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Passeggiando per Badia
Per conoscere veramente l’ ”anima” di una città non dovremmo accontentarci del tour turistico, del giro classico (effettuabile con valida ed informatissima guida locale) che – nel caso specifico di Badia Polesine – ci porterebbe nella millenaria Abbazia della Vangadizza, fascinosa proprio per l’aura misteriosa che esala non solo dallo splendido chiostro e dalla preziosa cappella, affrescata dallo Zaniberti, ma anche dalle sue parti “offese” dal tempo (la suggestione dei “ruderi”, così cara alla letteratura romantica); e poi nel Teatro Sociale di cui ormai troppo si è scritto, magica “scatola d’oro”, miniaturizzazione della sorella maggiore, la veneziana “Fenice”; e quindi al Museo Baruffaldi a vedere reperti del passato, oggetti che parlano della città, dai suoi albori ad oggi; e infine nelle chiese, dove in ognuna di esse, per struttura esterna e per interni, si possono trovare ragioni di sosta artisticamente valida.
Dunque – dicevamo – non è del sunnominato giro turistico, pur utile per conoscere la piccola città altopolesana, che ci dovremmo accontentare. La sua essenza potrebbe stare anche in fatti minori, in particolari meno esposti. Ad esempio nella sua dovizia di poggioli e balconi. Ne potremmo vedere di tutte le fogge e materiali: in marmo chiaro o in ferro battuto riccamente lavorato, quelli più antichi; essenzialmente più sobri e stilizzati e in numero inferiore, quelli dei nostri tempi. Il verone aveva una sua ragione di essere nei secoli passati, soprattutto perché le donne uscivano meno di casa, e nella bella stagione, si proiettavano così all’esterno, senza esporsi troppo, per le “ciacole”, tra un ricamo e un rammendo, felici di comunicare.
La necessità femminile del “gossip” non morirà mai e oggi, disertando il balcone, le signore badiesi frequentano il caffè. Eleganti, piene di voglia di comunicare, le vediamo nei principali bar del centro, tra l’ora del caffè e quella dell’aperitivo, scambiarsi idee e opinioni, chiacchierando vivacemente.
Badia ha avuto ristoranti di tradizione che hanno chiuso i battenti per riaprirli recentemente (a questo proposito apprendiamo con piacere che riaprirà, con nuova gestione, lo storico “Al Cappello”). La riapertura è segno di vitalità e di voglia di andare avanti. Bar e ristoranti e pub non fanno certo difetto nella nostra piccola città, dotata anche del singolare agriturismo “Le Clementine”, promotore del premio letterario “Poesia a tavola”.
Chi vuole pernottare in città non ha che l’imbarazzo della scelta: alberghi confortevoli da tutti i prezzi; addirittura uno a quattro stelle («Le Magnolie») che sorge nel parco dell’ex zuccherificio, un posto di sogno per la vegetazione lussureggiante e rara che lo attornia.
Presto si avrà un bar nel parco Ferracini, uno spazio per la ristorazione, nelle vicinanze della ristrutturata piazzetta Vangadizza (che ha ripreso il suo antico aspetto di “cartolina simbolo di Badia”). Funzionerà solo nel periodo estivo, nei momenti di maggior frequentazione, nell’area verde adibita a parco giochi.
Badia è nota anche per le fornitissime pasticcerie e vanta addirittura un pasticcere di fama internazionale – Olindo Meneghin – che dal 1985 insegna l’arte dolciaria in estremo oriente.
Abbiamo due esperti liutai: Leone ed Ermenegildo Gulmini, fabbricanti di violini e chitarre, inventori della “mandolinola” – un loro estroso brevetto -, che rallegrano feste pubbliche e private, con i loro richiestissimi concertini, supportati dalla voce tenorile di Franco Trivellato.
Ci sono angoli suggestivi, in questa piccola città, luoghi della memoria, interni di palazzi che meriterebbero accurate soste. Ad esempio il cortiletto retrostante l’ Oratorio di S.Antonio Abate: si vede di spalle il campanile piccolo, ma elegante e intorno vi sono i resti dei rustici del Palazzo degli Estensi, dove i nobili ferraresi, quando venivano a Badia, per la caccia all’anatra lungo le rive dell’Adige, alloggiavano i loro cavalli e quelli del loro seguito, ma forse qui c’è più da immaginare che da vedere.
Una visita vera e propria andrebbe fatta all’interno del Palazzo tardoquattrocentesco, di purissima struttura, ingentilita dalle splendide trifore veneziane (la leggenda racconta che una dama velata – estense o veneziana? – appaia alla finestra nelle notti di tempesta); una visita – dicevamo – se non altro per ammirare il caminetto in marmo cinquecentesco dove la servitù dei nobili del tempo avrà cucinato interi spiedi di cacciagione, in atmosfera di festa, riscaldata dalla presenza di affascinanti dame, forse più stuzzicanti ancora delle prelibate pietanze.
Questo attivo centro non si è fatto mancare nemmeno un’area industriale con fabbriche importanti, tra cui sottolineiamo la Rpm, costruttrice di motori elettrici e da anni radicata nel tessuto produttivo altopolesano e le collegate Agr ed Elettrotest di più recente costituzione; e ricordiamo la R.B., produttrice di rulli per biscottifici che esporta in tutto il mondo, solo per citare due delle fabbriche più importanti, fra le molte. L’area produttiva polivalente di Crocetta procede nella lottizzazione in ossequio al piano particolareggiato che prevede l’area artigianale-industriale in fregio alla Transpolesana, sulla destra, in direzione di Verona.
Tutto questo per sottolineare, non solo il pregio storico della città e le sue radici affondate nel passato, ma anche la sua voglia di andare avanti, al passo con i tempi moderni, creando lavoro e attività economica fattiva.
Anche gli istituti scolastici badiesi sono degni di sottolineatura: primo fra questi un valido liceo scientifico che raggruppa ormai tre indirizzi: Liceo scientifico-tecnologico, Liceo Linguistico, Moderno ed Elettrotecnica e Telecomunicazioni.
Un’attiva Università Popolare vede un’ interessata partecipazione di cittadinanza – prevalentemente femminile – proveniente anche da paesi vicini.
Biblioteca e Museo sono spesso promotori di attività culturali.
Notevole la stagione di prosa e all’avanguardia il cinematografo.
In primavera, la Sagra Nazionale degli Aquiloni (“inventata” dal compianto Giovanni Beggio e potenziata dal recentemente scomparso Guido Mora), raduna sulle rive dell’Adige una moltitudine di giovani e adulti, ritornati bambini, accalorati ne rincorrere le variopinte “volande” che si librano in cielo, se il vento è favorevole, cogliendo l’occasione per allegri pic-nic all’aperto.
La città non è sorda a voci di volontariato: conta un raro Istituto per Fanciulli Sinti, dove il volontario per eccellenza, il professor Galleno accoglie giovani nomadi e li educa e assiste, con un modico contributo della Regione, e tanta solidarietà da parte della cittadinanza.
 Insomma, dopo la visita di rigore, quella classica, confortati dalla guida, questa piccola città può essere scoperta nel suo volto meno evidente, fatto di curiosità: artigianato che va sparendo (i liutai), buona cucina che è sempre un gran conforto, interni di palazzi con pareti affrescate (Palazzo Rosini e sala consiliare in municipio), solo per citarne alcuni. Ci sono anche suggestive passeggiate: in primavera è delizioso costeggiare l’Adigetto, camminando sotto i tigli, per giungere fino all’Adige che – nell’ora del tramonto – raggiunge il culmine della sua “fascinazione”.
Grazia Giordani
 
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