Archive for febbraio 2009

Teatro sociale

La Piccola Fenice

Il Teatro Sociale di Badia Polesine  fu costruito nel 1812 per volontà e a spese del badiese Bartolomeo Dente e recenti ricerche storiche hanno portato alla luce un atto notarile datato 17 dicembre 1812 nel quale si fa riferimento al disegno del teatro dell’architetto Sante Baseggio (1749-1822) di Rovigo.
Nel 1836 passa in proprietà di una Società di Palchisti o Palchettisti e assume il nome di Teatro Sociale.
Nel 1855 il teatro viene restaurato e ampliato: si aggiungono i palchi di proscenio e il paliotto con le Muse. Per la profusione di fregi in rilievo e a foglia d’oro, da sempre è definito "scatola d’oro" o "la piccola Fenice" per la somiglianza con il grande teatro veneziano.
 La decorazione pittorica è del ferrarese Francesco Saraceni e del veneto Giovanni Abriani; i fregi intagliati sono del lendinarese Luigi Voltolini.
Anche il Comune in questi anni manifesta il suo interesse verso questa importante opera per la città con l’acquisto di un palco riservandolo alla Deputazione Comunale ed alle autorità civili e militari e versando anche un contributo annuo che sarebbe servito per il finanziamento degli spettacoli.
Malgrado il tutto esaurito con incassi sostanziosi verso la fine dell’Ottocento e agli inizi del 1900 le spese di gestione per la società privata proprietaria del teatro diventano insostenibili e porteranno alla chiusura di ogni attività. Nel 1905 si ricorda l’allestimento della Tosca, ultima rappresentazione data al Teatro Sociale di Badia Polesine.
Grazie al prof. Ivan Tardivello, Ispettore onorario delle Belle Arti per la città di Badia Polesine, a partire degli anni ’70 del secolo scorso, si riesce ad inserire il Teatro Sociale nel piano di restauri di edifici e monumenti del Veneto e ad effettuare, con il controllo della stessa Soprintendenza, un primo intervento di restauro. Negli anni successivi diverse opere di restauro sono eseguite per iniziativa dell’Amministrazione Comunale, tanto che oggi il Teatro Sociale apre spesso le sue porte per accogliere nella sua platea diverse mostre d’arte o fotografiche che il pubblico numeroso visita cogliendo l’occasione per ammirare anche la ricchezza delle decorazioni del teatro stesso.
 Da oltre un anno il Teatro Sociale è chiuso al pubblico perchè è iniziato l’importante intervento di restauro che riporterà all’antico splendore "la scatola d’oro" nel 2009.
Nella foto: Un particolare dello splendido rosone nel soffitto
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Pomeriggio rodigino

Molto gradevoli quattro passi per Rovigo – nel pomeriggio di ieri – prima della presentazione in "Accademia dei Concordi" di Mare Notte di Donatello Bellomo. Tappa d’obbligo nella mitica Rotonda, una chiesa veramente sui generis, misteriosa per gli interni cupi, sfavillanti d’oro, pavesata di pregevoli pitture ad olio, come Palazzo Ducale a Venezia, dotata del più piccolo e più prezioso organo del Callido, singolare anche per il crollo della cupola. Anomalia – questa – che le regala fascino, proprio per la sua stranezza. Avete mai notato che un lieve strabismo o una allure claudicante in maniera impercettibile, può regare fascino a una donna? Ebbene, anche un monumento può guadagnare inquietante charme per imprevedibili imperfezioni. Alle 17 il sole non riscaldava certamente, ma illuminava il Garibaldi di bronzo, nell’omonima piazza, seduto sul suo lucido e un po’ subdolo destriero che schiacciava sotto lo zoccolo i simboli del Regno d’Italia. Giunti, finalmente in Piazza Vittorio Emanuele – progettata da Biagio Rossetti, architetto ferrarese, considerato uno dei primi urbanisti moderni (noto per il progetto del "palazzo Diamanti" a Ferrara), siamo entrati nella cinquecentesca "Accademia dei Concordi" per la presentazione del romanzo, simpaticamente accolti dal Presidente Luigi Costato e dal co-presentatore Professor Ennio Raimondi, estremamente sincero ed incisivo nell’esprimere i suoi pareri sul romanzo bellomiano. Potete leggere il mio intervento d’apertura riassunto qui, espresso a grandi linee, perché ho parlato a braccio. Grandi applausi per tutti e in particolare per l’autore del romanzo, un vero charmeur, per avvenenza fisica ed intellettuale che ha parlato non solo della genesi della sua scritura, ma anche dell’amore sconfinato per il mare – lui stesso skipper e collezionista "marinaro" –  e della sua passione per il jazz, sassofonista e amico dei più famosi jazzisti di cui ha orgazizzato concerti. Un gran bel pomeriggio, conclusosi con una "risottata" più che deliziosa, in un vicino ristorante. Si sono fatte allegramente le ore piccole. Bellomo ha promesso che tornerà per visitare la bellezza selvaggia e disperata del Basso Polesine che nulla ha da invidiare alla più celebre Camargue. 

