Archive for febbraio 2013

Carlo

(continua)

L’eco della montagna

Carlo

L’inverno fu particolarmente duro e cadde molta neve anche in pianura. Castelvecchio si specchiava, al tramonto di un sole invisibile, in acqua d’ardesia, monocroma e molto triste. I tavolini all’aperto, davanti ai caffè, erano stati ritirati tutti, perché nemmeno il tedesco più ostinato avrebbe osato prender posto senza riparo per ammirare, standosene seduto, i millenni che l’Arena si porta addosso come un vestito perenne, insensibile alle mode.
Helga non aveva rinunciato alle sue quotidiane passeggiate. Abituata ai rigori della montagna, vissuti nella sua casetta prospiciente il lago, lassù immersa nel bosco, non aveva paura del clima freddo cittadino. Buona parte del pomeriggio le apparteneva completamente; al di là della scuola non aveva né obblighi, né impegni. I suoi genitori erano morti da anni, a poca distanza l’uno dall’altra; i suoi fratelli abitavano lontano e li vedeva raramente..
Un vita metodica la sua. Lezioni il mattino, minuziosamente preparate nei pomeriggi precedenti; correzione dei compiti; riunioni a scuola; spese al supermercato con una lista puntigliosamente scritta, anche se comprava sempre le stesse cose; controlli dal dentista due volte l’anno; rari acquisti di vestiario; abbonamento a teatro; visite regolari in libreria e biblioteca.
A parte qualche raffreddore, non ricordava di essersi mai ammalata, nemmeno le malattie dell’infanzia l’avevano importunata; non si era mai ubriacata, sebbene non fosse astemia; non aveva mai ecceduto in nulla. Una bottiglia di essenza profumata (da vent’anni sempre quella stessa marca!) le durava all’infinito, perché detestava dare nell’occhio, sobria fino all’esasperazione e ormai sempre più persuasa che l’eccesso di virtù fosse un grave difetto. Ma non poteva farci nulla. Andava prendendo sempre più consapevolezza del fatto che Sandro si fosse annoiato per la sua piattezza, per la sua mancanza di emozioni dimostrate all’esterno e di voglia e capacità di cambiare almeno pettinatura, se non idee importanti, nella vita.
Lo aveva rivisto, per la prima volta dopo l’abbandono, dentro un negozio a fare acquisti, e aveva fatto finta di nulla, sperando di essere passata inosservata. Gli era al fianco una bionda molto alta e vistosa.
«Com’è banale la vita! – pensò – tutto si sta svolgendo come nel copione di una dozzinale pièce teatrale, una di quelle che nemmeno i filodrammatici più scalcinati vorrebbero più recitare. La storia di un uomo di mezz’età che lascia una sua coetanea per mettersi con una vamp da strapazzo e che – cosa ben più grave – mi costringe a considerazioni tanto acide, lontane dalla normalità del mio temperamento.»
Insomma, provò più risentimento che dolore.
Il dolore lo aveva rimosso, lasciandolo tutto o quasi nell’amato cottage, lassù in montagna.

***

Un paesaggio limpido, di primavera piena, l’accolse gioioso al suo arrivo sul monte.
Dai prati fioriti esalava un profumo delicato e il lago ammiccava fra i pini, lanciandole occhiate di luce, amichevoli e rassicuranti. Aveva sempre avuto Helga un rapporto intimo e personalizzato, con la natura circostante.
Stava per oltrepassare la casa del vicino, che non aveva mai più visto dopo quel fortuito incontro al caffè, quando si sentì chiamare per nome a gran voce.
Questo atteggiamento confidenziale le piacque.
Aveva un modo tutto suo di pronunciare la elle interna di Helga, che – fra le sue labbra – assumeva una sfumatura insinuante che mai prima le era capitato di udire.
«Finalmente sei arrivata! Conosco il tuo nome, ma penso tu non ricordi il mio. Mi chiamo Carlo.»
Anche nel pronunciare Carlo, la stessa consonante interna prendeva un tono particolarmente stuzzicante, che le fece battere le ciglia, come se avesse visto quanto stava semplicemente udendo.
Carlo era certamente più giovane di lei di una decina d’anni.
La maglia a maniche corte lasciava vedere i muscoli delle braccia, arti più da montanaro che da scrittore. Aveva una figura vigorosa, e – a dire il vero – emanava vigore da tutta la sua persona.
«Ti aiuto a scaricare i bagagli?»
«Non ho portato molto. Non scomodarti.»
«Così ho la scusa per entrare in casa da te…»
Helga sorrise, mentre si lasciava aiutare, felice di averlo nuovamente incontrato.
Il suo nuovo amico si chinò, con naturalezza, ad accendere il caminetto.
«Dopo tanti giorni di chiusura, la casa è umida, anche se fuori fa abbastanza caldo.»
Scesa dalla stanza dove era andata a riporre il bagaglio, trovò già la caffettiera sul fuoco, mentre l’aroma intenso si diffondeva nella stanza.
Il suo modo di fare, sicuro, senza preamboli, le piacque.
«Questa casa ti somiglia. Qui devi vivere molto bene. Un tempo avevi un compagno, ma

Helga

Continua da L’eco della montagna – https://giornalistacuriosa.wordpress.com/2013/02/19/leco-della-montagna-

