Archive for aprile 2013

La fotografia

La fotografia

 

Raramente mi soffermo a guardare una réclame appesa ai muri. Quando rientro a casa sono stanco, affaticato dalla routine del lavoro, inoltre le ultime sedute psichiatriche mi hanno veramente stressato: quel medico svizzero mi disorienta, mettendo sempre più confusione dentro le mie idee già di per sé sconvolte (tu es boulversé, mom amour – mi diceva una mia conquista di giovinezza, riferendosi a certe mie paranoie, amiche intime di una incipiente schizofrenia). Mi sono sempre autoconsolato delle mie stranezze, pensando che anche geni come Nietzsche e Schouman – solo per citare due a caso fra i grandi – pare fossero schizofrenici o giù di lì.

Ebbene, non sono un abituale estimatore di pubblicità sui muri – dicevo – ma quella foto di un mese fa, appesa in un vicolo che non percorro quasi mai, mi sta letteralmente ossessionando, al punto che perdo molto, troppo del mio tempo, a fare ricerche infruttuose che mi nevrotizzano sempre più.

Non è un’attrice quella donna che reclamizza nientemeno che un romanzo (ditemi se potrebbe esserci qualcosa di più distante da me, che di libri ne ho letti pochini – se si eccettuano i manuali di informatica, legati al mio lavoro e qualche libruzzo di fantascienza o opuscoletti pornografici –, che lettore non lo sono stato mai, visto che ho preferito praticare qualche sport e viaggiare, quando mi è stato possibile); non è una star, non è la Marini, non è la Parietti, eppure leggo in lei un fascino sottilmente allusivo, uno chic dell’anima che si fa calore del corpo, che mi attira, mi prende, come un’estetica calamita e io stesso non so darmene del tutto ragione.

Ho copiato il nome della casa editrice in un foglietto. È francese . In questi giorni avrei dovuto inviare un ispettore del mio laboratorio informatico a Parigi, per trattative commerciali. Andrò di persona, così anche sospendo le sedute psichiatriche, concedendomi una pausa, un breve e desiderato respiro, allontanandomi da quel funebre occhialuto, con il suo accento crucco e i suoi impercettibili oh oh., ogni volta che finge di non scandalizzarsi per le mie “perversioni” sessuali (ma uno psichiatra non dovrebbe essere nietzscheanamente al di sopra del bene e del male? E non mi direte che è poi cosa tanto grave se preferisco un rapporto in chat-line erotica ad uno reale, in cui mi dovrei sciroppare anche gli odori, i sudori e gli escreti di donne che oltretutto pretendono rassicurazioni amorose?).

Parigi mi ha accolto percorsa da un vento frizzante che ha increspato la Senna, fatto volare lontano il mio cappello e irritato la mia gola, tutto in un baleno, tutto in una volta, senza soluzione di continuità.

L’indomani, eccomi nella casa editrice a cercare lumi sulla donna del ritratto fotografico. Lunga attesa per essere ricevuto dal direttore, in un salottino odoroso di croissant, seduto su un duro divanetto, sogguardato da una maliziosa segretaria che ha arrotato tutte le erre che aveva a disposizione, per dirmi che Monsieur **** mi avrebbe ricevuto, presto anzi prestissimo. Un prestissimo lungo a dire il vero, estenuante, molestato anche da una mosca che mi si era affezionata come nessuna donna mai, nel corso della mia cinquantacinquenne esistenza.

Finalmente, il naso peduncoloso del severo Monsieur si sporse sormontato da occhiali spessi e non proprio di specchiata pulizia e la sua bocca si aprì poco, con avarizia per invitarmi ad entrare.

Gli spiegai, arrossendo e quasi balbettando, che avrei desiderato ragguagli sulla donna del ritratto, perché – i interessandomi di pubblicità (nel dire balle, come tutti gli “schizo”, sono un vero maestro) -, la ritenevo indispensabile per reclamizzare gioielli di lusso, vista l’aria aristocratica che spirava dal suo volto, mista a una sensualità di stampo borghese.

