Archive for novembre 2005

Padroni

Sì, non v’è dubbio. I libri sono diventati i miei padroni: impilati sullo scrittoio mi guardano biechi perché non ho ancora trovato tempo per leggerli e recensirli. Sto facendo editing per un amico e si sono ingelositi. Questi volumi hanno un carattere, un’ anima e mi stanno privando persino dei miei momenti per il blog…

Meltèmi

La deliziosa silloge di Alain Barbato – Meltemi, da e-book ha preso veste cartacea, pubblicato da Besa Editrice. Oggi, per il poeta è stato un gran giorno, perché in occasione di manifestazioni culturali leccesi, ha visto il suo florilegio poetico far bella mostra di sè. Complimenti e auguri di successo sempre più grande e meritato al caro Alain. Maggiori ragguagli sul felice avvenimento potete leggerli nel suo blog . Ripropongo la mia prefazione:

Sogno d’Amore

***

Scritto sul pentagramma di una musicalità naturale, Meltèmi è un canto d’Amore sognato e – proprio perché mostra  la vis  onirica del sogno – assume il carattere dell’ ”universalità”. Per meglio dire, si spoglia dei connotati particolari della fisionomia di due innamorati che vivono i loro giorni di passione su un’isola greca, lontani dai problemi,  dalle noie e dalla banalità della vita consueta, per assurgere all’assoluto lirico dell’Amore cosmico, dentro cui ognuno di noi potrebbe trovare spazio e motivo di identificazione.

A regalarci la delizia di questo lirico sogno è Alain Barbato, campano di nascita e pugliese d’adozione che, nostalgico di quella Magna Grecia che ha connotato le terre del suo vissuto, si tuffa proprio nelle  origini del passato della sua gente. E l’isola che accoglie i due innamorati è metafora di una vita senza inibizioni, di una esperienza che avrebbe entusiasmato Rousseau, nemico delle sovrastrutture cui ci ha assoggettato la così detta civiltà.

Nel corso delle ventiquattro liriche che compongono il poemetto, il capriccioso Meltèmi, il vento forte che spira nell’isola, sembra giocare con le membra nude degli amanti, nel contempo increspando la pagina su cui la loro storia è stata scritta, animando i versi con capricciosi refoli che sanno farsi sapientemente “atteso refrigerio” o “dolce carezza” per la gioia e la consolazione dei due innamorati.

Il fondale esterno degli avvenimenti amorosi è descritto per frammenti: basta “l’iridato granito” che lastrica le antiche vie o  il “vermiglio” architettonico di case nobiliari o un profluvio fiorito di gelsomini  a darci l’idea dell’incantevole cornice entro cui gli innamorati si scambiano gesti di passione.

Il lessico è misurato, la sensualità è delicata, espressa all’inizio per allusivi accenni: “… pura attenzione/a un’estasi divina/che sempre si ripete/ e sempre appare nuova”;  “… ma è un bacio sulle labbra,/ che mi annuncia, primavere infinite/ebbre d’amore”; “ e se un bacio discreto/ come piuma leggera/sfiora dolce il tuo seno/odoroso di mare,/sogni lievi intravedo/nel tuo cielo stellato.

Solo, procedendo nella scrittura, oltre a metà del componimento, il poeta si fa più ardito, la sua sensualità si riscalda e i suoi baci, partendo dalle chiome dell’innamorata, scendono sempre più giù, attenti a ogni centimetro di quel corpo adorato, emuli del biblico Cantico dei cantici di cui sanno farci ricordare la finezza espressiva.

I due giovani sanno nutrirsi anche della saggezza di un aedo locale, il vecchio Dimitriòs, ebbri d’amore, ma saggiamente pronti anche alla separazione.

In un momento storico difficile e travagliato come il nostro, percorso da sciagure naturali e volute dall’uomo, molti di noi sentono il bisogno di un’evasione salvifica, di una  lettura gratificante. Il “sogno d’amore” di Alain Barbato –  racchiuso nel suo Meltèmi – è un fiore gentile che spalanca la sua profumata corolla, rorida dei desideri del poeta, all’unisono con i nostri, perché questo è anche compito della Poesia: ποιειν (poiein), per gli antichi greci significava fare, quindi far sì che il lettore di componimenti lirici a sua volta sia fatto poeta, “contagiato” dalla magia dei versi.

