Archive for dicembre 2011

Buone Feste a tutti gli amici

Auguri di ogni bene

grazia

Due di Irène Némirovsky

Due di Irène Némirovsky, Adelphi

Vogliamoci bene ché viene la guerra
Fresco di stampa, Due di Irène Nèmirovsky (Titolo originale Deux, traduzione di Laura Frausin Guarino, pp.237, euro 18,50) è una nuova prova dell’impegno che Adelphi sta mettendo nel pubblicare l’opera omnia dell’autrice – a partire da Il ballo (2005), David Golder e La moglie di don Giovanni (2006), Jezabel e Come Le mosche d’autunno (2007) Il calore del sangue e I cani e i lupi (2008) per giungere a I doni della vita (2009) – dopo il clamoroso successo mondiale di Suite francese che nel 2005 divenne il caso letterario dell’anno, già dato alle stampe e pluripremiato in Francia, riscoperto a mezzo secolo di distanza dalla sua stesura.
In Due, Irène Némirovsky (nata a Kiev nel 1903 e morta ad Auschwitz nel 1942) ci offre un taglio diverso dalla realtà trattata nelle sue opere precedenti, quando sfoggiava un lessico borsistico, come in David Golden o ci presentava l’incanto di un’epopea – troncata dalla sua prematura morte -, come in Suite francese
Ora siamo nel 1939, l’autrice ebrea si è convertita al cattolicesimo ormai troppo tardi per poter ovviare alla furia nazista sempre più minacciosa. Quindi, trattare un tema amoroso, sentimentale, sembra alleggerire le sue ansie, come se voltasse pagina, almeno nella scrittura, coinvolgendo il lettore in un’atmosfera più leggera, anche se costellata di delusioni e dolori, trasportandoci nei favolosi anni Venti, nell’epoca che già era stata propria a F.S. Fitgerald e a Virginia Woolf.
Eppure, l’angolo di visuale della Némirovsky è dotato di una sua levitas tutta particolare, mentre sembra fotografare la borghesia, quella classe privilegiata della sua giovinezza che si era potuta concedere stravaganze e anticonformismi, destinati a spegnersi con il maturare dell’età, perché i giovani borghesi devono rinsavire: è una legge senza scampo che concede eccezioni solo agli appartenenti alla classe di plutocrati o alla nobiltà.
Nella villa del Bois de Boulogne, durante l’assenza dei genitori, le giovani protagoniste (Marianne e l’amica Solange) invitano gli amici e amoreggiano, ascoltando musica. Abilità della scrittrice sta anche nel ricreare l’atmosfera del tempo, con particolari dell’abbigliamento, con evocazioni della musica illanguidente che si ascolta, capace di ritmare la voluttà dei desideri.
Tutti sembrano avere soltanto la voglia sfrenata di divertirsi, dopo lo strazio della Grande Guerra. Ma è solo un’apparenza sotto cui si annida “il lato sordido della vita” nell’avvicendarsi di amori sofferti, per cui Marianne che parrebbe presa da una passione senza scampo per Antoine – giunta al matrimonio – sa mutare il bruciante sentimento in tranquillo affetto, al pari di Solange che sposerà Gilbert, pur amando Dominique, in perfetta sintonia col pensiero dell’autrice che solleva l’interrogativo, per bocca dei suoi personaggi, di quando nell’unione coniugale si passi dall’amore all’amicizia: “Quando si cessava di tormentarsi l’un l’altro per volersi finalmente bene?”
Pagina dopo pagina, la Némirovsky sa accompagnarci attraverso le proustiane intermittenze del cuore, conducendoci dentro il fuoco di passioni che sembrerebbero essere ineluttabili, non esclusa la torbida esperienza dell’adulterio, per farci approdare, coi suoi personaggi alla salvifica meta dell’ “essere due”, al fine rasserenante dell’amore coniugale comunque raggiunto, proprio perché il matrimonio regala sostegno e complicità. Certo, non il fuoco dei primi tempi, ma la solidità delle certezze rafforzate da una reciproca conoscenza ormai assoluta.
Oggi il tema trattato forse potrebbe anche apparire scontato o demodé, ma sta alla penna ironica e allo sguardo penetrante, persino spietato, a volte dolcemente crudele della scrittrice, la capacità di suscitare anche nei tempi attuali il nostro umano e letterario interesse.
Grazia Giordani
Pubblicato mercoledì 21 aprile 20010 in Arena, Giornale di Vicenza e Bresciaoggi

