Archive for aprile 2007

 In «Jezabel» di Irène Némirovsky il ritratto di una «femme fatale» che fin dagli anni della prima giovinezza ha posto l’accento sul potere dell’aspetto estetico. Protagonista di un dramma nella spensierata Parigi anteguerra, tra misteri e menzogne

Il vizio della bellezza
 
 
 Forse commettiamo un po’ tutti l’errore – quando leggiamo un capolavoro – di aspettarci che anche le opere precedenti o seguenti dello stesso autore rivelino il medesimo talento letterario. E così, leggendo Le braci avremmo voluto che tutta la scrittura di Sandor Màrai fosse a quell’altezza e ora, leggendo Jezabel di Irène Némirovsky (pp. 194, euro 16,50) che Adelphi, in procinto di pubblicare l’opera omnia della sventurata autrice, trucidata ad Auschwitz nel 1942, ci propone nella bella traduzione di Laura Frausin Guarino, avremmo sperato di ritrovare in queste pagine la rara grazia di Suite francese.
Uscito per la prima volta nel 1936, di Jezabel si erano perse le tracce. Pare che Fanny, la madre – morta più che centenaria nel 1989, con cui l’autrice ebbe un burrascoso rapporto -, custodisse il manoscritto originale dentro una cassaforte.
Se in Suite francese, scritto quasi in presa diretta, abbiamo ammirato la "comédie humaine" di struggente valenza vissuta dagli abitanti di una Parigi occupata dai nazisti, in Jezabel più che un affresco a vasto raggio, incontriamo il ritratto femminile di una "femme fatale", una donna che fin dagli anni della sua prima giovinezza ha posto l’accento sul potere della bellezza estetica e sulla voluttà che ne deriva. La bellezza raggiunge il parossismo di un irrinunciabile vizio, quasi una fatale condanna.
Gladys Eysenach non ha occhi che per se stessa e si cura soprattutto con belletti, massaggi e artifici, per la conservazione di un aspetto esteriore che non denunci la sua reale età anagrafica. Gli uomini saranno dunque intercambiabili pedine nelle sue mani, anche quelli che parrebbero aver avuto più consistente peso nella sua volubile esistenza – vedasi Dick, il secondo marito – che afferma sopra tutti di rimpiangere.
Accusata di aver ucciso il suo giovane amante nella spensierata Parigi anteguerra dove i ricchi sembrano vivere in un mondo dorato sopra le righe (lo stesso mondo della Némirovsky, prima della sua terribile fine), dove tutto sembra scintillare di luci troppo forti e dove le coscienze appaiono essere fatue e prive di sostanziose consapevolezze (quasi si vivesse dentro un dipinto di Mario Cavaglieri!), Gladys – in pieno contrasto con le aspettative degli astanti, non chiederà di essere assolta.
Ancora molto bella, tanto che sembra il tempo l’abbia sfiorata appena, mentre il clima d’attesa nell’aula di tribunale si fa sempre più gonfio di gossip – prestando l’estro alle invidiose presenti di fare un ripasso del folto carnet dei suoi numerosissimi amanti – sembra nascondere una verità che sfugge al pubblico goloso di scandali, sovraeccitato e impaziente di impadronirsi dei suoi pruriginosi segreti.
Misteri che verranno svelati solo al lettore attento che sa leggere fino in fondo il peccaminoso dramma di una donna vissuta nella costante menzogna al fine di nascondere la sua reale età anagrafica. Menzogna che la spingerà a falsificare documenti, ringiovanire la figlia al fine di ringiovanire se stessa e soprattutto negare la possibilità alla figlia di amare liberamente e di essere madre in maniera normale, senza sotterfugi.
Gladys, disperatamente ostinata nel suo artificioso giovanilismo, non potrebbe mai accettare di essere nonna. Questo è il suo maniacale dramma. Questa è la sua fissazione che la spingerà a sacrificare la figlia, che la indurrà a calpestare quanti la attorniano, determinata – sessantenne – a mantenere il rapporto con un uomo che per età potrebbe esserle figlio e spingendola poi all’omicidio di quello che parrebbe essere un suo giovanissimo nuovo amante.
Sottolineiamo «parrebbe» perché un po’ di sorpresa bisogna pur lasciarla al lettore inorridito dall’umana tortuosità di una donna che non vorremmo avere per madre e tanto meno per nonna (soprattutto visto l’epilogo).
Grazia Giordani
Nella foto, Irène Némirovsky 
 