 

Agli amici nuovi ripropongo

 L’INCONTRO

Nel mezzo di una mattinata autunnale, tipica della nostra pianura, Elvira si riempì gli occhi e i pensieri di quella bruma lattescente che le opacizzava l’anima.
Guardando fuori dalla finestra, aveva l’impressione che stracci di velo uscissero dai cespugli per andarsi ad impigliare fra i rami degli alberi, sporcandone le ultime foglie color ocra, sollecitandole all’inevitabile caduta.
Non aveva voglia precisamente di nulla, o meglio, avrebbe desiderato un diversivo.
Compose un numero al telefono, da tempo non sentiva quella lontana amica. Per tutta risposta le giunse il gracidare di un fax; provò con il numero del fratello: solo segreteria telefonica; accese la radio: un dibattito sindacale.
Decisamente non era giornata per svagarsi, scrollandosi di dosso quel male esistenziale che spesso l’assaliva, quello spleen che vive nel profondo e punge come un ago impietoso.
Non le restava che il computer, suo imperturbabile, algido amico.
Navigò svogliatamente dentro siti d’arte che conosceva a memoria: l’Hermitage, il Louvre, il Prado, Galleria degli Uffizi. Entrò in un portale che prometteva chat, conversazione libera con sconosciuti, virtualità al massimo grado, scambio di parole nell’ombra, protetti dall’anonimato più assoluto.
Un nick, urgeva un nick, o meglio uno pseudonimo dentro cui celare la sua realtà di donna sola, anzianotta, poco propensa alle relazioni sociali.
Digitò un nom de plume mutuato da Ippolito Nievo.
Le piaceva da morire quella capricciosa Pisana, croce e delizia del troppo accondiscendente Carlino, quell’eroina bizzosa, così lontana dalle sue scelte di vita, e – forse anche per questo – così tanto adorata.
Non l’avesse mai fatto!
Un’orda di: "Son pisano anch’io, sono senese, sono aretino, son fiorentino", le gravò addosso, come un campanilistico torrente. I maschi della chat sembravano assatanati di toscanità, alla ricerca di quanto forse già avevano in casa e a letto, da lungo e troppo tempo, ormai.
Uscì, come se abbandonasse un salotto, senza congedarsi cerimoniosamente dagli ospiti, e vi rientrò con una nuova identità: adesso era Eloisa, la letteraria corrispondente epistolare di Abelardo.
Scartò subito, chiudendoli in icona, come vide prontamente che era possibile fare, quanti si presentavano con lo pseudonimo "TiScopo"o "Arrapato", capendo che da costoro non avrebbe ricavato nessuna possibilità di dialogo decente; non tenne in nessuna considerazione quanti le chiedevano se era "trans", se era disposta a conversazioni piccanti, chiuse orecchie e cuore alle sconcezze, e – finalmente – le apparve un archivista, colto, educato, ma pieno di fuoco e di voglia di incontri reali.
Stette al gioco, cambiando il suo "ritratto", ovvero costruendosi una nuova identità.
Rispose con qualche voluta sgrammaticatura alle domande insistenti del partner
Sollecitata ad autodescriversi, compose uno struggente feuilleton, espresso con qualche voluta imperfezione di sintassi, diventando un’apprendista parrucchiera, povera, figlia illegittima, senza istruzione, senza parenti, "chattante" al momento, con il computer di un’amica generosa che sperava di aiutarla a sistemarsi.
In quanto al fisico, si descrisse alta, molto asciutta, un po’ piatta, capelli biondi naturali, occhi chiari, aspetto non provocante.
Così docile, timida, impaurita, questa Amalia senza attrattive, finì col provocare la curiosità del topo di biblioteca e col commuovere la sua stessa autrice.
Elvira cominciava a provare un’affezione profonda, materna, per questa creatura nata dal suo fantasioso digitare sulla tastiera.
Nel protrarsi dei dialoghi, che avvennero con maggior intensità, nei pomeriggi successivi, Giuseppe si attaccò – con desiderio di incontrarla sempre più acceso -, a questa scialba ragazza, depressa dalla sfortuna, dolcemente passiva.