Oggi pomeriggio in "Accademia dei Concordi" a Rovigo,  alle ore 18, sarà presentato Mare Notte (Mursia) di Donatello Bellomo.

Relatori: Grazia Giordani  Ennio Raimondi

Sarà presente l’autore

GIÒ PONTI, GIOIELLI IN CASA PALLADIO

 

La bellissima villa Badoer di Andrea Palladio, a Fratta Polesine

Ci sono luoghi in cui si addensano natali illustri e avvenimenti prodigiosi in maniera inversamente proporzionale all’estensione del territorio e al numero degli abitanti. Certamente, uno di questi è Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, che conta meno di tremila anime, eppure è conosciuta per i tentativi rivoluzionari legati alla Carboneria, in epoca risorgimentale, per essere il paese natale di Giacomo Matteotti e soprattutto per vantare la più grande necropoli d’Europa dell’età del bronzo. E proprio qui, in questo luogo, ricco di spunti storici e culturali, gremito di ville gentilizie, fra cui brilla la splendida Villa Badoer, costruita da Andrea Palladio nel 1570 – ora dichiarata monumento patrimonio dell’umanità dell’Unesco – si è avuta l’inaugurazione di due concomitanti iniziative che hanno trovato sede appunto nella mitica «Badoera». All’interno dei saloni del piano nobile della Villa, proprio vis à vis con gli affreschi di Giallo Fiorentino si è potuta ammirare una raffinata selezione di capolavori di Giò Ponti, appendice della grande mostra Déco. Arte in Italia 1919-1939 che sino al 28 giugno resterà aperta a Palazzo Roverella a Rovigo. La scelta di ospitare Giò Ponti in Casa Palladio è della Provincia di Rovigo, proprietaria della celebre dimora.
Nella mostra di Giò POnti si possono ammirare pregevoli ceramiche disegnate per Richard Ginori, ma non solo: ci sono anche altri oggetti di arredo e mobili (come quelli progettati per la Rinascente).
Se il corpo centrale della Villa ospita Giò Ponti, la barchessa di destra propone un autentico insieme di tesori. Dove gli antichi nobili veneziani tenevano attrezzi e rustici, legati alla coltura dei loro poderi, ora sorge il nuovissimo Museo Archeologico Nazionale (Il villaggio di Frattesina e le sue necropoli XII-X secolo a.C.), secondo per importanza, solo a quello più antico di Adria.
Veramente scenografico, allestito con grande gusto, il museo offre ai visitatori una scelta mirata delle molte migliaia di reperti riaffiorati nel territorio, frutto di numerose campagne di scavo.
Sotto gli odierni campi coltivati, tra il dodicesimo e l’ottavo secolo avanti Cristo sorgeva un importante centro di scambio di materie prime provenienti dalla Penisola e non solo, dall’estremo nord d’Europa, dall’Africa e dall’Oriente. Qui confluiva il bronzo proveniente dall’Italia centrale, l’ambra, l’avorio, i metalli preziosi.
Le manifatture locali lavoravano questo pregiato materiale e qui esistevano i più antichi manufatti di oggetti di pasta vitrea d’Europa. É proprio dalle due necropoli di Frattesina e da altre rinvenute nel territorio lungo le sponde del Po di Adria che provengono i corredi funerari, gli oggetti ornamentali – bellissime le collane – le fibule, i pendenti, i pettini, gli spilloni. Questo museo merita ripetute visite, anche perché andrà sempre più arricchendosi, ospitato nei corridoi della barchessa, insaporiti da un mistero che solo le civiltà passate sanno regalarci.
La visita al museo si inizia con un’introduzione alla fase archeologica del bronzo finale in Europa e nel Veneto. L’inquadramento generale viene proposto con una serie di carte geografiche, atte a facilitare l’immediatezza del viaggio dentro il periodo protostorico ed una selezione di rinvenimenti del Veneto orientale. Passando di sala in sala, l’iter si farà sempre più esaustivo e completo. Eccezionali per qualità e quantità i reperti che testimoniano le produzioni metallurgiche e gli oggetti finiti.
Lodevole l’impegno di numerosi e solerti archeologi e tecnici, coordinati da Luciano Salzani.
Uscendo dal chiuso del museo, è inevitabile un ultimo sguardo agli esterni purissimi della «Badoera» che da secoli guarda le acque dello Scortico scorrerle davanti, affiancata da un’altra bellissima consorella di scuola palladiana, Villa Grimani-Molin, ora abitata dai principi Avezzù.
Fratta merita un’attenta visita, adagiata sulle sponde del suo placido canale, un vero concentrato di ville venete e parchi storici, ricca di bellezze esposte e chissà quante ancora sotto terra.