2/Sebbene Helga adorasse la sua montagna e quel delizioso cottage, sobrio, senza ornamenti inutili, in piena sintonia con il suo modo di essere e di intendere la vita, riprendere la sua attività di insegnante, fu un vero toccasana, per aiutarla se non a dimenticare, almeno a superare quel momento difficile. In città fu avvolta da un autunno dolce che la prese dentro in un naturale abbraccio. Il pomeriggio, finita la correzione dei compiti e la quotidiana preparazione delle lezioni – dopo tanti anni era ancora così scrupolosa – le piaceva passeggiare lungo le rive dell’Adige, osservando l’immagine di Castelvecchio nel tremolio dell’acqua, sempre lo stesso, eppure ogni volta diverso, a seconda del rifrangersi della luce. Un po’ come la sua vita – pensava – ritmata dagli stesi orari e dalle medesime occasioni, eppure colorata da vibrazioni mutevoli, causate dai suoi stati d’animo. Possiamo mangiare lo stesso cibo, percorrerete la stessa strada, leggere pagine già conosciute, eppure la monotonia è solo apparente, sta in noi variare il déjà vu con i nostri slanci interiori, se ancora ne abbiamo, se ancora siamo capaci di sognare e di illuderci.
«Forse è proprio la mia apparente piattezza, il mio modo di sembrare troppo uguale a me stessa, senza grilli, senza sbalzi d’umore, che ha finito con l’annoiare Sandro, più estroso. Dopo tante zuppe montanare, avrà trovato chi gli serve l’aragosta…»
Sorrise, nel pensare questo. Ormai era rientrata in Piazza Brà. L’autunno mite le permetteva di sedersi ancora in uno di quei caffè all’aperto, nella buona stagione affollati di turisti che si abbuffavano di monumentali gelati, sovrastati da montagne di panna. Sì, le montagne erano perennemente nel suo immaginario, tanto da usarle anche come figure retoriche, come termini di paragone. E nel prossimo fine settimana sarebbe tornata là a riempirsi gli occhi di quella sinfonia d rosso scuro e ocra che andava a spegnersi dentro l’acqua del lago. Fra un po’ sarebbe stato tempo di castagne, e questo pensiero le procurò una fitta al cuore, ricordando quell’ultima passeggiata, senza Sandro che aveva preferito camminare solo nel bosco.
«Scusami, ma non ho mantenuto la promessa di incontrarti al limitare del bosco, ho preferito camminare dalla parte opposta. Avevo bisogno di restare in compagnia “soltanto” di me stesso.» – le aveva detto, allora, e fu quel “soltanto” lo ricordava bene, a trafiggerle il cuore. Dentro quell’avverbio era già scritto per intero l’annuncio del loro amore agonizzante.
E se avesse reagito con violenza?
E se avesse dato segno di disperazione?
Ognuno di noi è quello che è; e ad Helga sarebbe stato impossibile abbandonare quel suo vestito di dignità che la vita le aveva cucito addosso, imprescindibile, come una seconda pelle.
Si specchiò in una vetrina, gesto nuovo per lei, così poco attenta al suo aspetto. I capelli, ingrigiti alle tempie, erano composti e il lieve strato di lucido, rendeva brillanti le sue labbra, con discrezione. Jeans e giubbotto sportivo erano gli stessi da molti anni, ma non vedeva ragione di scartare indumenti che ancora le stavano bene indosso, così, solo per il gusto capriccioso di cambiare, sedotta dalla moda del momento. Preferiva spendere il suo danaro in abbonamenti a concerti, spettacoli teatrali o per libri di cui aveva la casa ormai stracolma.
«Tutto questo non è sexy» – ridacchiò fra sé.
Eppure, all’inizio, Sandro aveva dato segno di apprezzarla per quello che era, per la sua “essenzialità”, che sembrava apparirgli una dote di rara finezza.
Si sedette ad un tavolo d’angolo, di poco sporgente dal portico, augurandosi che il cameriere si sbrigasse a liberarlo dai bicchieri sporchi e dalla ciotola di arachidi, visitata da un intraprendente passerotto, per nulla preoccupato dalla sua presenza.
Si sentì osservata.
Ci sono sguardi che vanno dentro, oltrepassano la barriera dei nostri vestiti e, non contenti della nostra nudità, penetrano più a fondo, alla ricerca dei nostri pensieri più nascosti, pronti a riportare a galla dolori sopiti, piaghe malamente rimarginate.
Le pupille che la guardavano così apertamente erano scure, sovrastate da sopracciglia folte. Era un bel viso, dai lineamenti regolari, quello dell’uomo dallo sguardo intenso.
«Chissà cosa vedrà di tanto interessante in una donna di mezza età, per nulla vistosa, non certo appariscente…»
«Mi scusi, è lei la proprietaria del cottage prospiciente il lago…»
«Ero rimasta turbata da quel suo guardarmi intenso, adesso la riconosco, lei è il mio nuovo vicino, se di vicinanza si può parlare, visto che a separarci, là è un fitto bosco.»
«Posso prendere posto al suo tavolo? Raramente scendo in città. Sono uno scrittore e la solitudine dei monti ha fatto grande amicizia con la mia penna.»
Restarono per qualche attimo in silenzio, anche se non v’era imbarazzo fra loro, solo la voglia di riposare l’uno nella presenza dell’altra, in un’improvvisa spontanea sintonia.