Grazia Giordani

Data pubblicazione su Web: 24 Aprile 2010

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Thomas Brnhard, scrittore inquietante

Il genio che mente sulla sua vita però fa letteratura

IL LIBRO. Autobiografia ardua e inconsueta
«Comunicare è falsificare»: avviso ai lettori di Thomas Bernhard

24/12/2011

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Thomas Bernhard

La corposa Autobiografia dell’austriaco Thomas Bernhard (Gmunden, 1931-1989) è proposta da Adelphi (631 pagine, 65 euro) nei cinque libri L’origine, La cantina, Il respiro, Il freddo, Un bambino, a cura di Luigi Reitani, indispensabile interprete di uno scrittore tanto grande, quanto elusivo per lettori non avvezzi a uno stile tanto lontano dalla consuetudine. Bernhardt richiede grande concentrazione, non solo perché ha fatto degli interrogativi estremi sul mondo il motivo portante della sua filosofia poetica. Bisogna intraprendere un viaggio doloroso dentro un’infanzia e un’adolescenza ulcerate dalla guerra e dalla malattia (tubercolosi). Un romanzo familiare pronto per un cultore di Freud: contraddittorio odio-amore per la propria città e immersione in un mondo di outsider, stranieri della vita, figure salvifiche per un giovane artista, altrimenti inerme nei confronti della crudeltà dell’esistere.
Non sarà per depressi, ma che lettura! Incuriosiscono le sottili differenze che si creano tra personaggio, narratore e autore; una polifonia che sarebbe piaciuta a Dostoevskij. Affascina la tecnica dell’artificio di cui parla lo stesso Bernhard: «Tutto nei miei libri — figure, eventi, azioni — si svolge su una scena››. La teatralità nel narrare è una costante che affascina, poiché tutti sappiamo che la vita com’è potrebbe essere piatta, se non viene sapientemente rinvigorita da abili ambiguità sceniche da un originale autore. In questo caso «un artista dell’iperbole», come autorevoli critici lo hanno definito. Osserva il curatore: «Qui l’autore diventa un Io e a quest’Io assegna un ruolo — quello del fool nel grande teatro del mondo. E, così facendo, non esita a rimescolare le carte, amplificando a dismisura concreti dati di fatto, montando arbitrariamente sequenze temporali disparate, tacendo episodi significativi, supplendo alle lacune dei documenti mediante la fantasia. Nulla l’Autobiografia ci dice sui tentativi di suicidio compiuti dallo scrittore, nulla sul decisivo incontro con la compagna Hedwig Stavianicek. Scarsamente plausibile è che la scelta di lasciare la scuola per iniziare un apprendistato nel commercio sia dipesa da un puro atto di volontà e non, come attestano invece i documenti, da una bocciatura». È l’autore stesso a sottolineare che «la verità la conosce solo l’interessato, ma lui stesso, nel momento in cui vuole comunicarla, diventa automaticamente un bugiardo. Tutto quello che si comunica può essere soltanto una falsificazione e una contraffazione, quindi sono sempre state comunicate soltanto falsificazioni e contraffazioni».
Questa pentalogia stranissima, al di là delle vertiginose architetture linguistico-musicali e delle riflessioni filosofico-maniacali, la narrazione scabra che nulla risparmia degli episodi più crudi ed urtanti, (vedasi i terribili convitti austriaci con sadici e ottusi «educatori» prima in divisa nazista e poi in abito talare), rende il merito a Bernhard di entrare a pieno diritto nella cerchia di spicco degli scrittori, quelli della letteratura che cavalca impavida il destriero dell’unicità.