  
 
  
 

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Spettacoli

Grande successo per la Serata Monicelli di cui potete leggere qui.

"Concerto di Primavera". Domenica scorsa in Abbazia della Vangadizza a Badia Polesine gli amanti della lirica hanno applaudito un concerto di rara qualità. Interpreti: Maurizio Graziani tenore, Cristina Baggio soprano, Daniela Ruzza m.soprano, Andrea Cortese baritono, Roberto Rossetto M.Acc, Tiziana Vianello direttore artistico. ha presentato la serata Cristina Chinaglia.

Proseguendo nella pubblicazione dell’opera omnia, Adelphi manda in libreria «Il piccolo libraio di Archangelsk»
La stagnante provincia di Simenon
Indagini su una bella donna che scompare
 
 
 Georges Simenon (nella foto), un grande che ci ha lasciati 18 anni fa, dotato di una penna di velocissima scrittura, capace di sfornare dodici libri in un solo anno e tutti di buona qualità, non ha mai dato segno di amare i grandi "casi", né le indagini clamorose, preferendo occuparsi dei drammi della vita comune, intento a sottolineare come la mediocrità – nel suo teatro della vita -, non sia solo materiale e sociale, ma anche psichica e sessuale.
Tutto questo incontriamo, ancora una volta ne "Il piccolo libraio di Archangelsk" (Titolo originale: Le petit homme d’Arkahangelsk, pp.172, euro 16) che Adelphi, occupato a pubblicare l’opera omnia del grande autore, ci propone nella bella traduzione di Massimo Romano.
Scritto nel corso di un solo mese a Cannes, nel 1956, col sogno irrealizzato da parte dell’autore di vederlo tradotto in film, interpretato da Charles Aznavour, indimenticabile Kachoudas ne I fantasmi del cappellaio di Chabrol, è ambientato nella provincia francese del Berry. E ben sappiamo come Simenon sia maestro nel tracciare ritratti dello stagnante clima provinciale con le sue atmosfere falsamente amiche, dove diffidenza e umane meschinità trovano l’humus più adatto per mettere radici. Protagonisti principali della trama sono: la bella Gina, dotata di un’avvenenza sensuale e prosperosa, un glamour succoso come quello di un frutto maturo, figlia di fruttivendoli di origine italiana, i Palestri e Jonas Milk, il libraio, ultimo rappresentante di una famiglia di ebrei russi, emigrati in Francia al tempo della Rivoluzione.
La madre di Gina, forse per metterla al riparo dalla sua troppa disinvoltura sessuale, pensa bene di collocarla in casa dal libraio polveroso e molto timido e schivo, come domestica. Dopo pochi mesi Jonas la sposa. Un’unione di convenienza, quasi un coperchio borghese sulle continue scappatelle di Gina che ogni tanto si allontana da casa per soddisfare la sua intemperante natura. Il piccolo libraio non dimostra gelosia e, appagato dalla compagnia disordinata di Gina che – oltretutto non è nemmeno una brava donna di casa – chiude un occhio, anzi tutti e due sulle "distrazioni" della consorte.   
 Un bel giorno, anzi un brutto giorno, Gina scompare più a lungo del solito. Il marito spera che si tratti del consueto copione e non dimostra apprensione coi curiosissimi vicini che lo tempestano di domande fra risolini di compatimento. Molto suggestivo il clima della place du Vieux-Marché che l’autore sa farci rivivere e respirare in maniera più che mai realistica.
I giorni scorrono inesorabilmente, Gina non torna. Oltretutto è fuggita rubando i preziosissimi francobolli della collezione del marito. La situazione si fa ossessiva. Chi ricorda L’orologiaio di Everton – solo per citare uno fra tanti capolavori simenoniani – qui ritroverà la meccanica bieca degli avvenimenti che sembrano strisciare come un sinuoso implacabile serpente.
Jonas continua, puntigliosamente, a fare la sua vita, ripetendo le azioni di sempre. I genitori di Gina e soprattutto il fratello, morbosamente attratto dalla sorella e poi il quartiere tutto, cominciano a sospettare di lui che all’inizio, tanto per rispondere qualcosa alle insidiose domande, aveva finito col lasciarsi scappare delle mezze bugie. Frasi buttate là.
Per il piccolo libraio la situazione si fa sempre più pesante e insostenibile. La polizia lo perseguita con estenuanti interrogatori. Ma l’epilogo del romanzo non saremo certo noi a rivelarvelo. Perché fare torto a uno scrittore tanto bravo e tanto simpatico?
Romanzi così ben scritti. Così veri. Vanno letti anche al di là della trama, per gustarne il clima, il profilo dei personaggi, il ritratto di un’umanità non vicinissima a noi nel tempo, eppure ancora attuale e capace di coinvolgerci profondamente.
Grazia Giordani 
  
