Archive for gennaio 2013

Qualcosa più dell’amore

  1. UN VERO ZŽIVAGO

    IL LIBRO. Orlando Figes narra la storia di un amore ai tempi di Stalin
    Lui, Lev, dall’Armata Rossa a Buchenwald e in Siberia Lei, Sveta, la più bella dell’università, non si arrende finché non lo ritrova. Le loro lettere: un romanzo vero

    Svetlana Ivanov (Sveta) e Lev Miscenko quando si conobbero, nel 1935, alla facoltà di fisica dell’università di Mosca

    Svetlana Ivanov (Sveta) e Lev Miscenko quando si conobbero, nel 1935, alla facoltà di fisica dell'università di Mosca

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    • Che la realtà possa essere di gran lunga più straordiaria della fantasia, ce lo dimostra ancora una volta lo storidco Orlando Figes nel suo nuovo, splendido romanzo Qualcosa più dell’amore (Titolo originale Just send me Word, Neri Pozza, 382,pagine, 17 euro, traduzione di Serena Prina). In effetti, i numeri per una storia d’amore fuori dal comune parlano da soli: 1.246 lettere, 647 quelle di Lev Glebovic Miscenko a Svetlana Ivanova; 599 quelle di lei a lui. L’epistolario corre dal 12 luglio 1946 al 23 novembre 1954. Teatro dell’azione è il rimando tra il campo di lavoro di Pecora in Siberia e Mosca. Un’epopea che mescola l’amore e la drammatica storia dell’Unione Sovietica e che non ha nulla da invidiare a quella celeberrima del dottor Zivago e della sua Lara, i personaggi creati da Boris Pasternak per il suo capolavoro. L’autore ha potuto valersi di un’eccezionale documentazione di prima mano, uscita dagli archivi del KGB, inserendo le carte d’archivio, come tessere di luminoso dolore, nella complessa trama in cui nulla vi è d’inventato. Dentro la scrittura dei due innamorati, ora esplicita, spesso resa cauta dal pericolo della censura, insieme alla forza del loro sentimento, vulnerato dalla lontananza, lottando quotidianamente contro la disperazione per non lasciarsi vincere dal sistema, vibra la Storia con la sua incredibile crudeltà, col Terrore stalinista che incalza. Lev e Sveta (diminutivo di Svetlana), possono vedersi in maniera fortunosa, tra mille pericoli e sacrifici, solo una volta l’anno. Se sia più facile vivere con la speranza o senza di essa, sembra essere quasi un ritornello, un pensiero fisso da parte della ragazza che dei due è la più esposta allo scoramento, pur nella consapevolezza di vivere una situazione di privilegio: è a Mosca, pur nel clima angosciante del terrore staliniano, a casa sua, con i suoi familiari; può fare un importante lavoro (anche se mal retribuito) di ricerca scientifica all’università. Ma gli anni passano inesorabili e quando Lev verrà liberato, Svetlana sarà vicina ai quarant’anni. Lev, intanto, patisce la fame, il freddo siberiano (temperature che arrivano sino a – 47 gradi) e ogni sorta di maltrattamenti, anche se durante il suo calvario incontra qualche persona speciale e indimenticabili amici. Ma non si lamenta e sembra pensare più agli altri che a se stesso. Chiede a Sveta di non fare sacrifici, di non inviargli cibo per sé, piuttosto acido ascorbico e vitamine per curare compagni di sventura ammalati, e mette il suo massimo impegno di schiavo perché è la sua dignità di uomo retto che glielo impone. Ama la sua donna senza egoismo, mai autocommiserandosi. Ai nostri occhi, leggendo la sua storia, appare come un eroe del mondo antico, anche se lui non ci approverebbe, sentendocelo dire. Si erano conosciuti nel 1935, i nostri protagonisti, entrambi studenti universitari. Non fu amore a prima vista, ma grande simpatia, condivisione di gusti letterari con la lettura delle poesie dell’Achmatova e di Blok. Sveta fu una delle poche donne a essere ammessa alla facoltà di fisica presso la prestigiosa università dell’Unione Sovietica negli anni Trenta. E Lev sarà nominato assistente dell’istituto di fisica Lebedev nel 1940. Lo scoppio della seconda guerra mondiale e il precipitare convulso degli eventi li allontanerà. Lev, arruolatosi volontario, sarà catturato dai tedeschi e internato a Buchenwald. Liberato nel 1945 dall’avanzata alleata, dedide di rientrare nell’Urss, ma cadrà vittima del clima di sospetto e delazione instaurato da Stalin; sarà presto arrestato e condannato morte per alto tradimento, pena commutata in dieci anni di prigione nel Gulag di Pecora. Per essere considerato una spia, e questa non era un’eccezione, gli basta il fatto di essere stato imprigionato dai tedeschi e di conoscere la loro lingua. Perché non è caduto sul campo? Avrà fatto il traduttore per il nemico? Dubbi del genere bastavano per condannare un patriota e un comunista alla Siberia. La lontananza non scalfirà il sentimento che era nato tra i due giovani, rafforzandolo, invece, col fitto scambio di lettere e con le pericolose incursioni da parte di Sveta al Gulag, il campo di lavoro forzato. Un carteggio estremamente toccante quello che ci è dato leggere dalla penna di Figes. Il protagonista maschile si esprime con animo lirico, sensibile persino alla bellezza del paesaggio glaciale in cui è costretto a vivere. Commoventi i vezzeggiativi con cui si rivolge alla sua innamorata, accorciando il suo nome in Svet, che in russo significa luce. Da parte sua, Sveta, pur con qualche cedimento e abbandono depressivo (che non si potrà pubblicamente permettere, perché la Russia staliniana è per decreto ottimista) non è da meno del suo uomo, audace nell’escogitare inauditi mezzi per entrare clandestina nel campo di Pecora. Con la morte di Stalin, le condizioni dei prigionieri politici e dei forzati si allevieranno un po’; i due innamorati potranno finalmente sposarsi e avranno due figli. Con la penna di un romanziere e lo scrupolo di uno storico, Orlando Figes ci ha fatto leggere pagine che non sono solo una reale testimonianza di un sentimento capace di sconfiggere la crudeltà della Storia, ma anche l’eroismo in guerra e in pace di un popolo straordinario, con personalità geniali in tutti i campi del sapere e delle arti, e la testimonianza dei drammi sociali e delle tensioni socio-politiche che dilaniavano la Russia negli anni di governo stalinista. Lev è morto il 18 luglio 2008. Svetlana, sua moglie, il 2 gennaio 2010.
    Grazia Giordani