Pensava che sarebbe diventato il suo pigmalione, che l’avrebbe rimodellata a suo piacere, che avrebbe ottenuto da lei – lui così inibito e poco avvenente – quello che nessuna donna gli aveva mai saputo e voluto dare.
Cominciò a chiederle l’indirizzo, a offrirle l’invio di doni o danaro.
La ragazza, inventata da Elvira, rifiutò sempre di accettarli, sommessamente, con umiltà.
Decisero un incontro.
Scelsero una piccola città a mezza via tra l’Emilia e la Toscana.
Giuseppe le diede il numero di cellulare, la via in cui si trovava il ristorante, l’orario preciso di partenza e arrivo del treno.
Avrebbe dovuto presentarsi vestita con un tailleur blu ("l’unico decente che posseggo" – aveva digitato Elvira sulla tastiera -, aggiungendo qualche altro scarno particolare sul suo abbigliamento dell’incontro).
Giuseppe avrebbe recato in mano un mazzo di roselline rosse: non era possibile sbagliarsi.
Quella notte Elvira non chiuse occhio.
Che fare?
Rivelare all’archivista l’inganno?
E poi il divertimento, lo svago virtuale che si era creato sarebbe finito e lei avrebbe ritrovato tutto il grigiore del suo tran-tran a sostituire le emozioni di quei pomeriggi al computer, celando sotto Eloisa la sua Amalia inventata.
Che romanzo ne uscirebbe, pensava; che voglia di scrivere del narcisismo, della stupidità degli uomini e dell’ingenuità delle donne.
Chi ti dice che questo Giuseppe non abbia moglie e figli e che sottragga danaro alla sua famiglia e tempo al suo lavoro, "comprando"l’interesse di questa improvvida ragazza, uscita dalle mie fantasticherie?
Salì in treno con poco bagaglio; questo viaggetto era già di per sé una piacevole evasione.
Voleva andare a vedere di persona la faccia delusa dell’adescatore-adescato, solo nel ristorante, in compagnia del suo inutile bouquet.
Ridacchiando, si sentiva piacevolmente cattiva.
Che stesse vendicando, inconsciamente, sue passate sconfitte?
Facciate di case e scampoli di giardini sfrecciavano al suo fianco; li guardava con la coda dell’occhio, troppo presa dal suo rimuginare. Il vetro appannato del finestrino le riportò alla mente la bruma di quella lontana mattinata ottobrina: erano passati mesi dalla sua entrata in chat, ai danni dell’archivista.
Il pianto di un bambino la riscosse; il fumo di sigaretta di un indifferente ai divieti la infastidì; il buio di una galleria le procurò uno spavento lieve, come quello che si prova al cinematografo, sapendo che è solo una finzione.
Arrivata nella piccola città, si fece portare da un taxi nel rinomato ristorante.
Un premuroso cameriere la condusse al tavolo prenotato.
Non si vedeva nessun avventore corredato di un mazzo di rose.
Notò tranquille famigliole.
Due amiche cicalanti all’infinito.
Uno straniero in difficoltà nella scelta delle portate.
Sono venuta fin qua, per niente, si rammaricò.
Giuseppe ha mangiato la foglia; si è pentito, ha cambiato idea.
Così non potrò godermi lo spettacolino della sua delusione, derivata dal mancato appuntamento.
Recandosi alla toilette, vide un uomo solo, seduto in un tavolo d’angolo un po’ in ombra.
Calvo, anonimo nella fisionomia, vestito di scuro, si asciugava il sudore dalla fronte con un gran fazzoletto; appoggiato sul tavolo, fra i due piatti vuoti, brillava il rosso fulgido di un mazzo di roselline.
Elvira non fece altri passi, restando a guardare divisa tra lo scontato divertimento e l’imprevista pena.
Fu questione di un attimo.
La porta si aperse piano.
Entrò una giovane magra, con passo esitante…
Giuseppe si alzò in piedi con un balzo che fece quasi cadere la seggiola.
"Amalia, Amalia mia" – sussurrò con voce arrochita dall’emozione, stringendola teneramente
al suo petto.
 