 
 
 
 

«Eredi della sconfitta» è un dolente ma non disperato ritratto
Kiran Desai e l’India dei sogni irrealizzati
   
 L’India sembra esser diventata di moda tutto a un tratto. Refrigerata fino a qualche anno fa dentro immagini viete e stereotipate, ora esercita un coinvolgente fascino sull’Occidente, esportando verso di noi arte, musica, cinema e letteratura, insomma cultura a tutto tondo, tanto che, in questi ultimi tempi, è tutto un fiorire di romanzi e saggi atti a proiettare un fascio di luce sul palcoscenico indiano.
Vikram Chandra – indiano di nascita e statunitense d’adozione – è in procinto di pubblicare Giochi sacri , ambientato a Mumbay, un romanzo molto corposo che si muove tra il thriller e il feuilleton, genere letterario che sta trovando nuova dimensione ai giorni nostri.
Ancora Mumbay sarà teatro del nuovo romanzo di Anosh Irani Il bambino con i petali in tasca, una favola di crudele poesia. E poi c’è Acqua di Bapsi Sidhwa che ci offre una visione nuova dell’India coloniale, da cui la regista conterranea Deepa Meta ha tratto l’omonimo film.
Degni d’interesse anche i saggi L’impero di Cindia – rielaborazione dei reportage del giornalista Federico Rampini – e Ultima India di Sandra Petrignani, libro di viaggi di tono intimistico.
Ma, in mezzo a tutto questo proliferare di letteratura nata nella terra di Gandhi, ci sembra meritare un posto d’onore – sia per la giovane età dell’autrice, Kiran Desai, che per l’originalità dei contenuti -, Eredi della sconfitta (Titolo originale: "The Inheritance off Loss", Adelphi, pp.391, euro 19,50, traduzione di Giuseppina Oneto). Con questa sua opera più che mai coinvolgente, la Desai è riuscita laddove sua madre Anita, pure molto nota in patria, non era mai arrivata, qualificandosi come la più giovane vincitrice del Booker Prize, uno dei più prestigiosi ed influenti riconoscimenti letterari al mondo, premio per ben tre volte sfiorato e mai ottenuto dalla madre .
La bella Kiran è nata in India nel 1971 e vive fra la sua terra d’origine, l’Inghilterra e l’America. Ha studiato scrittura creativa all’Università della Columbia e ha scritto apprezzati romanzi e saggi letterari. In questo suo nuovo romanzo sa offrirci – stando al giudizio della critica americana – "il romanzo migliore, più dolce e delizioso dei nostri anni". Con questo suo viaggio dentro una terra di vinti, giostrandosi tra mondi diversi e contrapposti, l’agile penna della Desai ci porta sulle pendici orientali dell’Himalaya, a Kalimpong, terra strattonata e dominata successivamente dal Nepal, dall’Inghilterra, dall’India, dal Tibet, martoriata da soprusi e guerriglie. Incontriamo subito la vita indigente di un vecchio giudice in pensione che se ne sta isolato con l’unica compagnia del suo cuoco e di Mutt, la simpatica cagnetta, suo solo amore.
Tutti i personaggi sono orfani di un sogno irrealizzato: il giudice, dopo la laurea a Cambridge, ha visto vanificarsi le speranze di una luminosa carriera, incapsulato nei miseri limiti di una sede di basso rango; il cuoco cerca consolazione nella speranza che almeno il figlio si faccia onore in America, ma la vita del suo Biju è più che sfortunata, sballottato da un datore di lavoro all’altro, anche a causa della sua poca abilità di fornaio.
L’ala della speranza sembra finalmente volare alta sul misero terzetto con l’arrivo della nipote diciassettenne del giudice: una ventata di primavera a illuminare quel grigio inverno. La salvifica Sai diventa epicentro di un terremoto narrativo che sa toccare ogni direzione, raggiungendo ogni latitudine, dalla New York degli anni Ottanta – dove lavora Biju – alla Cambridge degli anni giovanili del vecchio giudice, fino alla piazza Rossa dove vola lo Sputnik, terra in cui si è interrotto il sogno astronautico del padre di Sai.
Non mancherà la passione, sbocciata tra la giovane e il suo precettore, l’affascinante Gyann, in questo romanzo dal taglio suggestivo, che sa sottolineare, con poetico verismo, i problemi rimasti irrisolti di un’India che non ha dimenticato le angherie del colonialismo e che ancora non ha saputo appianare la sperequazione dei ceti sociali. Ironia e senso del comico stemperano l’amarezza del tema sociale, regalandoci il dolente, ma non disperato ritratto di un continente che sta risalendo la china.
Grazia Giordani  
 