«Ce n’est pas possible !»- gracidò più volte la vocetta blesa del peduncoloso.

Madame ***** è una scrittrice e compare solo nelle copertine e nella pubblicità dei sui libri, inoltre, quella foto è del 1992.

Posso sapere almeno il nome?

«Presto fatto, disse il direttore – subodorando profumo di affari – quante copie del suo ultimo romanzo intende acquistare?»

«Cinquecento – risposi senza pensare, pronto al rimando – purché mi dia il numero privato della signora a cui voglio esprimere tutta la mia ammirazione».

«Mille – rispose, al rialzo l’ometto».

Avrei accettato anche un milione, la mia paranoia mi pulsava dentro come un piccola tirannica vaporiera.

All’inizio fu fredda al telefono, lusingata dall’acquisto, ma distante.

Non accettò di incontrarmi personalmente (aveva troppo da fare ed era in partenza…); su mia insistenza mi dette la sua mail.

Tornato a Milano le scrissi un messaggio pieno di lodi e di quella umiltà che non provo, ma che mi piace tanto imitare (tutto questo rientra nel quadro clinico del mio squilibrio mentale, dice lo psichiatra); la spocchiosetta rispose cautamente, con poche battute.

Immaginavo i suoi occhi abbassati sulla tastiera, le ciglia sembravano proiettare ali d’ombra su quelle guance gentili, mentre la bocca, arrossata da un carminio leggero, si increspava lievemente, per nascondere la noia di un rapporto forzato.

Non mollavo l’osso. Più lei tergiversava e resisteva, più io mi facevo insistente, rallentando la presa, quando avevo osato troppo, lodando ora la sua vis artistica, ora il suo aspetto di candida malizia, il suo sguardo ammiccante, la sua mano solcata da vene sottili. Davo prova di aver letto il suo romanzo riga per riga, commentando avverbi, aggettivi e spazi di silenzio e respiri dei protagonisti, senza trascurare la forza di un’interpunzione molto particolare.

Non smettevo. L’ossessione stava raggiungendo effetti parossistici.

Cosa avrei voluto ottenere?

Portarla a letto? No, le mie manie mi fanno prediligere rapporti virtuali.

Farla innamorare?

Anche, ma soprattutto umiliarla, cancellando dal suo volto la sicumera di quello sguardo in tralice, ironico, che pareva mi volesse dire: «sono una regina e tu il mio valletto, non ce la farai mai…».

Metterla in ginocchio volevo.

Dominarla.

Schiacciarla.

Dimostrarle che ero il padrone con la frusta…

Miravo ad un rapporto d’amore parlato, fingendo d’amarla.

Lavorai a lungo.

Non fu facile persuaderla a scaricare in computer una chat, dove io navigo come quel velista che sono anche nella realtà; feci io la registrazione per abbindolarla meglio (ridevo così forte che la voce mi usciva dalla gola in rantoli rochi di crudele soddisfazione…).

Chattammo per lunghe settimane.

Faceva la riottosa.

«Domani non posso, perché devo uscire a cena col marito…»

«Oggi solo pochi minuti, perché poi devo studiare»

Studia, studia, mi spazientivo, io preparandole lo scherzetto.

Un pomeriggio la gasai talmente, titillai a tal punto le sue voglie represse, accesi in lei un fuoco così vivo , da ottenere un vero appuntamento.

Sarei tornato a Parigi e l’avrei ricevuta nella mia stanza d’albergo.

Tutto stabilito.

Tutto preordinato.

Solo che alloggiai nell’albergo di fronte, per godermi la scenetta.

Dio, che risate!!!

La vidi salire la scalinata, con passo molle.

Mi accorsi solo allora che apparteneva alla specie di una di quelle donne che più che camminare “sfilano”, tanto la sua falcata era languida e naturale.

I capelli erano più corti e ricci che nel ritratto.