Grazia Giordani

PUBBLICATO STAMANI NELLE PAGINE CULTURALI DELL’ ARENA e di BRESCIAOGGI

Gli schei

l termine veneto "schei", con il quale vengono indicati in generale i soldi, ha una provenienza piuttosto singolare. Ai tempi in cui il Lombardo-Veneto si trovava sotto l’egemonia austriaca erano in circolazione sia le lire italiane sia quelle austriache che sostituirono lo "zechin" (alla fine della Repubblica Veneta avente un valore di 22 lire), la "lira veneta" ed il "soldo" di rame della Repubblica Veneta; i pochi esemplari di "soldo" a quel tempo ancora in circolazione venivano detti (al singolare) "soldin" perché di dimensioni minori del soldo italiano e di quello austriaco ed anche perché valevano meno.

(Proverbio: Sensa soldi l’orbo no canta. Frase idiomatica: Butarla in soldoni = spiegare grossolanamente,in parole povere.)
Il centesimo della lira italiana veniva detto in veneto "centesimin", quello austriaco, di valore leggermente inferiore, veniva chiamato però "scheo" per poterlo meglio distinguere. Il termine ebbe origine dal fatto che sui centesimi austriaci era coniata la dicitura "Scheidemünze" (cioè moneta divisionale, nella lingua tedesca pronunciata però [ˈʃaɪ̯dəˌmʏntsə], a quel tempo l’indicazione di una minima frazione monetaria, oggi non più in uso). Probabilmente i veneti non riuscivano a pronunciare bene quella strana e lunga parola e si limitavano a chiamare la moneta solo con l’inizio della dicitura, cioè "schei", facendone così un termine generale al plurale, dal quale derivarono "scheo" al singolare. Questo termine rimase nel dialetto per indicare in generale il denaro.
(Proverbio: Sinque schei de mona ghe fa ben a tuti = Fare un po’ il tonto può essere ad ognuno di vantaggio.)
Per determinare una ben definita somma di denaro in lire nel dialetto veneto veniva usata invece la locuzione "franco" (al singolare), ad esempio "trenta franchi" e non "trenta lire". Era in uso anche indicare mille lire come "na carta da mie", duemila lire come "do carte da mie" e via dicendo. Ora tale termine è stato reso obsoleto dall’euro. Il termine non proviene, come generalmente si crede, dai "franchi", cioè le monete francesi poste in circolazione durante l’occupazione napoleonica, bensì da un’altra moneta austriaca che portava (in latino abbreviato) il nome di Francesco Giuseppe, l’allora Imperatore d’Austria. L’abbreviazione di Francesco era "Franc" e da ciò nacque il "franco" veneziano.
La moneta divisionale era una moneta di un valore arbitrario che non corrispondeva al valore del metallo con il quale era coniata.
Il termine "schei" viene usato colloquialmente anche com unità di misura di lunghezza, con il senso di centimetro: ad esempio el muro el xe łargo diéxe schei (= il muretto è largo 10 cm) oppure spòsteło de vinti schei (=spostalo di 20 cm).
"Articolo quinto chi che gà i schei gà vinto"
"Schei primo sangue"
Insomma, per i Veneti gli schei hanno un’importanza tale da aver indotto G.A.Stella
a scrivere un saggio così intitolato.
 

