentì, a malincuore.
L’indomani, il suo ex amore tornò da lei, tutto contrito.
"Davvero vorrai pubblicarlo post mortem? Non pensi a quelli che verranno dopo di noi? Non pensi all’opinione di Giuseppe e di Annette? Mi sembra che i due ragazzi stiano legando, stiano diventando amici, ci sia un forte feeling, tra di loro".
Ginevra non rispose. Si alzò rapidamente dalla poltrona, estrasse il dischetto del suo romanzo, dallo stipo in cui lo aveva riposto, e, unendolo ai fogli che aveva dati in lettura a Guido, glielo consegnò.
"Fanne l’uso che vuoi – gli disse – ormai non mi interessa più. Scusa se mi congedo cosý bruscamente da te, ma sono troppo stanca. Adesso ho soltanto un desiderio urgente di coricarmi nel mio letto, fortunatamente ‘a una piazza’ ".
 
 
                           SECONDO FINALE
 
Guido chiese a Ginevra di leggere il suo romanzo, era molto curioso di sapere com’era stato trattato dalla sua ex fiamma. La nostra scrittrice gli promise di darglielo in visione, il giorno seguente.
L’indomani seppellì nel parco, sotto la neve, dischetto e manoscritto e a Guido che insisteva per leggerlo, disse ridendo: "Ma è tutto uno scherzo, io non ho scritto nulla, e se lo avessi fatto certamente l’avrebbe portato con sé il fantasma che ti somiglia".
 
                                            FINE
GRAZIA GIORDANI                                            
                                  

CAPITOLO VENTUNESIMO

 

Annette era in grande effervescenza per il viaggio che si preparava a fare, in Italia, dove non si sarebbe limitata a godere della compagnia di "tante Ginny", ma avrebbe anche approfittato, per coronare il suo sogno di visitare la capitale dell’arte, secondo l’opinione che si era formata dai discorsi del padre e dalle letture fatte.

Pietro sapeva di essere ingiusto, e troppo oppressivo ed incombente con la figlia, ma non riusciva a vincersi. Madeleine gorgheggiava raccomandazioni e riempiva fino all’inverosimile i bagagli di Annette, di vestiti che non avrebbe mai indossato, a meno che non avesse deciso di cambiare toilette tre volte al giorno.

                                      *******

Guido non ricordava quasi niente di Badia, e se ne rese conto, scendendo dalla piccola e maneggevole Y10, che aveva noleggiato a Bologna.

Nella piccola città di provincia, si respirava un’atmosfera di pace operosa. Ritrovò l’emblematica Abbazia della Vangadizza, che Ginevra gli aveva fatto visitare, e gli parve che il "fascino romantico dei ruderi" fosse aumentato, con il procedere dell’insulto del tempo. Ancora non voleva prendere notizie precise, temeva le delusioni; era tempo adesso di "respirare" il luogo, preparare la cornice, per quello che avrebbe potuto essere il suo quadro di vita migliore.

"Sono un vecchio arricchito, ormai più piantatore che pittore, ho perso radici, ritrovato un figlio, chissà se in questo angolo di mondo, potrò recuperare affetti, sanare ferite, ritrovare persino la mia lingua, visto che ho – in parte – scordato l’italiano; certo, per quest’ultima aspettativa, sarebbe più indicata Firenze…."

Trovò sistemazione alle "Clementine", in un simpatico agriturismo, a pochi chilometri dal centro; lo alloggiarono in una stanza, arredata con mobili dell’ottocento, collocata al piano superiore di una villa liberty, ristrutturata con molto buon gusto.

Mangiò piatti polesani, che aveva dimenticato, con gli occhi rivolti all’ardente lingua di fiamma, che lambiva, avida, la legna nel camino.

 

***

 

Badia, sotto la neve, dormiva un sonno candido: sembrava di essere dentro una letterina di Natale, di quelle con le illustrazioni, che le amiche di Ginevra scrivevano ai genitori, con promesse da marinaio. Da lei non era mai stato preteso niente di simile, i suoi erano avulsi da ogni forma di retorica e di sentimentalismo; a suo tempo lei li aveva ritenuti privi anche di sentimenti, ma abbiamo visto che aveva poi avuto un tardivo ripensamento.

Tra qualche minuto, sarebbe andata a Rovigo, in taxi, a ricevere Annette. Aveva controllato più volte che tutto fosse in ordine; nella camera che dava sul parco, fece aggiungere una poltroncina e un tavolino, per reggere un televisore portatile e un apparecchio telefonico, mise e tolse e rimise un vaso di fiori. Stava uscendo dal suo torpore di vecchia signora, era elettrizzata e non vedeva l’ora di riabbracciare la bella "figlioccia."

 

***

Guido suonò alla porta di casa Valmarana, talmente commosso e insicuro, che credeva di morire; aveva la vista annebbiata e il cuore che batteva a martello. Era molto più emozionato di quando si era fatto riconoscere da Giuseppe, poiché – già nel corso della telefonata – aveva sentito nel figlio una grande calma e, stranamente,  buona disposizione nei suoi confronti. Certo, l’incontro non era avvenuto con l’abbraccio classico e il "padre mio, figlio mio", urlato con enfasi filodrammatica, che ci si potrebbe aspettare, in casi simili, eppure Guido aveva avvertito subito che Giuseppe non gli era ostile.