Il naso, di profilo, sembrava lievemente aquilino, ma nonostante il binocolo, non vedevo bene i particolari, e soprattutto mi sfuggiva lo sguardo, quello sguardo che mi era costato mille libri, sedute psichiatriche suppletive e soprattutto notti insonni a congegnare il mio piano satanico.

Dopo un’ora, la vidi ridiscendere: adesso non sfilava, incespicava.

Ripartii allegro come un grillo.

A casa trovai una mail disperata in cui era divisa tra il dolore che mi fosse capitato un incidente e l’umiliazione che l’avessi giocata.

Non risposi al telefono, finché non fui sicuro che mi avessero cambiato il numero.

La mia vita continuò come sempre, con donne virtuali, molto meglio di quelle in carne ed ossa con pretese di essere amate.

Mi parve che i miei disturbi nervosi subissero un miglioramento.

In libreria, dopo un paio d’anni,  vidi esposto un suo nuovo libro.

Lo acquistai, incuriosito.

Niente foto nel retro di copertina.

Nella bandinella si leggeva: «Esce postumo, l’ultimo struggente romanzo di ****».

Peggio per lei, pensai di primo acchito.

Eppure quella morte stava tormentandomi subdolamente: la sentivo come un contraccolpo sordo.

Mi saltava addosso all’improvviso, vulnerando il mio proverbiale cinismo.

Rivedevo il suo sguardo all’improvviso, riflesso nella vetrina di un negozio; presi a vederla dentro il televisore, mi compariva nel bel mezzo di un film, affiancandosi al primo attore, ieratica, distante, lunare come un incubo.

Un bel mattino, proprio mentre facevo colazione nel bar centrale della mia città, avvertii nel tinnire del cucchiaino sul bordo della tazza, le note dolci della sua risata, una breve cascatina di perle, quasi si fossero sciolte all’improvviso quelle che nel ritratto lei portava al collo.

La vista mi si annebbiò.

Sentii appena il lamento di una sirena.

Due uomini in camice mi caricarono rudemente sull’ambulanza.(g.g.)

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La Bagnante da Facebook a Twitter

  1. La Bagnante” – ora fusa in bronzo – opera dello scultore GIORGIO GIORDANI
    Foto: "La Bagnante" - ora fusa in bronzo - opera dello scultore GIORGIO GIORDANI