Il Tempo 4/5

Un pensatore dalle macroscopiche dimensioni di Martin Heidegger, atto a sovvertire in toto il concetto del tempo, avrebbe meritato maggior lunghezza di discussione e – soprattutto maggior approfondimento -, ma essendomi accorta di aver servito piatti troppo ricchi per l’uditorio, ho ristretto e condensato la mia conversazione filosofica, riducendola all’essenziale, come potete vedere qui. Completando il faticoso incontro con un argomento meno ostico, sempre legato al concetto del tempo, di cui qui. Certo, avrei potuto completare questo mio quinto e ultimo incontro parlando di Wirginia Woolf e del "fluire della coscienza",  ma ho rimandato l’argomento a successive conversazioni angolate in ottica diversa. Gli allievi delle Università Popolari – eccetto rari casi – non si aspettano argomenti corposi che rendano più ricco il loro pensiero. Vengono a lezione soprattutto per riempire vuoti di umanità e di solitudine, per socializzare (e anche questa è buona cosa!) e in particolar modo per sentirsi raccontare cose che già sanno e conoscono, il nuovo li spaventa, non essendo "rassicurante". Fortunatamente, non mancano le deliziose eccezioni, g*

Il Tempo 4

Certamente, delle conversazioni filosofiche che ho tenuto all’Università Popolare, questa è stata la più ostica e – forse – la meno gradita dalla maggioranza del mio maturo uditorio, oscillante tra i 30 e 90 anni, formato per la maggior parte da maestre elementari, qualche laureato, molti con la sola licenza elementare. Eppure, i meno colti erano e sono i più modesti e i più desiderosi di apprendere. Un paio di loro, in carrozzella, non batteva ciglio e si annotava anche i miei sternuti e i miei sospiri. Qualcuno si addormentava, qualcuno faceva domande intelligenti, qualcuno guardava penosamente l’orologio, la maggior parte chiedeva che continuassi, che spiegassi ancora. Due ore di parole infilate l’una dietro l’altra sono eterne, la lingua s’incarta, il fiato ti abbandona. Ho avuto grande e affettuoso riscontro nel Basso Mantovano e in provincia di Verona. Dove vivo ho incontrato maggior diffidenza. Qui le signore (quasi tutte maestre in pensione) preferiscono radunarsi, nel cuore della mattinata, nei bar del centro a spiarsi le reciproche toilettes, magnificando la perfezione di mariti e figli, ipercritiche nei confronti del prossimo assente, cerimoniose quando lo vedono sopraggiungere. Gliene importava un fico secco del mio amatissimo Nietzsche, di cui – se siete interessati – qualcosa potete leggere quiMeglio parlare delle corna dei vicini di casa, dei debiti dell’altro e – soprattutto delle malattie (la xè in fin de vita… a la vedo bruta… preparemose al funerale…) -. Inutili signore in sovrappeso, verruche comprese nel tonnellaggio – grevi di gioielli falsi e di malcelata invidia. Nietzsche le avrebbe guardate come se fossero trasparenti, escludendole all’istante dalla lettura del suo Zarathustra .