In paese, nel bar centrale, gli avevano detto che i genitori Valmarana erano morti e che la "signora", la nominavano cosý – senza aggiungere il nome di battesimo – ormai viveva molto ritirata, sola, con il personale di servizio, senza dare confidenza alla gente del posto e che ormai non si dedicava più ai grandi viaggi; qualcuno diceva che avesse scritto o stesse scrivendo qualcosa, che poteva essere un romanzo. La cameriera l’aveva vista seduta, per ore davanti alla tastiera del computer, ma tutto restava dentro la macchina, non si era visto mai niente di stampato.

"Non si è mai sposata?"

"Certamente non le sono mai piaciuti gli uomini" – fu la saccente e disinformata risposta, del padrone del bar.

 

***

 

La cameriera si meravigliò molto nel vedere l’anziano signore, al cancello. Lo squadrò con grande curiosità, visto che le visite, in casa Valmarana, erano un  fatto più unico che raro.

Sotto la tesa del cappello, spiccava un volto molto abbronzato, segnato dal tempo, ma piacevole, lo sguardo era ironico, il sorriso accattivante.

"La signora non c’è, è andata a Rovigo"

"Tornerà tardi?"

Nel pronunciare quest’ultima frase, si voltò, distratto dal rumore di uno sportello sbattuto, con forza.                            

                         

 

CAPITOLO VENTESIMO

Guido era riuscito a vendere la grande fattoria e le due residenze, acquistate negli anni, con rapidità inversamente proporzionale a quella della loro costruzione. Lasciò la Florida , senza rimpianti e senza salutare nessuno, in perfetta sintonia con il suo passato credo di vita. Ripensava spesso, in quegli ultimi giorni, al figlio illegittimo che non aveva potuto riconoscere, dopo il matrimonio della modella con il vecchio e – dopo aver visto le locandine del film con la Garbo – anche l’immagine di Ginevra era tornata insistente, nel suo animo; aveva dei flash improvvisi, delle nostalgie che non sarebbero state "da lui", in sintonia con il suo naturale egoismo e che – quindi – gli procuravano meraviglia.

Il viaggio in aereo gli sembrò eterno, anche se, per buona parte lo affrontò dormendo e assentandosi da tutto.

Si fermò due giorni a Roma, senza fare giri particolari: avrebbe potuto essere a Gallarate, Londra o Timbuctù, e sarebbe stata circa la stessa cosa, perché restò quasi sempre chiuso nella sua stanza, come se dovesse smaltire una sbornia.

Il treno sfrecciava rapido, sotto le gallerie, creando sbalzi di luce-ombra che lo sconcertavano, procurandogli una sensazione di "spiazzamento", come se stesse per perdere l’equilibrio, in bilico nel vuoto.

                                    ***

Ginevra era scesa a Venezia, dall’aereo. La nebbia aveva reso difficoltoso l’atterraggio, era una brutta mattina d’inverno, di quelle in cui cielo e laguna diventano un molle corpo unico, quasi indistinto e fumoso.

"Mangio un boccone e riparto per Badia – decise – ho voglia di solitudine e comfort casalinghi: non mi ero mai sentita così vecchia e abbarbicata alle abitudini".

Dopo Parigi, anche Venezia aveva perso fascino ai suoi occhi, provava la sensazione di non aver più niente da scoprire, come se fosse arrivata al capolinea di una lunga corsa in autobus, una corsa che l’aveva lasciata spossata.

Pensava già al Natale, alla visita di Annette a casa sua, ed era divisa tra la gioia di vivere un po’ accanto all’amata "figlioccia", e il timore dello  scombussolamento che avrebbe potuto portare un’ospite – seppur gradita – alle sue incallite abitudini.

 

                                    *********

 

Da qualche giorno Giuseppe era entrato, come praticante al "Carlino"della sua città.

La vita di redazione, all’inizio, lo aveva intimidito: gli scherzi dei colleghi erano spesso sciocchi e, qualche volta, spietati, Vigeva un arrivismo senza esclusione di colpi.

Gli affidarono la "nera", come spesso si fa con i pivelli, raccontandogli aneddoti esilaranti sulle vicende di un suo predecessore che avrebbe fatto quei servizi in "frack", o meglio interrogando carabinieri e polizia, come se fosse un discendente di Monsignor della Casa, incaricato di diffondere il "bon ton", e le regole del saper vivere.

Il giovane ascoltava, prudente, cercava di non lasciarsi coinvolgere negli schieramenti interni, era cortese, senza essere servile, e – soprattutto – lavorava con impegno, assiduo, senza spocchia. Forse gli mancava un po’ di allegria, dello spirito scanzonato del padre, non brillava per senso del comico, ma era un ragazzo affidabile e leale, dotato di un aspetto atletico e di un’espressione aperta, che faceva nascere sentimenti di fiducia, in chi lo avvicinava.

Vinse il premio intitolato a Luigi Furlan, proprio mentre era "praticante", e furono gli eredi indiretti del giornalista, morto tra le braccia di Ginevra, a consegnargli il danaro e la targa d’argento. 