Il faro

Il faro

Mi ero abituato alla solitudine. Un sentimento ormai congeniale, come le foglie non si meravigliano del ramo o il naso non trova insolita la sua collocazione sulla bocca. Avevo scelto quella vita, dopo la laurea in discipline umanistiche, nauseato dalla pastetta dei concorsi, impaurito dalle sconfitte. Non ero abituato a perdere, persuaso di bastare a me stesso. Le donne? Sì, mi piacevano. Ma, taciturne, non impositive, graziate da quella femminilità che avevo riscontrato nelle appartenenti alla mia famiglia. Donne che accudivano con amore alla casa, senza grilli per la testa. Brave cuoche. Per contrasto a questa loro dimensiopne domestica – quasi ottocentesca -, non erano esenti da pulsioni intellettuali. Mia madre suonava con tocco struggente il pianoforte, respirando all’unisono con le cesure dello spartito. Chi aveva mai sentito eseguire con pari passione La goccia di Chopin? Tanto che ora dovevo turarmi le orecchie se quel preludio sgorgava dalla radio, nell’interpretazione di un pianista di valore. Mia sorella dipingeva drammatici acquerelli, mai en plein air, traendo dal suo immaginario una visione espressionistica della vita. E Kafka – per restare in tema – era il suo autore di culto, di questa sorellina efebica, bionda di un biondo slavato, quasi senza sopracciglia.
Quella notte la luna mandava bagliori sincopati, ora apparendo ora disparendo, dietro una nuvola invisibile. Brillava a intermittenza il cucchiaino nella tazza, dentro cui un raggio, per un istante, pareva aver trovato la sua prigione, Era bello respirare il profumo schiumoso del mare. La storia di un matrimonio di A.Sean Grer sembrava farmi l’occhiolino dal tavolo di fronte. Come a dirmi: “Hai tanto tempo, davanti a te, centellina i piaceri; quando mi avrai completamente letto, non proverai più quel senso di vertigine, di atmosfera torbida alla E.A.Poe. A lettura finita, la magia sarà conclusa e l’eroina del romanzo resterà imprigionata dentro la pagina definitivamente chiusa… “.
Improvvisamente, la luna sembrò spegnersi, oscurata con prepotenza, dall’arrogante nuvola. Alzai gli occhi dalla tazza, avvertendo lo sciabordio di acqua mossa, subito colpito dal candore, quasi offensivo, di due vele che sembravano sorgere dal nulla. Dalla minuscola imbarcazione scesero prima due piedi di donna calzati da scarpe da barca in tinta chiara, seguiti subito da altrettanti piedi. E poi si videro due corpicini esili in calzoncini corti e maglietta, nonostente il fresco della sera.
“Chi siete? Chi va là?”
– Abbiamo letteralmente perso la bussola. Non in senso metaforico. Un’ondata ci ha fatto rovesciare, smarrendo ogni senso d’orientamento …”
Speravamo di trovare  qui da te un po’ di ospitalità.
” Vi renderete conto che questo non è un hotel a cinque stelle e posso offrirvi ben poco, credetemi”.
Salitono, disinvolte, aggrappandosi, prima l’una e poi l’altra, alla mia mano protesa a malincuore.
Abbronzatissime, mi lanciarono diretto in volto il lampo grigioazzurro dei loro occhi di sorelle. La luna, immediatamente sgravatasi dalla nube, mi fece ammirare la snellezza armoniosa dei loro corpi.
“Gemelle?”
– No, nate  ad un anno di distanza. Egualmente maniache del mare. Ma non ti disturberemo troppo. Chiediamo solo un po’ di aiuto.
(Chi avrei  scelto per me, se me ne fosse stata data l’opportunità? Luisa, lievemente più alta e decisa nel linguaggio, o Clelia, più sottile e meno sorridente? E poi, perché dover scegliere, erano quasi naufraghe di fortuito passaggio e io tenevo troppo alla mia solitudine. Eppure, quelle carni quasi gemelle, ambrate dal sole e ora inargentate dalla luna, riaccendevano dentro i miei sensi di uomo solitario desideri creduti dimenticati).
– Oh! C’è la radio, gridò Luisa con voce troppo forte, estranea  al silenzio del luogo.
Clelia si trattenne dai commenti, nascondendosi quasi dietro la sorella.
Bevvero, avidamente, due tazze di latte caldo.
Scarseggiavano le mie provviste ed ero sempre stato parco nel cibo, quasi vegetariano.
“Quando ripartite?”
– Dio mio, siamo appena arrivate. Ti facciamo tanta paura?
“No, ma ho scelto la solitudine. Lettura. Musica. Conversazione con le voci del mare”.
– In qualche modo, domani all’alba ripartiremo, mormorò Clelia.
Fu una notte, d’inferno per me.
Mi rivoltavo nel letto, le orecchie carezzate dal bisbigliare sottile delle loro voci femminili; il corpo, in tutte le sue parti, toccato dal desiderio delle loro mani ardite; la bocca aperta all’insinuarsi delle loro lingue. E, nel mio delirante fantasticare, non sapevo scegliere. Le avrei volute entrambe. Con la stessa forza.
FInalmente presi sonno.
Al mio risveglio, mi chiesi se fosse stato tutto un sogno d’uomo troppo solo.
Abbassando lo sguardo, notai sul gradino più basso, il pettinino azzurro che raccoglieva sulla nuca i capelli di Clelia (g.g.)