Grazia Giordani

Ben oltre Maigret

BEN OLTRE MAIGRET

CLASSICI. «Le signorine di Concarneau» e «Il borgomastro di Furnes»
Georges Simenon fu un formidabile narratore, al di là del successo raccolto con il celebre commissario La riprova nei romanzi anni Trenta ora editi da Adelphi

Georges Simenon nel 1962. Del romanziere belga Adelphi pubblica i romanzi Le signorine di Concarneau e Il borgomastro di Furnes

Georges Simenon nel 1962. Del romanziere belga Adelphi pubblica i romanzi Le signorine di Concarneau e Il borgomastro di Furnes

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  • Non è una scoperta la grandezza di Georges Simenon narratore, Maigret a parte, ma ogni romanzo tradotto è una conferma. Adelphi, che pubblica in Italia l’immensa opera dello scrittore belga, manda in libreria altri due piccoli capolavori.Le signorine di Concarneau  (136 pagine, 16 euro, ancora una volta la traduttrice è Laura Frausin Guarino) fu scritto nel 1935 e pubblicato in Francia l’anno dopo. Siamo in una piccola città bretone dove le sorelle Guérec gestiscono un emporio, patrimonio di famiglia da generazioni. L’unico fratello maschio Jules — quarantenne, celibe, proprietario di due pescherecci — è vittima dell’affetto dispotico ed asfissiante delle onnipresenti sorelle che lo controllano in tutto, accudendolo con una sollecitudine occhiuta e possessiva. A loro Guérec deve rendere conto di tutto, persino di come spende ogni centesimo. Quando gli capita di andare a Quimper e di non resistere alla tentazione delle tre «signorine» arrivate da Parigi, è angosciato all’idea di come giustificare quei 50 franchi mancanti. «Avrebbe detto… Avrebbe potuto dire che aveva offerto da bere a certi amici, ma le sue sorelle sapevano benissimo che non se ne vanno cinquanta franchi per una bevuta in compagnia, neanche se a bere si è in cinque o sei» Anche quella volta che ha messo incinta una ragazza del paese è stata Céline, la più penetrante e la più spiccia delle sorelle, che si vanta di conoscerlo come fosse suo figlio, a prendere in mano la situazione. Tutto parrebbe scorrere col tran-tran di una famiglia matriarcale, dove l’unico uomo di casa è poco più di un iperprotetto fantoccio, quando una sera, tornando a casa in auto, ancora inesperto pilota, Jules investe un ragazzo e fugge. Bugiardo e sempre scoperto e perdonato da Céline, Guérec cerca di attutire il rimorso in maniera stravagante: l’epilogo è degno di una raffinata trama, fatta di stati d’animo, atmosfere bagnate, visto che siamo in una cittadina di mare, in cui sembrano incastonarsi i drammi familiari del mondo simenoniano opposto a quello che alita attorno al commissario Maigret. Quasi l’autore stesso si sdoppiasse, presentandoci due realtà nettamente opposte e conflittuali. Mentre Maigret rappresenta l’onestà, la rettitudine, la ricerca indefessa della giustizia, le figure dei romanzi portano in luce un mondo tetro, chiuso verso l’esterno, barricato in case/prigione. Proprio come quella della famiglia Guérec con le intransigenti sorelle, immolate al sacrificio e all’ammalata devozione per un fratello senza il più pallido barlume di carattere. Talento letterario stupefacente anche nel romanzo Il borgomastro di Furnes (227 pagine, 10 euro, nell’elegante traduzione di Tea Turolla). Scritto a Nieul-sur-Mer nel dicembre 1938, in Francia appare a stampa nel 1939. Per l’editore, quel Gaston Gallimard che pure non era sempre laudativo con il suo autore più prolifico e più difficile, «uno dei suoi migliori romanzi». Aveva ragione. Pietro Citati lo definì «mirabile.Riassume la visione di Simenon. Il mondo è Furnes, questa misurazione, questa ripetizione, questo odio, questa apparente trasparenza, questa foltissima nebbia». Anche se l’autore nell’avvertenza iniziale dichiara, artatamente, che per lui Furnes è solo un «motivo musicale», si stenta a credergli, tanta è la sua capacità e precisione nel riprodurre gli usi, i connotati e l’atmosfera di quella cittadina fiamminga, propensi, piuttosto, a credere che si cauteli da eventuali conseguenze legali. Non sarebbe una novità nella vita dello scrittore. Entriamo subito nel milieu di un intreccio breve e strettamente connesso a una crisi che s’impone fin dalle prime pagine. Joris Terlinck ne è il centro. Chiamato da tutti il Baas, ovvero il Padrone — proprio con l’iniziale maiuscola, visto il suo arrogante strapotere — dirige una manifattura di sigari e l’intera sua città. Duro e autoritario, regna da despota sui concittadini e sulla famiglia (Thérèse, una moglie piagnucolosa; Maria, una serva amante da cui ha avuto un figlio: una figlia demente, ostinatamente tenuta sotto il tetto paterno). Joris ha riguardo solo per questa povera minorata Émilia che accudisce personalmente, nutrendola con leccornie e prelibatezze e provvedendo alla sua igiene personale, in maniera quanto meno coraggiosa, visto che la ragazza accetta solo la sua presenza, e vive, se di vita si può parlare, completamente nuda e coperta di piaghe ed escrementi. Impossibile tacere il risvolto autobiografico, poiché, proprio nel momento in cui scrive il romanzo, Simenon vive circondato da tre donne: la moglie Régine, la domestica Boule, che riveste il ruolo di governante amante e la segretaria Annette de Bretagne. Tornando alla trama, un impiegato di Joris Terlinck, Jef Claes, gli chiede un prestito poiché ha messo incinta Lina, figlia di Léonard Van Hamne, ricco produttore di birra e rivale politico del borgomastro, e vorrebbe far abortire la ragazza. Terlinck, che giudica la generosità un atto di debolezza, rifiuta di aiutarlo. Claes si uccide. Il borgomastro trae profitto dallo scandalo per colpire Van Hamne, padre della ragazza, che si vede costretto a mandarla ad Ostenda, lasciandogli addirittura credere di aver «comprato sua figlia». Al borgomastro, invaghito di Lina così spensierata e gaudente, nella cornice gioiosa di un’Ostenda lontana dalle piogge insistenti e dai sudari di nebbie della cupa Furnes, un pensierino di unirsi alla ragazza frulla in testa veramente. Approfittando di queste sue distrazioni, gli avversari politici lo attaccano nel suo punto debole: la segregazione della figlia demente. E. quando sua moglie muore di cancro, assistita da una pietosa sorella, la figlia gli viene tolta. La misura è colma. Quello che non è più «il Baas» rassegna le dimissioni e rinuncia alla vita politica, ma sceglie di riprendere l’esistenza di un tempo, concentrandosi sulla sua impresa. È un uomo diverso. La vita qualcosa gli ha insegnato. Ma sposerà Lina? Un po’ di sorpresa è giusto lasciarla al lettore che avrà divorato questo romanzo tanto «duro» (definizione di Simenon) affascinato dall’atmosfera torbida e avvolgente che entra nel sangue come una malia.
Grazia Giordani