                                   *********

 

Guido ebbe la sensazione di non riconoscere quasi la sua Bologna. La casa in cui aveva abitato da ragazzo, in via Mezzofanti, conservava la stessa tinteggiatura, tono su tono, nocciola e marrone, ma i negozi intorno, avevano cambiato volto e proprietari: non c’era più nessuno che lo potesse riconoscere e con cui potesse scambiare due chiacchiere.

Si sentì straniero a casa sua. Lo studio in via Lame era diventato un magazzino di pellami, maleodorante e disordinato.

"Dove sarà mai finito il sofà degli amori?"

Non poteva rivolgere la domanda ad altri che a se stesso, poiché non era rimasto nessuno dei suoi tempi, e, anche il bar all’angolo aveva chiuso.

Cercò in una guida telefonica il nome del figlio, nel voltare le pagine si accorse che gli tremavano le mani.

Giuseppe accettò di incontrarlo, apparentemente senza emozione.

Presero posto al tavolo di un piccolo ristorante del centro, con grande imbarazzo da ambo le parti.

La conversazione, sulle prime, fu stentata, partì come un motore ingolfato, che non riesce ad avviarsi, ma fu la semplicità di Giuseppe a sciogliere i nodi di pietra dentro l’animo del padre naturale. Guido si sentì all’ improvviso orgoglioso di essere padre di quel figlio, che gli rassomigliava cosý poco, nel carattere e nel credo di vita.

Non aveva il coraggio di domandargli ospitalità, ma fu il giovane stesso a offrirgliela, come se il rancore –  qualora ne avesse mai provato – si fosse vanificato del tutto.

Dopo qualche giorno, Guido sentì la necessità di raccontare, a quel figlio cosý maturo e sereno, anche di Ginevra, di come l’aveva umiliata, di come era stato ingiusto con lei. "

"Con tua madre non posso più riparare, ma con quella donna della mia guovinezza, vorrei almeno scusarmi, se vive ancora, e se è sempre in Italia, nel suo Polesine".

"Perché non lo fai?" – fu la laconica risposta del ragazzo.                              .