 
LA FELICITA’ DI ESSERE INFELICI
 Nuove ricerche sulla gioia di vivere indagano sulla predestinazione alla felicità
 
Sembra che oggi si possa parlare di “felicità anagrafica”, ereditaria e concreta così come sono concrete le caratteristiche che ci vengono trasmesse dal nostro Dna.
A sostenere questa teoria oltranzista, sono ancora una volta studi americani, compiuti da una università del Minnesota, condotta sul campione di 1.500 gemelli, indipendentemente dalle condizioni oggettive – ricchi o poveri, single o accoppiati, persone di cultura elevata o modesta – il modello di autostima e quindi di soddisfazione esistenziale è scritto nel nostro codice genetico, così come è scritto il colore degli occhi, dei capelli, della pelle o il nostro talento artistico o le nostre pulsioni in qualunque campo
Due grandi scuole di pensiero vanno dibattendosi sul tema della felicità : la prima è detta top-down, ovvero «dal centro-alla periferia» e sostiene che solo la personalità dell’individuo e le sue caratteristiche peculiari contano, per cui un uomo di natura ottimista porterà nel suo vissuto questa sua caratteristica, indipendentemente dalla valenza oggettiva degli avvenimenti. La seconda scuola è detta botton-up « dalla periferia-al centro» e identifica lo “star bene” con la quantità e l’intensità di eventi positivi in cui l’uomo si imbatte nel corso del suo esistere.
La felicità è dunque un “gene” o è piuttosto un progetto di vita ?
E’ davvero possibile identificare il buon umore e l’allegria con una molecola ?
Le condizioni ideali per il benessere potrebbero essere frutto di una specifica “cultura”.  Ci sono infatti società dagli ideali “spartani”, quasi ascetici, ed altre volte ad una impostazione ludica ed edonistica della vita : la Grecia classica era incentrata sul concetto di bellezza e felicità ; l’Europa della Controriforma privilegiava la mortificazione, pur sempre in vista di una felicità futura ed ultraterrena. Nessun modello sociale può dunque prescindere dalla felicità intesa come bisogno primario dell’uomo, cambia storicamente solo il posto assegnato alla soddisfazione individuale dentro una gerarchia di valori collettivi.
Spesso la felicità è un sogno e si ha la tendenza a proiettarla nel passato, colorandola di valenze mitiche o nell’utopia di un futuro sperato.
Dal Sillabario delle emozioni, edito da Giuffrè – scritto a due mani da Valentina d’Urso e Rosanna Trentin – che si potrebbe instaurare una “politica” della felicità, annullando l’utopia della soddisfazione individuale e costruendo un progetto percorribile della giustizia e dell’uguaglianza sociale.