Pubblicato il 25/12/2011 in Arena, Giornale di Vicenza e Bresciaoggi

I doni della vita di Irène Némirovsky

I doni della vita di Irène Némirovsky, Adelphi

Irène Némirovsky e il suo geniale ossimoro di spietata dolcezza
Impossibile non pensare a quanti altri prodigiosi romanzi avrebbe potute scrivere Irène Némirovsky (1903-1942) se, nel fiore degli anni e della sua produzione letteraria, non fosse stata barbaramente trucidata dalla furia nazista. Indimenticabile autrice del geniale Suite francese, quel romanzo di rara bellezza, scritto in presa diretta con gli avvenimenti narrati coi primi bombardamenti su Parigi, con la fuga precipitosa degli abitanti atterriti per l’arrivo dei tedeschi nella capitale francese nel giugno del 1940; giudicata, agli esordi, autrice di sconvolgente talento dalla critica francese per il suo David Golder che si stentava a credere fosse uscito dalla penna di una ventiseienne, la Némirovsky ancora una volta sa stupirci col suo I doni della vita (Titolo originale: «Les Biens de ce monde», pp.218, euro 18) che Adelphi, intento a curare l’opera omnia dell’autrice, ci propone nella bella traduzione italiana di Laura Frausin Guarino.
Molti artisti usano schizzi e disegni preparatori ad opere più grandi e finite, questo uso è proprio anche a scrittori che traggono da ampliamenti di racconti, scritti più completi, in questo senso I doni della vita, pur nella sua indipendenza e completezza, potrebbe essere considerata opera preparatoria a Suite francese. Scritto nella seconda metà del 1940, il romanzo apparve a puntate sulla rivista «Gringoire», «come romanzo inedito di una giovane donna» poiché, a causa del suo essere ebrea, Irène non poteva più firmare col proprio nome. E fu stampato in volume solo nel 1947, quando l’autrice era morta ormai da cinque anni nel campo di sterminio di Auschwitz.
Ancora una volta la penna di un’autrice che sa cavalcare l’ossimoro di spietata dolcezza ci regala un quadro disincantato della borghesia francese, un mondo che – dopo la fuga da Kiev dove era nata, nei momenti di fuoco della rivoluzione russa del 1917 – ora gli appartiene, in cui vive e di cui condivide le debolezze. Siamo nella sonnolenta e ingessata cittadina di provincia di Saint- Elme. Qui castellani sono gli Hardelot, proprietari di cartiere , dispotico patriarca il nonno Julien, conciliante e più formale il figlio Charles, allineato con i sentimenti di famiglia il nipote Pierre, unico erede e promessa di salvaguardia del sordido borghesismo familiare, sta per accettare le ragioni di un matrimonio conveniente, combinato con la grassoccia e poco sexy sposa scelta dai genitori (indimenticabili le pagine, venate di umoristica crudeltà, descrittive del fidanzamento) quando prevalgono le ragioni del cuore. Il romanzo, quindi, segue le vicende di Pierre e della sua Agnès dal 1910, fino allo scoppio della Seconda Guerra mondiale, attraversando tutta la Prima. Naturalezza e teatralità descrittiva sembrano stringere un patto d’alleanza nella scrittura némiroskyana che in trenta suggestivi capitoli ci regala tutta la storia degli Hardelot dimostrandoci come la compatta classe media francese sappia restare imperturbabile, scossa ma non abbattuta dalle aggressioni della vita. Persino duttile ai cambiamenti, capace di adattarsi, per non perdere i propri privilegi, incline ostinatamente a difendere quei “doni della vita” cui resta aggrappata, per i quali figli e nipoti hanno saputo battersi nelle varie generazioni, nonostante tutto e contro tutto.
Grazia Giordani

Due significativi romanzi brevi di Némirovsky e Zweig

Come le mosche d’autunno e Bruciante segreto di Irène Némirovsky e Stefan Zweig, Adelphi