CAPITOLO DICIANNOVESIMO
 
Scese dall’aereo, abbagliata da un fulgente sole invernale, di quelli che tramontano presto, ma illuminano il mondo di una luce disarmante, perché insolita, in quella stagione. La vecchia scrittrice da anni non si recava a Parigi, un po’ perché la scrittura del suo romanzo l’aveva profondamente coinvolta e riempita di ripensamenti, – tanto che il dischetto dormiva ancora, chiuso a chiave dentro uno stipo – molto perché si era impigrita: il mattino dormiva fino a tardi, contravvenendo alle sue abitudini, per recuperare le notti insonni, e moltissimo a causa del suo tardivo maggior attaccamento alla casa, fatto – questo – veramente insolito, per lei.
Ad attenderla c’era Pietro, molto ingrigito ed ingrassato per la vita sedentaria, visto che non amava troppo allontanarsi dai comfort parigini, attaccatissimo come era al suo lavoro, geloso della bellissima figlia, e vezzeggiato da pochi, ma affezionati amici, grandi giocatori di scacchi, ed estimatori della buona cucina. Unico neo forse, a voler essere proprio difficili, la leggera noia che gli procurava Madeleine, cosý fatua ed inconsistente, ma buona ragazza, in fondo.
Ginevra si accomodò a fianco del suo premuroso amico, sul sedile di un’utilitaria molto scattante. Raggiungere la bella casa degli Argenti, fu quasi un piccolo viaggio, intervallato da semafori, curve, sensi vietati improvvisi e da squillanti "merde", di qualche francese che dava segno di non approvare la guida dell’anziano pilota.
Madeleine accolse l’ospite con una cordialità un po’ affettata e sorrisetti d’occasione, contrariamente ad Annette, che aveva un forte attaccamento per la "tante Ginny", come chiamava la quasi parente.
L’ appetito dell’ospite, ormai toccato dagli anni, fu stuzzicato da antipasti di pesce, serviti in deliziosi piattini di Limoges, in tinta con la preziosa tovaglia di lino rosa tenue. La "soupe" eccellente, ebbe come seguito, crêpes salate e dolci, che Ginevra non riuscì a mangiare, poiché ormai la sua alimentazione era diventata più che ridotta, anche questo, per effetto dell’età.
La cameriera serviva in maniera impeccabile, raffreddando la conversazione dei commensali, con il suo "presenzialismo" un po’ troppo assiduo e perfetto. Ginevra faceva un raffronto mentale con l’Elvira di casa sua, a Badia, che parlava costantemente in dialetto, non sapeva niente delle "soupe", ma piuttosto chiamava da sempre "grassini" i grissini, certa di essere nel giusto.
"In fondo è più simpatica lei, di questa spocchiosetta parigina, in sintonia con madame," – fu la poco generosa considerazione della badiese a Parigi. Qualche giorno di permanenza, le mise addosso una gran voglia di ritornare nel verde silenzio del suo parco, al soffice abbraccio della sua poltrona in salotto, proprio vicino alla finestra, ai suoi libri da leggere, alla sua musica da ascoltare, al suo tran-tran di donna sola, che apparteneva molto a stessa.
Con grande fatica, riuscì a persuadere Pietro a mandarle in Italia Annette, per le feste di Natale; in questo modo avrebbe fatto felice la ragazza, offrendole l’opportunità di conoscere luoghi tanto vagheggiati e avrebbe concesso a se stessa la compagnia di una giovane, che amava pi¨ di una parente e che riteneva di nominare sua erede universale; anche di questo avrebbe dovuto parlare con il notaio, ed era una visita che rinviava da tempo.
Dato l’inverno mite e il perdurare delle giornate piene di sole, Pietro propose di condurre, la domenica successiva, l’ospite a Neully-sur-Seine, per gustare il paesaggio dolce e un pranzetto appetitoso, anche se il dentista si diceva deluso, nel constatare che l’amica fosse diventata così spartana e sobria, nelle sue nuove abitudini alimentari.
Da parte sua, Ginevra era invece delusa nel vedere tanto imborghesito, un uomo intelligente e di talento.
"Effetto del matrimonio" – era la sua laconica sentenza, di donna non gelosa dell’uomo, ma del fatto che le aveva preferito una donna meno dotata di lei in tutti i sensi, e che poteva vantare – per unica maggiore attrattiva – quella della minore età.
Madeleine, nel tavolo del piccolo ristorante in riva alla Senna, le era proprio seduta di fronte e la nostra severa scrittrice poteva studiarla, in tutti i particolari, notando la grazia parigina del suo bel visetto: occhi grandi e ammiccanti, nasino retroussé, come da manuale, pelle ancora abbastanza liscia, capelli bene acconciati, eppure mancava qualcosa, oppure c’era qualcosa di troppo; per esempio quel "quatte", pronunciato al posto di "quatre" , denunciava l’origine popolana e il mignolo alzato, nel sorbire la tazzina di caffè, completava l’opera, agli occhi ipercritici di Ginevra che, in Annette, non trovava niente di tutto questo.
La giovane vestiva infatti con tranquilla eleganza – uno stile sobrio e asciutto che poteva assomigliare a quello della scrittrice – usava una colonia secca, contrapposta allo sfarzoso "Mille" di Madeleine, che dicono Patou avesse creato per Jackie Kennedy, non aveva mossette studiate, parlava con naturalezza e si muoveva con levità piacevole, derivatale dai suoi studi di danza.
Prima di fare ritorno in Italia, Ginevra volle fare un giro turistico per la città, fingendo di visitarla per la prima volta, per rigustare la gioia del "già visto". Entrando in "Notre-Dame", ebbe l’illusione di essere colpita da un bagno di luce, diffusa dai tre magici rosoni: questo incanto le diede ebbrezza, ed ebbe la sensazione che Annette provasse lo stesso "sentimento", all’unisono, con lei.
Place de la Concorde e Place Vendome le apparvero più grandi che in passato, o era lei che stava rimpicciolendo? La Torre Saint-Jacques le procurò il solito brivido, causato dal fatto che la associava a pensieri di mistero; si soffermò a lungo nella Sainte Chappelle. All’uscita, il vento forte fece volare i suoi capelli, ormai completamente bianchi.
"Qualche volta sarebbe bene imitare Madeleine e avere una cura minuziosamente attenta al proprio look, rise fra sé".
Si sentiva affaticata, era tempo di salutare Parigi.                              

CAPITOLO SEDICESIMO
 
Restò in Polesine finché il padre non si rimise in forze. Durante le loro lente passeggiate nel parco, parlarono poco di se stessi e molto degli scomparsi: della madre, così eterea ed inafferrabile, una donna che lasciava supporre di non avere bisogni corporali.
"Credo di non averla mai vista sudare" – disse il suo vedovo – evocando in Ginevra un’espressione simile, da parte di Georges Sand, nei confronti di Chopin.
Luigi-Chiodo era spesso sulle loro bocche, citato per la grande cultura e il giornalismo raffinato, che avrebbe meritato di comparire nella Terza del Corriere della Sera, diceva il vecchio Valmarana, anche se – ammetteva – nella pagina culturale del Carlino ha scritto Giosuè Carducci. Così Ginevra scoprì i gusti culturali del padre, in fatto di poesia, argomento di cui non avevano mai esaurientemente parlato.
In fatto di politica, non si sbilanciava, non parlava a cuore aperto, pur compiangendo Argenti, per l’ingiustizia delle leggi razziali.
"Chissà!" – sospirava, enigmatico, in proposito – e non si spingeva oltre, come se non volesse pensare, o non si fosse formato un’opinione precisa, in sintonia con la figlia che, lavorando per hobby, e non per necessità, non era stata costretta a tesseramenti politici.
Il ritorno a Bologna, la riportò alla frequentazione assidua con il dentista, alle traduzioni per la casa editrice, alla visita sistematica di musei e pinacoteche, negli spazi di tempo liberi dagli impegni essenziali.
Passando per via Lame, le fece uno strano effetto vedere sigillate le finestre dello studio di Guido, e ripensò agli inizi della loro infuocata relazione, quando lui diceva – come se vi credesse veramente: "vorrei che crollassero i muri di questa stanza, così resteremmo qui per sempre, isolati da tutto e da tutti, separati dal mondo".
Questa irreale possibilità, solleticava il suo orgoglio di donna, la faceva sentire indispensabile, l’assoluto amoroso , che ogni essere femminile vorrebbe essere per il suo uomo, ed era una sensazione piacevolissima.
Luigi non aveva mai avuto slanci così appassionati, quasi surreali, eppure si era sentita amata da lui, con fedele serietà, con voglia di costruire un futuro assieme, volontà – questa – che non era mai emersa dal contegno del pittore. Di lui non aveva saputo più niente, poteva essere morto in guerra, scomparso, emigrato, ammogliato (difficile!). Si accorse che il tempo lenisce anche l’odio violento, e medica persino le ferite che sembrano insanabili.
Pietro aveva un peso soltanto spirituale, nella sua esistenza. Avrebbero potuto dormire nello stesso letto, e tra loro non sarebbe avvenuto nulla, niente di sessuale o comunque amoroso. Questo pensiero le procurò una lieve malinconia, subito cancellata, scacciata via, come una mosca molesta, che ti passa veloce davanti agli occhi.
"Sto ‘inzitellendo’ – pensò – e si sentì superata, come se fosse già vecchia, tagliata fuori dal certamen amoroso; in questo momento non era una “donna a una piazza”, per sua scelta, come negli anni passati, ma lo era diventata, per forza di cose.
 