Foglio bianco

Più o meno tutti abbiamo un foglio bianco in cui annotiamo idealmente pensieri segreti e riflessioni. Un foglio virtuale che appare soltanto davanti ai nostri occhi. Da qualche giorno questo mio notes della fantasia resta immacolato. Troppo occupata ? Annoiata? Chissà !

Notte fantastica

Vienna nel sogno e negli incubi con Stefan Zweig

ANTOLOGIA. Da Adelphi «Notte fantastica»
Quattro racconti di disperazione ma che scrittura meravigliosa

Stefan Zweig

Stefan Zweig

Uno scrittore del calibro di Stefan Zweig (Vienna 1881-Petròpolis 1942), celebre giornalista, drammaturgo e poeta tra gli anni Venti-Trenta, necessitava proprio della cura di Adelphi, che ne sta rieditando l’opera omnia, per tornare letterariamente in vita agli occhi del grande pubblico. Dopo Amok, Bruciante segreto, Lettera di una sconosciuta e Paura, di cui ci siamo a suo tempo occupati, ora ci è dato leggere con vivo interesse, la silloge Notte fantastica (228 pagine, 12 euro, traduzione di Ada Vigliani). Fondale dei quattro superbi racconti è Vienna, capitale asburgica indolente, ma nelle sue pieghe più segrete, passionale e lasciva, con le sue lussuose case nobiliari che contrastano con il mondo dei reietti e delle prostitute. Una prostituta, appunto, in Il vicolo al chiaro di luna, ha un ruolo di rilievo, provocando il delirio di un uomo che, dopo averla incontrata nel chiuso di un bordello, la scongiura di seguirlo e abbandonare la sua squallida vita. E da lei che aveva cercato di redimere, addirittura sposandola, riceve solo scherno e insulti. La silloge si apre con La Donna e il paesaggio, il cui tema è l’amore per una sonnambula, in una notte descritta con la visionarietà onirica propria all’autore. Leporella ci racconta la primitiva, assoluta fedeltà di una serva nei confronti del padrone — brillante esponente della buona società viennese, annoiato dalla vita coniugale e assetato di novità — una fedeltà senza limiti che non si farebbe scrupolo nemmeno di fronte al massimo crimine. Ma è nel racconto più lungo, quasi un breve romanzo, che dà il titolo alla silloge, Notte fantastica, che gustiamo in pieno la vis narrativa dell’autore. Siamo di fronte al ritratto di un uomo che ha tutto dalla vita, danaro, avvenenza, status sociale, ma è caduto dentro le insidiose maglie di una schiacciante apatia che nulla più gli fa assaporare della vita. A scuoterlo dal torpore e a fargli provare nuovamente umani sentimenti, sarà un evento fortuito e criminale che lo indurrà a immergersi di nuovo nel fluire dell’esistenza che da troppo tempo si limitava ad osservare da automatico spettatore. «Chi è finalmente riuscito a trovare se stesso, non potrà più perdere nulla a questo mondo. E chi è finalmente riuscito a comprendere l’essere umano che vive in lui, saprà comprenderli tutti», leggiamo in chiusura, consolati da questo happy end, visto che Zweig, pur essendo uno scrittore di alta valenza, non è precisamente un ottimista. Forse lo pensiamo anche suggestionati dalla consapevolezza della sua fine da suicida, al fianco della moglie, partecipe del suo stesso destino. «Abbiamo deciso, uniti nell’amore, di non lasciarci mai» (citazione tratta dalla lettera ad Alfred Altmann del 22 febbraio 1942): era stato, negli anni Trenta, lo scrittore più tradotto al mondo. Dopo aver visto le sue opere messe al rogo dai nazisti, all’orgoglio intellettuale di sentirsi così equiparato a Mann e Freud, era subentrata, nell’esilio, una cocente delusione per l’abisso di violenza in cui precipitava il mondo.
Grazia Giordani