Ma non sarebbe anche questa una nuova utopia ?
Secondo l’autorevole Alberto Oliveiro, docente di psicologia all’Università di Roma, in questi tempi le ricerche – invero molto alla moda – sulla mappatura del Dna avrebbero contribuito a rinforzare l’idea che ogni individuo sia unico e definibile con una formula ; comunque tutto questo è semplicistico, poiché si può solo sostenere che sono stati identificati geni responsabili di alcuni aspetti del nostro carattere, ma i nostri comportamenti sono e restano tratti complessi a cui sovrintendono geni plurimi che interagiscono tra di loro.
Qualche studioso si va anche chiedendo se l’ingegneria genetica potrebbe divenire l’ingegneria della felicità. Ma è giusto e morale ridurre il buon umore a una molecola ?
Forse è meglio considerare la felicità frutto di un momento di grazia, nato magari soltanto da uno sguardo o da un’angolazione particolarmente felice sul mondo.
GRAZIA GIORDANI
 

Il ferro da stiro
Signora, a questo ferro bisogna cambiare la residenza.
“Perché, teme non si trovi bene in casa nostra?”
Chissà che non abbia ragione la saggia Assunta e che sia proprio il luogo in cui si trova ad essergli venuto a noia. Chi potrebbe dirlo? Magari non gli piace più l’asse da stiro, ne vorrebbe uno nuovo, più imbottito, più elegante. Oppure trova difficile alla sua età insinuarsi tra gli entre deux degli inserti ricamati, invidioso dei ferri che abitano case più giovani dove la biancheria e la lingérie sono più moderne, senza tante complicazioni e svolazzi.
Siamo certi che rimpiangerebbe le camicie da uomo di marito e figlio: ha sempre avuto un debole per i colletti ben stirati, divincolandosi per farmi evitare pieghe false. Penso sia misogino. Preferisca i maschi, ritenendoli meno smorfiosi, più concreti. Spesso l’ho sorpreso gettare sbuffi carezzevoli di vapore verso l’aspirapolvere, ignorando completamente la lavastoviglie. Questa deve essere la ragione per cui predilige gli elettrodomestici maschili, quelli preceduti dall’articolo  “il”.
E non si lascia imbrogliare dalla pubblicità, è adamantino nelle sue scelte.
Se lo si sposta dall’asse verso una tavola più ampia e più comoda, fa subito le bizze, trattenendo il vapore. Sia come sia, temo proprio che l’Assunta abbia ragione. Il nostro ardente amico, ha finito il suo tempo. Col cuore pesante l’ho posato di persona nel bidone verde dei rifiuti differenziati, facendo attenzione che non capitasse vicino a una vecchia caffettiera. La sua fine sarà più dolce gomito a gomito con un bricco sbrecciato, ma pur sempre dignitosamente maschile.
Anche l’Assunta ha approvato la mia scelta.