***
 
La guerra era finita, nel modo che tutti conosciamo. Ginevra era rimasta indignata alla vista delle "signorine" che salivano sui carri armati degli alleati, anche nella sua terra polesana, ad abbracciare i "liberatori": le era parso un gesto volgare, senza signorilità. Per lei il buongusto era stato sempre un punto d’onore.
Proprio nell’ultimo giorno di guerra, recandosi a Padova per acquisti, suo padre era stato colpito da una scheggia di bomba, sulla porta di un negozio per collezionisti di francobolli. Era morto sul colpo, senza soffrire, riaprendo nuove piaghe nel cuore della figlia.
Da questo momento Ginevra, unica erede di un cospicuo patrimonio, prese a viaggiare, in maniera quasi frenetica, tenendosi sempre in contatto con Pietro, per quanto le fu possibile.
Dopo la morte della moglie, il dentista si era trasferito a Parigi, nella banlieu della grande metropoli. La sua amica polesana andò spesso a fargli visita, e non nascose a se stessa, un brivido di gelosia, apprendendo che l’amico avrebbe convissuto con Madeleine, una giovane e frizzante infermiera, conosciuta sul posto.
"Assomiglio a Greta Garbo, ma sono meno sexy di quella ragazzotta – pensò l’amica delusa, sentendosi vecchia – del resto anche mio padre, una volta ha detto che è meglio un’asina giovane, di una cavalla anziana, o qualcosa di simile".
 
***
Stava per chiudere il capitolo, con avare osservazioni sul periodo bellico, quando una fotografia di Parigi, la costrinse ad una lunga sosta di riflessione: fu come se la nebbia impalpabile come cipria, di quella mattinata a Montmartre, si fosse cristallizzata dentro i suoi ricordi. Rivide il vecchio con l’organino meccanico, risentì il profumo penetrante della soupe à l’oignon. Frugando fra le carte, riapparve il ritratto istantaneo che le aveva fatto un pittore da marciapiede, dopo pressanti insistenze. Era con Pietro e Madeleine, che attendeva già un figlio dal suo compagno.
"Ho lasciato scorrere la mia esistenza, come sabbia che scivola fra le dita" – pensò – e il bilancio le apparve terribilmente in perdita.
 
                                CAPITOLO DICIASSETTESIMO
 
Sola, con il suo compleanno, non si sentì felice. Veramente da sola del tutto non era, poiché aveva sulle ginocchia una buffa gattina trovatella, raccolta sperduta nel parco, magra e spelacchiata – in quel momento – paffutella e setosa, adesso che era diventata una Valmarana, a pieno diritto.
La cameriera l’aveva chiamata Carolina, e, la taciturna signora, non si era opposta a questo nome di battesimo, anche se inconsueto, per una micia, che si era rivelata subito di estrema intelligenza e rara gratitudine, per l’adozione ottenuta.
Dopo pranzo, Ginevra pensò di scrivere la parola "fine" al suo romanzo, ritoccando i disegni, accorciando i capitoli troppo lunghi, disponendo equilibrati spazi, tra la scrittura e le pagine bianche, insomma curando persino i minimi particolari.
Poi, avrebbe consultato il notaio, per le disposizioni "post mortem", riguardanti la pubblicazione, e avrebbe ripreso a vivere – credeva – senza più pensare a questo suo ‘figlio’ che, stranamente, avrebbe dovuto vedere ufficialmente la luce, dopo di lei.
"Quale ‘figlio’ può nascere dopo la madre?" – chiese a se stessa, a voce alta.
Questa consapevolezza, di poter fare cose inconsuete, le procurò una gioia orgogliosa, un piccolo delirio di onnipotenza.
                         