 

Padri

In nome del padre Saga di famiglia che scalda il cuore

IL LIBRO. «Padri» (Mondadori): «rap» storico
Marco Pogliani: peana degli affetti nel romanzo di una grande Milano

Marco Pogliani

Marco Pogliani

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  • Viene voglia di leggerla a ritmo di rap, l’opera prima di Marco Pogliani — questo Padri, sottotitolato «Una piccola grande famiglia milanese attraverso il Novecento» (Mondadori, 271 pagine, 18,50 euro) — perché il suo ritmo sincopato fa pensare all’assurdo di un futurista Marinetti convertito dalle convinzioni dell’autore. Il romanzo si legge con respiri brevi, in assenza di interpunzioni, sopraffatti da sostantivi orfani del verbo. Milanese doc, cinquantaseienne, primogenito di Mario (ultimo di sedici sorelle e fratelli di una grande famiglia cattolica) e di Angela, figlia unica di socialisti, dopo gli studi classici e un dottorato in storia medievale, Pogliani cambia strada. Lavora all’IBM, quindi all’Olivetti, alla Mondadori e all’Enel, per mettersi alla fine in proprio, occupandosi di aziende e di comunicazione. Tuttora questa è la sua professione; i suoi princìpi restano quelli che furono del padre, eponimo e paradigma di tutti i padri che in famiglia lo hanno preceduto. Niente ostentazioni, per girare nell’amatissima Milano basta la bicicletta, la stessa che lo conduce a San Siro dove non manca mai una partita del Milan. Padri è una saga familiare, che si apre come un composito fiore, dove ogni petalo ha un suo irrinunciabile significato; ogni personaggio ha il suo naturale posto, a partire dal nonno che tagliava tomaje per i migliori calzolai, al padre, cresciuto quasi da solo, impiegato adolescente, autista di camion in guerra. Che Milano: «C’erano uomini. / Donne./ Vecchi. Padri. Figli. Nonne. / Operai. / Sindaci. / Maestre. / Resistenti. / Sfascisti. / Gappisti. / Sappisti. / Avvocati. / Farmacisti. / Preti e puttane». Pieno d’iniziative, questo padre intelligente, da una fabbrica di cosmetici, sale sempre più la scala sociale, mai con l’animo del pescecane, intento, mentre cresce la famiglia, a fare anche del bene. Questa enorme famiglia, grande quercia dai molteplici rami — fatta di zii, cugini, cognati, suoceri, parenti stretti e collaterali — sa riunirsi tutta, almeno la vigilia dei Morti — con il cugino don Enrico, a recitare il rosario intero, per tutti i loro defunti. Un’autobiografia tra verità e finzione che comprende tutta la «Poglianeria», come l’autore definisce la maxifamiglia, capace di farci gustare la forza dell’amore. Per esempio, nei ricordi in cui la prosa si fa poesia, lirismo prosciugato, senza bisogno di cesure tipografiche. «I primi ricordi sono pezzi di vetro. Vetri emergenti dalla sabbia. Caldi da toccare. Altri tagliano ancora. Altri non si trovano più. Sono in fondo. Sotto. Emergono all’improvviso. Quando vogliono loro. Poi scappano di nuovo. A nascondersi. Sotto. Non so quanti ce n’è. Sotto». Un libro che coinvolge, presi d’ammirazione per quel padre capace anche di rispettare gli ideali del figlio, pur diversi dai suoi. A volte, le immagini possono ancor più delle parole. E nei risguardi di copertina, in questo peana agli ideali della famiglia, vediamo un gruppo a far tomaje nel cortile al negozio di corso Porta Ticinese, anni Venti. Una fotografia forte come il romanzo.
Grazia Giordani

L’ultima estate a Deyning Park

Anche chi ama profondamente i classici e i libri che fanno pensare – in fatto di letteratura – ogni tanto può aver voglia di “riposare “ la mente, ristorandosi dentro pagine non troppo impegnative, ma dense di cuore e piacevoli anche per la ricostruzione di ambienti e  di atmosfera storica. Ci riferiamo, in questo caso, a L’ultima estate a Deyning Park di Judith Kinghorn (Titolo originale The Last Summer, Editrice Nord pp.394, euro 16,60, traduzione di Francesca Toticchi). L’autrice, per vari anni direttore generale di un’azienda londinese, a un certo punto della sua vita, ha deciso di mollare tutto per dedicare più tempo alla sua famiglia e soprattutto alla sua grande passione: la narrativa. Col marito e i due figli, ha lasciato la città, trasferendosi nell’Hampshire dove ha cominciato a scrivere questo suo simpatico romanzo d’esordio, in cui il profumo e la bellezza del giardino inglese fa da sfondo ad un amore impossibile – si fa per dire – che supera ogni ostacolo eccetto la prima guerra mondiale.