La “Maison Goupil” a Rovigo

BELLO & VENDUTO

ARTE. Da sabato Palazzo Roverella di Rovigo riunisce quadri dell’Ottocento che il più grande manager dell’epoca seppe piazzare in tutto il mondo
I pittori italiani della Maison Goupil, che inventò il marketing del gusto Di nuovo insieme come alla galleria parigina che li impose sul mercato

Alceste Campriani, Caccia agli uccellini, una delle tele già alla Maison Goupil ora riunite a Rovigo: questa proviene da una collezione privata

Alceste Campriani, Caccia agli uccellini, una delle tele già alla Maison Goupil ora riunite a Rovigo: questa proviene da una collezione privata

  • Le esposizioni d’arte rodigine spesso hanno privilegiato con successo il tema dell’atmosfera borghese, a partire da Mario Cavaglieri in poi. Quest’anno, vista la grande coincidenza di mostre importanti nelle principali città venete, per stimolare la curiosità degli appassionati, inducendoli a un viaggio in Polesine, serviva un tema forte, alieno dal déjà vu e ricco di inediti, di opere speciali, particolarmente preziose, e addirittura di sorprese. Quindi, quella che si aprirà sabato a Palazzo Roverella «Il successo italiano a Parigi negli anni dell’Impressionismo: la Maison Goupil» promossa, com’è ormai tradizione, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con l’Accademia dei Concordi e il Comune di Rovigo, aperta fino al 23 giugno, è una mostra come non si era mai vista. Nel senso letterale, poiché propone una serie di opere che nessuno, se non i diretti proprietari, ha mai avuto modo di ammirare in assoluto, oppure da moltissimi decenni. Tornano insieme così opere degli artisti italiani della seconda metà dell’Ottocento che lavorarono per la famosa Galleria Goupil parigina che annoverava fra le sue fila pittori di diversa provenienza e formazione, francesi, italiani, spagnoli, ungheresi, una vera scuderia di artisti che, uniti da un comune progetto e sentimento, dipinsero scene di vita quotidiana, ambientate in eleganti interni, del genere che avrebbe affascinato un regista come Luchino Visconti. Adolphe Goupil, il patron della galleria (vedi l’articolo a destra nella pagina) fu il primo mercante d’arte moderno: impose i «suoi» artisti con le regole del marketing a cui oggi siamo abituati. L’opera d’arte fatta per essere venduta. A Rovigo respireremo anche la volatile grazia di ombrosi giardini, rendendoci sempre più conto di come si sia formato e affermato il nuovo gusto borghese. Grazie allo studio degli inventari e dei documenti conservati, appunto, nel Museo Goupil di Bordeaux e il Getty Research Institute di Los Angeles, potremo meglio comprendere l’esatto valore e il significato delle opere esposte. Spiega Paolo Serafini, curatore dell’esposizione: «La presenza degli artisti italiani che si recarono a Parigi e iniziarono a lavorare per la galleria risale agli inizi degli anni Settanta dell’Ottocento, quando il successo nella compravendita di opere d’arte fece ampliare gli spazi espositivi, permettendo agli artisti di avere spazi prestigiosi dove poter esporre le proprie opere. In questi anni lavoravano per la galleria sia impressionisti che pittori di genere, a testimonianza di come ogni periodo storico vede sempre contemporaneamente in campo istanze anche completamente differenti». Il percorso espositivo si apre con Giuseppe De Nittis, a Parigi per la prima volta nel 1867, apripista per altri artisti connazionali. Ritroveremo esposto Giovanni Boldini: Grande route à Combs la Ville è uno fra i suoi dipinti esposti. Vi saranno opere qui per la prima volta organicamente riunite, a partire da Francesco Paolo Michetti, per giungere a Raffaello Sorbi e Antonio Mancini, assieme a quelle di molti artisti napoletani e meridionali che incontrarono il successo nella capitale francese. Merito anche di Goupil, tutti quadri venduti a collezionisti di mezzo mondo: questa è l’unica occasione per rivederli assieme e sentirsi come i visitatori privilegiati che poterono vederli nella galleria parigina.