 
***
 
Guido era tornato dalla guerra, stravolto per gli orrori subiti e, a sua volta, inflitti.
Al suo rientro, non c’era ormai nessuno della sua famiglia ad attenderlo. Orfano di madre, fin dalla più tenera età, aveva trovata la notizia del padre e della sorella, morti sotto i bombardamenti.
La modella si era sposata con un vecchio, che aveva legittimato quel suo bambino, di cui, proprio soltanto al suo ritorno, il pittore aveva saputo di essere il padre. Tutto si era svolto, come nelle pagine di un romanzo d’appendice, di quelli di bassa lega, eppure era proprio questa purtroppo, la sua amara realtà.
"Solo Carolina Invernizio avrebbe potuto inventare una trama cosý piagnona e poco in carattere con me – si disse – eppure, proprio a me è successo tutto questo". Si imbarcò sopra un mercantile che andava nel Nord Europa e là conobbe il nostromo di una nave che faceva scalo negli Stati Uniti, e gli chiese di poter lavorare, disposto anche alle mansioni più umili. Non aveva voglia di dipingere, si sentiva morto dentro e bisognoso di voltare pagina, possibilmente all’estero, dando un calcio al passato. Dopo una navigazione eterna, e con l’esperienza di un lavoro durissimo, il nostro ex combattente, vide finalmente la nave fare scalo in un porto – nell’estremo meridionale della Florida, – in una delle piccole isole litoranee, che formano la Biscayne Bay. Da quei luoghi incantati, di una bellezza da "sballo", Guido si spinse fino a Miami, con poco danaro in tasca e con un timido risveglio alla vita, in cuore.
La città lo accolse benevola, con la sua dolce temperatura e un trionfo di vegetazione subtropicale, tanto folta e lussureggiante da sembrare finta.
La grande città – sorta al cadere dell’Ottocento, sul sito del Fort Dallas, costruito durante la guerra con gli Indiani Seminole – gli sembrò un centro troppo lussuoso e frequentato da turisti, per le sue magre finanze.
Stava per ritornare sui suoi passi e prendere un mezzo, per rifugiarsi in una piccola isola, o comunque in un luogo meno in vista, quando – proprio come potrebbe accadere in un romanzo, piuttosto che nella vita – entrò in un bar, con un’insegna italiana. Il padrone, ligure, di poche parole, ma molto disponibile, offrì senza indugio un lavoro nel suo locale a quel compatriota spaesato e senza quattrini.
Guido più che vivere, campava. Era assalito da angoscianti sensi di colpa, soprattutto la notte, quando tentava di prendere sonno, nella sua piccola stanza, sul retro del locale: rivedeva scene di guerra, uccisioni di soldati, risentiva deflagrazioni di bombe, immaginava la voce infantile del suo bambino, che si confondeva con la sua stessa da piccolo, quando invocava la mamma, rivedeva squarci architettonici della sua Bologna.
Dimagriva, era inquieto, non riusciva a trovare quella pace in cui – il primo impatto con lo sbarco in Florida – gli aveva fatto credere di poter sperare.
Su consiglio del padrone del bar, riprese in mano tavolozza e pennelli, ma ebbe l’impressione terribile che la sua vena si fosse spenta.
Instabile ed imprevedibile, com’era sempre stato, cominciò a pensare di mettere da parte il poco danaro guadagnato, per fare ritorno in patria, magari in un piccolo paese dell’Appennino Tosco Emiliano, lontano dalla mischia della vita.
 
***
Le prime nebbie settembrine avevano spinto Ginevra nel parco a raccogliere mazzi di rose quasi sfiorite; le piacevano cosý, un po’ sfatte, nello stesso modo in cui gustava le banane fradice, troppo mature. Aveva letto, da qualche parte, che questo gusto la accomunava alla scrittrice Colette, e questo fatto le era piaciuto molto, era una sciccheria elitaria che le dava appagamento.
Ancora non si era decisa a chiamare il notaio, e ciondolava, tra villa e parco, senza fare nulla di importante.
 