Gli intensi personaggi di Némirovsky e Zweig
Dicono che nella vita nulla avvenga per caso. Confortati da questa convinzione, non vediamo dunque casualità nell’uscita dei due brevi romanzi – o lunghi racconti – che Adelphi ci ha proposto, a un solo mese di distanza l’uno dall’altro, scritti da due grandi autori quali sono stati Irène Némirovsky (1903-1942) e Stefan Zweig (1881-1942). Il sottile fil rouge che ci sembra intessere le loro vite è dato dalla coincidenza dell’essere entrambi ebrei, entrambi di nascita alto borghese, appartenuti a famiglie ricchissime e tutti e due morti, nello stesso anno. a causa delle persecuzioni razziali: la scrittrice russa deportata da Parigi ai lager nazisti, lo scrittore austriaco, morto suicida in Brasile, con la seconda moglie Lotte, dove esule, si era rifugiato, spogliato di tutti i suoi beni.
Come le mosche d’autunno di Irène Nemirovsky (Titolo originale: “Les mouches d’automne”, Adelphi, pp.99, euro 9, trad. di Graziella Cillario) in brevi righe ci regala il fitto tessuto di un sofferto spaccato di storia, quella dei russi messi in fuga dalla Rivoluzione Bolscevica nel 1917, e l’autrice dell’indimenticabile Suite francese – figlia di quell’esodo vissuto sulla sua stessa pelle – può rendere ancora più toccante la narrazione, offrendoci ancora una prova del suo talento, nel descriverci lo stato d’animo e lo smarrimento degli esuli, come insetti sfrattati dalle loro abitudini di vita. Ai suoi occhi, simili alle mosche d’autunno, “passati il caldo e le luci dell’estate, svolazzano a fatica, esauste e irritate, sbattendo contro i vetri e trascinando le ali senza vita”. E’ la vecchia nutrice Tat’jana Ivanovna a raccontarci la tragedia dei suoi padroni, testimone del loro passato splendore, fedelissima custode dei Karin che in patria e in esilio ha amato e curato con dedizione estrema.
Bruciante segreto di Stefan Zweig (Titolo originale: “Brennendes Geheimnis”, Adelphi, pp.113, euro 9, trad. di Emilio Picco) è la delicata storia di un bambino che si fa adolescente, scoprendo all’improvviso la falsità umana, la menzogna e il tradimento, mentre in compagnia della madre, trascorre la convalescenza da una malattia in una località termale. Nel medesimo albergo soggiorna anche un ricco aristocratico che gli dimostra grande cordialità, finalizzata a conoscere e sedurre la madre. Accortosi dell’inganno, il bambino cerca rifugio in casa dalla nonna e copre la madre agli occhi della famiglia, tenendo per sé il bruciante segreto dell’amara scoperta, dimostrando la precoce maturità di chi ha compreso come, in alcune circostanze, anche mentire possa essere a fin di bene.
Entrambi questi romanzi brevi ci danno la prova della sottile qualità introspettiva degli autori nel tracciare i loro personaggi: tolstojana, e grande nel revocare atmosfere percorse da sentimenti la Némirovsky, psicoanalitico e freudiano Zweig, un autore che non ha mai goduto di tutta la luce che meriterebbe.