Grazia Giordani

 

 
Grazia Giordani

L’eco della montagna

L’ECO DELLA MONTAGNA

 

Si addentrò fra gli alberi. Il suo passo non aveva incertezze, anche se il piede posava sopra un tappeto di foglie molli per la recente pioggia, poiché conosceva talmente la morfologia di quell’irregolare terreno, che avrebbe potuto disegnarne una mappa ad occhi chiusi. Si chinò per allacciare uno scarponcino che le apparve lento alla caviglia e raccolse due castagne da riporre nello zainetto, ne avrebbe raccolte altre con il suo compagno che tardava ancora a raggiungerla.

«Ne metteremo insieme quanto basta – si disse – per arrostirle dopo cena, alla brace del caminetto. Speriamo che nel ripostiglio ci sia ancora la vecchia padella bucherellata, regalo della nonna, una di quelle suppellettili che entrano dentro il nostro vissuto e finiscono col ricordarci indimenticabili momenti della nostra esistenza».

Allungò il passo perché Sandro stava ritardando più del consueto e non le sarebbe piaciuto trovarsi nel castagneto quando il sole l’avesse del tutto abbandonato. L’imbrunire nel bosco è confortevole in due, quando le ombre della sera rendono magica quella «cattedrale arborea» dalle lignee colonne, e le fronde, stormendo, parlano una lingua misteriosa e sussurrante, quasi un’eco mistica della montagna che ha mille voci, a seconda dell’orario e delle stagioni. Una voce fresca nelle albe primaverili, quando alberi ed uccelli ascoltano la brezza alle prime luci; una voce roca e sensuale nei tramonti rossi della piena estate, tramonti di sangue e pensieri roventi; una voce algida e quasi monocorde nelle notti invernali, accecate dal candore della neve.

Helga uscì dal bosco,  con un rapido sospiro di sollievo, quasi inconfessato persino a se stessa. Non era una donna paurosa e soprattutto avrebbe temuto di apparire tale e ancor più di esserlo intimamente. Era vissuta molto sola, nonostante i quattro fratelli e i molti cugini, la sua era stata un’esistenza indipendente di donna «essenziale». Essenziale nelle sue scelte di studio e lavoro e nel suo credo di vita. Amava le scienze esatte e insegnava queste discipline in un liceo veronese. Adorava viaggiare in luoghi non alla moda, non assaliti dai turisti. In lei viveva una naturalezza congenita, così come era naturale il suo abbigliamento, il suo avvicinarsi alla gente, la sua scelta di cibi e bevande.

Soltanto pochi passi la separavano ormai dal rustico in cui sperava di trovare ormai Sandro ad attenderla, visto che era sfumato l’appuntamento nel bosco.

L’uscio era socchiuso, bordato dalla luce emanata dal focolare, a lampi irregolari, che le fece pregustare la calda atmosfera del “dopo”, di quando si sarebbe seduta a fianco del suo compagno. Entrò senza fare rumore. Sandro stava incidendo la buccia “mesciata” dei saporosi marroni, orgoglio degli abitanti del luogo.

«Come fai ad averne raccolti così tanti?»

«Scusami, ma non ho mantenuto la promessa di incontrarti al limitare del bosco, ho preferito camminare dalla parte opposta. Avevo bisogno di restare in compagnia “soltanto” di me stesso».

Fu quel soltanto, su cui l’uomo calcò involontariamente la voce, a ferirla in profondità al cuore, o meglio  tutta la frase suonò agli orecchi di Helga come un luttuoso vaticinio. Erano dunque così lontani ormai i tempi delle loro corse a primavera, immersi dentro un tripudio di peonie che non coglievano mai, rispettosi com’erano del patrimonio naturale di quell’angolo incantevole di mondo? E il garofano selvatico e il lampo blu-violetto dell’ireos e la poesia sensuale dell’orchidea di monte avrebbero continuato a fiorire, orfani del loro duplice sguardo, del loro stare insieme anche per  la sobrietà dei gusti comuni? Vestivano persino abiti quasi gemelli: calzoni comodi e bluse o maglioni – a seconda della stagione – che lasciassero libere le movenze di esseri che non amavano le sovrastrutture, che si ritenevano dei privilegiati, proprio perché sapevano gustare anche i valori primordiali della montagna: il profumo di un fiore nascosto nella roccia, il sapore di fragole e lamponi primaticci, l’incanto del lago al cadere del giorno, quando il suo sguardo verde-azzurro si fa bruno-profondo, in attesa della notte e la sua voce diventa eco delle nostre inconfessate malinconie

Da un po’ di tempo Sandro – non poteva negarlo nemmeno a se stessa – era diventato elusivo, svogliato. Non le raccontava più, con il solito complice brio, le piccole beghe con i colleghi al giornale; le leggeva sempre più raramente in anteprima i suoi pezzi di politica e costume, di cui lei ammirava l’asciutta onestà dei giudizi.