Un incontro inatteso per

 il consigliere Goethe

E’ uscita ieri – nella pagine culturali de L’Arena la mia recensione del bel romanzo di Marta Morazzoni, se vi interessa, potete leggerla qui

Il tetto

Seminascosto dai rovi, mostrava ancora il suo fascino decaduto, ma non del tutto cancellato, il bel palazzo gentilizio, abbandonato a se stesso da troppi decenni. Rughe profonde avevano devastato la sua aristocratica pelle, increspatasi soprattutto attorno alle occhiaie vuote di finestre ormai senza vetri. Il blu stellato entrava a tratti dal soffitto nei punti in cui il tetto si era guastato, e l’alba ricamava fiori rosa e di perla sulle pareti dell’immenso salone o sulle pentole di rame, miracolosamente rimaste appese nella rastrelliera della buia cucina.
Fu un amore improvviso per quei due giovani sposi americani, italo americani, sarebbe più esatto dire, visto che fecero la prodigiosa scoperta, ospiti di parenti, durante il loro primo viaggio in Italia. Passeggiando in collina, inerpicatisi lungo un viottolo tortuoso, lo videro comparire, altero e seducente, deciso ad attenderli attraverso i secoli. Un sogno che si faceva realtà, come raramente accade. Le ricerche degli antichi proprietari furono lunghe e faticose, ma Jack e Mary non si lasciarono scoraggiare. Bastò una cifra irrisoria per l’acquisto. Il restauro si presentò subito difficile e molto dispendioso. Fortunatamente, il danaro non era un loro problema. Ne seguirono le fasi con meticoloso entusiasmo. Videro l’aggrappaggio dei muri, vivendolo come un amplesso amoroso, seguirono la ristrutturazione dei pavimenti, godendo dello scintillio dei marmi e del fulgore delle superbe venature che parevano riscaldare il sangue, in sintonia, anche nei loro corpi; subirono il dolore dello strappo, dalle pareti di una stanza centrale, al secondo piano, di un serico damasco dai finissimi decori, impossibile da riparare. Con i brandelli, ancora buoni, rivestirono gli interni di un’immensa scaffalatura e lo fecero con le loro mani; le stesse mani che lucidarono bacili e paioli di rame, rimasti abbandonati nella grande cucina. I lavori procedevano lenti e regolari. Il cuore dei due sposi batteva all’unisono col picchiare degli attrezzi meccanici e col vociare dei muratori e di quanti si stavano occupando del risanamento di quel singolare palazzo.
Ma la sorpresa venne dal tetto. Di là uscirono nidi di uccelli spaventati; l’alloggio di martore meravigliate dallo sfratto; piante pervicaci che si erano ostinatamente radicate negli anfratti e – macabro oggetto di meraviglia! – lo scheletro di un neonato. Uno scheletrino miniaturizzato, incastrato in un punto impensabile del sottotetto, fu la causa innocente della sospensione dei lavori. Ne seguì una specie di consiglio. Una riunione tra manovalanza, neo proprietari e direttore dei lavori. Decisero di non farne parola con le autorità. E seppellirono quelle piccole ossa ai piedi di un rosaio, miracolosamente sopravvissuto nell’ingarbugliatissimo giardino.
Ormai, la splendida costruzione aveva ritrovato tutto il suo antico smalto. Le stanze erano state ammobiliate con pezzi d’epoca. La biblioteca rigurgitava di testi antichi e moderni. La cucina sfavillava di rami e porcellane. Mary volle dare una festa a cui presero parte italiani e americani. Le sue belle dita sfiorarono l’avorio di una pregiata tastiera offrendo sapiente interpretazione dei Notturni di Chopin che tanto amava. Serata memorabile, chiusa dentro il frusciare di sete firmate, intimamente avvolte ai corpi delle sue ricche ospiti; aperta allo chic più raffinato che si possa immaginare.
Il grande letto accolse gli sposi sul fare dell’alba, quando le luci incipriano il mondo di un argenteo pulviscolo sottile. Mary sognò subito. Chiusi gli occhi, visse una retroattiva avventura. Si vide ventenne, al cadere del secolo dei lumi. Innamorata persa del signore del palazzo, nascondeva sotto complici vesti la sua gravidanza ad amici e parenti. Con l’aiuto di una fida ancella, diede alla luce una vispa bambina che le fu sottratta prontamente. Poco dopo udì strazianti vagiti e le fu detto che la piccola era morta. Perché seppellirono il corpicino nel sottotetto? Non sarebbe stato più razionale interrarlo nell’orto o nel giardino? Nessuno le parlò mai più del luttuoso avvenimento. Lei stessa lo rimosse. Svegliandosi, trafitta dalla lama spietata di un sole offensivo, a piedi scalzi, in quel fulgente mattino, scese in giardino, presso la sepoltura di quel piccolo scheletro ritrovato. Una rosa rossa, cuoriforme, sbocciata fuori stagione, diffondeva nell’aria un insopportabile profumo. (g.g.)

Il ritorno di Ginevra

qui

Si sente malissimo, qui, molto molto peggio rispetto al CD.  E' una prova di racconto sonoro, presa da una registrazione di un reading di qualche settimana fa. Le altre parole (quelle scritte e mancanti) sono  nell'archivio, alle origini del blog

[rimette file audio]