La figlia dei ricordi

Tra venti di guerra e folate profumate da una pasticceria

IL LIBRO. Sarah Mc Coy, «La figlia dei ricordi»
Una tedesca dal nazismo al Texas ritrova ebrea salva e delikatessen

Sarah Mc Coy

Sarah Mc Coy

  • Sarah Mac Coy con il suo romanzo d’esordio La figlia dei ricordi (Editrice Nord, 456 pagine, 17,60 euro, traduzione di Claudia Lionetti), trascina nelle maglie di una narrazione che ha conquistato prima i librai indipendenti americani e, in seguito, grande massa di lettori, seguaci del passaparola. Incontriamo in queste pagine due donne profondamente diverse: Elsie e Reba, legate inesorabilmente da un fato che incombe sui loro destini e a cui è impossibile sottrarsi. Siamo in Germania, a Garmish, nel 1944. Respiriamo aria di festa e gustiamo il profumo di cibi prelibati. Ad Elsie, dopo mesi di coprifuoco e di rinunce, quella festa di Natale sembra un sogno. È in compagnia di Josef, il più charmant degli ufficiali nazisti, che l’ha chiesta in moglie. Eppure, c’è sempre un eppure a rovinare la festa, perché Elsie è impietosita da un bambino ebreo sfuggito alla persecuzione. La ragazza è folgorata dall’ingiustizia della storia. E come potrebbe essere diversamente? Con un ardito salto geografico ci trasferiamo a El Paso, Texas. Per scrivere un pezzo di colore sulle festività natalizie, Reba entra nella pasticceria/panetteria gestita da Elsie e dalla figlia Jane. Elsie non è donna facile da intervistare, palesemente messa a disagio dalle domande della giornalista. Sembrerebbe che Reba avesse il potere di far riemergere dolorosi segreti del passato, vicende rimosse per non più soffrire. Eppure, lentamente, con la forza dell’istintiva amicizia, le due donne dipanano lo spinoso gomitolo delle loro vite. Per Elsie, comunicare con Reba sarà ripercorrere la via e gli eventi che l’hanno portata dalla Germania agli Stati Uniti, ricordando il peso delle sofferenze belliche, per giungere al traguardo più difficile, quello di perdonare se stessa. D’altro canto, per Reba, avvicinarsi ad Elsie avrà il senso di ascoltare la voce più intima del suo animo, accettando, in fine, il fatto che la speranza possa avere origine anche dal dolore. Solo l’amicizia avrà, quindi, la forza salvifica di sconfiggere le ombre del passato. Sarah Mc Coy è figlia di un ufficiale americano, ha trascorso l’infanzia in Germania e ora vive a El Paso. Il suo romanzo inquieta con la ricostruzione della Germania nazista, ma è pervaso dal connubio di tenerezza e potenza, pieno di sentimenti e graziato dal profumo della pasticceria tedesca, di cui godiamo, in epilogo, un bel numero di ricette. Il meritato successo è da attribuire alla naturalezza di scrittura dell’autrice che, pur portandoci a spasso in luoghi geografici e in momenti storici così diversi, non disorienta, non fa perdere il filo della lettura, pur densa di flashback e rimandi. Non mancano nemmeno i personaggi maschili, con particolare riguardo per Riki, innamorato di Reba, che, come poliziotto di frontiera, dovrebbe individuare ed espellere gli immigrati. Dovrebbe. Ma, fino a quando riterrà giusto farlo? A grandi linee questa è la trama, ma i misteri e i nodi da sciogliere, restano al lettore.
Grazia Giordani

Sintesi

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