 
CAPITOLO DICIOTTESIMO
 
 Guido si stancò abbastanza presto della confusione vacanziera che doveva incontrare, quotidianamente, nel bar di Miami. Gli toccavano mansioni umili, e se non gli era dispiaciuto lavare il ponte della nave e prestare servizi da mozzo – in navigazione – servire ora ai tavoli, una clientela spesso mezzo ubriaca, e lavare le latrine, insozzate senza riguardo, dagli avventori non proprio oxfordiani, gli era diventato insopportabile.
Ci fu, una notte, una zuffa terribile, per una giovane mulatta, che il pittore volle difendere dagli atteggiamenti scorretti di un cliente cubano.
L’indomani Guido, senza troppi riguardi per chi gli aveva offerto generosamente un lavoro, fece fagotto e partì per l’interno, con la piccola Carmencita.
La ragazza viveva nel centro della vasta zona acquitrinosa, chiamata "The Everglades"; i suoi parenti avevano poco più di una capanna, col tetto di paglia, qualche animale, tanti insetti e altrettanta miseria. Il viaggio fu lungo e fortunoso; incontrarono coccodrilli, serpenti, attraversarono foreste tropicali, furono spesso in pericolo di vita, soffrendo la fame e la sete, ma, come dio volle, alla fine raggiunsero quella primitiva abitazione.
Il nostro avventuroso eroe, era stufo di precarietà, avrebbe voluto mettersi in proprio, con prospettive stabili. Dopo qualche mese, conobbe un coltivatore di tabacco, di passaggio in quella landa paludosa, ed ebbe la fortuna di mettersi con lui in affari, prendendo casa a Jacksonville, nuovamente sulla costa.
Gli anni passavano, e sebbene ormai il danaro non fosse un problema per lui, non si decideva a fare ritorno in patria. Ormai si sentiva vecchio, impigrito, fallito negli affetti, molto solo, dopo la morte della mulatta, che aveva contratto una malaria perniciosa, che non erano riusciti a debellare.
Si era lasciato vivere, inaridendosi, privato di quella verve fatale che, a suo tempo, aveva fatto perdere la testa persino a una donna sofisticata e difficile, come Ginevra.
Lo scorrere monotono del tempo, gli aveva lasciato dentro solo i ricordi belli, legati a quell’aristocratica un po’ appiccicosa, ma tanto appassionata e originale, nelle idee.
Spesso il tempo, in effetti, è come una scopa che ramazza via le scorie e lascia depositati – dentro la coscienza – i lati lodevoli, le qualità di chi abbiamo frequentato e conosciuto, e poi non c’è niente di più efficace della metafora dell’assenza,, per farci apprezzare i beni perduti.
Di passaggio a Tampa, per il suo commercio di tabacco, il nostro ex pittore vide i cartelloni esposti che reclamizzavano un film, molto in voga, con Greta Garbo. Notò, in quell’ occasione, per la prima volta, la somiglianza che accomunava Ginevra con l’attrice svedese. Non era certo un’identità di lineamenti, ma piuttosto un’aria d’insieme, qualcosa di indefinibile, regale e misterioso, quasi una "citazione" dell’attrice nell’aspetto della sua amante di un tempo.
La cosa gli fece un grande effetto, diede la stura a quella parte di passato che aveva tenuto forzatamente a bada, stretto e pigiato, dentro di sé.
 
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Pietro Argenti aveva ormai un avviato studio dentistico in Faubourg St.Honoré, e serviva una clientela chic, con grandi profitti economici. Madeleine frequentava i salotti eleganti di Parigi, anche se, alle sue spalle, molti la chiamavano, con una punta di ironia, "la petite garde-malade". Certamente la malevolenza nasceva dall’invidia per gli acquisti che la giovane moglie del dentista, poteva permettersi chez Chanel e Cartier, con uno sfoggio – a dire il vero, eccessivo – di roba nuova e un po’ troppo alla moda. La casa degli Argenti era arredata in sile Luigi XIV, con quadri e suppellettili d’autore, ma si vedeva, lontano un miglio, che era opera di un architetto: mancavano quelle piccole incongruenze, quegli oggetti non firmati, ma che "ci stanno bene", che rendono viva una casa, regalandole personalità.
La piccola Annette, nata dal loro matrimonio, eccelleva nel canto e nella danza e, da molto tempo esprimeva il suo grande desiderio di conoscere l’Italia, la patria del suo papà. Aveva un aspetto, a dir poco delizioso, e niente delle moine e del birignao della madre, troppo spesso leziosa.
 
 
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I Furlan continuavano una vita molto ritirata a Cividale, sepolti dentro il loro dolore.
Con l’aiuto del giornale, avevano istituito un premio intitolato a Luigi. Vivevano ormai soltanto per il giorno del conferimento ai professionisti e praticanti meritevoli: avevano in questo modo l’illusione di tenere viva, almeno una parte intellettuale, del loro figlio.
Questa illusione durò pochi anni, perché sopravvissero brevemente all’ amato Luigi, e furono gli eredi indiretti a continuare la cerimonia del premio.
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Ginevra aveva in progetto un viaggio a Parigi, per festeggiare il compleanno di Annette, con Pietro e Madeleine. Aveva in animo di portare alla figlioccia la famosa collana di perle rosate della madre; era certa che la giovane parigina, l’avrebbe indossata con stile spontaneo e che il gioiello avrebbe ritrovato un collo degno del suo sontuoso valore.
 
 
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Giuseppe, il figlio di Guido, aveva perso anche il padrigno, ormai molto anziano, ma cresceva sereno, studioso e seppur dotato nel disegno, aveva optato per una scuola di giornalismo, nella sua stessa città.