Non fece commenti, non sottolineò la frase che l’aveva ferita e salì al piano di sopra per cambiare le scarpe da esterno con un paio di pantofole calde che proprio lui le aveva regalato, qualche mese prima. Sentì un rumore crocchiante provenire dall’armadio. Aprì l’anta e non poté trattenere un gridolino vedendo il muso aguzzo di un ghiro che balzava fuori con una noce in bocca, e questo fatto le fece tornare in mente che proprio la settimana prima aveva dimenticato di vuotare la tasca del cappotto, fatto piuttosto insolito, tenendo conto delle sue meticolose abitudini di vita Questa sua trascuratezza aveva  attratto il piccolo roditore, che ora si era nascosto dietro il letto, e a cui Helga, sorridente,  facilitò la fuga, spalancando la finestra che sbadigliò all’improvviso un rettangolo di luce forte fra le fronde del bosco e illuminò per un ultimo istante la  piccola sagoma dell’animaletto che cercava riparo fra gli alberi amici.

Questo episodio le ricordò la volta in cui Sandro le aveva portato a casa uno scoiattolo ferito e la cura con cui si erano occupati di lui e la delusione che avevano provato, quando, completamente guarito e ritornato fra i suoi simili, li aveva del tutto privati del piumoso saluto della bella coda alzata come un complice vessillo.

Scese ad aiutare Sandro per i preparativi della cena.

Al suo «Cuciniamo una zuppa di legumi e castagne?» – il compagno rispose con un mormorio distratto che avrebbe potuto essere di assenso o dissenso, a seconda dello stato d’animo dell’interlocutore. Helga volle essere ottimista e prese dalla credenza una pentola di coccio, adatta alla cottura di quel prelibato piatto montanaro. Ravvivò il fuoco, soltanto quello, visto che le sembrava di aver perso la capacità di riscaldare la conversazione. Non fece tentativi di ravvivare un dialogo che sentiva del tutto sepolto dentro la cenere della noia.

Un’altra donna  avrebbe investito il compagno di: «Cosa ho fatto? In cosa ho mancato? Stai poco bene? Hai litigato con il “capo”? Sei stanco della nostra relazione?»

La nostra razionalissima signora non sarebbe mai scesa a compromessi e, soprattutto, avrebbe sempre evitato situazioni banali: il suo senso della dignità era troppo forte, in linea sempre con il suo credo di vita che la faceva forse apparire poco femminile, secondo lo stereotipo corrente, per cui le donne dovrebbero essere fragili creature, tutto cuore e poco cervello. Helga non era sprovvista certamente di cuore, ma rifuggiva dai sentimentalismi, per lei esecrabili nemici del vero sentimento, di quello che non ha bisogno di troppe parole e di atteggiamenti leziosi. Il suo modo di amare era franco, come lo sguardo dei suoi occhi grigi, persino la forma del suo volto era aperta, forse un po’ troppo larga, forte di mandibola, con gli zigomi ben delineati; aveva un viso ancora fresco, nonostante l’età  non più verdissima e le ore di sole che non si era negata mai – esponendosi senza cappello – nelle lunghe passeggiate a raccogliere funghi, mai più di quelli che con Sandro avrebbero mangiato, perché detestava lo spreco e rispettava l’ambiente.

Nello sbucciare l’ultima castagna, il coltellino acuminato le ferì il pollice, e la piccola goccia di rubino che uscì macchiandole i calzoni, le riportò alla mente la volta in cui il suo compagno si era prodotto una larga ferita al braccio scendendo da un noce ove era salito per «dominare con lo sguardo la vallata» – così aveva detto. Forse in questo suo balzo improvviso verso un luogo più alto e più solitario cominciavano già a nascondersi i prodromi del suo volersi staccare da lei.

Nulla avviene all’improvviso, senza precedenti sottili e sotterranei che covano sotto la cenere del nostro vivere: questo era da sempre il pensiero di Helga che – così come non credeva al coup de foudre – nella stessa misura era persuasa che nessun affetto si sciolga all’improvviso, come un nastro fattosi istantaneamente così debole da non reggere più la pressione del nodo.

L’abitudine – si disse – l’abitudine è stata il nostro nemico, o meglio il suo nemico, poiché, mentre io rafforzo il mio volergli bene dentro il reiterarsi dei giorni e delle parole, lui è meno tecnico, meno scientifico di me e, pur dando segno di ammirare la mia «solidità montanara» di donna senza civetterie, forse qualche volta avrebbe voluto trovarmi imprevedibile, meno «giudiziosa», più pronta a leggere i suoi adorati testi storici, piuttosto che i miei manuali di giardinaggio o le mie ricette di cucina.

Forse avrebbe voluto qualche volta non trovarmi ad attenderlo. Meno scontata, meno rassicurante. Chissà se avessi tinto i primi capelli grigi? Se gli avessi nascosto qualche acciacco dell’età? Se mi fossi guardata di più allo specchio? Oddio, se continuo con questi dubbi rischio di impazzire, facendo soltanto male a me stessa.