Pubblicati nel 2008 in Arena, Giornale di Vicenza e Bresciaoggi
Grazia Giordani

Grazia Giordani

Il vino della solitudine Un altro capolavoro della Némirovsky

Il vino della solitudine di Irène Némirovsky, Adelphy

Il “caso Némirovsky” resterà sempre aperto, finché Adelphi continuerà a curare l’opera omnia, iniziata con Le bal, proseguita con lo struggente capolavoro Suite francese, per giungere, man mano, proprio in questi giorni -, dopo il dipanarsi di romanzi tutti di forte valenza, a Il vino della solitudine (pp.245, euro 18). Tradotto con il solito accurato impegno, da Laura Frausin Guarino, il romanzo ci porta nel milieu non solo autobiografico della vita reale di Irène – che prenderà lo pseudonimo di Helène, ma anche in quello degli instabili movimenti politici e delle rivoluzioni che dominano quel momento storico nell’Europa dell’Est, ma anche del fermento culturale parigino che influenza la vita di Bella, nom de plume di Fanny Némirovsky, la fatua e crudele madre dell’autrice. La vita della scrittrice ucraina, nata a Kiev nel 1903 e morta ad Auschiwtz nel 1940, ormai è storia nota, ma mai come in queste pagine, l’autrice si era lasciata andare, narrando, con la consueta prosa lucida e persino spietata, la sofferta realtà del rapporto doloroso con una madre accecata dalla superbia e dall’egoismo, avida dei soldi del marito, nei confronti del quale nutre solo un legame malato con la sua ricchezza. Anche in David Golder e soprattutto in Jezabel, il tema dell’aspro rapporto madre-figlia era stato trattato in varie sfumature, ma nelle pagine dell’attuale romanzo più decisamente autobiografico, l’amore assente di una madre distante negli affetti e dissoluta al punto da congiungersi quasi sotto gli occhi della figlia, col giovane cugino, divenuto suo pupillo e amante, raggiunge un acme più serrato e deciso.
Bella Karol viveva soprattutto per se stessa e di se stessa, tanto che usava avvicinare a sé la lampada «lasciando gli altri al buio e sospirava con un’espressione annoiata e stanca, arrotolandosi una ciocca di capelli su un dito. Era alta, ben fatta, con un “portamento da regina”, ma tendeva a ingrassare, e così ricorreva a quei busti a forma di corazza che le donne erano solite indossare all’epoca con i seni appoggiati dentro a due tasche di raso come i frutti in un canestro. Le belle braccia erano bianche e incipriate. Quando vedeva accanto a sé quelle carni nivee, quelle mani bianche e inoperose, dalle unghie tagliate ad artiglio, Helène provava una sensazione strana, molto simile alla ripugnanza».
Per fortuna l’istitutrice francese è l’esatto opposto della madre ed è l’unico appiglio affettivo per la ragazzina nell’aridità d’amore in cui vive, col padre sempre assente ad accumulare danaro e la madre presa solo dalle sue frivolezze e dai suoi amori extraconiugali.
Costretta dal bon ton materno, tutta apparenza, a baciarla sulle guance, Helène sarebbe piuttosto contenta di graffiarla e farla sanguinare, punendo in tal modo chi non sa rassicurarla, dandole quella tenerezza che ogni figlia normale vorrebbe ricevere.
Fatalmente, però, verrà un giorno in cui la madre comincerà ad invecchiare e la ragazzina sarà nel fiore dei suoi diciott’anni. Accadrà a Parigi, dove la famiglia si è stabilita dopo la guerra e la rivoluzione di ottobre e la fuga attraverso le vaste pianure gelate della Russia e della Finlandia, durante le quali l’adolescente ha avuto una sua prima esperienza sentimentale.
Sembrerebbe giunto finalmente per lei il momento della vendetta: «Ti farò piangere come tu hai fatto piangere me!» Ma Helène ha altro cervello e cuore, rispetto alla madre e capirà che la solitudine può essere un momento di meditata salvezza e maturazione, anche se da un’infanzia infelice – usava dire la Némirovsky – non si guarisce mai. Eppure, pochi scrittori hanno saputo descrivere in maniera tanto coinvolgente una simile addolorata esperienza.
Grazia Giordani