Chi ha amato la coinvolgente serie televisiva Dowton Abbey ( con una media di 1.600.000 spettatori a puntata) – con mirabile ricostruzione di ambienti interni ed esteriori, dotati di un’incantevole “inglesità”, sontuoso ed appassionante affresco della società inglese a cavallo della grande guerra con tradizioni – e si sa bene quanto questa terra vi sia attaccata -, differenze di classe, amori, pruriginosi scandali e tragedie, chi ha amato tutto questo – dicevamo – nel romanzo della Kinghorn, troverà un continuum, anche se i personaggi non sono esattamente gli stessi.

Del resto, dalla serie televisiva, di cui sopra, è nato un vero e proprio fenomeno culturale che abbraccia le storie ambientate tra gli anni’10 e gli anni ’20, tale da ispirare stilisti come Prada e Ralph Lauren che hanno rilanciato la moda di primo Novecento.

Ne L’ultima estate a Deyning Park incontriamo la famiglia Granville in un fervore di feste e sontuosi banchetti. Anche per l’adolescente Clarissa l’estate porta rinascita e risvegli. Dopo il lungo inverno, ritrova i suoi fratelli studenti a Oxford e può fare una nuova, inebriante conoscenza, incontrando Tom, il figlio della governante che la generosità dei Granville mantiene agli studi universitari. Dall’amicizia all’amore il passo è breve. Un amore segreto, per ovvie ragioni sociali. Ma Tom non si perde d’animo e promette che – completati gli studi forensi, non appena le sue finanze si saranno adeguate allo stato sociale dell’amata – la chiederà in sposa. Com’è ovvio che avvenga nell’ allure di simili romanzi, c’è qualcuno che trama nell’ombra. Per di più la guerra ci metterà il suo cruento zampino, ma il sentimento che li lega farà bene sperare al lettore a cui lasciamo il conforto dell’epilogo e la gioia di sognare. Qualcuno ha detto che è il romanzo giusto al momento giusto e noi non abbiamo intenzione di dissentire, aggiungendo che la scrittura della KInghorn è ariosa, elegante e sa parlarci d’amore con grazia delicata Grazia Giordani

 

Una pedina sulla scacchiera

Se pensavamo che Adelphi ci avesse ormai proposto tutto il meglio di Irène Némirovsky (Kiev, 1903-Auschwitz, 1942), leggendo Una pedina sulla scacchiera (Titolo originale: Le Pion sur l’échiquier, pp.173, euro, 18, traduzione di Marina di Leo), ci affrettiamo a cambiare idea, tanto ci prende l’attualità di questo romanzo, scritto nel 1933 e pubblicato nel 1934, pochi mesi dopo il suicidio di Serge Stavisky, lo spregiudicato affarista che aveva trascinato nella sua caduta buona parte della classe politico-imprenditoriale francese.

E che gli scrittori traggano spunto, talvolta, dalla suggestione di notizie tratte dalla cronaca, non è una novità. Basterebbe pensare a Flaubert e Tolstoij che misero nero su bianco la storia delle più celebri adultere della letteratura mondiale, influenzati proprio da fatti di cronaca del loro tempo.

Siamo negli anni Trenta, gli anni della Grande Crisi in cui dominano la disoccupazione, la borsa in caduta libera e gli ignobili scandali del mondo politico economico. Persino lapalissiano sottolineare paralleli con temi e fatti vicini a quelli del nostro tempo.