 
                                  
 
 CAPITOLO QUINDICESIMO
Di un uomo metodico, ma estremamente delicato d’animo, e intelligente, ricordava adesso solo le belle qualità: si sa che la morte tende a spazzare via i lati negativi degli esseri umani; è persino troppo risaputo, che – finiti i propri giorni – tutti gli uomini diventano delle gran brave persone, anche quelli che proprio "per bene" non sono stati in vita. Provava rimorso, ripensando al tempo in cui non aveva saputo valutare il suo amico amoroso secondo i suoi meriti e, in parallelo, pensava che avrebbe potuto essere stata più attenta e generosa anche con i suoi genitori. La morte del giornalista, aveva avuto una funzione purificatrice, e l’aveva indotta ad insoliti bilanci.
"Con mio padre faccio ancora in tempo a rimediare" – fu il suo proponimento – vedendolo uscire dall’abituale torpore, pronto a recarsi a Cividale, ai funerali di Luigi. Anche Pietro li accompagnò, e – pur incontrandoli per la prima volta – seppe trovare appropriate parole di consolazione, per i coniugi Furlan, impietriti, nel loro muto dolore. La capacità di comprendere il suo prossimo, senza mai erigersi a giudice, era una delle principali virtù del pacato dentista, che stava vivendo momenti difficili, a causa delle persecuzioni ebraiche – anche se ebreo lo era soltanto a metà – e che già soffriva una dura prova, a causa della moglie, ricoverata in un ospedale psichiatrico, senza speranza di guarigione.
 
                                         ***
 
Un acquazzone da Rajpur, il paese delle grandi piogge, aveva lavato il caldo torrido di quella fine estate, con folate di vento impetuoso, che avevano fatto appiccicare brandelli di fogliame degli alberi vicini, alle pareti in vetro del solarium. Sebbene chicchi di grandine rimbalzassero ovunque, con musica inquietante e pericolosa, Ginevra non abbandonava la tastiera, presa dal fluire delle immagini, che traduceva in capitoli e in piccoli schizzi, con la punta aguzza della sua inseparabile matita.
Tracciò il ritratto di Pietro, con mano sicura e ferma, ispirandosi anche a una foto che le avevano scattata in sua compgnia, ai Giardini Margherita di Bologna, vicino alla gabbia dei leoni. Era una foto, stampata in viraggio seppia, elegante per la naturale sintonia tra la criniera del re della foresta, e la folta chioma del dentista, in quel momento "leonino", nell’aspetto. Era l’ora del tramonto, stavano per chiudere i cancelli dei giardini, gruppi di bambini – che rincorrevano la palla o il cerchio – sciamavano loro intorno, Dopo tanti anni, conservava negli orecchi, il suono acuto di quelle voci infantili: anche il figlio di Guido avrebbe potuto essere fra loro. Solo adesso lo pensava, e riteneva che avrebbe dovuto essere stata meno sdegnosa con quella sventurata modella, prestandole un po’ d’aiuto. Forse, così facendo, si sarebbe potuta sentire meno tagliata fuori dalla vita, e meno sola.
Argenti le era stato più prezioso di una rara medicina. Parlava con pacatezza anche della sua ingiusta situazione di mezzo imboscato, in continuo pericolo di essere scaraventato in un campo di concentramento, o di subire angherie simili, aveva solo sentimenti di pietà per la sventura occorsa nella salute, alla moglie, malata di mente.
Si aveva l’impressione, parlando con lui, che non fosse un rassegnato, ma piuttosto un fatalista, un uomo che – alla maniera orientale – avesse raggiunto un sereno "nirvana", e si rifugiasse dentro questo invidiabile stato. Tra lui e Ginevra, estremamente depressa per i casi dolorosi che le aveva riservato il destino, intercorse un rapporto di strettissima amicizia, di profonda comprensione; per la donna Pietro fu quel fratello che non aveva mai avuto, un parente stretto, che l’aiutava a superare le ansie e gli amari colpi della vita.
L’uomo vedeva in lei una figura femminile delicata, colta nella conversazione, brillante, senza strafare, ma – per alcuni versi – irraggiungibile.
"Lo sai che rassomigli a Greta Garbo?" – le aveva detto, con semplicità, un giorno, mentre Ginevra tentava di armeggiare con i tasti, coprendosi con un panno, per ascoltare radio-Londra, evitando il pericolo che il suono forte del segnale fosse udito da qualcuno, nella strada: quella era una trasmissione proibita, ancora più pericolosa ed interdetta, nella casa di un mezzo ebreo.
"Forse le rassomiglio nei piedi grandi – aveva risposto, sorridendo – non credo di avere altri elementi significativi, in comune con la grande attrice".
Finito il lavoro di traduzioni, qualche volta andava a casa dal dentista. Gli portava zucchero o caffè, acquistati al mercato nero; assieme mangiavano un piatto di spaghetti. Era Pietro a cucinare e lavare i piatti, mentre Ginevra gli parlava del suo lavoro, o ascoltavano musica, consolati dalla reciproca vicinanza. Aveva deciso di tornare qualche giorno a Badia, per fare un po’ di compagnia a suo padre, a letto malato. Non era stato un compito facile, data la poca confidenza che li univa: non si può recuperare, in una manciata di giorni, quello che non si è riusciti a creare, nel corso di un’intera esistenza.
Il vecchio sembrava rimpiangere quella moglie che aveva così poco seguita in vita; parlava del suo talento al pianoforte – eppure aveva dato l’impressione di non ascoltarla nemmeno, quando suonava – diceva di rimpiangere la sua risata lieve, "come il fruscio di una pagina appena smossa". Ginevra era meravigliata e, nello stesso tempo avvilita, di essersi così lasciata fuorviare dalle apparenze