Grazia Giordani

Ripropongo il mio pezzo pubblicato in “Arena” febbraio 2006

Suite francese di Irene Némirovsky, Adelphi

Sinfonia in due tempi
Troppo spesso chi si occupa di critica letteraria tende a parlare di “capolavoro”. Ma nel caso di “Suite francese” di Irene Némirovsky (Adelphi, pp.415, euro 19) le lodi sono più che meritate, perché ci ritroviamo tra le mani un romanzo di rara bellezza, nell’elegante traduzione di Laura Frausin Guarino, impreziosito dalla postfazione di Myriam Anassimov .
Pubblicato postumo in Francia, a cura della figlia Denise Epstein che per ben sessant’anni aveva conservato il manoscritto della madre, vergato in finissima scrittura, chiosato con appunti e note della stessa autrice , questo prodigioso romanzo, giunge a noi in Italia a un anno di distanza. Scritto in presa quasi diretta con gli avvenimenti narrati dei primi bombardamenti su Parigi, con la fuga precipitosa degli abitanti atterriti per l’arrivo dei tedeschi nella capitale francese nel giugno del 1940, la narrazione ci porta al centro di una storia tanto straordinaria quanto struggente. Il progetto iniziale della scrittrice era quello di ritmare le sue pagine nella struttura di una sinfonia per cui – apprendiamo dalle sue stesse note che appaiono in Appendice – avrebbe dovuto avere un andamento in cinque movimenti, ma noi possiamo leggerne solo i primi due, rammaricandoci della forzata “mutilazione”, perché la sfortunata autrice ebbe il drammatico destino di essere arrestata e poi deportata a Auschwitz..
Nata a Kiev, figlia di un banchiere ebreo, la Némirovsky già aveva conosciuto il dramma della fuga ai tempi della rivoluzione russa del 1917. In Francia aveva trovato l’amore – sposandosi nel ’26 con Michel Epstein – e il successo di affermata scrittrice. Madre di due figlie, conduce un’esistenza piacevole e agiata finché il destino non le riserva il fatale epilogo. Sarà dalle mani del padre, in seguito vittima della stessa fine, che le due piccole figlie riceveranno il manoscritto con le due prime parti del romanzo. Vivranno nascoste, affidate a una affezionatissima tata per tutto il periodo bellico. È stata molto toccante la testimonianza che ha reso per noi Denise, nel corso di una recente trasmissione radiofonica di Rai tre, dove intervistata da Sinibaldi, ha ricordato come lei e la sorellina avevano atteso il ritorno dei genitori, sperando di rivederli tra i sopravvissuti ai campi di sterminio, e come per molti anni non avevano avuto il coraggio di leggere quelle quattrocento pagine di un romanzo in cui verità e finzione si sposano in un inscindibile e commovente connubio.
La carrellata di personaggi parigini in fuga, descritti dall’autrice, spesso corrisponde a figure reali, veramente conosciuti anche dalle due bambine. Vedasi la famiglia borghese dei Péricand, paradigma della buona borghesia francese, squallidamente conformisti, ingessati nei loro pregiudizi, di cui lo sguardo disincantato dell’autrice ci regala ritratti di alta bravura, ridicolizzandone i limiti e le manie e i tic, in maniera indimenticabile. Così, dopo aver letto della parsimoniosa oculatezza della signora Péricand che imballa ogni cosa per la fuga da Parigi e porta scrupolosamente con sé i suoi beni materiali e i suoi figli e i suoi domestici e il suo spirito caritatevole sempre esibito, non possiamo non restare esilarati dalla sua non certo piccola dimenticanza del suocero disabile in carrozzella :“Guardò ancora una volta tutto quello che era riuscita a portare con sé, ‘tutto quello che aveva salvato!’: i suoi figli la sua valigetta. Toccò i gioielli e il danaro nascosti sul petto. Sì, in quei terribili momenti aveva agito con fermezza, coraggio e sangue freddo, non aveva perso la testa… Non aveva perso… Non aveva … Improvvisamente gettò un grido strozzato (…) Abbiamo dimenticato mio suocero- disse la signora Péricand, scoppiando in lacrime”. E scene del genere divertirebbero il miglior Dickens. E le pagine della fiumana ribollente dei parigini in fuga piacerebbero a Tolstoj, citato negli appunti dalla stessa scrittrice.
Ritratto indimenticabili anche quello dello scrittore Gabriel Corte, un esteta preoccupato dei suoi manoscritti che ha orrore della povertà, e quello della ballerina Arlette, disposta a qualsiasi compromesso, per la sua sopravvivenza, cinica ad oltranza. E come dimenticare i coniugi Michaud così saggi nella loro modestia e dolcezza, contrapposti all’arido banchiere? E i collezionisti di preziose porcellane, presi solo dal salvataggio dei loro oggetti? Anche l’episodio degli orfani che si rivoltano all’ingenuo prete diventando spietati aguzzini merita una lunga riflessione, proprio perché la “pietas” della Némirovsky spesso è a doppio taglio, colorandosi dell’ossimoro di note crudeli.
La massa di persone in movimento con i personaggi di cui sopra, intenti a porre in salvo soprattutto mobili, suppellettili e argenteria è contenuto nel primo movimento della “Suite française”, intitolato “Temporale di giugno”; in “Dolce” riappaiono di striscio i coniugi Michaud, forse gli unici capaci di mantenere il dignitoso calore della loro umanità. In questa seconda parte del romanzo, protagonista è soprattutto la storia d’amore tra la francese Lucile e il tenente tedesco che ha requisito la sua abitazione. Un rapporto che non ha implicazioni fisiche, fatto di un dolce sentimento, di un’intesa intellettuale e spirituale, un’affinità così coinvolgente da far dimenticare alla donna e a noi stessi che il tedesco è il nemico.
Resta vivo il rammarico dell’opera incompleta, dei tre tempi finali che l’autrice aveva progettato nei suoi appunti, così come aver visto premiato postumo il romanzo in Francia, ci ha riportato – per associazione d’idee – la malinconica immagine delle medaglie d’oro appese al petto degli orfani dei caduti in guerra.

Grazia Giordani