Protagonista della narrazione è Cristophe Bohun, la pedina che – nell’ottica dell’autrice – ‹‹viene manovrata sulla scacchiera, che per due o tre mila franchi al mese sacrifica il suo tempo, la sua salute, la sua anima, la sua vita››. Non ha iniziative, né ambizioni, né speranze, quasi si lasciasse trascinare da un piatto flusso dell’esistere. Lavora nell’azienda che il padre ha dovuto abbandonare, dopo un clamoroso fallimento, nelle avide mani del socio. Conosciamo il plutocrate ormai fallito e in preda ad una tisi devastante che lo trascinerà alla tomba, verso l’epilogo del romanzo, ormai ombra di se stesso, in difficoltà a credere che fosse stato il Bohun dell’acciaio, il Bohun del petrolio, l’uomo del quale si diceva: ‹‹Dove passa lui crescono solo rovina e guerra››. Cristophe non ha ereditato nessuna delle qualità – se così le possiamo definire – del padre. Si lascia trasportare dalla vita, senza viverla. Si lascia amare da Geneviéve, una moglie perfettina e super noiosa e da una cugina, Murielle, sua vittima sacrificale.  Il suo concetto dell’amore e della vita, nel suo complesso, è alquanto squallido: ‹‹Sì, sarebbe bello se non richiedesse tante parole, carezze, bugie. È tutto così noioso. Vorrei partire. Ma da solo, per carità, da solo . . . Appena provi a fare un passo senti la catena. Poveri cani che siamo…Vorrei vivere, semplicemente vivere, non soltanto sgobbare. Forse tutte le creature, fin dall’inizio del mondo, hanno vagheggiato una felicità senza pensieri, come nell’Eden. Certo, non si può sfuggire alla vecchiaia, alla malattia, né alla morte, ma il lavoro, almeno la maledizione del lavoro dovrebbe esserci risparmiata ››.

In seguito alla morte del padre, Cristophe trova una lettera nel cassetto della sua scrivania: una lunga lista di parlamentari, giornalisti e banchieri a cui il defunto James Bohun aveva elargito ingenti somme di danaro in cambio di una spinta al governo verso i preparativi bellici, al fine di evitare il crac finanziario.

Che uso ne farà l’inerte protagonista? Resterà statica pedina sulla scacchiera o giocatore attivo nella sporca partita?

Al di là della trama condotta con la solita “dolce perfidia” di marca némirovskyana, cui da lunghi anni siamo ormai abituati,  la sapienza e finezza lessicale dell’autrice non finiranno mai di stupirci.

Grazia Giordani

Nostalgie di Hena

‹‹Rivedeva lo stanzone di Via Lame a piano terra. A quei tempi, non esistevano luci artificiali adeguate e gli scultori, dato il peso dei materiali con cui lavoravano, difficili da trasportare ai piani superiori, cercavano il loro atelier in posizioni sempre piene di luce.

Aveva posato per un lungo periodo nel primo pomeriggio. Arrivava in studio, si spogliava sotto gli occhi del marito che faceva uscire il formatore, per non metterla a disagio, e si sforzava di restare ferma, sopra un rialzo, messo vicino alla finestra.

Sentiva i rumori ovattati della strada, la luce era soffusa, morbida, non era un’illuminazione crudele. Sapeva di avere un corpo intatto: le gambe erano forti, come piacevano al marito, piedistalli umani per la statua stessa, i seni piccoli e sodi con il fiore rosa pallido dei capezzoli lievemente rivolti verso l’alto. La pelle era un manto di seta color miele, tesa sul ventre piatto e sulle ginocchia piccole, quasi infantili, come i piedi che calzavano scarpe di numero minimo.

A volte, il giovane scultore smetteva all’improvviso di lavorare e sdraiava la moglie sul divanetto di velluto scuro e la prendeva con l’ingordigia sana di un innamorato.

Quel divanetto aveva suscitato spesso le gelosie di Hena che pensava alla facilità con cui Giorgio avrebbe potuto sdraiarvi sopra le modelle. Ed era certa che lo faceva . . .››.

Hena, IL CERCHIO, pp. 80-82