Il profumo della zuppa cominciava a invadere la cucina – caldo e denso come il sapore che preannunciava. L’impasto della torta di noci era già nello stampo infarinato e unto di burro e presto avrebbe preso la via del forno. Helga lavorava meccanicamente; un osservatore esterno non avrebbe percepito l’angoscia dei suoi pensieri: il senso del dovere, la determinazione a non dare spettacolo di sé continuava a prevalere anche sul dolore di quel momento.

Alzando gli occhi, arrossati dal fuoco vivo del caminetto, posò lo sguardo su una delle poche fotografie esposte sulla credenza. L’aveva scattata un passante, a cui avevano chiesto il favore di ritrarli, in occasione del viaggio tradizionale dei loro primi anni di week-end vissuti insieme. A Venezia si erano infatti conosciuti e questa era rimasta quindi la loro città di sogno, l’unica che riuscisse ad allontanarli senza rimpianto dal tran-tran veronese del loro lavoro o dalle serene evasioni in quell’angolo delizioso di mondo in cui lago e monte hanno stretto un patto incantato.

Provò una rinnovata stretta al cuore,  ripensando al loro primo bacio, contro il muro di una chiesa veneziana della memoria, un monumento a cui il filtro del tempo aveva tolto, adesso, forma e dimensioni.

Cenarono quasi in silenzio, ascoltando un telegiornale disturbato da continue scariche che rendevano zigzaganti le immagini e quasi incomprensibili gli annunci degli speaker, sorridenti e ignari di quanto Helga stava soffrendo.

Si alzarono, quasi contemporaneamente, («questa è una delle poche sincronie che ci restano – pensò, amareggiata, la donna – non viviamo più gli stessi desideri e le stesse emozioni») e si avviarono verso il piano superiore.

Ad Helga sembrò che il gemito degli scalini di legno, un rumore nuovo e lamentoso, che non aveva prima mai notato, corrispondesse al malessere sordo del suo cuore.

Si spogliarono in fretta ed entrarono sotto le coperte, come se non fossero ospiti dello stesso letto, quello che era stato testimone di gioiosi momenti d’amore; ad avvolgerli, ora, c’erano soltanto le lenzuola.

Sandro le prese una mano, un gesto breve ed asciutto, dentro cui c’era un sentimento ora fattosi fraterno e, nel contempo, la paura di provare sensi di colpa. Helga avvertì tutto questo, d’un lampo, e rispose alla sua stretta, senza allusioni amorose e soprattutto senza illusioni: era una donna che non si illudeva mai.

Dalla tenda, lievemente scostata, filtrava il primo alito rosa dell’alba e si vedeva uno spicchio sottile di lago, un piccolo nastro fremente, percorso da un vento improvviso.

«Scusami. Sabato prossimo resto a Verona. Non so quando tornerò. Riporto in città i miei libri e tutti i vestiti.»

«Fa come meglio credi.»

Bevvero in silenzio una schiumosa tazza di latte di malga, tiepido e ricco di panna che vellicava il palato.

Sandro fu svelto a caricare i bagagli sull’auto, dopo aver sfiorato la fronte della sua già ex compagna, con un bacio imbarazzato.

Helga avvertì, ancora per pochi istanti il rumore delle ruote, sopraffatto dal suono allegro delle campane. Un suono duplice – quasi in controcanto – che proveniva dalle due chiese e che contribuiva a stemperare il suo dolore: se Sandro, abbandonandola, rinunciava anche alla montagna, non valeva la pena di soffrire così tanto.

A lei restava la voce scrosciante del ruscello, sovrastato dal Ponte del Diavolo, il canto degli uccelli di monte, lo sguardo malioso del lago, il mormorio delle fronde, il sapore pastoso delle castagne, il mistero del bosco, il calore della gente, la musica del vento, la carezza del sole. A lei restava soprattutto la voce della montagna che riverberava, da sempre, un’eco consolatoria per il suo cuore

Grazia Giordani

Il buon informatore

Capire tutto subito per capire poi che ci si è sbagliati

IL LIBRO. Da Guanda «Il buon informatore»
John Banville noir: guida il lettore tra i pregiudizi e infine lo spiazza

John Banville

John Banville

  • Abituati all’ambientazione dublinese anni Cinquanta, che fa da sfondo cupo ai thriller di John Banville, con Il buon informatore (titolo originale The Lemur, Guanda, 137 pagine, 15 euro, traduzione di Irene Abigail Piccinini) facciamo un salto geografico, trasferendoci nell’attuale New York. La Grande Mela è descritta da una penna eletta come quella dello scrittore irlandese, da tempo in odore di Nobel. Protagonista è John Glass, irlandese come l’autore, un tempo cronista famoso e militante, in prima linea in tutti i fatti di rilievo del Novecento (Piazza Tienanmen, conflitto nordirlandese, l’Intifada), che in un momento di debolezza ha promesso di scrivere la biografia di Big Bill Mulholland, il suocero plutocrate dai dubbi trascorsi, ex agente della Cia. Glass accetta l’incarico un po’ per noia, molto per soggezione al suocero e non da ultimo, per la promessa di un milione di dollari. Il romanzo si apre con un incontro caustico tra Dylan Riley, che sarà ribattezzato Il Lemure, e Glass, che sta considerando di assumerlo quale assistente nella ricerca di dati sulla vita di Big Bill: teme di scoprire fatti inconfessati, e non vuole trovarsi solo di frionte al caso. «Il cacciatore d’informazioni era un ragazzo molto alto, magro, con la testa troppo piccola per la sua corporatura e un pomo d’Adamo grande come una palla da golf. Con quel suo collo lungo lungo e quella testina piccola e quei grandi occhioni lucidi assomigliava tantissimo a un roditore esotico di cui lì per lì non gli veniva in mente il nome». Sembra instaurarsi un’immediata aura d’antipatia tra l’informatore e il giornalista, tanto da presumere che l’accordo potrebbe vanificarsi. La vita di Glass non è delle più confortanti. Si ha l’impressione che sia in una fase depressiva. Di professione, più che il giornalista, ora fa il marito di una donna ricca, con cui non condivide più il letto, ma gli agi di chi ha molti soldi. A questo si aggiunge un’amante segreta non perdutamente innamorata e un figliastro di un’antipatia e una scontrosità più che indisponenti. Per non parlare dell’incombente suocero. Inoltre, Glass detesta quel suo studio al trentanovesimo piano — tanto per cambiare, di proprietà del suocero— dove suona l’allarme se tenta di fumare una sigaretta. Proprio nel culmine dell’apatia, mentre Glass arriva a rimpiangere la sua vita irlandese, negli anni in cui almeno il giornalismo gli procurava soddisfazioni, compare Ambrose, il poliziotto che gli porta la notizia di un misterioso omicidio: Riley, l’informatore, è stato ucciso con una revolverata in un occhio. Cosa aveva scoperto Il Lemure di così pericoloso e sconvolgente? Qualcosa su Big Bill o sullo stesso giornalista? Che vogliano ricattarlo per via dell’amante? Glass cerca di venirne a capo e, quando si crede di aver capito tutto, si rivela la sofisticata capacità del giallista. Banville ci ha fin qui depistati, conducendoci nelle ultime pagine a un finale a sorpresa. Un noir di rara incisività e potenza, impreziosito da paesaggi dell’anima e risvolti psicologici.
Grazia Giordani

Parlare da soli

  1. Tre a parlar da soli creano un dialogo che non vuol finire

    IL LIBRO. Secondo romanzo, talento ribadito
    Neuman avvince come solo i poeti Al termine vorresti altri capitoli

    Andrés Neuman

    Andrés Neuman

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    • Andrés Neuman a 33 anni è già considerato un romanziere di raro talento. Nato a Buenos Aires, ha insegnato letteratura ispanoamericana a Granada. Nel 2010 ha segnato un colpo senza precedenti, vincendo l’Alfaguara e il prestigioso Premio della critica con Il viaggiatore del secolo, imponendosi come scrittore emergente del mondo ispanico. Ora mantiene le promesse con Parlare da soli (197 pagine, 14,80 euro) tradotto per Ponte alle Grazie da Silvia Sichel. Pagine perturbanti, intrise di crudele pietà, da far ripensare alle parole di Gesualdo Bufalino: «E se Dio avesse inventato la morte per farsi perdonare la vita?» Neuman indaga conflitti individuali incarnati da personaggi comuni. Si compongono due triangoli classici. Il primo affronta le relazioni interfamiliari ed è formato dai genitori, Elena e Mario, e dal figlio decenne, Lito; l’altro è composto ancora dai due coniugi, più Ezequiel, il medico che cura il marito malato grave, destinato a diventare l’amante di Elena. La malattia di Mario avanza inesorabile e, prima che sia troppo tardi, padre e figlio si mettono in viaggio, un ultimo viaggio da compiere insieme, un’esperienza decisiva, descritta secondo la perspicace ingenuità del bambino e la voce dolorosa e straniante di Mario che sta congedandosi dalla vita e vuole lasciare ai suoi cari il meglio di sé, cercando di immaginare il futuro dei familiari che gli sopravviveranno. Elena deve affrontare il dolore della perdita imminente, ma riesce ancora ad amare e a provare piaceri proibiti tra le braccia di Ezequiel che diventa l’antidoto del suo dolore. Questo medico double face — inappuntabile nelle sue mansioni cliniche, più che mai sporcaccione sotto le lenzuola — è pronto come uno sparviero ad approfittare della donna che, fortunatamente, è consolata anche dai suoi amatissimi libri. Per voce sua, incontriamo una vastissima gamma di frasi citate fra cui hanno giusto spazio anche Virginia Wolf e Irène Nèmirovsky, a proposito dei temi del dolore e della morte. Nel corso di tutta la breve narrazione, a capitoli alterni, per raccontare di sé e dell’amore per gli altri, ciascuno dei tre personaggi prende voce e parla da solo. I due adulti tendono a mentire a se stessi e soprattutto al piccolo Lito, amatissimo da entrambi. Eppure, abbiamo la sensazione che cerchino la vita più profonda dentro il loro legame e, nel contempo, fuori dal loro stesso dolore. Dopo la morte di Mario, la vita per Elena e Lito continua, anche se il padre e marito non smette di essere fra loro, nei loro ricordi. Dopo tanto strazio e anche tanto rammarico per la sua catartica sbandata amorosa, la vedova potrà dire: «Il prossimo passo che pure farà male, sarà lasciar entrare l’allegria. Se viene. Se la riconosco. Avverto già il contraccolpo: non quello della perdita, ma quello del rimorso per quello che ci guadagnerò». A lettura finita, si vorrebbe avere ancora pagine: veder crescere Lito, sapere se Elena si rifarà una vita… Capita se lo scrittore ha il passo di un poeta.